La scena dei compiti

Tra qualche genitore un po’ becero che impone la sua visione della scuola dichiarando che il suo bimbo non farà mai compiti, e qualche insegnante e/o scrittore confuta, con bella prosa, la necessità dei compiti a casa.
Poi ci sarà qualcun altro che scriverà con altrettanta sagacia della versione contraria, i compiti non servono e all’estero, si lì, c’è sempre qualche paese più innovativo, nella didattica che compiti non li fa più.
Così ci si sente chiamati per la giacchetta a pronunciarsi pro o contro. E alla fine ci sarà certo qualcuno che difenderà la teoria del “ai miei tempi si faceva così”.
Il problema sarebbe (forse) di voler vedere quello che ci sta tra l’una e l’altra posizione, senza necessariamente scegliere.
Ai miei tempi (appunto) si giocava in cortile , e per strada, per lunghi pomeriggi. Eravamo gruppi di bambini, tutti figli della scolarizzazione di massa degli anni 60, dove la scuola era quella bella, e partecipata anche dai genitori.
Dove il livello di istruzione tra docenti e genitori era sostanzialmente asimmetrico. Oggi di sovente non solo i genitori possono essere più istruiti delle maestre, ma talvolta anche più dei docenti della scuola secondaria di primo e anche di secondo livello.
Ai miei tempi tutt’al più si faceva ginnastica correttiva nella stessa palestra della scuola, e l’intervallo si giocava in cortile a giocare, intervallo era abbastanza lungo. I bambini giocavano, e tanto, all’aperto, in gruppi disomogenei per età, sotto lo occhio più o meno vigile della portinaia o di qualche mamma che non lavorava.
Ai miei tempi tante mamme non lavoravano, oggi lo fanno in tante. E il livello di istruzione medio, anche delle madri, è aumentato.
Ai miei tempi i programmi scolastici erano più stringati e focalizzati sulle abilità di base; come madre ho scoperto che alcuni contenuti che io ho appreso alle scuole superiori mia figlia grande li ha studiati alle scuole medie.
Ai miei tempi si giocava l’elastico o in giochi di gruppo, e i maschi giocavano a calcio in prati (non campi) più o meno organizzati, e la porta, quando andava bene, erano due assi posizionate per terra. Le femmine, ancorché giudicate incompetenti, a volte potevano fare l’arbitro o il portiere. Nessuno si sognava di avere l’abbigliamento giusto.
Ai miei tempi c’era solo un mio compagno, delle medie, che faceva uno sport strutturato: il tennis. E se non erro la cosa avveniva solo perché suo padre aveva in gestione un campetto di tennis.
Ai miei tempi le vacanze, per i più fortunati, si facevano con i genitori, talvolta non si facevano del tutto, oppure siandava nelle case dei nonni. E le grosse aziende offrivano ai figli dei dipendenti pacchi regalo in dono a Natale, con giochi e libri, e le colonie estive al mare o in montagna, per favorire il lavoro dei genitori che stavano in città.
Amici tempi e televisione era solo in bianco e nero dopo qualche anno è diventata colori ed è iniziato quell’altro apporto di intrattenimento televisivo di massa.
Ai miei tempi non c’era Internet e nemmeno gli smartphone.
Ai miei tempi si parlava dell’ integrazione dei flussi dei meridionali; ma non erano bambini migranti che arrivano da scenari di paesi estremamente lontani e portatori di grandi differenze linguistiche, culturali, alimentari, religiose, o forse si? Ma di certo non arrivavano, in fuga da guerre morte e devastazione
Ai miei tempi i bambini disabili andavano nelle scuole speciali. E non c’erano insegnanti di sostegno in classe e la cultura della disabilità non prevedeva che stessero a scuola.
Ai miei tempi tutta l’Italia aveva bisogno di andare a scuola, aveva bisogno di alfabetizzazione e di innalzamento del livello formativo, che ammortizzasse e rendesse omogenea la base culturale che ricevevano in famiglia.

Cool 100%

Oggi i bimbi vanno al cinema, a volte teatro, a volte sentire musica o festival e spettacoli: sostituiscono parte dell’attività pomeridiana libera all’aperto con attività strutturate di tipo sportivo, o espressivo, o artistico. Frequentano musei dove le attività laboratori sperimentali superano di gran lunga qualsiasi offerta didattica, dove con il gioco si insegnano sperimentatore, scienza, arte, storia e cultura sin da piccolissimi. Fanno laboratori in cui imparano con le mani e con il corpo. Sono bambini incuriosito e stimolati, spesso da genitori divertiti nell’accompagnarli in quel viaggio nel sapere. Ai miei tempi, di oggi, noi genitori ci poniamo il problema di istruire in questo modo i nostri figli, godendoci con loro questa immersione nel sapere.
Ai miei tempi non si sapeva che in Italia ci fossero le eccellenze della Reggio Children, e non c’era il bisogno di riportare gli asili nel bosco, perché i bambini giocavano nei prati e nelle strade, saltavano e correvano in spazi grandi e aperti, e facevano esperienza del mondo in gruppi informali non condotti da adulti. Ai miei tempi non si conoscevano i modelli della didattica che esistono in altri paesi, i genitori non erano informati, non avevano parametri di confronto per giudicare la scuola.
Ai miei tempi non c’erano tutti i bimbi diagnosticati come BES/sintromi di iperattività etc. C’erano i bambini monelli. E ancora non sappiamo se nuovi bisogni educativi speciali arrivino dalla carenza di motricità libera o siano una deriva del modello culturale attuale o solo siano rilevabili grazie nuovi strumenti diagnostici.
In tutto ciò la scuola si mostra, a macchia di leopardo, in alcune sue eccellenze, e in alcune sacche di “vecchia scuola” che non sa collocarsi in uno scenario nuovo.
Mi viene da dire su questa scena, ora appena descritta, forse non contempla altre complessità e sicuramente molte ne lascia ai margini.
Ma su questa scena la questione compiti si complica un pochino, perché i compiti entrano in una sfera molto più complessa. Da un lato ci sono tanti bambini che imparano i contenuti culturali in modo molto disomogeneo tra loro, alcuni lo fanno in modo molto stimolante. Inoltre la gestione del tempo libero è anche frutto di pressioni sociali (non sempre evidenti) volte ai genitori chiamati a stimolare i figli, indirizzandoli verso lo sport e altre attività.
Allora la questione assume qualche connotazione un po’ diversa … purtroppo non ci sono risposte che le famiglie possono darsi se anche la scuola non si interroga sul suo interagire con un mondo che mette grandemente in crisi la didattica sin qui usata, se non guarda all’incredibile groviglio della modernità.

Post apparso su Facebook in data 10.10.2016

Immagine @pontitibetani

qui si va a fare un assalto al cielo

assalti-al-cieloL’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Consiglio di Coordinamento Didattico del Corso di Laurea in Scienze dell’educazione sta organizzando un Convegno dal titolo ASSALTI AL CIELO e RITIRATE STRATEGICHE. Sguardi sul lavoro educativo che si svolgerà il 22 e 23 ottobre 2015.

La progettazione del convegno prevede il coinvolgimento dei diversi soggetti tra cui la nostra Associazione, coinvolti nei processi educativi, a livello riflessivo, formativo, decisionale e professionale: università, organizzazioni, istituzioni e destinatari del lavoro educativo.

In particolare, si focalizzerà l’attenzione su alcune questioni nodali:le problematicità del lavoro educativo;
il rapporto tra il lavoro educativo, le istituzioni e la politica;
l’innovazione nel/del lavoro educativo;
sguardi sull’educazione “dentro e fuori la scuola”.
link al sito con tutte le informazioni https://assaltialcielo.wordpress.com/

Io ci sarò, come Associazione Metas. 🙂

#educazionEamore (a 6 e a 16 anni)

Io so che l’amore è un desiderio importante (6 anni)
Io so che non lo so (16 anni)

Dovrebbero insegnare sull’amore:
È per tutti e da tutti, non differenzia sesso, colore, abitudini (16 anni)
Che è nella vita delle persone (6 anni)

A scuola l’amore è nel mio cuore, quando stai insieme alle persone con cui ti senti bene (6 anni)
A scuola l’amore è quando lo vedo in una madre che saluta le sua figlia disabile, e non si vergognano del loro sentimento. Noi adolescenti ci vergognano delle nostre mamme coccolone. Quando ci aiutiamo nelle interrogazioni. Quando non ho la merenda e un compagno la divide con me. (16 anni)

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#Pedagogiaepolitica – Blogging day – Autrice Claudia Pepe

Il tema del mese di febbraio: pedagogia e politica
“La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell’educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con “partito” e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l’educazione perde in partenza la sua sfida. Un’educazione che non ha bisogno dell’aggettivo “civica” per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L’educazione tras-forma l’umanità in cittadinanza”.

“Ci ho provato a tenere tutto insieme: il lavoro, la famiglia, la politica. E sono dispiaciutissima di dover lasciare i ragazzi proprio poco prima della fine dell’anno scolastico, ma questo è stato un periodo di cambiamenti enormi e io devo pensare ai miei cari”. Queste sono le parole della nuova First Lady italiana, Agnese Landini Renzi che proprio nel momento centrale dell’anno scolastico, abbandona il suo incarico di precaria e sceglie di rimanere vicino ai figli e al marito. Queste parole sono una doccia gelida per tutte le donne che tengono tutto insieme tutti i giorni e non hanno certo la disponibilità economica della Signora. Nella Scuola Italiana e non solo, le donne hanno dimostrato con la loro testardaggine e la loro autodeterminazione il loro coraggio educativo, politico e familiare. Non tutte hanno marito: ci sono ragazzi madre, donne separate, donne abbandonate, donne che lottano giornalmente con la lista della spesa in una mano e nell’altra i compiti da correggere. Ci sono donne che attraverso il loro studio e la caparbietà di uscire dal grembo materno hanno sacrificato anni, soldi, pur di insegnare. Perché insegnare non è da tutti. Ci vuole coraggio per farlo nella realtà che stiamo vivendo, ci vuole coraggio per  alzarsi ogni mattina e proiettarsi verso menti che sono lì per apprendere, conoscere, sapere, imparare a pensare, e seguendo il credo Socratico esprimere le loro domande e i loro perché. Ci vuole coraggio a varcare il portone della Scuola e decidere di non ammaestrare attraverso test inutili ragazzi che vivono un’adolescenza ancora più cruenta di ogni adolescenza, ed insegnare ad ascoltarsi, insegnare che ci possono essere più risposte ad una sola domanda, che il dubbio, e solo quello, alimenta la ragione, la discussione, l’opinione critica. Tutto ciò che serve per iniziare un percorso che non li vedrà camminare da soli ma sempre insieme in una coniugazione che dove non esiste l’io ma sempre il noi. No, Agnese Landini, in arte Renzi, non ha dato un esempio positivo né alle donne, né alle mamme, né ai suoi allievi e nemmeno alla Scuola. Quante donne non possono crescere come vorrebbero i figli ma la Scuola diventa per loro un luogo imprescindibile della libertà e un obbligo morale verso ragazzi che tornano a casa trovando una realtà impossibile da vivere a quell’età. Gli occhi dei genitori sono stanchi di dire bugie, le mani dei loro genitori sono piagate da lavori di ogni tipo, la mente dei loro genitori sta subendo la grande trasformazione data da una politica che va sempre in coppia con la Scuola. La cultura e l’istruzione venduta al potere economico, al debito pubblico creato non da noi ma da gente che ci ha fatto diventare sudditi di bassa lega, chini col capo e creditori verso una vita che ha serrato tutte le porte della fantasia e dell’immaginazione. Andando via la Signora Renzi, ha dato ragione a chi ci vuole donne geishe, donne chioccia, donne che stanno dietro. Lei si è accodata  ad una mentalità e ad un approccio politico sessista, che impone alle sole donne di scegliere tra lavoro e famiglia e che pretende di fare delle donne il divanetto di una società maschilista, testimone reale di quel modo di dire antico e volgare che dice :”Dietro ad un grande uomo, c’è sempre una grande donna”. Ma noi non vogliamo restare dietro nessuno , abbiamo il nostro viso, le nostre rughe, i nostri sogni che ci dipingono il volto. Proprio in questo frangente lei doveva, in nome della Costituzione e di quel giuramento ateniese, essere un faro per tutte le donne insegnanti che sono umiliate, calpestate, e spente come un mozzicone di sigaretta , da tutto il qualunquismo che circonda la figura dell’insegnante e del docente. Quel docente che opera principalmente nell’ambito delle istituzioni e nell’educazione formale come risorsa umana appartenente ad uno specifico progetto educativo. Quello dell’uomo, della sua consapevolezza, della sua memoria, della sua identità e della sua coscienza. E portare avanti quel paradossale fondamento del pensiero socratico è il “sapere di non sapere”, un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere.
Suo marito ha promesso 80 euro in più in busta paga ma, nello stesso tempo a voce del Signor Cottarelli, fa sapere che licenzierà 85.000 lavoratori della Pubblica amministrazione, per cui anche lavoratori della Scuola. Lei che dovrebbe sapere cosa vuol dire essere insegnante proprio in questo momento preferisce non vivere una vita che non è mai stata sua. In Grecia stanno licenziando insegnanti e il nostro turno è vicino, e non basteranno le opinabili scenette di suo marito in visita alle scuole accompagnate da cori di bambini che speriamo siano stati inconsapevoli  oggetti strumentali,a fermarlo. La politica  della fretta e la concezione del fare che è in antitesi con l’ascolto, il pensiero, l’empatia, hanno costruito una  società dove  il dubbio non lo vuole nessuno, tutti vogliono la certezza, il fare; mentre il dubbio è riflessione, ricerca di quell’autentico che ritroviamo nella narrazione, nelle nonne che raccontano le fiabe alle nipoti, nella musica che diventa linguaggio ancor prima di suono.  Nulla e nessuno serviranno a fermare lo tsunami che risucchierà solo le persone più deboli, quelle già segnate, quelle che servono lo Stato senza mai esserne legittimate. Si dimostri fiera di essere una donna madre, moglie e insegnante, e venga con noi allo sciopero dell’11 Aprile per la dignità precaria, si levi tutto quel perbenismo che noi insegnanti quelle del trenta Giugno non conosciamo: perché da tempo non abbiamo più il tempo di aspettare. Aspettiamo da troppo tempo il nostro tempo, quello che anche noi vorremmo dare a noi stesse e ai nostri figli. Ma  se ci tolgono la dignità non possiamo essere esempio per chi ci vede ogni giorno partire all’alba e tornare alla sera e continuare a lavorare sempre. Non possiamo essere fiere del nostro lavoro quando ce lo tolgono come tolgono alle madri carcerate i propri figli. Cara Signora Landini in arte Renzi rilegga  le parole di Socrate e rifletta: « Tu, ottimo uomo, poiché sei ateniese, cittadino della Polis più grande e più famosa per sapienza e potenza, non ti vergogni di occuparti delle ricchezze, per guadagnarne il più possibile, e della fama e dell’onore, e invece non ti occupi e non ti dai pensiero della saggezza, della verità, e della tua anima, perché diventi il più possibile buona? » Ecco collega, noi donne, madri, insegnanti ci pensiamo ogni giorno. Lei cerchi di comprenderlo.
Claudia Pepe
BIO
Sono Claudia Pepe un nome e un cognome di cui vado fiera e come Codice Fiscale potrei fare 1999 D.C. la data della mia abilitazione. Infatti sono ancora un’insegnante precaria, e insegno la lingua più bella del mondo . La lingua che ci lega, ci unisce e ci riunisce, quella dove ti riconoscono sempre, e tutti la parlano insieme a te. La musica, Don Milani e l’amore per i miei studenti sono i miei principi e per cui non smetterò mai di lottare, di vivere e di amare
la trovate su twitter @cludiapepe3

Ogni mese il gruppo Facebook “Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti”  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici. 
#PEDAGOGIAEPOLITICA
“La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell’educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con “partito” e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l’educazione perde in partenza la sua sfida. Un’educazione che non ha bisogno dell’aggettivo “civica” per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L’educazione tras-forma l’umanità in cittadinanza”.
Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un’occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.
Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest’ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l’annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d’accordo a prendervi parte.
Buona lettura.

I blog che partecipano:
Pasquale Nuzzolese per Il Piccolo Doge
 
Claudia Pepe per Ponti e DeriveAnna Lo Piano per Ponti e DeriveCristina De Angelis per La bottega della pedagogistaMonica D’Alessandro Pozzi per Allenareducare
 
Angelo Bruno per Nessi Pedagogici

Grazia Rita Leone per Nessi Pedagogici
 
Michela Marzano per E di Educazione

Luca Giangiacomi per Bivio Pedagogico

Anna Brambilla per Bivio Pedagogico

Lorenzo Fucci per In Dialogo

Alessia Zucchelli per IN Dialogo
 
Giusy Fiorentino per Labirinti Pedagogici
 
Vania Rigoni per Labirinti Pedagogici

#Pedagogiaepolitica – Blogging day – Autrice Anna Lo Piano

Il tema del mese di febbraio: pedagogia e politica
“La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell’educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con “partito” e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l’educazione perde in partenza la sua sfida. Un’educazione che non ha bisogno dell’aggettivo “civica” per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L’educazione tras-forma l’umanità in cittadinanza”.

Articolo di Anna Lo Piano

Il vero spartiacque nella vita di una famiglia è il momento dell’ingresso a scuola.

E’ solo allora, nel momento in cui si affidano i propri figli all’istituzione per completare il loro percorso educativo, che si fanno i conti con la società, lo stato, la comunità in cui viviamo.

E’ in questo momento che ci rendiamo conto se la politica ha funzionato e come ha funzionato. Già l’edificio, il modo in cui è stato concepito, il modo in cui è tenuto e mantenuto, ci dicono che tipo di scelte sono state fatte. Anche il metodo educativo, l’approccio nei confronti dei bambini, il programma didattico, la selezione degli insegnanti, sono frutto di scelte politiche, di ideologie. Nella scuola per la prima volta ci confrontiamo con altre famiglie, con altri microcosmi, che non abbiamo scelto sulla base di affinità elettive, di amicizia o simpatia, ma che ci sono capitati solo in base al fatto che tutti apparteniamo alla stessa classe di cittadini.

Con quelle famiglie, con quei microcosmi, che si portano dietro affetti, storie, passato e idee diverse dalle nostre, dobbiamo convivere per anni.

Con i figli di quelle famiglie i nostri figli cresceranno, impareranno a leggere e scrivere ma anche a litigare, a fare pace, ad odiarsi, ad essere gelosi o generosi.

A pensarci bene è proprio una cosa importante, che fa paura in  modo viscerale.

E’ fondamentale che lo scuola acquisisca la piena coscienza di questa sua funzione.

Se manca dall’alto, per vacuità politica, non è detto che non si possano sperimentare dal basso, all’interno delle classi, delle buone pratiche per far germogliare e coltivare lo spirito del vivere comune.

Ho pensato ad un piccolo elenco, in base alla mia esperienza, ma non è detto che non se ne possano trovare molte altre.

  1. Prendersi cura di qualcuno

Ci sono i bravi e i meno bravi, quelli per cui è facile quelli per cui è difficile, e questa divisione orizzontale non è molto divertente. Meglio, molto meglio, che chi è bravo in matematica aiuti gli altri ad imparare le tabelline, e che chi disegna bene spieghi come si fa a fare quei magnifici dettagli. L’inclusione di bambini disabili a scuola aveva questo spirito, ma nel tempo si è perso. Oggi spesso, a causa dei tagli, è solo un peso. Sarebbe bene invece che a turno ci si prendesse cura degli altri. Si può anche andare avanti come gruppo, oltre che come singoli.

  1. Prendersi cura di qualcosa

La situazione degli edifici scolastici è pietosa. Si può aspettare che qualcuno la risolva, arrabbiarsi, protestare, ma anche fare qualcosa. Ma nella scuola ci siamo noi, per primi, e la cosa ci riguarda. Impegnarsi prima a tenere in ordine, poi a migliorare. Piccole pulizie, decorazione dell’aula, ma anche costituire una biblioteca, o mettere su un orto. Avere cura del luogo in cui viviamo si impara anche da qui.

  1. Lavorare in squadra

Si fa presto a parlare di lavoro di gruppo. Troppe volte c’è uno che lavora e gli altri guardano, e non si impara niente. Niente ricerche copiaincollate da internet, ma per esempio la redazione di un giornale in cui ognuno ha un compito diverso. La gerarchia stretta e un po’ militaresca del giornalismo insegna a rispettare i tempi, le consegne, i ruoli e anche l’autorità del direttore, chiunque egli sia.

  1. Imparare ad ascoltare

Ascoltare le storie, le spiegazioni, ma anche le persone. Un gruppo classe è composto da mondi diversi, perché non approfittarne invitando genitori, nonni, zii o fratelli maggiori a raccontare qualcosa della loro infanzia, della propria epoca, del loro paese o regione d’origine, un’esperienza di vita o di lavoro? Si impara a concentrarsi sulle parole, fare domande, imparare direttamente senza il tramite di un libro, aspettare prima di giudicare, cambiare idea.

  1. Imparare a parlare

Affrontare un argomento dall’inizio alla fine, cercando una struttura, un filo logico, informazioni vere, è un ottimo esercizio per imparare a parlare. Poi c’è la battaglia contro la timidezza o l’eccessivo esibizionismo, ed il piacere di comunicare qualcosa a cui si tiene. L’argomento può essere qualcosa che riguarda la propria passione (la musica, uno sport), la storia di una squadra, di un personaggio famoso, il racconto di un film, di un libro, di un cartone che ci è piaciuto.

  1. Imparare a discutere

Oltre che ad esprimersi in modo logico e chiaro di fronte agli altri, si può imparare a sostenere la propria opinione di fronte a qualcuno che la attacca, e ad attaccare la posizione di un altro tenendo a bada l’aggressività e l’emotività. Per cominciare si può scegliere il tifo di una squadra contro un’altra, uno sport contro un altro, o un supereroe o qualunque personaggio contro un altro.

  1. Imparare a risolvere i contrasti

Ci sono le discussioni razionali e poi c’è tutto quello che ruota intorno alle relazioni di forza. Le offese, gli insulti, le lotte, le piccole perfidie, la capacità di confessare una colpa, di chiedere scusa, di fare pace. Il ruolo degli adulti è fondamentale e dà il tono alla classe. Una classe che funziona è una classe in cui i genitori non sono costretti ad intervenire per quello che succede all’interno perché è all’interno che si risolvono i problemi. Ed è un apprendimento che rimane tutta la vita.

  1. Imparare a divertirsi

Divertirsi senza scatenarsi, lasciarsi andare, coinvolgere tutti, ridere, muoversi, esprimersi con tutti i sensi, a scuola si impara anche questo. Perché il divertimento, la gioia, il benessere, sono parte integrante della nostra appartenenza sociale.

  1. Diventare autonomi

Nessun individuo può essere individuo politico se non impara a diventare responsabile di se stesso. Imparare a contare su se stessi, ad occuparsi delle proprie cose, a prendersi carico dei propri doveri senza scaricare ogni cosa sugli adulti o su presunti altri responsabili.

  1. Imparare a guardarsi intorno

Imparare che non siamo monadi, non siamo isolati, ma viviamo in un quartiere, in una città, in un paese. Cosa c’è intorno a noi? Chi sono i nostri governanti, qual è la nostra storia? Quali sono i problemi che le persone accanto a noi stanno affrontando?

Anna Lo Piano

 

Per finire consiglio la lettura di due libri per ragazzi che a mio avviso possono offrire molti spunti per pratiche e riflessioni sulla dimensione politica della scuola.

“Il maestro nuovo” di Rob Buyea, ed. Rizzoli 

“Bambini di farina” di Anne Fine, ed. Salani


BIO
foto anna 2
Anna Lo Piano scrive di libri, film, scuola e vita con i figli.Ha pubblicato diversi libri per bambini e tiene laboratori di scrittura creativa per le scuole.Sul web è conosciuta come piattinicinesi.(www.piattinicinesi.com)

Ogni mese il gruppo Facebook “Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti” propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici.

#PEDAGOGIAEPOLITICA
“La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell’educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con “partito” e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l’educazione perde in partenza la sua sfida. Un’educazione che non ha bisogno dell’aggettivo “civica” per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L’educazione tras-forma l’umanità in cittadinanza”.
Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un’occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.
Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest’ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l’annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d’accordo a prendervi parte.
Buona lettura.

Tutti i contributi verranno raccolti su Snodi Pedagogici e sui singoli blog, qui i link diretti

Pasquale Nuzzolese per Il Piccolo Doge
 
Claudia Pepe per Ponti e Derive

Anna Lo Piano per Ponti e Derive

Cristina De Angelis per La bottega della pedagogista

Monica D’Alessandro Pozzi per Allenareducare
 
Angelo Bruno per Nessi Pedagogici

Grazia Rita Leone per Nessi Pedagogici
 
Michela Marzano per E di Educazione

Luca Giangiacomi per Bivio Pedagogico

Anna Brambilla per Bivio Pedagogico

Lorenzo Fucci per In Dialogo

Alessia Zucchelli per IN Dialogo
 
Giusy Fiorentino per Labirinti Pedagogici
 
Vania Rigoni per Labirinti pedagogici