Dolore etico e dolore estetico (appunti sparsi)

Chiavi interpretative aggiuntive e possibili.

Etico relativo al comportamento, costume, consuetudine. Scienza che insegna a governare i nostri costumi. Comprendente anche l’etica della responsabilità e quindi della consapevolezza che si esercita in una scelta e degli esiti eventualmente derivanti da essa.

Estetico relativo al bello naturale, artistico. La percezione che avviene con la mediazione dei sensi, legato al primo impatto sensoriale. Scienza del bello, disciplina che riguarda il bello e il giudizio globale su di esso.

Un breve inciso: l’anoressia (al di la delle sue letture psicologiche o psicoanalitiche) riesce a rendere evidentissimo come un dolore possa esser  “ben” mostrato, nella sua forma estetizzata, personificata; c’è un dolore interno che si mostra fuori, che si vede con in sensi. Una possibilità di tenerlo fuori. Per non coglierlo/sentirlo dentro? Una dichiarazione di intenti mostrata più che vissuta?

Internet e i media, rappresentano due luoghi di eccellenza dove si rende possibile questo: il proprio mostrare (mostrarsi) la narrazione del dolore, ovviamente non solo di quello, una narrazione tanto piu’ estetica quanto piu’ frutto di una regia.
Sto pensando ai vari reality tvche narrano di esperienze limitrofe al dolore, persone obese alle prese con diete necessarie a salvare la propria esistenza, persone alle prese con chirurgia estetica vissuta come fondamentale a migliorare il rapporto con se stessi, e la propria corporeità. persone alle prese con le proprie incapacità professionali, o alle proprie manie di conservare ogni cosa, una umanità colta nel suo vivere ai confini di un grande disagio di un malessere esistenziale che sconfina nel dolore. Ma le scelte registiche rendono questi dolori finitamente percepibili, visibili, estetizzati anche nel loro approfondimento. Diventando forme, epopee, percezioni destinate al nostro voyeurismo, spesso anestetizzato da questa “forma” che un pò distanzia dal vero dolore che costella quelle vite. Un eccesso di immagine, che sembra svuotare l’interiorità del nostro (e/o dell’altrui dolore), la sua profondità, la necessità di pensare attentamente in che modo può o deve essere esposto allo sguardo altrui.

Internet consente una narrazione abbastanza simile del proprio dolore (come delle rabbie, inquietudini, fatiche, insofferenze, paure) esposto con analoga, o forse maggiore inconsapevolezza della forma che gli viene offerta. In questo senso quasi ognuno è consapevole che sta esponendo/si allo sguardo altrui, sta pubblicando una parte di se, sia essa visiva che parlata, ma non sempre è chiara la consapevolezza della piazza in cui ci espone, ne è altrettanto chiaro che si sta “esternalizzando” un dolore, prima ancora di aver compreso se esso sia davvero pubblico, e se debba esserlo. Fino a che punto è lecito farlo, sino a che punto è necessario, fino a che punto non esserne consapevoli è rischioso? E’ lecito non farsi queste domande, non insegnare ai figli a porsele?

Sembra quindi diventare necessaria la domanda sulla “esponibilità” della nostra interiorità, quando va esposta, fino a che punto, fino a che punto questa regia estetica ci protegge davvero, e sino dove ci espone troppo, dove viscere emozioni e fratture emotive sono troppo mostrate?

E che responsabilità ci assumiamo, rispetto agli altri, che indirettamente esponiamo quali spettatori o co-protagonisti, con i nostri racconti, con le nostre immagini, i nostri dialoghi a due o in gruppo; cosa accade con i nostri stati emotivi che affondano le radici nella nostra vita. Cosa ci serve (e cosa ci insegna) di questa estetica che ci mostra sempre interamente?

La forma esteriore, percepibile, che ci mostra continuamente  … silenzia davvero il nostro dolore? E una azione comunicativa che è un grido di aiuto lanciato in un “ovunque” collettivo, ci serve?  O serve solo a farci vedere, notare, assumendosi/indossando una forma di un dolore “formale”, incapace di stare altrove, se non su una pubblica piazza?

Questa forma diventa davvero un racconto paradigmatico e che genera una incontro, un dialogo  o serve solo a stimolare il voyerismo pietoso degli altri. La pletora di immagini di bimbi malati di tumore che servono a sfidare l’altrui capacità a mostrarsi “sensibili” sembrano intese appunto solo a smuovere questo pietismo di pancia, sconnesso al vero dolore che ognuno nella vita sarà chiamato a vivere e governare, soffrire ed esplorare, assumendosi realmente la responsabilità di quello che insegna, di cosa fa crescere e di come lo si condivide ed insegna …