Nuovi interrogativi per i CDD… genitori disabili

Come già rilevato in un documento prodotto dalle colleghe Marina Balestra e Rosa Ronzio “Per me si va nella città dolente” relativo alle RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale),  queste strutture nate come evoluzione sanitarizzata delle vecchie “Case di Riposo per Anziani”, si  sono trasformate connotandosi per una accoglienza specializzata che non si limita ai soli anziani ma  si allarga ad una lunga lista di persone non autosufficienti (disabili fisici, disabili psichici, persone  in stato di coma, o con gravi stati di demenza).

Ma anche i Centri Diurni per Disabili detti CDD, sono mutati nel tempo sia come definizione dell’utenza, che obiettivi; passando, con il tempo, dalla definizione di Centri Socio Educativi a quella attuale,  e modificando insieme al nome anche la quantità di attività educative (in termini di riduzione) e hanno aumentato le prassi più terapeutiche e/o sanitarie (prestazioni sanitarie, di riabilitazione fisioterapica et altre).

E come spesso accade, questi cambiamenti, tutto sommato significativi per le prassi educative restano patrimonio degli addetti ai lavori, dei convegni o delle supervisioni e forse nei pensieri delle equipes. A me resta il compito di domandarmi se questi cambiamenti non possano offrire degli spunti di riflessione di più ampio respiro, in ambito educativo.

Operando come psicomotricista in un CDD mi capita di osservare gli utenti che lo frequentano, anche quelli che non prendo in carico direttamente nei laboratori che conduco. Così come ricerco il confronto e la riflessione con gli operatori, anche in ordine ai mutamenti che vive il servizio che incontro, e come essi si riflettano nella quotidianità di tutti.

Di recente ho annotato un altro cambiamento, in questo caso nella tipologia delle persone che trascorrono lì la propria giornata; in realtà ma mi ci e’ voluto un po’ di tempo per elaborarlo in modo compiuto, e per provare a chiedere agli operatori informazioni.

Quindi, forse grazie al lavoro svolto dalle colleghe, e citato nell’introduzione al post ho considerato con più attenzione i vari utenti, alcuni di essi portatori di “nuove e diverse” forme di disabilita’, e a come vengono “pensate” e accolte dagli operatori.

In particolare mi riferisco alle persone diventate disabili in seguito ad incidenti stradali o ictus in eta’ adulta, nelle quali il danno fisico si accompagna ad un severo danno cognitivo, ed possibili danni alla formulazione dei pensiero, della stabilita’ emotiva, della comprensione.

Ma la premessa che vorrei mettere in luce è che si tratta di persone che avevano (hanno avuto) una vita strutturata, una famiglia, dei figli, un lavoro, facevano sport o avevano hobbies,  amici; e per i quali il percorso di vita muta radicalmente.

E non solo ma queste persone diventano fruitrici di un servizio prima destinato ai disabili dalla nascita; questa modificazione che è evidentemente culturale e insita nella nuova destinazione dei CDD, a servizio che accoglie “le disabilità” pensate (a livello di progettazione dei servizi a livello nazionale) come prevalentemente bisognose di un supporto sanitarizzato, piuttosto che di tipo “educativo”.

In questo quadro di mutamenti mi chiedo quali siano le domande educative, che pure continuano a riproporsi, poichè in questi servizi la dimensione educativa non viene mai a mancare e ad interrogare chi li attraversa.

Se  da un lato posso immaginare i disabili dalla nascita e le loro famiglie alle prese con la conquista di una progetto, di una “normalità” o un equilibrio possibile, che vanno costruiti dalla nascita; con domande educative molto orientate in questo senso; nello scenario familiare relativo a queste nuove disabilita’ immagino il crollo di una quotidinità familiare e la necessità di (ri)costruire un senso diverso dei ruoli familiari.

Vi sono uomini o donne che non “possono” più fare i padri e le madri o i mariti e le mogli …  con figli devono rapportarsi con una figura genitoriale che perde quelle connotazioni paterne/materne sin prima esperite (tutela, protezione, sostegno, insegnamento educazione). Ci sono giovani genitori che vanno “assistiti” da figli ancora piccoli o giovanissimi, mariti o mogli che devono imparare a essere soli e ad aver cura di un coniuge che smette di esserlo sul piano materiale, affettivo, progettuale. Pure restando in qualche modo padre, marito, compagno, in un modo o con un senso che va cercato, conquistato, compreso e condiviso.

Trovo che sia di grande importante comprendere quale sia il pensiero degli operatori dei Cdd su questi temi, o come si rapportino nel tematizzare, con famiglie, figli, mariti o mogli,  non più il percorso di crescita di un figlio disabile e della famiglia che impara, ma quello di un coniuge e degli eventuali figli,  in relazione ad un progetto familiare che va decostruito prima di ri-costruirsi.

In che modo la paternità o la maternita’ andranno ridiscusse e ripensate, elaborate nel pensiero degli operatori e quindi della famiglia, e dell’utente stesso; perché quella persona continuerà ad essere padre, o madre, sara’ ancora un marito o una moglie, in un servizio che si è sempre occupato di ragionare di educazione tra genitori e figli, e più generalmente tra genitori chiamati ad educare e figli chiamati ad imparare.

Io credo che sia importante, in un CDD, che queste storie, queste interruzioni della vita vadano osservate, e vadano considerati i temi della genitorialità nel suo realizzarsi in una persona diventata disabile. Io credo che siano storie che non possono, in questo senso, essere omologate ad altre storie, nella differenze che impongono di essere viste.

In particolare nel tema di una genitorialità che resta una dimensione che può avere spazio anche in una difficoltà cognitiva, negarla mi sembra mettere a rischio il senso educativo che sottende ancora le prassi di cura ed accadimento. Esplorare in questo contesto questa specifica genitorialità permette ad operatori ed utenti di riattraversare il senso di un progetto interrotto, ma anche di pensare alla genitorialità  (che è una esperienza molto più trasversale ai servizi e alle persone) in modo più sfaccettato e complesso.

 

parlare, dire, ascoltare

Molto tempo fa avevo un amico, per meglio dire un conoscente, che viveva facendo di mestiere il critico d’arte, nello specifico si occupava dell’arte del 1600

Viveva, immagino lo faccia ancora, in una splendida casa di architettura fascista: una bella facciata, si saliva attraverso un grande scalone in marmo, i dettagli, tutti da vedere, erano in marmo bianco e nero.

Stessa cosa per l’appartamento, arredato con gusto, le cui pareti erano scandite da incredibili quadri di un pittore sconosciuto ma potenzialmente grande. Uno di quelli che non ha mai venduto un quadro, perchè vive(va) l’arte così visceralmente da non poter commercializzare la sua anima, ma solo prestarla agli amici. Cosa che era succssa ai suoi quadri, collocati in casa del mio amico.

Questo amico aveva accompagnato, me e il mio fidanzato di allora, a visitare il duomo di ******, mostrandoci prospettive storiche ed architettoniche. Indicandoci simbologie, rese vive dallo sguardo: quel serpe pagano, schiacciato da un leone sul quale stava posata la colonna, sul quale veniva edificata la “chiesa”; luogo e simbolo, significante e significato.

Quello che ha accompagnato tutti gli incontri con questo amico, per precisone direi costellato, è il suo uso della lingua italiana. Un linguaggio forbito che accompagnava, illuminava, stagliava le parole, rese vive da un’ineffabile capacità di esprimer concetti, e di renderli esperienza, sguardo, oggetto. Credo di non aver mai conosciuto una persona così colta e contemporaneamente così abile nel divulgare il sapere, capace di trasformare la parola in materia viva.

Rendendo comprensibile e fruibile una materia nuova.

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Passando ad altro, ma a partire proprio da questa esperienza, pensavo al valore della parola e della comunicazione che ha qui, in questo blog quale spazio virtuale, oppure in ambito educativo.

Nella esperienza lavorativa con le famiglie problematiche dei minori, con i minori stessi, piuttosto che con i disabili e le loro famiglie.

Parola che è sicuramente bagaglio dell’esperienza personale di ciascuno, e che nei casi più conflittuali diventa distacco, ostacolo, muro e oggetto stesso di scontro; tra diversi pensieri, retaggi culturali, capacità o volontà dialettiche.

Parola che può anche evocare scenari, se non proprio condivisi, almeno condivisibili, che può trattare oggetti visibili e per ciò meno interpretabili. Che può, anche, permettere incontri di sguardi di storie.

Previa una certa intenzionalità e una solida base di ascolto (parola sicuramente abusata nel sociale) che devono esser interpretate ed agite ogni volta.

Breve digressione sul piano personale.

Sto cercando di ridurre al minimo il numero delle vaccinazioni da fare somministrare alla mia figli più piccola, perciò parlo per telefono con l’infermiera incaricata.

Le dico che vorrei fare somministare solo i vaccini obbligatori, mi vien spiegato che non devo temere la febbriciattola conseguente al vaccino, e che posso tranquillamente dare alla bimba un farmaco *********** per eliminare il fastidio conseguente all’iniezione.

Vengo rassicurata, nel mio essere una mamma preoccupata per la febbre (cosa che non sono) ma non ascoltata nella mia richiesta sui vaccini.

In questo caso la mia interlocutrice ha risposto alla sua idea su ciò che secondo lei avevo comunicato; ed erogando – a mio avviso – una risposta standard/banalizzante alla mia domanda.

In questo caso il linguaggio ha creato uno scenario, ma non un incontro, non ha peraltro nemeno evocato grandi possibilità di confronto.

Mancava l’ascolto e la parola di poggiava su una interpretazione e non su un oggetto (per quanto metaforico).

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