Evanescenza dei servizi …. (?)

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INTRO

“Non posso dimenticare l’espressione sorpresa di una dirigente di servizi sociali di fronte alle mie affermazioni riguardanti il futuro di questi figli e il desiderio dei genitori di cercare e scegliere il contesto per loro più adeguato. Non è facile trovare un posto, figuriamoci poi scegliere … sarebbe un lusso! La signora in questione mi parlava come professionista del settore ignorando il mio duplice abito, anche di genitore coinvolto direttamente nella questione. Avrei potuto svelarlo sottolineandole che aveva perso una bella occasione per tacere e per connettere lingua e cervello ma, a volte, è meglio andare oltre.

Gli operatori parlano di disabili, di strutture, di fondi, noi parliamo dei nostri figli, della loro qualità di vita e questo a volte traccia una linea di demarcazione insuperabile.”

Fonte http://igorsalomone.net/2013/07/29/teniamoci-per-mano/

Non avrebbe senso utilizzare questo post per dare una risposta a chi scrive (si tratta anche di una collega con cui lavoro), ma spesso i suoi post mi sollecitano la ricerca di risposte possibili, smuovendo inquietudini nella mia parte genitoriale, e in quella di operatore; risposte che, è inutile dire, sembrano non arrivare mai e non mi soddisfano affatto.

Allora provo a pensare che quelle domande siano assimilabili a domande/inquietudini dei genitori che incontro al lavoro, e alla “demarcazione insormontabile” che divide operatori e genitori. Da anni sono alla ricerca di quella quadratura del cerchio che permetta di passare dal ruolo di antagonisti a quella di plessi di una rete, di sodali, di costruttori di reti di significati condivisi e condivisibili.

Nonostante.

Nonostante le differenze, le resistenze, i differenti oggetti intenzionali.

E’ una ricerca che nasce perché conosco le passioni di chi educa, di chi abita i servizi, l’affetto per gli utenti, e la rabbia per i vincoli che il sistema ( fatto di vari sistemi che interagiscono sanità/amministrazioni/cooperative/famiglie etc) mette in azione per confinare il lavoro degli educatori, per negare le possibilità e le prospettive di accompagnamento, verso altro/altrove, di chi vive una vita con disabilità.

Avrei detto alla collega qualcosa di diverso dalla dirigente, quando ha detto che “la scelta è un lusso”? No. Non credo, avrei detto a denti stretti la stessa cosa, avrei aggiunto “purtroppo”, avrei ancora detto che si esistono posti dove scegliere non è un lusso, ma una possibilità, e posti dove nemmeno c’è scelta. Appunto.

Nel transito lavorativo tra due regioni (Lombardia e Piemonte) che non sono nella retroguardia dei servizi diretti a persone con disabilità, mi ritrovo a pensare comunque che le possibilità sono un lusso.

E’ un “lusso” vivere in Lombardia, è un “lusso” vivere a Milano o in una grande città, mentre è sicuramente una “fregatura” vivere in un paese piccolo, o dove la cooperativa di turno, che appalta i servizi dei comuni ha un livello di sensibilità culturale alla disabilità medio basso o meramente assistenziale, o dove i tagli consentono la vita e stipendio solo alle mega cooperative, lasciando dietro di se un cimitero di ottimi professionisti senza lavoro. Ci sono povertà e lussi, in una Italia dove scuola, cultura, welfare sopravvivono a macchia di leopardo, e i lussi paradossalmente sono una qualità media e mediocre, che spesso lima e delude gli operatori stessi.

Dove sono gli alloggi per l’autonomia protetta? E le vacanze pensate, non solo per il sollievo dei genitori, ma per il “piacere” dei figli, finalmente accompagnati a esplorare altri luoghi lontani dalla quotidianità della scuola, dei CDD o della famiglia, ognuno per le possibilità. Dove si parla di diritto alla sessualità e all’affettività?

Esistono? Si, so di esperienze di questo genere a Milano, Pavia, o sulla costiera Romagnola (vacanze), lo so perché esiste il web che diventa una fonte di scoperta di un mondo inesausto di operatori, famiglie, reti, associazioni, cooperative che tentano non tanto di “presidiare il forte” ma di connettersi, e fare connessioni-pensieri-progetti, di partecipare, di scambiare link e possibilità.

Esistono perché …

“facciamo rete”

impariamo e raccontiamo,

perché la rete di cui parliamo offre lavoro e sostegno alle vite degli operatori,

perché c’è un continuum tra le vite di chi professionalmente si occupa dei figli di quei genitori,

perché creiamo/cerchiamo un dialogo tra queste diverse istanze, al centro delle quali dovrebbe restare quella, che una volta si chiamava “centralità della persona” o perché al centro dell’esperienza educativa e di cura deve stare lo “stay human”,

perché la traccia di demarcazione necessariamente definisce i ruoli, ma non cancella la scena collettiva dei servizi, degli incontri, e pure il luogo sociale, culturale, politico, educativo, assistenziale, pedagogico, sociologico, psicologico, antropologico, scientifico (e altro ancora) in cui svolgiamo tutte le nostre vite.

Quello che immagino possa essere il futuro per servizio in cui opero, non è quello dell’evanescenza programmata dalla politica e dalla crisi, ma quello di un luogo dinamico in cui sia possibile dire tutte le verità scomode (o meglio i pensieri scomodi), tenuti insieme in una rete di significati collettivi. In cui la solitudine di alcune famiglie, la sensazione di essere sulla linea di frontiera sia condivisa da chi per (e in una) una simile linea di confine combatte.

Stay human e buona estate

Mobilita’ (educativa) sostenibile … Chi guida oggi?

Con questo post si apre una nuova categoria, per mettere il luce le dis-connessioni (o le connessioni) tra i luoghi dell’educazione e le logiche politiche/economiche che interagiscono nelle definizione dei servizi educativi

La mobilita’ sostenibile non e’ solo il problema di molte citta’ ma e’ anche un tema che occupa i pensieri di chi esercita l’educazione professionale, in particolare nei servizi rivolti ai disabili e ai servizi domiciliari. Ovviamente la definizione di mobilità sostenibile viene usata in modo improprio e per definire una questione diversa.

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Questa e’  una mobilita’ che si rende necessaria nell’attuazione del proprio lavoro, ovvero da quando gli appalti che affidavano i servizi diurni disabili alle cooperative sociali, hanno reso praticamente obbligatorio trasformare gli educatori “in autisti” in pectore per assolvere ai servizi di trasporto casa-servizio degli utenti e viceversa. Laddove in trasporto pubblico, volontario, o familiare non se ne possa occupare.
Ma se la delega al trasporto, osservata dal punto delle famiglie,  rientra nella logica del consentire il recarsi al lavoro, e quindi fa parte del diritto al lavoro; la stessa logica di delega degli enti appaltanti non e’ così semplice o univoca.

Sebbene sia evidente e “necessario” che i comuni in asfissia economica deleghino alle cooperative (o chi si occupa della gestione del servizio) il servizio di trasporto, e  che le cooperative in analoga asfissia deleghino agli operatori una mansione (trasporto casa servizio) che non coincide con il loro ruolo e la  professione/formazione – educativa-.; altresì non sembra possibile immaginare una soluzione diversa che rendere un operatore multiforme, e flessibile nel suo lavoro.

Eppure un educatore non e’ un autista e viceversa. Sembrerebbe lapalissiano eppure non lo e’ affatto.

Ma passiamo ad alcuni servizi per i minori (ADM, comunita’) in questo caso la guida e il trasporto avvengono come parte del lavoro, l’educatore porta il minore in diversi luoghi, riempiendo il vuoto gestionale (legittimo, necessario, sostanziale o meno) della famiglia; permettendogli così di esplorare nuovi territori, esperienze, luoghi, di raggiungere altri spazi di socialità e di crescita.

Nel primo caso il vincolo rende evidente come manchi una cultura pubblica del ruolo professionale di una/un laureata/laureato in scienze dell’educazione, la conoscenza delle sue mansioni, del suo mandato preciso, e la necessita’ di usare una professione all’interno dei vincoli che essa ha. Una mancanza tutto sommato seria, tal punto che puo’ fare anche un altro lavoro: l’autista. Mentre e’ probabile che un educatore non potrebbe in modo altrettanto informale fare un lavoro alla guida di uno “scuola bus”. E nemmeno un dentista, un avvocato, un geologo farebbe il servizio si trasporto ai suoi clienti.

Nel secondo caso la guida, e’ un vincolo meno pressante, per accompagnare un minore a fare esperienza del mondo, e’ possibile usare un mezzo a motore, una bicicletta, un tram, un treno.

La questione e’ annosa: quella dell’educazione come professione tappa buchi, deprivata nel suo mandato sostanziale.

E se l’educazione e’ di tutti, del vivere stesso, l’educazione professionale no. Possiede temi, prassi, vincoli, strutture sue proprie, che arrivano dalla formazione, da studi precisi e dall’esercizio professionale.

Come coordinatrice sono chiamata a presidiare i vincoli di tema dell’educare, a restituire il senso delle azioni, non meno che a riconnettere la prassi con i vincoli espressi delle organizzazioni che governano il servizio.
E restituire a tutti il senso del “dover” fare alcune parti irrinunciabili del lavoro, ma che non attengono alla professione educativa, ne possono farne parte.
Il servizio trasporto casa-servizio, nelle condizioni in cui viene proposto, fa parte integrante dei vincoli organizzativi, legati alle logiche degli appalti, dipendente da meri fattori economici, e non potrà o dovrebbe esser rivendicato come valore educativo, come significativo della professionalità o di un tempo educativo.

Ci sarà da chiedersi, e lo potranno fare tutti gli educatori, come debba essere restituito ai committenti il significato di fare un lavoro improprio; come vada spiegato alle famiglie, ai coordinatori e alle cooperative, Indicando a tutti quale valore sociale abbia il sacrificio di una parte del proprio lavoro, per una scommessa persa da altri, e per una disattenzione nel considerare la funzione educativa come tappabuchi di second’ordine.

Sarà particolmante significativo, in questo momento storico, osservare come chi si occupa quotidianamente di educazione vorrà provare a rivendicare i propri legittimi confini professionali. O se vorrà restituire smalto ad una scelta “non scelta” ma rispondente ad un beneficio collettivo, ma auspicabilmente solo se o solo quando ne dovesse valere la pena.

Crisi dentro e fuori

O Fortuna Di Carl Orff
 
 O FortunaVelut luna Statu variabilis Sempre crescis Aut decrescis Vita detestabilis Nunc obdurat Et tunc curat Ludo mentis aciem Egestatem Potestatem Dissolvit ut glaciem.
 
Sors immanis Et inanis Rota tu volubilis Status malus Vana salus Semper dissolubilis Obumbrata Et velata Mihi quoque niteris Nunc per ludum Dorsum nudum Fero tui sceleris?
 
Sors salutis Et virtutis Mihi nunc contraria Est affectus Et defectus Semper in angaria Hac in hora Sine mora Corde pulsam tangite Quod per sortem Sternit fortem Mecum omnes plangite!

O fortuna,A guisa della luna Nell’atteggiamento dell’incostante Sempre tu cresci O vai diminuendo La vita detestabile Ora perdura salda E proprio ora (la fortuna) Occupa l’ingegno con un gioco: La miseria Il potere Dissolve come ghiaccio.

La fortuna immane E vuota Tu ruota che giri Funesto stato Futile benessere Sempre dissolubile Oscura E velata E su di me chi più si appoggerà, Ora che per un gioco Il dorso nudo Porto per la tua cattiveria?

La fortuna del benessere E della virtù Ora a me contraria È un desiderio, È una debolezza. Sempre in corsa obbligata Ora per di qua Senza sosta Sentite il battito nel cuore Poiché a causa della fortuna (Egli) acquieta la forza Piangete tutti con me!

Dove vado, in questi ultimi periodi, nella voce di colleghi, negli operatori del sociale, nei servizi, scorre la parola crisi.

La cosa non stupisce, tutto attorno a noi racconta di questa crisi, importante, e grave a livello economico. E ci bastano brevi immersioni nelle timeline o nelle bacheche dei socialnetwork per vedere quanto del nostro tempo è dedicato a condividere, commentare, stimolare pensieri sulla crisi. E come se non bastasse ogni bacheca ci mostra mille altre crisi possibili, che non ci appartengono eppure che parlano alle nostre. Come se non bastassero la chiaccehiere serali in famiglia, o al bar, o nei luoghi di incontro.

La crisi del sociale, settore sempre al limite della sopravvivenza anche in tempi non sospetti, non fa che potenziare il ritornello, e soprattutto a concretissima la fatica nel sopravvivere.

Ma a sorpresa, in ciò che ascolto, è l’indicare la crisi sempre come speciespecifica del settore, o del servizio, o dell’utenza.

Al massimo si considera il territorio come inadatto ad assorbire un bisogno e una tipologia di servizio. Oppure un servizio/operatore indica come la nota critica, generatrice di crisi, sia proprio la funzione che è chiamato a svolgere. Il caso più indicativo è rappresentato quelle insegnanti irritate dal dover insegnare qualcosa ai bambini, nel cambio di grado di studio (dal Nido alla primaria, dalla primaria alla secondaria e via discorrendo).

Insomma la crisi è sempre ben localizzata e di facilissima interpretazione. A volte per strenua onestà intellettuale ci si “arroga” tutta la titolarità della crisi e dell’incapacità ad affrontarla. Come se fosse facile, come se la crisi fosse solo una.

E poi accade anche – come per un effetto complementare, – che  la risposta o la risoluzione restano sempre inaccessibile. Come se ci fosse un circolo vizioso: un problema, una soluzione o una gamma di soluzioni, che non cambiano mai nulla il paradigma. Gli operatori si osservano come ogni azione chiamata a risolvere la crisi non fa che riportare al punto zero: la crisi si ripete di continuo, ottenendo risposte/soluzioni sempre simili. E nuove crisi.

In alcuni casi, ricordo di avere sentito ribadire con forza l’unicità del proprio problema, la specificità, l’originalità, come se la crisi fosse un marchio di esclusività.

Tant’è che la rete del “sociale”, se non in casi sporadici, sembra non guardare i problemi in maniera sistemica, e si adatta ad affrontarli in solitudine, uno ad uno, passo dopo passo. Fino a tornare al via.

La crisi “economica”,  invece ci sembra dire, che la crisi, le crisi sono spesso sistemiche, fatte di contaminazioni reciproche, di riflessi e di azioni “speculative” che creano nuove “bolle” di crisi.

C’è una ricetta?

Forse la complessità, forse un pensiero irregolare, divergente che osserva tutte la crisi, e i loro riflessi a breve e lungo termine. Forse imparare, da altri contesti, come vivere profondamente la crisi, facendosi perturbare, e trasformare profondamente, per vivere, crescere, andare avanti …

Il terzo settore è il settore della crisi, della perturbazione, della provocazione, della diversità, dell’impermanenza, del turbamento, della malattia, della fatica e del dolore. Tutti i prodotti che l’umanità vorrebbe correggere e bonificare …. eppure è un settore che sembra aver imparato poco dalla crisi che tratta …

Come fa una famiglia a sopravvivere alla diagnosi di una grave malattia di un figli? Certo non con le ricette rassicuranti. Si stravolge, si trasforma, si snatura e trova, con una parte di fortuna, un nuovo equilibrio irriconoscibile per gli altri. ma possibile e necessario. Un equilibrio che mescola le crisi, che scompagina le carte, che perturba e innova.

 

Nuovi interrogativi per i CDD… genitori disabili

Come già rilevato in un documento prodotto dalle colleghe Marina Balestra e Rosa Ronzio “Per me si va nella città dolente” relativo alle RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale),  queste strutture nate come evoluzione sanitarizzata delle vecchie “Case di Riposo per Anziani”, si  sono trasformate connotandosi per una accoglienza specializzata che non si limita ai soli anziani ma  si allarga ad una lunga lista di persone non autosufficienti (disabili fisici, disabili psichici, persone  in stato di coma, o con gravi stati di demenza).

Ma anche i Centri Diurni per Disabili detti CDD, sono mutati nel tempo sia come definizione dell’utenza, che obiettivi; passando, con il tempo, dalla definizione di Centri Socio Educativi a quella attuale,  e modificando insieme al nome anche la quantità di attività educative (in termini di riduzione) e hanno aumentato le prassi più terapeutiche e/o sanitarie (prestazioni sanitarie, di riabilitazione fisioterapica et altre).

E come spesso accade, questi cambiamenti, tutto sommato significativi per le prassi educative restano patrimonio degli addetti ai lavori, dei convegni o delle supervisioni e forse nei pensieri delle equipes. A me resta il compito di domandarmi se questi cambiamenti non possano offrire degli spunti di riflessione di più ampio respiro, in ambito educativo.

Operando come psicomotricista in un CDD mi capita di osservare gli utenti che lo frequentano, anche quelli che non prendo in carico direttamente nei laboratori che conduco. Così come ricerco il confronto e la riflessione con gli operatori, anche in ordine ai mutamenti che vive il servizio che incontro, e come essi si riflettano nella quotidianità di tutti.

Di recente ho annotato un altro cambiamento, in questo caso nella tipologia delle persone che trascorrono lì la propria giornata; in realtà ma mi ci e’ voluto un po’ di tempo per elaborarlo in modo compiuto, e per provare a chiedere agli operatori informazioni.

Quindi, forse grazie al lavoro svolto dalle colleghe, e citato nell’introduzione al post ho considerato con più attenzione i vari utenti, alcuni di essi portatori di “nuove e diverse” forme di disabilita’, e a come vengono “pensate” e accolte dagli operatori.

In particolare mi riferisco alle persone diventate disabili in seguito ad incidenti stradali o ictus in eta’ adulta, nelle quali il danno fisico si accompagna ad un severo danno cognitivo, ed possibili danni alla formulazione dei pensiero, della stabilita’ emotiva, della comprensione.

Ma la premessa che vorrei mettere in luce è che si tratta di persone che avevano (hanno avuto) una vita strutturata, una famiglia, dei figli, un lavoro, facevano sport o avevano hobbies,  amici; e per i quali il percorso di vita muta radicalmente.

E non solo ma queste persone diventano fruitrici di un servizio prima destinato ai disabili dalla nascita; questa modificazione che è evidentemente culturale e insita nella nuova destinazione dei CDD, a servizio che accoglie “le disabilità” pensate (a livello di progettazione dei servizi a livello nazionale) come prevalentemente bisognose di un supporto sanitarizzato, piuttosto che di tipo “educativo”.

In questo quadro di mutamenti mi chiedo quali siano le domande educative, che pure continuano a riproporsi, poichè in questi servizi la dimensione educativa non viene mai a mancare e ad interrogare chi li attraversa.

Se  da un lato posso immaginare i disabili dalla nascita e le loro famiglie alle prese con la conquista di una progetto, di una “normalità” o un equilibrio possibile, che vanno costruiti dalla nascita; con domande educative molto orientate in questo senso; nello scenario familiare relativo a queste nuove disabilita’ immagino il crollo di una quotidinità familiare e la necessità di (ri)costruire un senso diverso dei ruoli familiari.

Vi sono uomini o donne che non “possono” più fare i padri e le madri o i mariti e le mogli …  con figli devono rapportarsi con una figura genitoriale che perde quelle connotazioni paterne/materne sin prima esperite (tutela, protezione, sostegno, insegnamento educazione). Ci sono giovani genitori che vanno “assistiti” da figli ancora piccoli o giovanissimi, mariti o mogli che devono imparare a essere soli e ad aver cura di un coniuge che smette di esserlo sul piano materiale, affettivo, progettuale. Pure restando in qualche modo padre, marito, compagno, in un modo o con un senso che va cercato, conquistato, compreso e condiviso.

Trovo che sia di grande importante comprendere quale sia il pensiero degli operatori dei Cdd su questi temi, o come si rapportino nel tematizzare, con famiglie, figli, mariti o mogli,  non più il percorso di crescita di un figlio disabile e della famiglia che impara, ma quello di un coniuge e degli eventuali figli,  in relazione ad un progetto familiare che va decostruito prima di ri-costruirsi.

In che modo la paternità o la maternita’ andranno ridiscusse e ripensate, elaborate nel pensiero degli operatori e quindi della famiglia, e dell’utente stesso; perché quella persona continuerà ad essere padre, o madre, sara’ ancora un marito o una moglie, in un servizio che si è sempre occupato di ragionare di educazione tra genitori e figli, e più generalmente tra genitori chiamati ad educare e figli chiamati ad imparare.

Io credo che sia importante, in un CDD, che queste storie, queste interruzioni della vita vadano osservate, e vadano considerati i temi della genitorialità nel suo realizzarsi in una persona diventata disabile. Io credo che siano storie che non possono, in questo senso, essere omologate ad altre storie, nella differenze che impongono di essere viste.

In particolare nel tema di una genitorialità che resta una dimensione che può avere spazio anche in una difficoltà cognitiva, negarla mi sembra mettere a rischio il senso educativo che sottende ancora le prassi di cura ed accadimento. Esplorare in questo contesto questa specifica genitorialità permette ad operatori ed utenti di riattraversare il senso di un progetto interrotto, ma anche di pensare alla genitorialità  (che è una esperienza molto più trasversale ai servizi e alle persone) in modo più sfaccettato e complesso.

 

Giocare al nido e ritornare a casa

di Irene Auletta

 

Accade frequentemente che il genitore, incontrando la realtà dell’asilo nido, scopra un nuovo modo di intendere il gioco con il bambino e che, visto l’entusiasmo e l’impegno che il proprio figlio esprime in questa nuova realtà, proponga anche a casa alcune delle attività ludiche conosciute nel servizio. Non sempre però il bambino è disponibile a vivere nei diversi contesti le stesse proposte di gioco e questo a volte disorienta gli adulti che non riescono a spiegarsi le diverse reazioni dei bambini. Provando a ripercorrere brevi tratti delle due esperienze, quella comunitaria e quella familiare, è possibile fare alcune riflessioni che possono aiutarci a comprendere i significati  che il bambino comunica con il suo comportamento.

Durante la sua giornata al nido il bambino vive un’esperienza ricca, impegnativa e coinvolgente che lo vede protagonista attivo di una relazione con un adulto diverso dai suoi familiari e con un gruppo di coetanei. Da questo punto di vista tale ambiente sostituisce oggi i contesti naturali che in passato erano costituiti dalle famiglie allargate, dai cortili e dai luoghi di incontro informali che popolavano la vita dei bambini. L’esperienza dell’asilo nido offre così ai bambini la possibilità di condividere esperienze comunicative di gioco e di scambio sia con coetanei sia con altri adulti.

In questo contesto gli educatori mettono a disposizione la loro esperienza professionale e il loro sapere teorico che ogni giorno viene tradotto nell’organizzazione della giornata, nella cura dedicata alla soddisfazione dei bisogni primari (cambio, pasto, sonno), nella predisposizione degli spazi e nella scelta delle proposte di gioco o attività.

E’ però importante sottolineare che le attività non rappresentano l’obiettivo educativo del servizio per la prima infanzia bensì uno dei possibili strumenti che ne permettono il conseguimento.

A nostro parere sarebbe infatti poco significativa una proposta di gioco “perfetta” in presenza di un adulto scarsamente interessato a quanto accade e incapace di condividere con i bambini le emozioni, le scoperte, gli entusiasmi e la voglia di imparare. La relazione che nasce tra il bambino e l’educatore diviene così l’elemento che trasversalmente attraversa la storia nell’asilo nido e che permette al singolo e al gruppo l’incontro con una peculiare esperienza di crescita emotiva e intellettiva.

Quando il bambino rientra a casa, ritrova il suo ambiente familiare e i suoi genitori, che sono per lui le figure affettive più importanti. Anche se l’esperienza che sta vivendo al nido è positiva, l’incontro con i genitori è per il bambino il momento più atteso e desiderato della giornata. In questi momenti spesso si assiste a comportamenti che sembrano orientati a recuperare il tempo della lontananza e che non sempre sono di facile gestione per i genitori.

Non di rado infatti i bambini risultano più “appiccicosi” e “capricciosi” con i propri cari quanto più sereni appaiono al nido.

Questi comportamenti non vanno banalizzati con facili luoghi comuni del tipo “se stai meglio al nido domani vengo a prenderti più tardi” oppure “per fortuna che domani è lunedì e ritorni al nido”, perché sono in realtà significativi messaggi rispetto al sentimento di mancanza che il bambino vive nei confronti dei genitori.

Per questo motivo quindi al bambino spesso non interessa rivivere a casa le stesse esperienze di gioco che vive al nido poiché il suo interesse prioritario è costituito dal rapporto con i familiari.

Anche in questo caso, così come durante l’esperienza vissuta al nido, non è tanto importante ciò che si fa, quanto la possibilità di condividere quello che si sta vivendo.

Certamente per i genitori gestire tali momenti è veramente impegnativo e difficoltoso, tuttavia pensiamo che la comprensione del loro significato possa alleviare un po’ l’innegabile fatica.