“scusa (scherzavo)”

il post originale è stato scritto e pubblicato il giorno 8 febbraio 2009 _ revisione dicembre 2013
 
Sono in giro con la mia bimba piccolissima, in una cittadina della provincia pavese, ecco che accanto ad una scuola colgo,  prima con la coda dell’occhio e poi con una certa attenzione un gruppo di ragazzetti/ ragazzetti (insomma giovani di quell’età indefinibile tra i 13 e 16 anni,) che si sbatacchiano, prima l’uno contro l’altro e poi contro un cassonetto.
Mi giro meglio, a guardarli.
 
Mi chiedo se devo indossare la maglietta dell’adulto responsabile, dell’educatore e pensare seriamente se e come intervenire?
E poi subito dopo “Si faranno male?”
Poi penso anche che sono proprio “scemi, a buttarla in rissa  proprio a 50 metri dalla caserma dei carabinieri.
Come mettere benzina accanto al fuoco!364__gruppo-genitori_full
 
Nel vociare del gruppetto, una voce spicca tra le altre.
“scusa”.
 
ok! vai tranquilla! stanno proprio solo scherzando come fanno i ragazzi, “pesti-cchiandosi” e scherzando. e in genere i maschi lo fanno.
 
Poi scivolo, con il pensiero, nelle pagine del bel libro di A. Bajani che ho appena finito di leggere, che racconta i suoi viaggi insieme a tre differenti gruppi di adolescenti (in gita scolastica), un giovare adulto infiltrato in un mondo diverso.
Non dice nulla di sconvolgente a chi di adolescenti ne mastica per lavoro. Eppure eccolo li, uno sguardo non omologato, sugli adolescenti da TV (o per meglio dire sugli adolescenti rappresentati dai media).
 
Insomma lì, nel libro, ci sono quelli veri.
come questi.
 
Nel libro Bajani ricorda le sue “cazzate” da adolescente, che mi ricordano anche le mie, mille anni prima di questi dei ragazzi.
E via via risalendo nel tempo, torno a quelle di un adulto che mi raccontava l’avventura folle e pericolosa, quando con gli amici primo dopo guerra fecero saltare in aria un vespasiano con non so quale residuato bellico, pratica in uso anche il altri posti).
Il gabinetto esploso a me bimba piccola sembrava una avventure magiche e ridicolissima, per quel riferirsi ad una esplosione di quella sostanza corporea che sempre genera grandi risa ,nei più piccoli.
 
Allora si chiamavano marachelle e, nei diversi gradi di immaturità e gravità, raccontavano delle “stupidate” fatte da giovani, da stupidi appunto, quando non si sanno ancora valutare ancora il pericolo, l’opportunità, o il rispetto che si deve agli altri.
 
Allora sembravano epiche avventure giovanili, e tali lo sono state sino a che prima che il leviatano mediatico non iniziò a catalogare gli adolescenti come unicamente bulli, violenti, sballati del sabato sera.
Era uno strano mondo in cui alcuni di queste azioni “cazzate” non diventavano  subito un fenomeno da baraccone, da strizzacervelli, da società malata, da you tube e da 7 telegiornali in prima serata.
 
Allora erano ancora famigerati errori di gioventù, dai quali più o meno molti sono passati.
Un vanto? Forse solo un modo diverso, di interrogarsi sui giovani.
 
Rtorno di colpo alla mia realtà, quando da una finestra della scuola media emerge una voce irritata,
quasi furibonda…
“cosa devo fare? chiamare i carabinieri, se non la finite … !!!”
I ragazzi provano a giustificarsi, a placare la voce:
“… stavamo scherzando …”
 
Mi allontano, da quella scena, con la mia piccola nel passeggino ..
 
Sono contenta che quel libro mi abbia ricordato chi ero, e chi sono gli adolescenti.
Mi piace essermi fermata quel tanto che  basta per ascoltare cosa dicono.
Me ne vado con quel “scusa” ” stavamo scherzando” nelle orecchie.

educare al compleanno, educare all’happy hour

feste di compleanno o happy hour?

tipologia di festa A:
i bambini vengono invitati al compleanno di un compagno/a di classe
età dei bambini 10/11 anni (5a elementare)
il luogo del festeggiamento è la pizzeria inserita nella multisala – limitrofa al mega centro commerciale –

PROGRAMMA
ora 19,30
i festeggiamenti si svolgono così: i bambini arrivano, si spogliano, mettono il loro regalino nell’apposito angolo tra cappotti e pacchetti, si siedono, mangiano a scelta tra pizza hot dog hamburger passano alla torta di compleanno

ore 21,00
i bambini muniti di circa 5 € di gettoni, cortesemente offerte dai genitori del festeggiato/a, si recano nella sala giochi a spendere i suddetti gettoni.
i bambini si disperdono in gruppuscoli, di due o tre, a giocare nei giochi preferiti.

ore 22,00
fine della serata e recupero, da parte dei genitori, dei festeggiandi.
i regali arrivano a casa del festeggiato intatti, nel senso che non vengono aperti.

tipologia festa B

orario 15,30
i bambini, anzi le bambine, vengono invitate a casa della compagna che festeggia il compleanno. ci saranno due o tre amiche della festeggiata e alcune compagne di classe.
i comapagni maschi sono stati esclusi perchè fanno un pò macello e sono poco contenibili.
la torta è stata fatta dalla mamma, così come la pizza.
le bambine giocano assieme, poi si passa alla fase torta e pizza.
la mamma mette musica e le bimbe ballano, la mamma partecipa con loro.
poi è la fase dei regali, che vengono aperti tutti – insieme alle amichette e insieme ai gridolini di gioia della festeggiata.

da qui:
1. stesso gruppo classe
2. stessa cittadina
3. mondi e modi differentissimi di intendere il compleanno,

il primo festicciola per adolescenti, che … adolescenti non sono, ma bambini!
i quali insieme possono solo giocare con i video giochi (i più glamour avevano anche portato dietro il nintendo), e che possono tornare a casa alle 22,20 (il giorno dopo si va a scuola).
i genitori del festeggiato parlottano insieme ad altri amici, ignorando completamente i genitori che portano lì i bimbi, scaricano regali, tolgono giacche, indicano posti a sedere. la stessa scena si ripeta al termine della festa i bimbi vengono recuperati, quasi nell’indifferenza totale e dei genitori, e del festeggiato, e degli inviati tutti assorbiti dai vari videogiochi.

nella seconda la mamma accoglie le invitate e relativi genitori, chiacchiera amabilmente, invita a trattenersi per una chiaccheratina, al momento del recupero offre al genitore una fetta di torta, una bibita e ancora chiacchere ed ospitalità.
le bimbe sono allegre e al momento dei saluti si sprecano abbracci, coccole e apprezzamenti sia per la festa che per i doni.

ovviamente alla seconda festa la grande si è divertita davvero.
io mi sono sentita accolta da una persona piacevole.
e – peraltro – la torta era degna della migliore pasticceria.
lo giuro.
ho assaggiato anche due dolci arabi che la signora ha fatto per la famiglia, da gustare a cena.
la signora arriva dal marocco, da rabat, è una donna colta, che lavora, proviene da una famiglia di avvocati ed impiegati di banca, il papà era sassofonista.

in pochi minuti ci siamo trovate in sintonia.
io la straniera di milano in quel di voghera.
e lei la straniera in italia.

al solito ciò che conta è la cultura, la curiosità, la voglia di conoscere, la buona educazione, l’intelligenza, la gentilezza.
non la provenienza geografica.
la maleducazione e l’ignoranza (da non confondere con la scolarizzazione) non hanno paese nè confini.

quando entro … paolo

… in quella stanza P. è seduto su divano. SI guarda attorno. E’ un tipo elegante, anche se veste in modo decisamente casual, decido che deve avere circa 34/35 anni, ma di quei trentenni che sembrano già adulti, e non mantengono quel fascino acerbo ed immaturo. Sa di uomo fatto, ha un paio di baffi che rendono il viso interessante. Sembra a prima vista uno che si tiene sempre un pò distante da tutto, ma una innata cortesia sembra invece tenerlo lì, seduto, educato e attaccato a quel divano.

Conosco anche i genitori, una famiglia di industriali, con ottime possibilità economiche. Mi dicono che, se le cose fossero andate altrimenti, lo avrebbero mandato P. a studiare al Harward, la distanza non li avrebbe spaventati; sono abituati ad offrirgli tutto il meglio che possono sia in termini economici che  materiale che affettivo.

In effetti con l’andare del tempo si capisce che P. è abituato al meglio, dal cachemire del maglione, alla camicia su misura, dalle scarpe di ottima fattura. Gli basta entrare in un negozio di calzature e siatene certi … vi indicherà, senza leggerne il prezzo, il paio di scarpe più costoso.

P. è un uomo affetto da autismo, molto grave, non parla. Comunica gli stati di disagio ma per i resto del tempo , che trascorre nel centro che lo accoglie, resta isolato a guardare la vita che scorre.

Ma i suoi genitori continuano ad offrigli ciò che possono, esattamente come gli avrebbero offerto l’iscrizione ad una delle principali università americane. E quindi viaggi e vacanze, cure, attenzioni, abbigliamento curato.

E’ loro figlio, no!?

E’ prima di tutto P., un figlio, che oltre ai baffi, a un viso interessante, 34 anni della loro vita, è accessoriamente anche autistico.

parlare, dire, ascoltare

Molto tempo fa avevo un amico, per meglio dire un conoscente, che viveva facendo di mestiere il critico d’arte, nello specifico si occupava dell’arte del 1600

Viveva, immagino lo faccia ancora, in una splendida casa di architettura fascista: una bella facciata, si saliva attraverso un grande scalone in marmo, i dettagli, tutti da vedere, erano in marmo bianco e nero.

Stessa cosa per l’appartamento, arredato con gusto, le cui pareti erano scandite da incredibili quadri di un pittore sconosciuto ma potenzialmente grande. Uno di quelli che non ha mai venduto un quadro, perchè vive(va) l’arte così visceralmente da non poter commercializzare la sua anima, ma solo prestarla agli amici. Cosa che era succssa ai suoi quadri, collocati in casa del mio amico.

Questo amico aveva accompagnato, me e il mio fidanzato di allora, a visitare il duomo di ******, mostrandoci prospettive storiche ed architettoniche. Indicandoci simbologie, rese vive dallo sguardo: quel serpe pagano, schiacciato da un leone sul quale stava posata la colonna, sul quale veniva edificata la “chiesa”; luogo e simbolo, significante e significato.

Quello che ha accompagnato tutti gli incontri con questo amico, per precisone direi costellato, è il suo uso della lingua italiana. Un linguaggio forbito che accompagnava, illuminava, stagliava le parole, rese vive da un’ineffabile capacità di esprimer concetti, e di renderli esperienza, sguardo, oggetto. Credo di non aver mai conosciuto una persona così colta e contemporaneamente così abile nel divulgare il sapere, capace di trasformare la parola in materia viva.

Rendendo comprensibile e fruibile una materia nuova.

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Passando ad altro, ma a partire proprio da questa esperienza, pensavo al valore della parola e della comunicazione che ha qui, in questo blog quale spazio virtuale, oppure in ambito educativo.

Nella esperienza lavorativa con le famiglie problematiche dei minori, con i minori stessi, piuttosto che con i disabili e le loro famiglie.

Parola che è sicuramente bagaglio dell’esperienza personale di ciascuno, e che nei casi più conflittuali diventa distacco, ostacolo, muro e oggetto stesso di scontro; tra diversi pensieri, retaggi culturali, capacità o volontà dialettiche.

Parola che può anche evocare scenari, se non proprio condivisi, almeno condivisibili, che può trattare oggetti visibili e per ciò meno interpretabili. Che può, anche, permettere incontri di sguardi di storie.

Previa una certa intenzionalità e una solida base di ascolto (parola sicuramente abusata nel sociale) che devono esser interpretate ed agite ogni volta.

Breve digressione sul piano personale.

Sto cercando di ridurre al minimo il numero delle vaccinazioni da fare somministrare alla mia figli più piccola, perciò parlo per telefono con l’infermiera incaricata.

Le dico che vorrei fare somministare solo i vaccini obbligatori, mi vien spiegato che non devo temere la febbriciattola conseguente al vaccino, e che posso tranquillamente dare alla bimba un farmaco *********** per eliminare il fastidio conseguente all’iniezione.

Vengo rassicurata, nel mio essere una mamma preoccupata per la febbre (cosa che non sono) ma non ascoltata nella mia richiesta sui vaccini.

In questo caso la mia interlocutrice ha risposto alla sua idea su ciò che secondo lei avevo comunicato; ed erogando – a mio avviso – una risposta standard/banalizzante alla mia domanda.

In questo caso il linguaggio ha creato uno scenario, ma non un incontro, non ha peraltro nemeno evocato grandi possibilità di confronto.

Mancava l’ascolto e la parola di poggiava su una interpretazione e non su un oggetto (per quanto metaforico).

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etichette, categorie

UNA MIA AMICA HA UN BLOG, NUOVO DI PACCA.

MOLTO INTERESSANTE PER VIA DI CERTE ETICHETTE.

PERCHÈ LE SUE ETICHETTE SONO CATEGORIE SENSORIALI

VEDERE

TOCCARE

GUSTARE….

MI IMMAGINO CI ASPETTINO ALTRE SORPRESE.

MA INTANTO È STIMOLANTE PENSARE AI PEZZETTINI DELLA PROPRIA O ALTRUI VITA FILTRANDOLI ATTRAVERSO I SENSI.

ATTRAVERSARE UNA STRADA DIVIENE MOLTO DIVERSO SE LO FAI PENSANDO AL VEDERE, AL SENTIRE (ASCOLTARE – ANNUSARE), O AL TOCCARE …

TOUCHÈ MADEMOISELLE ANNA!