Crisi dentro e fuori

O Fortuna Di Carl Orff
 
 O FortunaVelut luna Statu variabilis Sempre crescis Aut decrescis Vita detestabilis Nunc obdurat Et tunc curat Ludo mentis aciem Egestatem Potestatem Dissolvit ut glaciem.
 
Sors immanis Et inanis Rota tu volubilis Status malus Vana salus Semper dissolubilis Obumbrata Et velata Mihi quoque niteris Nunc per ludum Dorsum nudum Fero tui sceleris?
 
Sors salutis Et virtutis Mihi nunc contraria Est affectus Et defectus Semper in angaria Hac in hora Sine mora Corde pulsam tangite Quod per sortem Sternit fortem Mecum omnes plangite!

O fortuna,A guisa della luna Nell’atteggiamento dell’incostante Sempre tu cresci O vai diminuendo La vita detestabile Ora perdura salda E proprio ora (la fortuna) Occupa l’ingegno con un gioco: La miseria Il potere Dissolve come ghiaccio.

La fortuna immane E vuota Tu ruota che giri Funesto stato Futile benessere Sempre dissolubile Oscura E velata E su di me chi più si appoggerà, Ora che per un gioco Il dorso nudo Porto per la tua cattiveria?

La fortuna del benessere E della virtù Ora a me contraria È un desiderio, È una debolezza. Sempre in corsa obbligata Ora per di qua Senza sosta Sentite il battito nel cuore Poiché a causa della fortuna (Egli) acquieta la forza Piangete tutti con me!

Dove vado, in questi ultimi periodi, nella voce di colleghi, negli operatori del sociale, nei servizi, scorre la parola crisi.

La cosa non stupisce, tutto attorno a noi racconta di questa crisi, importante, e grave a livello economico. E ci bastano brevi immersioni nelle timeline o nelle bacheche dei socialnetwork per vedere quanto del nostro tempo è dedicato a condividere, commentare, stimolare pensieri sulla crisi. E come se non bastasse ogni bacheca ci mostra mille altre crisi possibili, che non ci appartengono eppure che parlano alle nostre. Come se non bastassero la chiaccehiere serali in famiglia, o al bar, o nei luoghi di incontro.

La crisi del sociale, settore sempre al limite della sopravvivenza anche in tempi non sospetti, non fa che potenziare il ritornello, e soprattutto a concretissima la fatica nel sopravvivere.

Ma a sorpresa, in ciò che ascolto, è l’indicare la crisi sempre come speciespecifica del settore, o del servizio, o dell’utenza.

Al massimo si considera il territorio come inadatto ad assorbire un bisogno e una tipologia di servizio. Oppure un servizio/operatore indica come la nota critica, generatrice di crisi, sia proprio la funzione che è chiamato a svolgere. Il caso più indicativo è rappresentato quelle insegnanti irritate dal dover insegnare qualcosa ai bambini, nel cambio di grado di studio (dal Nido alla primaria, dalla primaria alla secondaria e via discorrendo).

Insomma la crisi è sempre ben localizzata e di facilissima interpretazione. A volte per strenua onestà intellettuale ci si “arroga” tutta la titolarità della crisi e dell’incapacità ad affrontarla. Come se fosse facile, come se la crisi fosse solo una.

E poi accade anche – come per un effetto complementare, – che  la risposta o la risoluzione restano sempre inaccessibile. Come se ci fosse un circolo vizioso: un problema, una soluzione o una gamma di soluzioni, che non cambiano mai nulla il paradigma. Gli operatori si osservano come ogni azione chiamata a risolvere la crisi non fa che riportare al punto zero: la crisi si ripete di continuo, ottenendo risposte/soluzioni sempre simili. E nuove crisi.

In alcuni casi, ricordo di avere sentito ribadire con forza l’unicità del proprio problema, la specificità, l’originalità, come se la crisi fosse un marchio di esclusività.

Tant’è che la rete del “sociale”, se non in casi sporadici, sembra non guardare i problemi in maniera sistemica, e si adatta ad affrontarli in solitudine, uno ad uno, passo dopo passo. Fino a tornare al via.

La crisi “economica”,  invece ci sembra dire, che la crisi, le crisi sono spesso sistemiche, fatte di contaminazioni reciproche, di riflessi e di azioni “speculative” che creano nuove “bolle” di crisi.

C’è una ricetta?

Forse la complessità, forse un pensiero irregolare, divergente che osserva tutte la crisi, e i loro riflessi a breve e lungo termine. Forse imparare, da altri contesti, come vivere profondamente la crisi, facendosi perturbare, e trasformare profondamente, per vivere, crescere, andare avanti …

Il terzo settore è il settore della crisi, della perturbazione, della provocazione, della diversità, dell’impermanenza, del turbamento, della malattia, della fatica e del dolore. Tutti i prodotti che l’umanità vorrebbe correggere e bonificare …. eppure è un settore che sembra aver imparato poco dalla crisi che tratta …

Come fa una famiglia a sopravvivere alla diagnosi di una grave malattia di un figli? Certo non con le ricette rassicuranti. Si stravolge, si trasforma, si snatura e trova, con una parte di fortuna, un nuovo equilibrio irriconoscibile per gli altri. ma possibile e necessario. Un equilibrio che mescola le crisi, che scompagina le carte, che perturba e innova.

 

vecchi temi e fastidi d’antan

faccio outing: “ebbene si!  ho fatto l’educatore professionale con i disabili/minori a rischio/casi sociali e “sfigati” di varie tipologie (e presumibilmente continuerò a farlo)”

ma sono una vera carogna…(!)

cioè è quello che dovrei desumere dopo che, per anni e anni, mi sono sentita dire, esattamente come succede a moltissimi miei colleghi:

“ahhhhh, com’è brava lei! io il suo lavoro non potrei mai farlo … sono troppo sensibile!”

il che mi colloca, nell’immediato, nella categoria insensibili… cioè delle carogne!

in fondo è per quello che sto ancora studiando! un sacco di euri per diventare consulente – carogna.

perchè tanto a me, degli altri, di quelli con cui lavoro frega pochino (non sono così sensibile, visto che riesco a farne un lavoro).

perchè loro, quelli sensibili, la fatica, i problemi, la sofferenza non la trattano mai (??).

nè si occupano di pupi e pannolini, con il febbrone e la polmonite, o del nonno con l’alzeheimer, o di tutte quelle dannate cose che dolorosamente trattiamo, in quanto viventi.

il presidio di quelle cose, pare essere nostro, di quelli che non sono così sensibili.

(???????)

forse, visto che le cose non stanno così, la questione non è di sensibilità ma di sguardo ed oggetto.

così come il medico, partendo dalla sofferenza generata da una malattia, prova a restituire uno stato di salute; chi educa non deve essere pietoso ma trattare un problema per farne comprendere i confini, (comprendendoli a sua volta), attraversarlo con l’altro e impararne qualcosa.

almeno così ha senso.”

* dunque la sensibilità/insensibilità non dovrebbe rappresentare uno strumento professionale, nè una caratteristica individuale atta e necessaria a svolgere un lavoro educativo.

▪ la categoria sensibilità poi mi sembra molto aleatoria e imprecisa per delinearla come caratteristica professionale.

▪ forse il nostro interlocutore ci sta dicendo che a lui quel lavoro non verrebbe mai in mente di farlo perchè la disabilità gli fa paura/senso/fastidio; o perchè un minore in difficoltà gli disturba la sua idea di una infanzia/età aurea o magica. che cos’è un malcelato senso di colpa perchè lui di quelle cose non se ne occupa? ma non è vero, di cura e sofferenza – nel privato – ce ne occupiamo più o meno tutti.

▪ forse semplicemente quelle difficoltà lì vengono scelte da qualcuno per essere trattate e magari anche un pò rielaborate, esattamente come qualcun’altro fa con un problema di tipo economico o ingenieristico. lo si tratta e rielabora alla luce dei propri strumenti di lavoro per restituirlo in modo differente. peraltro non credo che io farei mai il bancario o il progettista ma nemmeno direi a questi personaggi che non faccio il loro lavoro perchè sono troppo sensibile (!)

▪ non credo perciò alla mistica dell’educatore santo e però capace di non sentire la sofferenza altrui ( a differenza dei “troppo sensibili”).  solo di scelta