Genitorialità viscerale

La signora Xx è la madre di una giovane donna che per un grave motivo si trova in un momento della vita assai drammatico; così la madre si attiva in un modo concreto e operativo che risulta importante e proficuo, rispetto alla situazione di criticità.
Lo sguardo della madre è tutto centrato sulla figlia, risultando decisivo per tamponare gli effetti del problema.
Il problema non si risolve ma si avvia verso una colorazione meno drammatica.
È questo che ci immaginiamo possa essere il ruolo di un genitore, anche quando il figlio o la figlia, come in questo caso, è ormai adulto/a. Un ruolo di cura di accudimento e di azione che interviene e sostiene.
Ma la scena in cui si svolge questa storia non è deserta, attorno c’è un marito, un genero, e tre figli, relativamente piccoli, un reticolo di affetti e lagami familiarie amicali.
Eppure tutti scompaiono a fronte di questo intervento così competente; diventano pallide ombre, fantasmi tacciati di inutilità nel caso del genero, o piccoli bimbi sfortunati da rimpinzare di cibo o doni, per la pietà che fanno.
La figlia non è pensata all’interno di una rete di relazioni, in cui l’elemento crisi si riverbera, è fissa nella dualità genitore figlia; eppure la rete familiare e limitrofa può essere attivata, e comunque necessita di cure per esistere e per produrre cure.
Invece il processo di accudimento, attenzione e  azione, rivolte alla figlia, restano patrimonio di questa dualità: la madre è la parte attiva, la figlia quella passiva e portatrice di un problema.
Il carico di questa madre è molto oneroso, e sarebbe significativo che potesse vedere come le altre persone, che sono presenti in questa storia suo marito stesso, i bambini e il genero, possono entrare e costruire un significato maggiore alla crisi; nel momento in cui non fossero visti solo come un fattore disturbo, ma valessero come possibilità, e non accessori alla scena.
La madre si gioca un ruolo viscerale, assumendosi tutte le responsabilità e le azioni di cura come se la figlia fosse ancora piccola, praticamente neonata e avesse bisogno di uno sguardo esclusivo e materno.
La figlia, benché in grado di agire e di pensare e accetta questo ruolo, e non si assume alcuna responsabilità attorno alla sua vita.
L’elemento “crisi” sembra dissolvere la sua quotidianità di donna adulta, assieme alle sue responsabilità materne e di compagna.
In questa storia estrema, in cui la crisi modifica completamente scenari di vita delle persone, si potrebbero pensare degli interventi di tipo educativo che aiutino ognuno dei protagonisti a riposizionarsi in un posto diverso, più simile a quello originario:
la figlia come madre e compagna,
Il compagno come padre e marito,
la madre nel suo ruolo di madre e nonna, ma in un modo più modulato.
Ma al di là della possibilità di scegliere (o meno) un percorso di accompagnamento, che non sappiamo se si attiverà, quello che colpisce è una maternità (ma ci sono anche padri che lo fanno) così primitiva e “di pancia”, istintivamente proiettata ad una difesa totale della figlia, non permette alla famiglia (allargata a tre generazioni) di crescere, aver cura reciproca, di attraversare la crisi congiuntamente.
La rete diventa lassa e quasi inutile.
È il dolore “non detto” pervade tutti quanti, agendo silenzioso.
I fili della rete andrebbero protetti, e valorizzati, il ruolo della madre dovrebbe, passando dalla pancia, transitando per il cuore, passare per il pensiero. E quindi per lo sguardo, che direziona cosa guardare, e non esclude ma integra; che aiuta chiedendo aiuto; che responsabilizza, delegando responsabilità; restituirebbe a tutti il senso dell’accadere della vita, delle fatiche condivise.
Ma forse questo è uno dei significati possibili della genitorialità, quando passa da una percezione primitiva e viscerale del rapporto con i figli, ad una condivisione di azioni, sguardi e pensieri, che aiutano ciascuno a trovare il suo spazio nella vita, restituendo agli altri libertà, possibilità, spazio per provare a fare, per imparare e sbagliare, senza negare a nessuno un tempo per essere.
Ogni figlio nasce dalla pancia, ma cresce nel cuore e nel pensiero, per trovare una strada e un senso, nasce in una collettività familiare e sociale che offre sostegno e spazi nuovi per essere se stessi.

Il dotto “convegnista” e la morte

Il nesso tra queste storie  che sono scritte è un nesso affettivo, emotivo, non è un nesso reale, o logico.  Al limite sarà approssimativo.

ma questo post non riesce ad essere altro. Errori compresi.

Se ne parlava qualche giorno fa, tra colleghi, di un convegnista che si farebbe pagare circa 1.000 di euro per un’ora di partecipazione ad un evento sull’educazione.

Ne parlava oggi un’altra collega: di un educatore professionale assunto a € 700 mensili, come cocopro.

Convegnista sarà capace sicuramente spiegare, molto bene, tutti i nodi dell’educazione, dal momento che una sua giornata di lavoro ne vale 8.000, di euro. (E quindi una settimana 45.00, e un mese 180.000.)

Insegnerà certamente delle cose straordinarie, che un educatore da € 700 non saprà nemmeno spiegare …. (forse)

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Lo stipendio base di un educatore professionale, secondo il contratto nazionale delle cooperative sociali, arriva attorno ai € 1000 mensili. La stessa cifra presa, per un’ora di chiacchiere, dal nostro relatore … sicuramente simpatico e bravissimo.

Eppure la cifra chiesta finirà per strizzare (1.000 euro) nel bene o nel male, tra costi diretti e indiretti e tasse e contributi, le tasche dei contribuenti.

Credo che questo accada ogni volta in cui qualcuno viene strapagato, qualche prestazione; una cifra con che forse è commisurata al suo sapere, altre volte forse è commisurata alla sua parlantina, altre volte forse commisurata a non si sa cosa.

Alcune disparità di trattamento economico, benché spiegate perfettamente dalle logiche economiche, sul piano umano implicano che i conti fatichino a tornare.

Alcune vite, alcune parole e alcuni pensieri ancora moltissimo, altre non valgono nulla.

Quello che accade soventemente a Lampedusa, e oggi in particolare, ricorda quanto, per alcuni, alcune vite non valgono nulla.

Sicuramente il bravo convegnista, sarà altrettanto turbato dalla cronaca di tutte queste morti.

Sara’ davvero triste, e magari ci penserà moltissimo, perché chi si occupa di educazione, si occupa anche di storie di vita.

E questa storia è davvero molto triste.

Il pover uomo non ha, evidentemente,  alcuna altra  colpa se non quella di essere – un poco- esoso….

Passiamo ad una altra questione, ad una lamentela che conosco, fatta da chi si occupa di educazione professionale. Gli educatori professionali faticano e rivendicano di ricevere (realmente) stipendi poco consistenti. Un dato innegabile (vi ricordate i 700 euro da COCOPRO e i 1000 circa da contratto?)

Eppure oggi sarebbe bello dire una cosa diversa:  

in questo modo l’educazione non ruba risorse, ma anzi le integra e le mette, a disposizione ad un costo equo e sostenibile. Lasciando a disposizione considerevoli risorse economiche ( mentre regala saperi), offrendo sostegno, cura, accoglienza, integrazione, pensieri, possibilità a soggetti che altrimenti avrebbero una vita che vale = nulla.

Forse, educazione costa poco perche’ deve costare poco, perché dev’essere come il pane quotidiano, perché si occupa di dar valore a ciò che altrimenti non avrebbe valore.
Deve essere accessibile, perché deve essere e come il cosiddetto cestino della spesa, a disposizione di tutti. E quindi deve essere fatta a prezzi calmierati. E di fatto l’educazione professionale sta offrendo, allo stato, una liquidità economica che permette di portare avanti i progetti di welfare …

Se ci fossero stipendi piu’ leggeri per calciatori, consulenti, esperti, convegnisti, manager, amministratori, pubblici, politici,  e per i tanti altri personaggi “da 1000 euro all’ora” probabilmente questo fatto non cambierebbe nulla di questa altra tragedia umana.  Ma una diversa attribuzione del valore economico alle persone, ci direbbe qualcosa di più sul valore delle vite umane, del sapere, del vivere e del morire.

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E forse al povero convegnistica, a cui ora fischieranno le orecchie, non resta che dedicarsi una nuova carriera, quella calcistica, per ritrovare almeno il senso di quell’esorbitante pagamento, che poco ha a che fare con la professione che si è scelto.

Si intenda non è un valore che l’educazione vanga pagata con stipendi da fame, né una giustificazione per continuare così.