#educazionEamore: si può veramente educare all’amore

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“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

SI PUO’ DAVVERO EDUCARE ALL’AMORE?

Si può veramente educare all’amore, così come si insegnano ad un bambino le buone maniere, a pronunciare “per favore” e “grazie”, quando richiede o riceve qualcosa da qualcuno?

Probabilmente ognuno di noi ha insito dentro di sé il proprio modo di amare e di aprirsi agli altri, che è unico e che lo contraddistinguerà per tutta la vita: l’educazione, le esperienze e l’impronta della famiglia in cui si nasce contribuiranno nel dare una forma e una direzione a ciò che è già innato.

Ricordo di essere rimasta colpita, tempo fa, da un’intervista in cui Concita De Gregorio, giornalista, dichiarava di sentire un forte senso di responsabilità nei confronti delle donne che incontreranno i suoi figli maschi. Per questo motivo, confessava di avere già iniziato ad educarli all’amore e al rispetto per il sesso femminile.

L’amore ha tanti sapori e tante sfaccettature: quello fra un uomo e una donna ha spesso un gusto agrodolce, quello fra genitori e figli, solo ed esclusivamente dolce, diventa ragione di vita, mentre la passione per qualcosa o per qualcuno travolge, riempie anima e corpo e a volte può anche annientare.

Come un sentimento puro e sano può ammalarsi e diventare patologico?

Che valori hanno trasmesso i miei genitori per fare sì che una come me, se mai fosse rientrata nei canoni di bellezza di alcuni potenti, se invitata, mai avrebbe partecipato ad una “cena elegante”? Sicuramente a voler bene a me stessa in primo luogo, a mantenere ben salda la mia dignità, a non dimenticare, né rinnegare le mie origini e a non aspettarmi mai dagli altri quello che io sono in grado di dare.

Penso che sia importante educare a vivere pienamente le emozioni, ad essere generosi nel concedere se stessi, a non avere paura delle delusioni, perché si trova sempre chi ci sostiene.

Per educare all’amore occorre comunicare con il cuore dell’altro, fornendo esempi concreti di vita, uscire allo scoperto, mostrando fragilità e debolezze; solo utilizzando parole autentiche si potrà colpire nel segno.

Per educarsi all’amore, credo si debba un po’ soffrire e con le ferite cicatrizzate (potrebbe volerci moltissimo tempo), tornare a guardare al futuro per poter di nuovo amare senza remore.

AUTRICE

Cristina Massimelli (Quetzal) – Educatrice Professionale

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Cos’è il blogging day #educazionEamore?

i blogger di Snodi Pedagogici ospitano i contributi di chi si senta coinvolto dal tema lanciato, e desideri offrire il proprio pensiero o la propria storia,  tutti i contributi vengono divulgati da Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link (link del bd dal sito di Snodi pedagogici). 

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook”

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici (link al sito facoltativo) è: #educazionEamore

“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

Buona lettura.

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#educazionEamore: “a mille ce n’è …”

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“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”


” A mille ce n’è …”

“Per Minore Straniero non accompagnato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o di altri Stati dell’Unione Europea che, non avendo presentato domanda di asilo, si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato privo di assistenza e rappresentanza da parte di genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili…” (DPCM 535/99 art. 1)

Di fatto l’msna è un adolescente africano, o pakistano, bengalese, albanese, ecc…che, in accordo coi genitori, lascia il proprio paese per motivi legati a situazioni di guerra o di povertà, e affronta un viaggio che, in base alla distanza e al denaro che si ha a disposizione, può durare anche dei mesi. Partono alla ricerca di una sistemazione e di un lavoro, in modo da badare al proprio sostentamento e aiutare la famiglia.

Questi giovani portano con sè storie che ruotano attorno a tre parole principali: amore, protezione e speranza, tre parole che trovano la loro espressione peculiare ad ogni tappa del viaggio.

Le storie dei ragazzi che arrivano in comunità di solito iniziano così:

“C’era una volta in un paese molto lontano una famiglia. L’amore regnava tra i sui membri, la protezione verso i più deboli era garantita e la speranza nel futuro non mancava.
Un giorno però ci si rese conto che il lavoro tardava a tornare, già altre volte si era fatto attendere ma poi era sempre tornato, questa volta era diverso. La speranza iniziò ad allontanarsi da quella casa, si diresse così lontano che si rese necessario che un membro della famiglia partisse per cercarla e riportarla indietro. Partì il figlio più giovane perché…”


…perché aveva più anni davanti a se per trovare ciò che cercava;


…perché era il più sveglio ed aveva più probabilità di cavarsela in un mondo sconosciuto;


…perché era il meno sveglio e se non fosse riuscito nel suo viaggio almeno la famiglia non si sarebbe privata di un importante elemento di sostentamento;

…perché era il più problematico e piuttosto di rimanere qui e isolato o peggio rinchiuso, era meglio andare incontro ad un più magnanimo esilio.”

Il patto di protezione su cui si fondava la famiglia venne sospeso in nome della speranza e dell’amore. L’amore famigliare, il legame di sangue, la responsabilità degli uni verso gli altri, dei genitori verso i figli e dei figli verso i genitori, la speranza di un futuro migliore o semplicemente di un futuro, la speranza del possesso, la speranza di riscuotere un premio in base a ciò che si è rischiato, tutta questa spirale di imperativi morali viene messa sul banco di prova del mondo globale.

Queste famiglie sono accomunate dalla povertà, ma non una povertà estrema: solitamente hanno da parte qualche risparmio o sono padroni di qualcosa che possono vendere per ricavare il denaro necessario per la partenza.

Mettono così i loro averi e i loro figli nelle mani dei trafficanti di uomini, i quali di per sé non sono ne bravi ne cattivi, sono membri di imprese illegali internazionali (a volte mafia italiana…) che vogliono solo i soldi, non hanno un interesse specifico a fare del male ai migranti, a meno che non vi siano costretti dalla situazione.
In genere per partire ci vogliono dai 4 ai 10 mila euro. Questa cifra però può non bastare per arrivare a destinazione: se il viaggio è molto lungo si può dividere in più tappe, ognuna ha il suo costo, quando i soldi finiscono la carovana si ferma e i ragazzi vengono scaricati. A questo punto o sono in grado di trovare un lavoro e raccogliere la cifra sufficiente per proseguire il viaggio o i famigliari mandano altri soldi ad altri trafficanti, dopo aver chiesto prestiti a parenti e amici, che gli fanno riprendere il viaggio. Se tutto va bene, ciò se chi riceve i soldi non scappa senza rispettare l’accordo (cosa che accada piuttosto di frequente), si riparte verso la tappa successiva e così via. Spesso non c’è nemmeno una meta preventivata, si arriva fino a dove si riesce.

Questa è la scommessa che fa la famiglia, rinunciando all’elemento di protezione e sperando di riscuotere una miglior condizione di vita per sé e per il figlio nel futuro.

L’amore famigliare originario viene plasmato dal viaggio e tenuto in scacco dalla responsabilità del fallimento. Il rischio è alto sia per il ragazzo che per i genitori, ma anche per i parenti e i conoscenti che, seppur in misura diversa, sono coinvolti “nell’affare”.
La scommessa non viene mai vinta completamente anche nella migliore delle ipotesi.

Il legame tra le persone, la fiducia e l’amore reciproco cambiano irrimediabilmente: il figlio deve velocemente giungere a destinazione, ottenere i documenti necessari, imparare la lingua, andare a scuola, trovare un lavoro, risparmiare e inviare soldi a casa. Nel frattempo vive la solitudine di un mondo straniero, senza genitori e con riferimenti inevitabilmente più deboli (come l’educatore, il compagno di comunità o il compagno di strada), si rapporta con una complessità esperienziale non prevista dall’immaginario di un ragazzino, entro la quale può smarrire gli obiettivi che la famiglia gli ha consegnato, o non riuscire a realizzarli per propria incapacità, per motivi contingenti o semplicemente perché i tempi sono molto più lunghi del previsto.

Dall’altra parte i genitori possono vivere inizialmente la frustrazione di affidare ad un figlio ancora molto giovane la responsabilià del sostegno economico, la sofferenza di pensarlo lontano e solo tra mille difficoltà. In un secondo momento prende piede l’ansia del vedere i risultati del loro “investimento”, che tardano ad arrivare. Nel frattempo si ritrovano più poveri di prima, dal momento in cui hanno utilizzato gran parte dei loro averi in questo progetto e non vi sono ancora stati ritorni, e i parenti e i conoscenti che a loro volta si sono impegnati finanziariamente, iniziano a rivendicare i loro crediti. Spesso nascono tensioni e conflitti che possono compromettere i legami famigliari, non è raro inoltre che tale tensione si ripercuota sul figlio, il quale si trova ad avere la grande responsabilità di ciò che accade a casa. “Sono già due anni che sei li e non hai ancora mandato soldi…cosa fai? Pensi solo a divertirti? Ci hai già dimenticati?”

Il lavoro che spesso ci troviamo a fare come educatori è quello di aiutare il ragazzo a ridimensionare la propria responsabilità rispetto a sé stesso e alla famiglia, di farlo riflettere anche su quali sono i suoi diritti: dal momento in cui arriva in comunità ha diritto a vitto, alloggio, vestiti, documenti, scuola, ecc., ma anche ha diritto a pensarsi ragazzino, quale è e quale viene considerato dalla società che lo circonda. Di conseguenza ha il diritto ad essere amato.

E’ naturale pensare che un ragazzino debba essere amato dai suoi genitori o da altre figure vicine a lui se pensiamo che debba crescere sano nella nostra società. E’ necessario che abbia l’esempio di un rapporto di fiducia reciproca, che lo distolga dal pensare che il mondo degli affetti sia rimasto nel paese d’origine, e che questo sia il mondo in cui si debba solo prendere e pretendere il più possibile. Questo è uno dei punti chiave dell’integrazione.

“Educazione e amore” è una riflessione tanto complessa quanto necessaria.


Dopo aver argomentato sull’amore e su quanto, nelle sue istanze affettive e famigliari, sia un fattore cardine della riflessione educativa, riporto di seguito una conversazione che ho avuto con un ragazzo ghanese di 18 anni, A.K., profugo e ospite della comunità da circa due anni. Si sa poco del suo passato perché non ne parla per nulla volentieri e non è da molto tempo che si esprime in un italiano comprensibile.

L’aspetto perturbante di questa storia è che, mentre in quelle citate prima si riesce ad utilizzare “l’amore famigliare” come chiave di lettura principale, seppur a volte in modo contorto e contraddittorio, quest’altra vicenda è talmente anomala che “l’amore” sembra chiamato in causa solo da una sua disperata assenza.

“A., ma tu non hai nessuno che ti pensa in Ghana? Non ti ho mai visto telefonare, ne tantomeno parlare di tornare un giorno, o di voler mandare soldi a qualcuno…

No, non ho nessuno. Ho un fratello ma da quando sono partito non l’ho più sentito. 

Ma quindi hai una famiglia e un fratello?

No, non ho nessuno. Avevo un fratello gemello, vivevamo con mia mamma. Mio padre non c’è mai stato. Quando avevo circa cinque anni mia mamma è morta perché si drogava e io e mio fratello siamo stati adottati. Lui non l’ho più visto da allora.

Ma come, dicevi di non averlo più visto da quando sei partito, non da quando avevi cinque anni…

No, mio fratello gemello è il mio fratello vero, e non so dove sia da quando è morta mia mamma, quello che ti dicevo che non sento da quando sono partito è il mio fratellastro, cioè il figlio della famiglia che mi ha adottato.

Non avevi un buon rapporto con loro immagino, dal momento che non hai più mantenuto i contatti…

Non stavo bene con loro, non mi hanno mai detto che non ero loro figlio, fino all’ultimo. Io lavoravo nei campi e basta, ma non come qui in comunità con la macchina per tagliare l’erba e il trattore, li si fa tutto a mano, senza pause e sotto il sole. Ma è coma in palestra, i primi giorni sei stanco, poi sempre meno, sempre meno…

Un giorno mi sono ammalato ma ricordo male, ero ancora molto piccolo, da piccoli la testa non funziona bene. Ricordo però che il cuore mi batteva fortissimo nel petto come se volesse uscire. Mi hanno portato da una persona che mi ha fatto questi tagli (alza la maglietta e mi mostra una serie di cicatrici sul petto e sulla schiena) per far uscire quello che non andava, poi sono stato bene mi pare.

Comunque quando ho lasciato il Ghana è andata così: dovevamo andare a prendere l’acqua, perché li vicino non c’è l’acqua, bisogna andare al fiume a prenderla, così siamo partiti io e mio fratello, ma non insieme, ognuno per conto suo…

Litigavi con lui? 

Si

Io sono tornato, lui no. Mio padre mi ha detto che io l’avevo ucciso, e che se non tornava entro 3 giorni, lui avrebbe ucciso me. In quel momento mi disse anche che non ero il loro vero figlio.

Dopo due giorni che mio fratello non tornava sono scappato. Ma non sono stato io ad ucciderlo, da quelle parti ci sono molti animali feroci e lui era piccolo, forse è stato catturato da un animale, succede…

Se te ne sei andato dopo due giorni non sai se tuo fratellastro è poi tornato oppure no, o mi sbaglio?

Non lo so, io sono scappato nel deserto, mi ha trovato un cacciatore che mi ha portato in Togo, da lì in Libia dove mi sono imbarcato di nascosto su una nave per Lampedusa.

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 Il poeta ghanese Kofi Awoonor, scomparso il 21 settembre 2013, trasmette nelle sue “Canzoni di dolore” delle sensazioni simili:

[…]
Sono in un angolo estremo del mondo Posso solo andare oltre e dimenticare.
La mia gente, sono stato da qualche parte Se mi giro di qua, la pioggia mi bagna
Se mi giro là c’è il sole che mi brucia. La legna da ardere di questo mondo
È solo per coloro che possono prendere cuore È per questo che non tutti possono raccoglierla.
Il mondo non è buono per nessuno
Ma tu sei così felice con il tuo destino;
[…]
Non ho alcun parente e nessun fratello, La morte ha fatto guerra a casa nostra;
E la grande famiglia del Kpeti non c’è più, Solo la recinzione rotta rimane;
E quelli che non osava guardare in faccia Sono venuti fuori come uomini.
Quanto bene il loro orgoglio è con loro. Lascia che quelli andati prima prendano nota Hanno curato male la loro prole.
Per cosa piangono?
Qualcuno è morto. Agosu stesso. Ahimè! un serpente mi ha morso Il mio braccio destro è rotto,
E l’albero su cui mi appoggio è caduto.
[…]
Chiedi loro perché restano inattivi
Mentre noi soffriamo, e mangiamo sabbia.
E il corvo e l’avvoltoio
volano sempre sopra le nostre recinzioni rotte
E gli stranieri camminano sopra la nostra parte.

“Educazione e amore”, cosa rimane?

Niente ricette su quanto l’amore sia indispensabile per educare bene i figli, o su come modulare l’amore naturale nell’educazione professionale, questo di certo non c’è, e allora cosa c’è?
Ci sono delle storie, perchè fare educazione è raccontare delle storie, o meglio saper raccontare in modo diverso la stessa storia.
Queste sono storie di ragazzi che crescono e che svolgono una tappa della loro crescita in comunità, dove le raccogliamo e le ri- raccontiamo insieme. E qua ci sta l’educazione. E l’amore dove sta?

L’amore sta ovunque, anche quando non c’è!

Anzi soprattutto quando non c’è, quando la sua assenza è talmente grave che quella storia deve essere ri-raccontata mille volte, quasi come fosse un esercizio spirituale.

Marco Basati
39 anni – Educatore professionale


Cos’è il blogging day #educazionEamore?

i blogger di Snodi Pedagogici ospitano i contributi di chi si senta coinvolto dal tema lanciato, e desideri offrire il proprio pensiero o la propria storia, tutti i contributi vengono divulgati da Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link (link del bd dal sito di Snodi pedagogici).

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook”

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici (link al sito facoltativo) è: #educazionEamore

“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

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In dialogo

E di Educazione

Nessi Pedagogici

La bottega della pedagogista

Tra Fantasia Pensiero ed Azione

Educare all’amore – le terre esuli

INTRO

In attesa del IV blogging day: il cui tema sarà: “L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno. Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…” INFORMAZIONI  sul blogging day QUI

La riflessione parte da questo articolo (potete leggerlo su Prospettive Sociali e SanitarieLe “barriere architettoniche” dell’affettività. Riflessione sui bisogni affettivi delle persone disabili) e si aggancia da un discorso fatto oggi su Facebook con alcune colleghe ma che si innesta in una lunga serie di riflessioni educative, che ci vede coinvolti con varie colleghe e colleghi, nella mia quotidianità professionale.

Ecco qualche frammento:

“La nostra fatica, come operatori, è coniugare una cultura dei diritti, (ad amore affetto emozioni) a fronte di un bisogno di protezione educative e da parte dei genitori più anziani e più all’antica o che nemmeno rilevano o legittimano i bisogni dei figli”

“E alcuni utenti, soffrono altrettanto, per questo diritto sempre negato anche a questa parte della propria umanità ..”

“Qualche anno fa ero a capo di una coop di tipo b x disabili intellettivi adulti, e questo tema è emerso più volte. Sostenere le famiglie è la parte più ardua.”

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Emozioni, sentimenti, bisogno di amore e di amare, necessità sessuali, desideri di vita e di famiglia.

Sono terre esuli e senza cittadinanza che le persone con disabilità, soprattutto cognitiva, attraversano.

Alle volte persino un bacio, leggero e a fior di labbra, diventa agli occhi di qualcuno (a volte sono gli operatori, talvolta  le famiglie) n gesto brutto e colpevole, a volte un gesto “sporco”, sgradevole.

Ma, si sa, l’emozione apre al sentimento, il sentimento alle sue possibili declinazioni: passione, amore, tenerezza, desiderio, sessualità.

E la sessualità è il primo diritto negato alle persone con disabilità; negato per motivi evidenti ed oggettivi, e negato per motivi culturali, per via di tutte quelle resistenze di un paese non pronto a pensare anche a questo diritto e alla sua legittimità.

Così il timore della sessualità, sempre perturbante per tutti, nel suo condurre nei mondi interiori, nelle sue forme corporee diventa disturbante, difficile, faticoso, e poi qualcosa da dimenticare o da negare.

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Conducendo, a volte, chi accompagna le persone con disabilità a non voler accettare tutti i suoi precursori:

un bacio leggero, un abbraccio stretto, la confidenza di un desiderio, il sogno bello di una famiglia, di una maternità (sempre irraggiungibile ma non per questo meno desiderata), di una casa insieme, di una pizza romantica mangiata a due.

Eppure, per chi ci lavora, e/o ha voglia di ascoltare, ci sono storie di amore grandi e piccole, sguardi che si illuminano alla vista di un’altra/altro che entra in una stanza, goffi tentativi di coppia tra sensibilità differenti e non sempre sincronizzate, linguaggi affettivi che cercano un incontro tra una lei romantica e un lui ruvido, coppie storiche sostenute da un amore antico e resistente, delicato e profondo.

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Corpi che si cercano e corpi che sono abitati da desideri ancora infantili.

Di uomini e donne, umanissimi e vivi come noi.

Non guardarli, come tali, è offensivo per il loro diritto alle emozioni e all’amore, di quanto è alla base della nostra comune umanità.

E’ offensivo persino per la nostra umanità, che diventa tarpata e triste, se distoglie lo sguardo e non tenta di accompagnare, nei modi “leciti e possibili”, queste persone a sapere che la loro umanità è legittima, ha una patria. Almeno nel non sentire brutto e cattivo il desiderio di volere bene.

Come al solito è utile il monito di Vittorio Arrigoni al  “restare umani”, come scelta personale e professionale.

Grazie a Vania, Sylvia e ai colleghi del Centro Diurno che tentano di non dimenticare questo diritto, e il passaggio necessario per accompagnarci nel permettere i diritti altrui, nel costruire culture che rispettino sentimenti e bisogni, che accompagnino a crescere.

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Appunti sparsi #pedagogiaepolitica: quali nessi?

Una collega lavora in un quartiere popolare ad altissimo tasso di immigrazione, e scopre la qualità della scuola che sa insegnare l’italiano a tutti i bimbi stranieri (di molteplici provenienze linguistiche e territoriali), e ovviamente la competenza si estenda ad un ottimo insegnamento anche ai bimbi italiani. Insomma una difficoltà didattica, discussa e ripensata, in un progetto di accoglienza si é scoperta essere una competenza professionale di alto livello.
Un’altra collega apre uno spazio compiti dove finisce per “trattare” i ragazzini con i BES, con didattiche capaci di aiutare e sollevare i ragazzini dall’angoscia di non essere capaci, e peggio di essere dei falliti, mostrando loro il problema circoscritto e le “tecniche” per oltrepassare gli ostacoli.
Un collega, da anni impegnato nelle periferie urbane, segue il percorso dei writers e dei rapper, aiutandoli a uscire dalla zona d’ombra, per dare forma e assetto ad un discorso artistico e culturale.
Una collega a scuola segue casi sociali e i ragazzi con disabilità, per accompagnarli ad affrontare il percorso scolastico, tenendo insieme la propria vita e le richieste didattiche.
Altre due, in un centro di aggregazione giovanile, affrontano tutti giorni i temi della legalità e dell’illegalità e aiutano i giovanissimi a comprendere e a muoversi, anche dove e quando i primi ad esercitare l’illegalità sono proprio quegli adulti, che dovrebbero essere dei modelli particolarmente virtuosi.
Nel mio servizio gli operatori raccolgono le storie di disabilità e le rilanciano, non come frammentazioni e interruzioni, ma come processi di vita.

Questa è la rete orizzontale dei miei colleghi, che si occupano di educazione.
Rete sottilissima, come una tela di ragno, flessibile e trasparente. E come la tela di ragno si puó vedere solo quando c’è umidità e un raggio di sole, quando coperta di gocce d’acqua, riesce risplendere come un gioiello. Altrimenti la rete resta invisibile.

Questa rete, e chi la fa vibrare, trattengono una parte della società, impedendo un collasso sia delle singole storie, sia del valore che esse hanno.

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A volte queste professioni rilanciano propri contenuti, i propri saperi compositi, che trattengono le crisi trasformate in possibilità, i cambiamenti e le derive della società, narrano i processi educativi che è possibile trattare e cogliere, oppure mostrano delle realtà che inaspettatamente contengono forma culturali.
Raccontano ciò che é, e ciò che nessuno vede, come la ragnatela di cui sopra, “cose” di un modo che coglie solo in condizioni climatiche straordinarie o in disposizioni d’animo particolari, o indossando ruoli professionali specifici.
Cogliere questa rete trasparente, che ci rimbalza significati valori inaspettati, ci mostra quanto certe pratiche fanno di una società … una buona società competente a stare nella sua complessità , e della politica … una buona politica efficace a promuovere la crescita di tutti, nei diritti e nella disposizione

Educazione e pedagogia hanno molto a che fare con la politica e la cultura, nel momento in cui operano e progettano e strutturano contesti, in cui le persone possano continuare a vivere e scoprire le proprie potenzialità di crescita; e quando possono continuare a rilanciare il proprio sapere collettivo, perché tutti noi se ne esca, tutto sommato, più cresciuti e più umani.

per info sul blogging day di marzo seguire il link a Snodi Pedagogici