#pedagogiaepolitica: pensieri prima del blogging day

Tema molto intrigant,e questo, quello che come Snodi Pedagogici abbiamo scelto per marzo.

Pedagogia e politica  …. cosa significhi lo chiarisce bene l’introduzione, ma per ognuno di noi, del gruppo che gestisce e promuove quest’iniziativa, la voglia di metter le mani sulle tastiera è stata fortissima.

Per l’educazione naturale abbiamo lasciato lo spazio ai genitori, e per pedagogia e scuola la scena è stata tutta dei decenti o di chi educa a scuola

Già nella discussione nel nostro “piccolo comitato di redazione”  la voglia di sviluppare almeno 3 0 4 tematiche,  ciascuno era veramente alt, abbimo fatto selezione e cercato di tenere il tema, aperto alle possibilità offerte da chi avrebbe scritto.

Che non si tratti della solo di parlare della politica che vediamo tutti i giorni nei vari media è chiaro, ma un’ulteriore chiarimento del sistema mi è venuto da una recente discussione Facebook.

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Un genitore ha poposto agli amici di facebook il titolo di un libro sull’adolescenza, subito un altro genitore ha rilanciato, ” è più facile crescere i bimbi piccoli che non gli adolescenti”, poi un’altro genitore magicamente ha tirato fuori, dal cilindro, un fantastico coniglio bianco.

Essere adolescenti oggi o negli anni 60 e 70, cosa è meglio? Peggio?

Un genitore, assai dottamente, spiegava i vantaggi di  essere adolescente nel 70, in un momento politico in cui giovani provavano a cambiare le regole, a fronte di un panorama educativo in cui ruoli genitori /figli erano più chiari e standardizzati, cambiare le regole e gli stereotipi e i modelli, lasciava i giovani libersi immaginare i molti futuri possibili.

E i giovani d’oggi?

Gli adulti, che stavo leggendo, raccontavano questo presente presente, piatto culturalmente piatto politicamente e deprimente dal punto di vista delle prospettive future, collocando lì i giovani. Flatlandia.

Le parole adulte disegnavano una cultura astenica e una cattiva politica, benché collocate sul cambiamento epocale quello del Web, della Rete in cui siamo presi. D’altronde lo spazio in cui questo avveniva era uno spazio web. Come non vederlo? In questo spazio web, ci stanno i figli, e un mondo che sta cambiando, ci piaccia o meno, che lo si veda o meno. Ci stiamo anche noi.

Politica? Educazione?
Ecco che mi appare professionalmente più chiaro il ruolo della pedagogia ed educazion,e laddove riescono a ricucire insieme i significati che collegano passato e presente, dove riescono ad attardarsi attardarsi  guardando quelle dimensioni del crescere che vanno verso l’orizzonte e vanno verso la profondità. In cui si ricollegano generazioni e mutamenti familiari, storici e politici.

Chi si occupa di educazione in alcuni casi sembra non potere evitare di collocare la sua opera in un contesto sociale culturale e politico; perchè la cultura e la politica (cultura politica?) determinano i luoghi dove si impara, aiutano o limitano i modelli di famiglia imperanti, dettano lo stile e il valore della scuola, riconfigurano  il mondo del lavoro, e  il tempo libero.

L’educazione si ferma a guardare, insieme ai suoi soggetti in educazione, il mondo che attraversano. L’educazione permette di costruire luoghi o progetti e significati in cui è possibile educare e crescere, in questo mondo reale, con le sue crisi, le sue periferie, le luci e ombre, la sua cattiva politica, i suoi cattivi maestri.

… Vediamo cosa diranno i nsotri ospiti a tale proposito? Snodi Pedagogici

scene e psicomotricità

Un laboratorio di psicomotricità che conduco da qualche anno, oramai, ha assunto una nuova faccia: quella di una rappresentazione di storie scelte dai partecipanti, che vengono smontate, quasi scomposte in micro frammenti “recitabili”. Lo ammetto non è una psicomotricità ortodossa, ma una reiterpretazione libera della triade “esploro, conosco, rappresento”.

Lo sconfinamento con il teatro è visibile, si lavora sempre per “un pubblico”, che siamo noi stessi, che guardiamo e sperimentiamo, sperimentiamo e guardiamo. Ci si osserva, si prova e ritenta, curiosi. Continua a leggere “scene e psicomotricità”

appunti di consulenza

di Monica Massola

E’ interessante l’applicazione della scena teatrale come metafora della scena pedagogica familiare e di come essa si intrecci e offra temi, prospettive, ingaggi, interrogazioni e incontri di ruoli.

In questa prospettiva non solo è possibile trattare i temi che i protagonisti portano, in sede di consulenza, narrandoli, ma anche chiedere loro di posizionarsi in uno scenario immaginario, fatto di quinte, e retropalco, di pubblico e comprimari, o attori non protagonisti, in scene principali e scenografie, dove le questioni problematiche delle genitorialità possono mutare o assumere diverse connotazioni.

Il racconto di una storia familiare, così attraversata, quindi si espone all’osservazione da parte dai narratori stessi da più ottiche e più modi. Pluralità di modi che sono resi possibili proprio dall’incontro con la consulente, che si dispone ad essere “pubblico”, alle volte “coro” ma anche “tecnico delle luci”, e che con domande e dubbi, illumina alcuni punti  (temi – azioni – ingaggi) della scena, lasciandone in ombra altri; permettendo in questo modo ai genitori di interrogarsi e osservarsi in contesti mai considerati prima, grazie ai feedback ricevuti.

E così il bimbo, ritenuto fragile e insicuro, dai genitori, se collocato su uno scenario più esteso, fatto di luoghi e famiglia allargata, legami sociali, e quotidianità, viene riscoperto nel suo essere ben radicato nella famiglia, rinsaldato da legami forti con i nonni e con il mondo sociale che gli ruota attorno.

Così alcuni insicurezze dei genitori, riposizionate in uno scenario complessivo (fatto di storie personali, lavoro, di quotidianità, e di concezione della famiglia) si scontornano assumendo la pregnanza di valori e virtù, che questi stessi stanno trasmettendo ai figli, e che possono essere di aiuto nell’affrontare i problemi del crescere/far crescere.

Il teatro, nelle sue variabili architettoniche, tematiche, di registri drammatici o comici, di ruoli, di regie e intrecci, coreografie, suoni etc fornisce una metafora potente per la rilettura delle storie familiari, ed rimette in luce come una storia possa essere “interpretata” in più modi e più registri. In ciò è possibile offrire alla famiglia più (e diverse) lenti di lettura relative ai propri strumenti pedagogici “innati” o in divenire.

Tempo teatrale: L’elemento temporale, in una rappresentazione teatrale, è ciò che ne determina più di ogni altra cosa le caratteristiche di alterità rispetto all’esperienza quotidiana.

Stili teatrali: Ci sono innumerevoli stili e generi che possono essere impiegati nei diversi contesti e culture. La ricchezza del teatro è tale che  si possono possono prendere in prestito elementi di ognuno di questi stili e presentare lavori multi-disciplinari in una combinazione virtualmente infinita, inoltre i generi non si escludono a vicenda.

Dietro le quinte: Il teatro non è solo ciò che si vede sul palcoscenico. Uno spettacolo spesso coinvolge un intero mondo di persone nella creazione dei costumi, delle scenografie, dell’illuminotecnica, della musica, e tutti coloro che, dietro le quinte, concorrono al perfetto svolgimento dell’evento, i direttori di scena, gli attrezzisti, i macchinisti, i tecnici audio e luci, il trovarobe, le sarte, le parrucchiere e il regista.

Lo spazio teatrale: Nel teatro il concetto di spazio ha almeno due significati: il primo è lo spazio fisico, il luogo della rappresentazione, il secondo è lo spazio dell’immaginazione.

Il luogo teatrale, spazio ‘concreto’ dell’azione scenica, può identificarsi con un teatro o una qualsiasi altra struttura adatta a ospitare una rappresentazione. All’interno del luogo teatrale può essere delimitato lo spazio scenico, ovvero il perimetro della rappresentazione vera e propria, affidata agli attori. Lo spazio rappresentato, inesistente fino a un momento prima dell’inizio della rappresentazione, è il luogo mentale che viene evocato, grazie all’immaginazione dello spettatoree alla maestria dell’artista che ne crea i confini, con la possibilità, durante la performance, di variarne continuamente le dimensioni e la forma. 

Fonte| Wikipedia Voce Teatro

Bothanica _ Momix

Fare brutti gesti per far “bello” il corpo

Il titolo non è un granchè, lo ammetto, ma è il modo più diretto per parlare della questione corpi, disabilità, e cose simili.

Parlo del mio specifico professionale di psicomotricista che in questi tempi lavora con 2 diversi gruppi di disabili, in un CDD, e dello stupefacente incontro che si produce in ogni laboratorio.

Non tanto e non solo perché un diversamente abile in quel contesto riesce a tirare fuori competenze stupefacenti e imprevedibili, ma perché il corpo che lui vive, abita e conosce (da una vita) è denso di possibilità che vanno raccolte e rilanciate, possibilità che noi “normalmente” abili manchiamo di osservare o diamo per scontate.  (E peraltro spesso dimentichiamo di possedere)

Lo stupore sta nel fermarsi a vedere ciò che già c’è e viene solo evocato in scena, nel laboratorio, da quella persona accessoriamente disabile, ma sostanzialmente collocata in un corpo pieno di espressività.

Alcuni disabili sono dismorfici, alcuni corpi o volti hanno forme peculiari, alcune spasticità modellano quel corpo. Ma la cultura “popolare” spesso associa l’idea della disabilità al dismorfismo.

Eppure il lavoro che stiamo facendo evoca e ci permette di giocare con quel dismorfismo possibile, e a volte presente o evocato dagli stessi partecipanti al gruppo.

Nell’ultimo incontro abbiamo voluto giocare a fare le brutte facce e gesti bizzarri, estremizzandoli, sfruttandone il potenziale grottesco, facendo ciò che non si deve fare (è forse quello che hanno imparato e si sentono dire).

Boccacce, linguacce, gesti scomposti e scoordinati, o disardinati, o bizzarrie; usati tutti per incontrare l’altro o salutare un compagno incontrato, mentre ci si muove nello spazio. Una partecipante imita il saluto tra due signore (io e lei) fingendo il volo abbozzato della gallina, agitando le braccia. Tutti si godono il fascino potente della trasgressione, del valicare quel limite, e quella regola che ci vuole tutti ben educati ma che spesso è più severa per i disabili. I quali alle volte, devono essere molto più ben educati e composti (di noi), e non infastidire e non dis-turbare nulla e nessuno.

Alla fine tutti rientriamo nella “normalità” e raccontiamo che – appunto – fuori di lì, fuori dal laboratorio, in ogni giorno “quelle cose” non si fanno.

Già, chi saluterebbe il vicino di casa o il salumiere così bizzarramente??

 

Perché è bello un corpo così? Forse per la ricchezza espressiva che si consente, perché sfugge l’ingessatura di quelle prassi educative molto contenitive, che rischiano di soffocare la bellezza di un corpo che gioca e comunica.

Nel Video David Anzalone – Comico

S.O.S. (Scuola) .. houston! we’ve a problem .. Another!? Again!?

Lavoro da anni nella scuola e se avrò fortuna ci lavorerò ancora per anni. Ci ho lavorato sul limitare, negli angoli buoi, nei confini non presidiati, notando com’è ovvio parecchie criticità educative e gestionali.

Ho osservato la scuola, con lo sguardo critico del professionista che deve incontrare le “incomprensibili” resistenze alla dimensione educativa, che portavo e porto, e alle presenze estranee di qualcuno che non è “insegnante” e che quindi sembra non avere un ruolo e un luogo dove esercitare il diritto/dovere alla parola, all’incontro, al presidio.

Ma ciononostante apprezzo la scuola, nella sua dimensione di luogo dell’apprendere, sebbene anche io noti che si tratta di un luogo grandemente in crisi. Eppure la sua stessa crisi non è sola colpa della scuola e soprattutto non può esserle attribuita in toto. La crisi del sistema scolstico non può essere nominato senza che (insieme) anche gli altri partner si assumano la responsabilità del pezzo di crisi che portano e non vedono.

Chi sono gli altri partner? Le famiglie, lo stato, il provveditorato, i professionisti che le ruotano attono. E poi c’è la dimensione culturale e sociale di un paese che latita nel restituire le dimensioni di un mondo che cambia. Quindi lascerei ad ognuno il tempo per una riflessione sui propri mancati presidi. Ma la scuola c’è e vale.

Oggi siamo al prolungamento ipotizzato delle vacanze estive, motivato, in apparenza dalla nobile intenzione di dare la possibilità alle famiglie italiane di andare in vacanza in un momento dell’anno economicamente vantaggioso. Leggendo qui e là,  si inserisce inoltre la questione, molto sventolata ultimamente, di qualcuno che dice “ai miei tempi” c’era il maestro unico, “ai miei tempi” si andava a scuola all’inizio di Ottobre, “ai miei tempi” non c’era il tempo pieno, “ai miei tempi non c’era questo e quello… eppure ho imparato bene a leggere e scrivere etc etc etc …”.

Ai suoi tempi, che erano probabilmente anche i miei… non c’erano un sacco di cose, ce ne erano altre. Lo sfondo, lo scenario … della mia scuola era inequivocabilmente diverso.

E ..

  • non c’erano i disabili allora relegati nelle scuole speciali, e nemmeno c’erano i casi sociali, bambino oggi seguiti dagli educatori e da insegnanti di sostegno,
  • non “c’erano” i bambini dislessici/digrafici/con problemi di discalculia o meglio non si prestava attenzione a loro, forse bollandoli come “asini”,
  • non c’erano alunni extracomunitari e nemmeno i mediatori culturali,
  • le mamme, la maggioranza, erano casalinghe,
  • e per finire la scuola non doveva rispondere alle necessità di una società globalizzata,
  • ma assolvere al compito (allora fondativa) di insegnare a tutti a leggere e scrivere, favorendo l’accesso allo studio ……

Insomma era una scuola diversa, nelle forme e nel compito formativo. Il fatto che siano passati circa 30/40 anni significherà pure qualcosa…

Così oggi mi chiedo e trattengo questa domanda: se il problema delle vacanze settembrine sia una richiesta pressantissima dei genitori o se non assolva a tamponare altri problemi che chi governa vede e vuole presidiare.

Così come professionista dell’educare, come madre, come cittadina, ed anche come persona che continua a frequentare contesti formativi (in qualità di studente) vorrei rispondere alle pressioni mediatiche in tema di scuola, qualora ci si voglia occupare di problemi reali e non fittizi capziosi: ossia come la scuola debba cambiare, per ridurre costi e sprechi,  per innovare e rinnovarsi al fine di rispondere al suo primigenio mandato formativo, verso i miei e gli altrui figli. Ma le motivazioni di questi cambiamenti devono essere adulte, valide ed intelligenti, per rispondere al mandato di formare i nuovi adulti che vivranno in un mondo più complesso.