Educare all’amore – le terre esuli

INTRO

In attesa del IV blogging day: il cui tema sarà: “L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno. Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…” INFORMAZIONI  sul blogging day QUI

La riflessione parte da questo articolo (potete leggerlo su Prospettive Sociali e SanitarieLe “barriere architettoniche” dell’affettività. Riflessione sui bisogni affettivi delle persone disabili) e si aggancia da un discorso fatto oggi su Facebook con alcune colleghe ma che si innesta in una lunga serie di riflessioni educative, che ci vede coinvolti con varie colleghe e colleghi, nella mia quotidianità professionale.

Ecco qualche frammento:

“La nostra fatica, come operatori, è coniugare una cultura dei diritti, (ad amore affetto emozioni) a fronte di un bisogno di protezione educative e da parte dei genitori più anziani e più all’antica o che nemmeno rilevano o legittimano i bisogni dei figli”

“E alcuni utenti, soffrono altrettanto, per questo diritto sempre negato anche a questa parte della propria umanità ..”

“Qualche anno fa ero a capo di una coop di tipo b x disabili intellettivi adulti, e questo tema è emerso più volte. Sostenere le famiglie è la parte più ardua.”

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Emozioni, sentimenti, bisogno di amore e di amare, necessità sessuali, desideri di vita e di famiglia.

Sono terre esuli e senza cittadinanza che le persone con disabilità, soprattutto cognitiva, attraversano.

Alle volte persino un bacio, leggero e a fior di labbra, diventa agli occhi di qualcuno (a volte sono gli operatori, talvolta  le famiglie) n gesto brutto e colpevole, a volte un gesto “sporco”, sgradevole.

Ma, si sa, l’emozione apre al sentimento, il sentimento alle sue possibili declinazioni: passione, amore, tenerezza, desiderio, sessualità.

E la sessualità è il primo diritto negato alle persone con disabilità; negato per motivi evidenti ed oggettivi, e negato per motivi culturali, per via di tutte quelle resistenze di un paese non pronto a pensare anche a questo diritto e alla sua legittimità.

Così il timore della sessualità, sempre perturbante per tutti, nel suo condurre nei mondi interiori, nelle sue forme corporee diventa disturbante, difficile, faticoso, e poi qualcosa da dimenticare o da negare.

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Conducendo, a volte, chi accompagna le persone con disabilità a non voler accettare tutti i suoi precursori:

un bacio leggero, un abbraccio stretto, la confidenza di un desiderio, il sogno bello di una famiglia, di una maternità (sempre irraggiungibile ma non per questo meno desiderata), di una casa insieme, di una pizza romantica mangiata a due.

Eppure, per chi ci lavora, e/o ha voglia di ascoltare, ci sono storie di amore grandi e piccole, sguardi che si illuminano alla vista di un’altra/altro che entra in una stanza, goffi tentativi di coppia tra sensibilità differenti e non sempre sincronizzate, linguaggi affettivi che cercano un incontro tra una lei romantica e un lui ruvido, coppie storiche sostenute da un amore antico e resistente, delicato e profondo.

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Corpi che si cercano e corpi che sono abitati da desideri ancora infantili.

Di uomini e donne, umanissimi e vivi come noi.

Non guardarli, come tali, è offensivo per il loro diritto alle emozioni e all’amore, di quanto è alla base della nostra comune umanità.

E’ offensivo persino per la nostra umanità, che diventa tarpata e triste, se distoglie lo sguardo e non tenta di accompagnare, nei modi “leciti e possibili”, queste persone a sapere che la loro umanità è legittima, ha una patria. Almeno nel non sentire brutto e cattivo il desiderio di volere bene.

Come al solito è utile il monito di Vittorio Arrigoni al  “restare umani”, come scelta personale e professionale.

Grazie a Vania, Sylvia e ai colleghi del Centro Diurno che tentano di non dimenticare questo diritto, e il passaggio necessario per accompagnarci nel permettere i diritti altrui, nel costruire culture che rispettino sentimenti e bisogni, che accompagnino a crescere.

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Diversamente sessuati? Amore e sessualità per le persone con disabilità

Il post è stato scritto per Genitori Crescono e il loro blogstorming del mese  Educazione Sessuale e affettività

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Questo post arriva da circa alcuni professionalità educativa e psicomotoria, spesso svolta con persone con disabilità, e quindi propone da operatore, non vuole giudicare o indicare soluzioni risolutive e facili .

Quello che offro è  uno “sguardo”.

Dopo tanti anni quello che vedo e  conosco sono le persone e non le loro cosiddette disabilità, o le patologie. Vedo i caratteri, le passioni umane, i difetti, gli slanci generosi, le azioni . Vedo le età, il genere, le inclinazioni, i gesti e le parole. Vedo le famiglie e i percorsi di vita che costruiscono. 

 Il crogiolo che si crea, inaspettatamente in ogni famiglia in cui vi sia figlio con una disabilità  come le definisce l’ICF*, non dipende dallo stato di salute (comunemente detta disabilità) ma da quello che quel contesto di vita riesce a costruire attorno e insieme alla persona con disabilità; permettendole/gli l’accesso ai più ovvi diritti di ogni essere umano.

Immaginate la parola “disabile, andate oltre alla paura che genera a tanti genitori, oltre a quello che avete letto o visto in materia sul libri/web/riviste, andate oltre alla storie che vi anno raccontato: ecco cosa potreste trovare

un bambino,

o una donna di 40 anni,

o un uomo di 28 anni,

accomunati da una sindrome, una patologia, disabilità. Ma, completamente diversi come fisionomia, età, genere, carattere, intelligenza, sensibilità, cultura, abitudini e ovviamente (non ce lo possiamo dimenticare)  anche per differenti  problemi nell’affrontare molti aspetti della vita quotidiana.

 Quasi tutti loro, nella vita avranno bisogno di una ambiente disponibile a rendere accessibili i loro diritti, salute, lavoro, istruzione, che permetta una buona accessibilità al mondo in cui tutti viviamo, ausili per muoversi, accompagnatori, cure mediche, insegnanti preparati. Ma sopratutto una cultura condivisa che li veda persone tra persone, con un uguali diritti e diversi modi di affrontarli.

Scusate l’introduzione lunga e forse ovvia, ma arrivo al nocciolo della questione: e dove stanno la sessualità, l’amore, il desiderio?

Fermatevi qui dove la fatica è grande e dove i bisogni certo non mancano. Questa è la parte che non funziona, qui ci mancano teoria e la pratica (famiglia, società, operatori)

Fra i tanti aspetti negati alle persone con disabilità questo è uno dei più problematici, se l’accessibilità, il diritto al lavoro, alla salute, allo studio, ai sussidi sono parte integrante delle conquiste fatte,  anche se non ancora completamente raggiunte, la dimensione affettiva adulta è quella non riconosciuta. Spesso gli adulti con disabilità  sono rappresentati come eterni bambini.

Così amore e sessualità restano davvero lontane della vita di queste persone…

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E’ vero che ci sono amori più semplici da spiegare e da incontrare: gli amori appassionati, che non riescono a venire declinati, come quelli che restano impigliati nello sguardo di una ragazza con un grave deficit cognitivo, quando vede arrivare il suo “educatore” preferito, e solo a lui ubbidisce e a lui  solo sono destinati i sorrisi più dolci.

Ma ancora giochiamo sul facile. Perché un amore così è accettato, da tutti. Il desiderio che resta latente, fermo nello sguardo, è “permesso”.

L’amore platonico, il desiderio, la passione e l’amore possono essere non corrisposti, e  non sono concretizzati; vanno bene a tutti, sono rassicuranti perché rappresentano amori “a distanza”.

Il desiderio che invece prende forma e vita nei ragazzi e nelle ragazze, a partire dall’adolescenza, si spinge a fondo nelle pulsioni. Si mostra in corpi desideranti che hanno urgenze, che chiedono e si offrono. Trovandosi di fronte di una legge non scritta “dell’amore e del corpo” che invece prevede reciprocità e scambio di desideri, che impone divieti (esistono corpi vietati, e momenti negati alla sessualità). Ed è a questo punto che diventa oggettivamente difficile spiegare, come educatori o genitori, a persone giovani con gravi difficoltà cognitive che alcune azioni o gesti non sono leciti, non sono desiderati, non sono desiderabili.

Eppure la nostra sfida è educare bambini – adolescenti – adulti ad esprimere questi sentimenti, questi desideri, accettandone la dignità; a questa svina ne segue una ancora più grossa, quella a cui non siamo ancora riusciti a rispondere: come dare una forma che non sia repressiva, che non sia solo e sempre negativa ai bisogni di amore nella loro forma sessuata?

Anche quando le persone/i ragazzi con disabilità imparano che – come tutti – dovranno sottostare alla dimensione sociale degli affetti e della sessualità, (la regola della reciprocità e dell’adattamento al contesto  – cioè del “non si fa” a scuola, non al lavoro, non per strada etc etc), resterà assente nella loro esperienza tutta quella dimensione di sperimentazione amorosa giovanile.

Quella che in genere riteniamo essere una fase tipica della della gioventù, la scoperta, la sperimentazione prima di approdare nelle “quiete” braccia del matrimonio., o di una relazione stabile

Un ragazzo o una ragazza con disabilità (a maggior ragione se si tratta di persona con un ritardo cognitivo), spesso non potrà sperimentarsi, non sarà accettato/a, e il tasso di inesperienza e frustrazione amorosa/sessuale/sentimentale sarà sempre alto.

Avrà diritti e desideri (inaccessibili.).

Eppure desiderati.

Eppure leciti e umani.

Io credo questa sia la base da cui partire noi tutti: immaginare che un diritto valga per tutti, e capire come renderlo possibile.

Alcuni degli utenti, nei Centri per disabili dove ho lavorato, parlando con noi operatori dei hanno raccontato loro sogni/bisogni di avere famiglia, di maternità e paternità; dei desideri per le donne/gli uomini di cui si sono innamorati, e della difficile collocazione che si sarebbe  potuta dare. a questi bisogni nelle loro quotidianità. Altri hanno mostrato disinteresse totale al desiderio affettivo/sessuale, come se fosse coperto da una spessa colte nebbia.  In altri casi i genitori, nell’impossibilità di poter dare risposte, hanno provato a sfumare e rendere latente questa parte della vita dei figli.

Quando riusciamo a parlare di questi bisogni e diritti ci rendiamo conto che le famiglie, anche le più accorte, non sanno bene come comportarsi, anche quelle che hanno i figli con maggiori capacità e possibilità, hanno imbarazzi sul giudizio che potrebbero ricevere, hanno timori e paure legittimi, o non sanno guidare i figli in un percorso di educazione sessuale.

Lo so, io sono la prima a riconoscerlo, che l’educazione sessuale ed affettiva manca in misura trasversale, ma laddove gli altri figli faranno e fanno “del sesso”, per approssimazione anche senza “sussidi educativi”, questi figli (e i loro genitori) dovrebbero essere accompagnati di più, prima a capire e poi a trovare una forma e un modo.

Per questo penso che sia una buona cosa fermarsi a parlarne e dare sostanza pensieri visibilità a queste tematiche, qui,  su Genitori Crescono,  come community .

Una risorsa che possiamo provare a dare a questi figli, nel nostro ruolo di cittadini, di genitori intesi come categoria estensiva, come tessuto educante, come gruppo sociale, è provare ad  introiettare l’idea che una persona disabilità può/potrebbe/dovrebbe trovare un mondo capace di ascoltare il suo diritto alla sessualità, e quindi un mondo capace di interrogarsi, pur nei suoi imbarazzi, fatiche, o pruderie, per trovare delle risposte umanamente valide, funzionali, possibili, capaci di dare diritto di cittadinanza ai diritti di tutti.

I genitori delle persone con disabilità hanno già spesso una lunga strada da fare, per crescere e maturare e imparare, per concretizzare tanti i diritti sempre “a rischio” dei loro figli, per affrontare un compito educativo che è quasi sempre a lungo termine …

Sarebbe bello che una società matura si portasse avanti in materia di diritti e aprisse nuove strade a coloro i quali  sono già sovraccarichi di altre fatiche.

Qualche suggestione di lettura _____________________________________________________________________________

– da In Visibili _ blog del Corriere della Sera

      Il sesso dei disabili e l’abbraccio di un madre 

        The Session

– da EDS scuola

       Niente sesso siamo disabili

–  dal sito di  Assistenza Sessuale

dal Sito Disabili

        il corpo degli altri per raccontare raccontandosi

NOTA __________________________________________________________________________

*ICF si delinea come una classificazione che vuole descrivere lo stato di salute delle persone in relazione ai loro ambiti esistenziali (sociale, familiare, lavorativo) al fine di cogliere le difficoltà che nel contesto socio-culturale di riferimento possono causare disabilità.
Tramite l’ICF si vuole quindi descrivere non le persone, ma le loro situazioni di vita quotidiana in relazione al loro contesto ambientale e sottolineare l’individuo non solo come persona avente malattie o disabilità, ma soprattutto evidenziarne l’unicità e la globalità.

Educazione sessuale (purché a-sessuata)

In molti sembrano conciliare sulla necessità di consegnare ai figli/adolescenti/alunni una sorta di prontuario di educazione sessuale, affettiva, emotiva.

E sappiamo, almeno in linea generale, quali siano i contenuti si vanno ad insegnare nei contesti formativi “generalisti” e pù formali (le scuole dove si propone questo insegnamento o i consultori). Una veloce ricerca su web ce ne può dare la misura.

Resta l’area ombrosa della famiglia, che pure viene aiutata da molti testi, articoli, inserti, libri divulgativi facili e fruibili, ad affrontare le prime domande dei piccoli, su come nascono i bambini, da dove “escono”, e via discorrendo. Laddove questo accade lo scenario sembra presentarsi come subito rassicurante, ma  …i bimbi crescono e diventano adolescenti e le domande e risposte sembrano scomparire. O sembrano assumere i connotati di una comunicazione più tecnicizzata e assieme semplificatoria.

E’ davvero difficile parlare di educazione sessuale da parte di chi già pratica una attività sessuale, soprattutto se genitore, al proprio/a figlio/a adolescente destinato/a o già attivo/a nella “sua” vita sessuata? Possiamo uscire dallo stereotipo che vuole che non sia competenza  dei genitori l’imbarazzo di questo percorso, che impone di vedere l’uomo e la donna dentro ai propri figli?

I genitori sembrano i primi a vivere con impaccio la possibilità di raccontare – raccontandosi -; insomma il sesso va insegnato facendo finta, o quasi, che non lo si viva, che non lo si pratichi, oppure che non generi molte e straordinarie alchimie o abissali incomprensioni.

Alle madri è poi dato il mandato di educare le figlie femmine a diventare donne “fra donne”, perché si sa (si dice) che ci si intende meglio, c’è più “intimità, prossimità, complicità”; mi autorizzo a pensare che la medesima regola generale valga anche per i padri. In quanto madre sento addosso una sorta di mandato sociale all’educazione di mia figlia che dev’esser emotiva, affettiva e sessuale, ma soprattutto che è relativa alla scoperta di se stessa, non tanto della complessità dell’incontro con l’altro, e/o della polarità maschile; così provo a presumere che altre madri si riconoscano in questo input formativo. Ovviamente la medesima funzione educativa è attribuita socialmente anche ai padri.

Inoltre alle madri è dato insegnare il proprio modo di intendere la dimensione della sessualità, in modo quasi asettico, non inquinato dalla perturbazione che nasce dal desiderio del marito o verso il marito (padre – uomini in generale), dalla fatica di intendersi tra uomo e donna nel trovare anche questa forma di dialogo corporeo, fisico, amoroso, e passionale.

Come donna e come madre posso insegnare tanto la mia parte (come una donna si vive in questa sfera dell’esser persona), quanto la mia interpretazione del maschile (cosa chiede e come avviene l’incontro con il maschile). Un padre può esser altrettanto capace di nominare per sua figlia il proprio esser uomo, e il suo modo di comprender una donna; e nel dialogo con una figlio o una figlia, questo non può che dare adito ad una grande ricchezza di saperi, che al figlio o alla figlia resteranno come patrimonio personale.

Troppo intimo? Troppo intimo e privato da non poter essere insegnato, anche a rischio da mantener intatti tutti gli stereotipi di genere? E un rischio che si può o si vuole continuare a correre?

Ma in educazione  … esiste davvero qualcosa di “troppo” intimo e privato? O che non può, non deve esser insegnato, o che deve essere, a priori, escluso dall’intenzionalità educativa di una adulto, demandato a far crescere un figlio? La sfera della sessualità va negata? Dov’è il crinale?

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Dove si colloca il sottile crinale tra educare, non educare, e abdicare al proprio difficile ruolo?

Dove diventa rischioso non cercare il crinale stesso che aiuta a crescere come uomini e donne, e non solo come genitori, parlando di se stessi in termini di uomini e donne sessuati, nel goffo tentativo di scegliere con cura le parole importanti, utili ad  incontrare un figlio- una figlia su questo crinale?

Una rinuncia significa anche dire non insegnare ai figli, non poter nominare proprio da ciò che sembra creare più dubbi, cioè come si può  (o non può) incontrare il desiderio dell’altro, tanto quello che fatichiamo a nominare e conoscere, o che quello che alla fine abbiamo imparato a conoscere e nominare, nonostante si siano incontrati  simili pudori, imbarazzi, silenzi incontrati, come figli, con i nostri genitori.

L’affrontare questa fatica permetti di immaginare un genitore, ora la madre che si “dichiara”, attraverso l’azione comunicativa, come capace di parlare del proprio incontro con il desiderio di un uomo (tanto alla figlia e al figlio), ora il  padre che sa trasmettere del proprio incontro con il desiderio di una donna,nelle loro differenze. Infine genitori/adulti capaci di nominare il proprio desiderare insieme alla reciprocità, intenzionati ad insegnare – investigandoli – le differenze di genere, gli stereotipi ricevuti e trasmessi, e di cui i figli sono destinatari dentro e fuori casa. Ognuno coltivando l’arte della misura e della discriminazione, rispetto alla capacità di comprendersi, emotiva e anagrafica; riuscendo a smantellare, un poco, la visione dell’amore femminile fatto a 360° di cuoricini e amori romantici e quello del maschile improntato alla fruizione della sola pornografia.

Un comunicazione che implica come ultima e non secondaria deriva anche riflettere e nominare affrontare l’impatto e  il confronto con il corpo di un figlio o una  figlia adolescente sempre più sessuato/a, e soprattutto ormai destinato/a ad altre/altri; comunicazione che avviene in un momento in cui l’atto educativo serve a svincolarsi, per entrambe, dalle precedenti modalità di contatto corporeo (coccole, abbraccio, baci etc) utilizzati sino  sino ad allora, a circoscriverle, per cercare nuove forme e nuove distanze, liberatorie e più legittime per entrambe. Prese di distanza che avviino i figli fuori dal nido, alla ricerca del proprio modo di essere uomini e donne, e (perché no) anche loro dotati di una vita affettiva, sessuale, emotiva propria.

Genitori – mascara e figlie femmine – 2 –

Una altra considerazione a margine del percorso formativo per genitori (di cui ho già scritto ), e che è emerso con singolare intensità riguardava l’educazione (all’immagine di se) delle figlie femmine; argomento per il quale la presenza dei padri ha fatto la differenza e dato una svolta imprevista al discorso.

Un papà, un bel signore abbronzato e muscoloso, come di chi conosce la cure di se e l’attività sportiva, ha portato alla luce una questione subito mostratasi spinosa; e che ha collocati, i padri e le madri,  su due crinali opposti. Continua a leggere “Genitori – mascara e figlie femmine – 2 –”

Sfondi metropolitani: “bellissime”

di Irene Auletta

Qualche giorno fa, insieme ad alcune colleghe, mi sono ritrovata a parlare di una questione che, purtroppo, non affronto per la prima volta.

Bambine, ragazzine delle scuole medie, disponibili a favori e prestazioni sessuali in cambio di piccoli doni o compensi fra cui, i più gettonati, sembrano essere le ricariche del cellulare.

Lungi da me l’idea di gridare allo scandalo o di esibirmi in discorsi moralisti.

Come donna, madre e professionista dell’educazione però, sento il bisogno e la responsabilità di dire qualcosa.

Ho raccolto alcuni commenti. Oltre allo stupore, alla rabbia e allo sgomento, l’indifferenza, travestita da quel buon senso opportunista di tutti i giorni che ormai è diventato insopportabile.

“Per fortuna, ho figli maschi”.

“Per fortuna mia figlia è ancora piccola”.

“Per fortuna mia figlia è già grande”.

L’elenco potrebbe anche continuare ma credo si sia compreso il senso e quindi direi che può bastare così.

Forse tutti noi fatichiamo a vedere come la cultura dominante ci ha travolto, fino a farci pensare che il singolare sia rimasto l’unico verbo esistente. Forse, in situazioni come queste, in qualità di adulti dovremmo tornare ad essere un noi che si preoccupa di ciò che sta accadendo alle giovani generazioni, indipendentemente dal legame affettivo diretto.

Personalmente sento forte questa responsabilità e, che le ragazzine in questione non siano le mie figlie, pur con la differente cifra affettiva, mi chiama e impegna profondamente da un punto di vista emotivo e pedagogico.

Cosa ci stanno dicendo queste bambine e ragazzine? E cosa stanno capendo i maschi coinvolti in questi “giochetti” di ciò che può essere un incontro intimo con l’altro genere?

Mi preoccupano tanto entrambi, bambine e bambini, ragazze e ragazzi, perchè seppur con ruoli differenti, sono allo stesso modo coinvolti in un incontro triste, deprimente e povero. Mi preoccupano gli adulti assenti, se la questione non li tocca personalmente o, a volte, anche se li tocca. Mi preoccupano perchè, abbagliati dalle luci della ribalta e dalle sue grida assordanti, rischiano di diventare ciechi e sordi, senza neppure rendersene conto. Io credo che dobbiamo provare tutti a dire che ciò che sta accadendo ci riguarda sempre e comunque. Che abbiamo la responsabilità di ascoltare cosa ci stanno dicendo i bambini e i ragazzi, smettendola di riempire tutti gli spazi con le nostre parole e provando a dare spazio e dignità alle loro e ai loro racconti.

Il problema non è il costo sessuale di una ricarica ma quello di preoccuparsi di ciò che finora hanno imparato questi giovani, di quello che credono essere la cosa giusta, di ciò a cui attribuiscono significato.

Al contrario possiamo continuare a non vedere, non sentire e sperare che non capiti a noi. Qualcuno ha sostenuto tempo fa che l’educazione è deceduta. Non so, può essere.

Io credo che si possa ancora insegnare ad incontrare il mondo, a capirne insieme i significati, a sbagliare per vedere cosa farsene degli errori. Credo si possa, e che si debba, insegnare a vivere.

Anna Magnani in

Bellissima di Luchino Visconti