do what’s right, not what’s easy

Nel nostro lavoro capita a tutti di dover dire cose giuste e non facili, scoprendo o sapendo che generano malumori, sommosse, e quasi crisi sistemiche.

Come giustamente sottolinea il collega C. Sarno finiamo per occuparci dell’etica dell’educazione, tale che si rende etico oltre necessario dire alcune cose.

A volte occorre far scoprire che la disabilità occupa (solo) una parte della vita di una persona, ma non per questo la persona scompare: continua ad avere desideri, passioni, amori, bisogni, timori, non facilmente soddisfacibili (es una vita autonoma, l’affettività, la sessualità, l’attenzione privilegiata di un operatore); tanto perché questa impone diversi limiti, e sia perché il mondo attorno fatica a cogliere l’interezza della persona che vi sta attorno e dentro o dietro

Un adolescente, un ragazzo di 20 anni, una donna in età fertile, un anziano restano tali, indipendentemente dalla condizione di disabiltà, stesso accade ai desideri e ai sentimenti. Anche questa apparente ovvietà va ribadita e ricordata.

A volte occorre rivendicare la democraticità della disabilità (purtroppo), e ribadire che non ci sono altro che  gli stessi diritti di uguaglianza, non ci sono privilegi da ribadire, nell’essere più o meno disabili.

Ognuno, ogni famiglia ne declina a suo modo il rapporto, trovando equilibri diversi,  più o meno precari, più o meno facili, ma questo non implica dovere stabilire quali categorie di disabili che hanno maggiori diritti di altri. Non ci sono sindromi o danni cerebrali  che valgano più o meno.

Un compito degli operatori dell’educazione è esplorare e fare esplorare anche questa scomoda verità,. Esistono identici diritti, fra le persone disabili (lo dicono le carte internazionali e le costituzioni moderne) e laddove i familiari non possono/riescono/sanno difendere questi diritti spetta agli operatori mostrarli e indicarli, talvolta difenderli.

 A volte occorre dire qualcosa non è gradevole dire: un no, un’accaduto, una notizia, scontentare la voglia di non fare fatica di un utente o un familiare, di un collega. Evitando di lasciare quello che accade nella melma del non detto o del non fatto, o di perdere una occasione per crescere insieme, magari a fatica.

Alle volte occorre rischiare di scontentare un responsabile, un coordinatore, un collega per dire, “veramente “no, non sono d’accordo,” scegliendo la via della chiarezza, e della sfacciataggine.

Alla fine ci si chiede: a cosa serve tanta ottusa cocciutaggine? Perché è giusto farlo?

Perché l’educazione ha le sue radici, nei diritti, nell’insegnare, nella crescita, nel creare saperi e culture, nella comunicazione (interazione), nelle scelte, nell’intenzionalità, nelle fatiche di condiviedereed accompagnare l’altro nella sua strada, e persino nella scomodità di dire la cosa giusta anche se farlo non è facile …

easy

parlare, dire, ascoltare

Molto tempo fa avevo un amico, per meglio dire un conoscente, che viveva facendo di mestiere il critico d’arte, nello specifico si occupava dell’arte del 1600

Viveva, immagino lo faccia ancora, in una splendida casa di architettura fascista: una bella facciata, si saliva attraverso un grande scalone in marmo, i dettagli, tutti da vedere, erano in marmo bianco e nero.

Stessa cosa per l’appartamento, arredato con gusto, le cui pareti erano scandite da incredibili quadri di un pittore sconosciuto ma potenzialmente grande. Uno di quelli che non ha mai venduto un quadro, perchè vive(va) l’arte così visceralmente da non poter commercializzare la sua anima, ma solo prestarla agli amici. Cosa che era succssa ai suoi quadri, collocati in casa del mio amico.

Questo amico aveva accompagnato, me e il mio fidanzato di allora, a visitare il duomo di ******, mostrandoci prospettive storiche ed architettoniche. Indicandoci simbologie, rese vive dallo sguardo: quel serpe pagano, schiacciato da un leone sul quale stava posata la colonna, sul quale veniva edificata la “chiesa”; luogo e simbolo, significante e significato.

Quello che ha accompagnato tutti gli incontri con questo amico, per precisone direi costellato, è il suo uso della lingua italiana. Un linguaggio forbito che accompagnava, illuminava, stagliava le parole, rese vive da un’ineffabile capacità di esprimer concetti, e di renderli esperienza, sguardo, oggetto. Credo di non aver mai conosciuto una persona così colta e contemporaneamente così abile nel divulgare il sapere, capace di trasformare la parola in materia viva.

Rendendo comprensibile e fruibile una materia nuova.

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Passando ad altro, ma a partire proprio da questa esperienza, pensavo al valore della parola e della comunicazione che ha qui, in questo blog quale spazio virtuale, oppure in ambito educativo.

Nella esperienza lavorativa con le famiglie problematiche dei minori, con i minori stessi, piuttosto che con i disabili e le loro famiglie.

Parola che è sicuramente bagaglio dell’esperienza personale di ciascuno, e che nei casi più conflittuali diventa distacco, ostacolo, muro e oggetto stesso di scontro; tra diversi pensieri, retaggi culturali, capacità o volontà dialettiche.

Parola che può anche evocare scenari, se non proprio condivisi, almeno condivisibili, che può trattare oggetti visibili e per ciò meno interpretabili. Che può, anche, permettere incontri di sguardi di storie.

Previa una certa intenzionalità e una solida base di ascolto (parola sicuramente abusata nel sociale) che devono esser interpretate ed agite ogni volta.

Breve digressione sul piano personale.

Sto cercando di ridurre al minimo il numero delle vaccinazioni da fare somministrare alla mia figli più piccola, perciò parlo per telefono con l’infermiera incaricata.

Le dico che vorrei fare somministare solo i vaccini obbligatori, mi vien spiegato che non devo temere la febbriciattola conseguente al vaccino, e che posso tranquillamente dare alla bimba un farmaco *********** per eliminare il fastidio conseguente all’iniezione.

Vengo rassicurata, nel mio essere una mamma preoccupata per la febbre (cosa che non sono) ma non ascoltata nella mia richiesta sui vaccini.

In questo caso la mia interlocutrice ha risposto alla sua idea su ciò che secondo lei avevo comunicato; ed erogando – a mio avviso – una risposta standard/banalizzante alla mia domanda.

In questo caso il linguaggio ha creato uno scenario, ma non un incontro, non ha peraltro nemeno evocato grandi possibilità di confronto.

Mancava l’ascolto e la parola di poggiava su una interpretazione e non su un oggetto (per quanto metaforico).

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