sul blog – nominare/dare nome

  1. vedi post precedente
  2. i nomi nel blog. generalmente o con maggior precisione, preferibilmente transito attraverso blog di donne/mamme multitasker (si dirà così?); talvolta in qualche blog al maschile. al di là dà di ogni personalissimo criterio di scelta, una questione salta all’occhio. … chi “si” scrive in un blog narra le proprie vicende usando diminutivi, stralci (veri o apparenti) di lessico familiare per descrivere figli, compagni, mariti, amici e colleghi, assai più raramente appaiono i nomi reali. nella descrizione di se stesse le “blogghesse” usano altrettanta fantasia e creatività, sia nei profili, nelle icone, nella descrizione del proprio reale. spesso lo stile è brillante e corrosivo, o dolce e melanconico e via dicendo. forme – icone – html – colori – banner – immagini – colori. chi osserva da fuori ha la sensazione di tensione a mettere un velo, un filtro tra vita reale e narrazione nel blog, anche quando ciò che è narrato corrisponde sia ad una realtà precisa, a sentimenti ben definiti, emozioni e turbamenti. tutto ciò sembra essere una sorta dinecessaria finzione scenica, una maschera attoriale in cui l’attore narra se stesso attraverso un personaggio, un artificio. senza mai smettere di esplorare, ricercando nei meandri nella propria vita, ciò che poi verrà detto davvero in un teatro virtuale. da qui vedo un collegamento con un aspetto del mio lavoro: la scrittura quando sorga la richiesta di fare la stesura di una relazione psicomotoria o educativa. negli anni ho maturato uno stile che necessariamente mi vede scrivere, parlando di me, dei miei interventi, di situazioni e conversazioni, avvenimenti, crisi e cambiamenti, restando una persona terza. allora ed oggi (mi) è necessario rappresentare quelle esperienze attraverso una “finizione” che permetta di allontanarmene e guardarla da lontano, per raccontarla con lucidità, nitidezza e la maggior astensione dal giudizio possibile. ciò vuole dire esplorare i dati senza sentirsi troppo sulla scena, senza essere troppo “io persona”; in quel contesto lavorativo deve esserci il “sono io” professionale/professionista. una sola parte di me in azione. il resto del “mio bagaglio personale”, pur entrando di forza nella dimensione lavorativa …(il fatto è che sono io ogni mattina che va lì e lavora non il mio vestito professionale”), ne resta di fatto marginale. come in un blog? è una ipotesi sostenibile?

parlare, dire, ascoltare

Molto tempo fa avevo un amico, per meglio dire un conoscente, che viveva facendo di mestiere il critico d’arte, nello specifico si occupava dell’arte del 1600

Viveva, immagino lo faccia ancora, in una splendida casa di architettura fascista: una bella facciata, si saliva attraverso un grande scalone in marmo, i dettagli, tutti da vedere, erano in marmo bianco e nero.

Stessa cosa per l’appartamento, arredato con gusto, le cui pareti erano scandite da incredibili quadri di un pittore sconosciuto ma potenzialmente grande. Uno di quelli che non ha mai venduto un quadro, perchè vive(va) l’arte così visceralmente da non poter commercializzare la sua anima, ma solo prestarla agli amici. Cosa che era succssa ai suoi quadri, collocati in casa del mio amico.

Questo amico aveva accompagnato, me e il mio fidanzato di allora, a visitare il duomo di ******, mostrandoci prospettive storiche ed architettoniche. Indicandoci simbologie, rese vive dallo sguardo: quel serpe pagano, schiacciato da un leone sul quale stava posata la colonna, sul quale veniva edificata la “chiesa”; luogo e simbolo, significante e significato.

Quello che ha accompagnato tutti gli incontri con questo amico, per precisone direi costellato, è il suo uso della lingua italiana. Un linguaggio forbito che accompagnava, illuminava, stagliava le parole, rese vive da un’ineffabile capacità di esprimer concetti, e di renderli esperienza, sguardo, oggetto. Credo di non aver mai conosciuto una persona così colta e contemporaneamente così abile nel divulgare il sapere, capace di trasformare la parola in materia viva.

Rendendo comprensibile e fruibile una materia nuova.

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Passando ad altro, ma a partire proprio da questa esperienza, pensavo al valore della parola e della comunicazione che ha qui, in questo blog quale spazio virtuale, oppure in ambito educativo.

Nella esperienza lavorativa con le famiglie problematiche dei minori, con i minori stessi, piuttosto che con i disabili e le loro famiglie.

Parola che è sicuramente bagaglio dell’esperienza personale di ciascuno, e che nei casi più conflittuali diventa distacco, ostacolo, muro e oggetto stesso di scontro; tra diversi pensieri, retaggi culturali, capacità o volontà dialettiche.

Parola che può anche evocare scenari, se non proprio condivisi, almeno condivisibili, che può trattare oggetti visibili e per ciò meno interpretabili. Che può, anche, permettere incontri di sguardi di storie.

Previa una certa intenzionalità e una solida base di ascolto (parola sicuramente abusata nel sociale) che devono esser interpretate ed agite ogni volta.

Breve digressione sul piano personale.

Sto cercando di ridurre al minimo il numero delle vaccinazioni da fare somministrare alla mia figli più piccola, perciò parlo per telefono con l’infermiera incaricata.

Le dico che vorrei fare somministare solo i vaccini obbligatori, mi vien spiegato che non devo temere la febbriciattola conseguente al vaccino, e che posso tranquillamente dare alla bimba un farmaco *********** per eliminare il fastidio conseguente all’iniezione.

Vengo rassicurata, nel mio essere una mamma preoccupata per la febbre (cosa che non sono) ma non ascoltata nella mia richiesta sui vaccini.

In questo caso la mia interlocutrice ha risposto alla sua idea su ciò che secondo lei avevo comunicato; ed erogando – a mio avviso – una risposta standard/banalizzante alla mia domanda.

In questo caso il linguaggio ha creato uno scenario, ma non un incontro, non ha peraltro nemeno evocato grandi possibilità di confronto.

Mancava l’ascolto e la parola di poggiava su una interpretazione e non su un oggetto (per quanto metaforico).

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