Parlare della paura, parlare con la paura (e con il coraggio)

IMG_5615La scena è questa: parco avventura (si tratta di percorsi aerei, su corde o passerelle tese fra gli alberi; i percorsi sono graduati in ordine di difficoltà e in base all’età).

Abbiamo, appunto, deciso di affrontare questo cimento; io e le due figlie, la piccola, notoriamente avventurosa e intraprendente, era eccitatissima, la grande con il suo solito stile inglese, con molto self control, si è messa alla prova decidendo e scegliendo in autonomia sino a che punto osare, e in che modo confrontarsi con emozioni e paure.

Quest’anno abbiamo parlato variamente della paura, un po’ per caso, e un po’ per necessità. La piccola, forte dei suoi 7 anni, e da qualche tempo vanta con grande determinazione di non aver paura di nulla. Ovviamente a me spetta la parte di quella che spiega, le mamme lo fanno spesso e a volte si sentono pure un pochino pedanti, e altre volte si sentono felici di insegnare …

Insomma in vari momenti le ho spiegato che paura è una buona cosa, ci allerta nel corpo e nelle sensazioni, ci prepara ai pericoli che stiamo per incontrare, ci aumenta il metabolismo e il battito cardiaco.

Ma è stato nel percorso che ci siamo davvero incontrate a fare i conti con la paura, la sua intensa in alcuni momenti, e la mia di non saperle insegnare ad incontrarla, ad affrontarla per quello che è, a provare a superarla o anche solo gestirla. Le corde si aggrovigliavano, e i percorsi si complicavano, i moschettoni andavano ganciati e sganciati, e laddove lei faticava, io dovevo prevedere quali percorsi l’avrebbero spaventata di più, spiegandole come poteva affrontare quel passaggio tra un albero e una altro, immedesimandomi nel suo grado di difficoltà e aiutarla da affrontarlo (dosando il giusto grado di sorveglianza e emancipazione). Poi le difficoltà sono oggettivamente aumentate, e la sua paura anche.

Ed è a quel punto che mi sono trovata a parlare “con la (sua) paura” che le toglieva quasi il fiato, accelerandone il battito cardiaco, irrigidendo i movimenti del corpo, fino a rischiare di bloccarli. Ho recuperato parole giuste, dosato il tono di voce, le ho ricordato le tappe che aveva già superato e la sua intraprendenza abituale, indicandole a voce i punti che stava superando.


Alla fine è rimasto un pianto liberatorio, lungo, e il tempo per recuperare il fiato spezzato, per un abbraccio, per il silenzio, per sentire anche le mie emozioni, tra fierezza e dispiacere per il suo dolore. Ma era di quello ciò di cui  avevamo bisogno. Un tempo per parlare alle emozioni, e delle emozioni, parlare al cuore e al pensiero, che sapevamo essere in fermento, ritessendo la connessione di un corpo che si ritrova intero. Questo che mi ha permesso di dare un significato autentico a tutti quei “pomposi” discorsi sulla paura, che tanto mi avevano fatto sentire una madre noiosa, e saccente.

IMG_5613La vita non risparmia differenti momenti difficili, cambiamenti, occasioni che ci aprono all’incontro con la paura.

La paura c’è, e soprattutto non si può (e non si deve) non aver paura; che è la compagna di viaggio del coraggio, dell’incontro con i propri limiti, e/o con la possibilità di oltrepassarli, o anche solo di guardarli in faccia. La paura come altre emozioni ci tiene legati al corpo, al senso di quanto accade e alla necessità di attraversarlo, di crescere.

Come madre lo so che non è finita qui, che abbiamo ancora tante prove da affrontare,  e io dovrò saper collegare con cura le mie spiegazioni, i miei saperi, ciò che osservo di quanto sta accadendo alla vita concreta, alle situazioni che accadano e alle esperienze che ci fanno/faranno incontrare.

Per la cronaca la figlia grande, a 17 anni, ha capito il trucco del dialogo tra paura e coraggio pertanto ha affrontato in solitaria i vari percorsi, scegliendo di affrontare le difficoltà (il labirinto verticale è davvero un cimento), di percepire e muoversi, e quindi di sfidare i suoi stessi limiti, per superarli e definirli. Alla fine è ridiscesa con un sorriso spettacoloso.

Sull’arrampicare come esperienza di apprendimento personale ne ho raccontato qui…

#educazionEamore: “a mille ce n’è …”

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“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”


” A mille ce n’è …”

“Per Minore Straniero non accompagnato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o di altri Stati dell’Unione Europea che, non avendo presentato domanda di asilo, si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato privo di assistenza e rappresentanza da parte di genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili…” (DPCM 535/99 art. 1)

Di fatto l’msna è un adolescente africano, o pakistano, bengalese, albanese, ecc…che, in accordo coi genitori, lascia il proprio paese per motivi legati a situazioni di guerra o di povertà, e affronta un viaggio che, in base alla distanza e al denaro che si ha a disposizione, può durare anche dei mesi. Partono alla ricerca di una sistemazione e di un lavoro, in modo da badare al proprio sostentamento e aiutare la famiglia.

Questi giovani portano con sè storie che ruotano attorno a tre parole principali: amore, protezione e speranza, tre parole che trovano la loro espressione peculiare ad ogni tappa del viaggio.

Le storie dei ragazzi che arrivano in comunità di solito iniziano così:

“C’era una volta in un paese molto lontano una famiglia. L’amore regnava tra i sui membri, la protezione verso i più deboli era garantita e la speranza nel futuro non mancava.
Un giorno però ci si rese conto che il lavoro tardava a tornare, già altre volte si era fatto attendere ma poi era sempre tornato, questa volta era diverso. La speranza iniziò ad allontanarsi da quella casa, si diresse così lontano che si rese necessario che un membro della famiglia partisse per cercarla e riportarla indietro. Partì il figlio più giovane perché…”


…perché aveva più anni davanti a se per trovare ciò che cercava;


…perché era il più sveglio ed aveva più probabilità di cavarsela in un mondo sconosciuto;


…perché era il meno sveglio e se non fosse riuscito nel suo viaggio almeno la famiglia non si sarebbe privata di un importante elemento di sostentamento;

…perché era il più problematico e piuttosto di rimanere qui e isolato o peggio rinchiuso, era meglio andare incontro ad un più magnanimo esilio.”

Il patto di protezione su cui si fondava la famiglia venne sospeso in nome della speranza e dell’amore. L’amore famigliare, il legame di sangue, la responsabilità degli uni verso gli altri, dei genitori verso i figli e dei figli verso i genitori, la speranza di un futuro migliore o semplicemente di un futuro, la speranza del possesso, la speranza di riscuotere un premio in base a ciò che si è rischiato, tutta questa spirale di imperativi morali viene messa sul banco di prova del mondo globale.

Queste famiglie sono accomunate dalla povertà, ma non una povertà estrema: solitamente hanno da parte qualche risparmio o sono padroni di qualcosa che possono vendere per ricavare il denaro necessario per la partenza.

Mettono così i loro averi e i loro figli nelle mani dei trafficanti di uomini, i quali di per sé non sono ne bravi ne cattivi, sono membri di imprese illegali internazionali (a volte mafia italiana…) che vogliono solo i soldi, non hanno un interesse specifico a fare del male ai migranti, a meno che non vi siano costretti dalla situazione.
In genere per partire ci vogliono dai 4 ai 10 mila euro. Questa cifra però può non bastare per arrivare a destinazione: se il viaggio è molto lungo si può dividere in più tappe, ognuna ha il suo costo, quando i soldi finiscono la carovana si ferma e i ragazzi vengono scaricati. A questo punto o sono in grado di trovare un lavoro e raccogliere la cifra sufficiente per proseguire il viaggio o i famigliari mandano altri soldi ad altri trafficanti, dopo aver chiesto prestiti a parenti e amici, che gli fanno riprendere il viaggio. Se tutto va bene, ciò se chi riceve i soldi non scappa senza rispettare l’accordo (cosa che accada piuttosto di frequente), si riparte verso la tappa successiva e così via. Spesso non c’è nemmeno una meta preventivata, si arriva fino a dove si riesce.

Questa è la scommessa che fa la famiglia, rinunciando all’elemento di protezione e sperando di riscuotere una miglior condizione di vita per sé e per il figlio nel futuro.

L’amore famigliare originario viene plasmato dal viaggio e tenuto in scacco dalla responsabilità del fallimento. Il rischio è alto sia per il ragazzo che per i genitori, ma anche per i parenti e i conoscenti che, seppur in misura diversa, sono coinvolti “nell’affare”.
La scommessa non viene mai vinta completamente anche nella migliore delle ipotesi.

Il legame tra le persone, la fiducia e l’amore reciproco cambiano irrimediabilmente: il figlio deve velocemente giungere a destinazione, ottenere i documenti necessari, imparare la lingua, andare a scuola, trovare un lavoro, risparmiare e inviare soldi a casa. Nel frattempo vive la solitudine di un mondo straniero, senza genitori e con riferimenti inevitabilmente più deboli (come l’educatore, il compagno di comunità o il compagno di strada), si rapporta con una complessità esperienziale non prevista dall’immaginario di un ragazzino, entro la quale può smarrire gli obiettivi che la famiglia gli ha consegnato, o non riuscire a realizzarli per propria incapacità, per motivi contingenti o semplicemente perché i tempi sono molto più lunghi del previsto.

Dall’altra parte i genitori possono vivere inizialmente la frustrazione di affidare ad un figlio ancora molto giovane la responsabilià del sostegno economico, la sofferenza di pensarlo lontano e solo tra mille difficoltà. In un secondo momento prende piede l’ansia del vedere i risultati del loro “investimento”, che tardano ad arrivare. Nel frattempo si ritrovano più poveri di prima, dal momento in cui hanno utilizzato gran parte dei loro averi in questo progetto e non vi sono ancora stati ritorni, e i parenti e i conoscenti che a loro volta si sono impegnati finanziariamente, iniziano a rivendicare i loro crediti. Spesso nascono tensioni e conflitti che possono compromettere i legami famigliari, non è raro inoltre che tale tensione si ripercuota sul figlio, il quale si trova ad avere la grande responsabilità di ciò che accade a casa. “Sono già due anni che sei li e non hai ancora mandato soldi…cosa fai? Pensi solo a divertirti? Ci hai già dimenticati?”

Il lavoro che spesso ci troviamo a fare come educatori è quello di aiutare il ragazzo a ridimensionare la propria responsabilità rispetto a sé stesso e alla famiglia, di farlo riflettere anche su quali sono i suoi diritti: dal momento in cui arriva in comunità ha diritto a vitto, alloggio, vestiti, documenti, scuola, ecc., ma anche ha diritto a pensarsi ragazzino, quale è e quale viene considerato dalla società che lo circonda. Di conseguenza ha il diritto ad essere amato.

E’ naturale pensare che un ragazzino debba essere amato dai suoi genitori o da altre figure vicine a lui se pensiamo che debba crescere sano nella nostra società. E’ necessario che abbia l’esempio di un rapporto di fiducia reciproca, che lo distolga dal pensare che il mondo degli affetti sia rimasto nel paese d’origine, e che questo sia il mondo in cui si debba solo prendere e pretendere il più possibile. Questo è uno dei punti chiave dell’integrazione.

“Educazione e amore” è una riflessione tanto complessa quanto necessaria.


Dopo aver argomentato sull’amore e su quanto, nelle sue istanze affettive e famigliari, sia un fattore cardine della riflessione educativa, riporto di seguito una conversazione che ho avuto con un ragazzo ghanese di 18 anni, A.K., profugo e ospite della comunità da circa due anni. Si sa poco del suo passato perché non ne parla per nulla volentieri e non è da molto tempo che si esprime in un italiano comprensibile.

L’aspetto perturbante di questa storia è che, mentre in quelle citate prima si riesce ad utilizzare “l’amore famigliare” come chiave di lettura principale, seppur a volte in modo contorto e contraddittorio, quest’altra vicenda è talmente anomala che “l’amore” sembra chiamato in causa solo da una sua disperata assenza.

“A., ma tu non hai nessuno che ti pensa in Ghana? Non ti ho mai visto telefonare, ne tantomeno parlare di tornare un giorno, o di voler mandare soldi a qualcuno…

No, non ho nessuno. Ho un fratello ma da quando sono partito non l’ho più sentito. 

Ma quindi hai una famiglia e un fratello?

No, non ho nessuno. Avevo un fratello gemello, vivevamo con mia mamma. Mio padre non c’è mai stato. Quando avevo circa cinque anni mia mamma è morta perché si drogava e io e mio fratello siamo stati adottati. Lui non l’ho più visto da allora.

Ma come, dicevi di non averlo più visto da quando sei partito, non da quando avevi cinque anni…

No, mio fratello gemello è il mio fratello vero, e non so dove sia da quando è morta mia mamma, quello che ti dicevo che non sento da quando sono partito è il mio fratellastro, cioè il figlio della famiglia che mi ha adottato.

Non avevi un buon rapporto con loro immagino, dal momento che non hai più mantenuto i contatti…

Non stavo bene con loro, non mi hanno mai detto che non ero loro figlio, fino all’ultimo. Io lavoravo nei campi e basta, ma non come qui in comunità con la macchina per tagliare l’erba e il trattore, li si fa tutto a mano, senza pause e sotto il sole. Ma è coma in palestra, i primi giorni sei stanco, poi sempre meno, sempre meno…

Un giorno mi sono ammalato ma ricordo male, ero ancora molto piccolo, da piccoli la testa non funziona bene. Ricordo però che il cuore mi batteva fortissimo nel petto come se volesse uscire. Mi hanno portato da una persona che mi ha fatto questi tagli (alza la maglietta e mi mostra una serie di cicatrici sul petto e sulla schiena) per far uscire quello che non andava, poi sono stato bene mi pare.

Comunque quando ho lasciato il Ghana è andata così: dovevamo andare a prendere l’acqua, perché li vicino non c’è l’acqua, bisogna andare al fiume a prenderla, così siamo partiti io e mio fratello, ma non insieme, ognuno per conto suo…

Litigavi con lui? 

Si

Io sono tornato, lui no. Mio padre mi ha detto che io l’avevo ucciso, e che se non tornava entro 3 giorni, lui avrebbe ucciso me. In quel momento mi disse anche che non ero il loro vero figlio.

Dopo due giorni che mio fratello non tornava sono scappato. Ma non sono stato io ad ucciderlo, da quelle parti ci sono molti animali feroci e lui era piccolo, forse è stato catturato da un animale, succede…

Se te ne sei andato dopo due giorni non sai se tuo fratellastro è poi tornato oppure no, o mi sbaglio?

Non lo so, io sono scappato nel deserto, mi ha trovato un cacciatore che mi ha portato in Togo, da lì in Libia dove mi sono imbarcato di nascosto su una nave per Lampedusa.

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 Il poeta ghanese Kofi Awoonor, scomparso il 21 settembre 2013, trasmette nelle sue “Canzoni di dolore” delle sensazioni simili:

[…]
Sono in un angolo estremo del mondo Posso solo andare oltre e dimenticare.
La mia gente, sono stato da qualche parte Se mi giro di qua, la pioggia mi bagna
Se mi giro là c’è il sole che mi brucia. La legna da ardere di questo mondo
È solo per coloro che possono prendere cuore È per questo che non tutti possono raccoglierla.
Il mondo non è buono per nessuno
Ma tu sei così felice con il tuo destino;
[…]
Non ho alcun parente e nessun fratello, La morte ha fatto guerra a casa nostra;
E la grande famiglia del Kpeti non c’è più, Solo la recinzione rotta rimane;
E quelli che non osava guardare in faccia Sono venuti fuori come uomini.
Quanto bene il loro orgoglio è con loro. Lascia che quelli andati prima prendano nota Hanno curato male la loro prole.
Per cosa piangono?
Qualcuno è morto. Agosu stesso. Ahimè! un serpente mi ha morso Il mio braccio destro è rotto,
E l’albero su cui mi appoggio è caduto.
[…]
Chiedi loro perché restano inattivi
Mentre noi soffriamo, e mangiamo sabbia.
E il corvo e l’avvoltoio
volano sempre sopra le nostre recinzioni rotte
E gli stranieri camminano sopra la nostra parte.

“Educazione e amore”, cosa rimane?

Niente ricette su quanto l’amore sia indispensabile per educare bene i figli, o su come modulare l’amore naturale nell’educazione professionale, questo di certo non c’è, e allora cosa c’è?
Ci sono delle storie, perchè fare educazione è raccontare delle storie, o meglio saper raccontare in modo diverso la stessa storia.
Queste sono storie di ragazzi che crescono e che svolgono una tappa della loro crescita in comunità, dove le raccogliamo e le ri- raccontiamo insieme. E qua ci sta l’educazione. E l’amore dove sta?

L’amore sta ovunque, anche quando non c’è!

Anzi soprattutto quando non c’è, quando la sua assenza è talmente grave che quella storia deve essere ri-raccontata mille volte, quasi come fosse un esercizio spirituale.

Marco Basati
39 anni – Educatore professionale


Cos’è il blogging day #educazionEamore?

i blogger di Snodi Pedagogici ospitano i contributi di chi si senta coinvolto dal tema lanciato, e desideri offrire il proprio pensiero o la propria storia, tutti i contributi vengono divulgati da Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link (link del bd dal sito di Snodi pedagogici).

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook”

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici (link al sito facoltativo) è: #educazionEamore

“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

LINK AI BLOG PARTECIPANTI

Bivio pedagogico

Il Piccolo Doge

Labirinti Pedagogici

In dialogo

E di Educazione

Nessi Pedagogici

La bottega della pedagogista

Tra Fantasia Pensiero ed Azione

#pedagogiaepolitica: pensieri prima del blogging day

Tema molto intrigant,e questo, quello che come Snodi Pedagogici abbiamo scelto per marzo.

Pedagogia e politica  …. cosa significhi lo chiarisce bene l’introduzione, ma per ognuno di noi, del gruppo che gestisce e promuove quest’iniziativa, la voglia di metter le mani sulle tastiera è stata fortissima.

Per l’educazione naturale abbiamo lasciato lo spazio ai genitori, e per pedagogia e scuola la scena è stata tutta dei decenti o di chi educa a scuola

Già nella discussione nel nostro “piccolo comitato di redazione”  la voglia di sviluppare almeno 3 0 4 tematiche,  ciascuno era veramente alt, abbimo fatto selezione e cercato di tenere il tema, aperto alle possibilità offerte da chi avrebbe scritto.

Che non si tratti della solo di parlare della politica che vediamo tutti i giorni nei vari media è chiaro, ma un’ulteriore chiarimento del sistema mi è venuto da una recente discussione Facebook.

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Un genitore ha poposto agli amici di facebook il titolo di un libro sull’adolescenza, subito un altro genitore ha rilanciato, ” è più facile crescere i bimbi piccoli che non gli adolescenti”, poi un’altro genitore magicamente ha tirato fuori, dal cilindro, un fantastico coniglio bianco.

Essere adolescenti oggi o negli anni 60 e 70, cosa è meglio? Peggio?

Un genitore, assai dottamente, spiegava i vantaggi di  essere adolescente nel 70, in un momento politico in cui giovani provavano a cambiare le regole, a fronte di un panorama educativo in cui ruoli genitori /figli erano più chiari e standardizzati, cambiare le regole e gli stereotipi e i modelli, lasciava i giovani libersi immaginare i molti futuri possibili.

E i giovani d’oggi?

Gli adulti, che stavo leggendo, raccontavano questo presente presente, piatto culturalmente piatto politicamente e deprimente dal punto di vista delle prospettive future, collocando lì i giovani. Flatlandia.

Le parole adulte disegnavano una cultura astenica e una cattiva politica, benché collocate sul cambiamento epocale quello del Web, della Rete in cui siamo presi. D’altronde lo spazio in cui questo avveniva era uno spazio web. Come non vederlo? In questo spazio web, ci stanno i figli, e un mondo che sta cambiando, ci piaccia o meno, che lo si veda o meno. Ci stiamo anche noi.

Politica? Educazione?
Ecco che mi appare professionalmente più chiaro il ruolo della pedagogia ed educazion,e laddove riescono a ricucire insieme i significati che collegano passato e presente, dove riescono ad attardarsi attardarsi  guardando quelle dimensioni del crescere che vanno verso l’orizzonte e vanno verso la profondità. In cui si ricollegano generazioni e mutamenti familiari, storici e politici.

Chi si occupa di educazione in alcuni casi sembra non potere evitare di collocare la sua opera in un contesto sociale culturale e politico; perchè la cultura e la politica (cultura politica?) determinano i luoghi dove si impara, aiutano o limitano i modelli di famiglia imperanti, dettano lo stile e il valore della scuola, riconfigurano  il mondo del lavoro, e  il tempo libero.

L’educazione si ferma a guardare, insieme ai suoi soggetti in educazione, il mondo che attraversano. L’educazione permette di costruire luoghi o progetti e significati in cui è possibile educare e crescere, in questo mondo reale, con le sue crisi, le sue periferie, le luci e ombre, la sua cattiva politica, i suoi cattivi maestri.

… Vediamo cosa diranno i nsotri ospiti a tale proposito? Snodi Pedagogici

Matematiche educative

In un bel post sul suo blog, il collega Christian Sarno, aiuta a focalizzare come nell’essere genitori sia importante la capacità di sottrarsi, come genitore, lasciando lo spazio ai figli, nello specifico offrendo alla sue due figlie tutto lo spazio di esplorarsi nella relazione e nella conoscenza reciproca, con il ruolo di sorelle, bambine, pari e simili.

È una delle possibilità (date) dell’essere genitore: mettersi – più o meno comodi – sullo sfondo e lasciare che altri “facciano cose”.

In questi giorni il lavoro del coordinamento mi obbliga a pensare alla (quasi) cinquantina di famiglie di persone disabili che il Centro, che coordino, accoglie, e alle altre famiglie incontrate in servizi analoghi.  Similmente a quello indicato nel post di C. Sarno c’è un rapporto di distanza, dedicato al “lasciare fare” che occorre mettere in campo, reciprocamente.

Una delle azioni educative forse più difficile da costruire con le famiglie (o con noi operatori) …

La matematica rappresenta una curiosa metafora per raccontare cosa a volte avviene e quali processi andrebbero innescati per trovare il significato profondo del lavoro di cura, nella reciproca azione tra famiglie e operatori dell’educazione.

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Ci sono genitori che trascorrono una vita, occupati interamente ad occuparsi di un figlio, disabile, che è in quanto tale portatore, da una vita, di attenzioni e cure, che a seconda del grado di gravità possono essere molte o infinite.

In alcuni casi la fragilità sono tali da spiegare le tantissime ansie e preoccupazioni, che si assommano fino all’infinito, così come si assommano sino all’infinito le cure, e le azioni di accudimento o di protezione, in una dimensione numerica che finisce per rendere faticoso vedere l’uomo e la donna che stanno oltre a queste cure, oltre a quel figlio o figlia.

Si continua a sommare gesto dopo gesto, anno dopo anno, fino al punto di saper riconoscere soprattutto/solo il gesto.

Così le richieste che vengono rivolte  ai servizi, sono di replicare quei gesti, e quelle ansie che sono diventate pane quotidiano; si teme che il figlio non sia abbastanza accudito o curato, e  il servizio che per necessità organizzative, numeriche, strutturali e pedagogiche diventa una alterità che non è competente a svolgere quel compito, oppure riesce a farlo con una qualità appena sufficiente.

Una somma di gesti, una somma di richieste, che giungono all’infinito, e che rischiano appunto di celare il destinatario, nel suo essere persona, con il suo diritto a sperimentare le differenze, nella cura, nei gesti, nelle relazioni. Tanto più che nei servizi destinati a disabili sono impiegate persone abilitate – per studio e formazione – alla cura, non necessariamente peggiore o cattiva, ma diversa e professionale.

Alle volte la cura nei servizi, diventa cura necessariamente generalizzata, e non solo individualizzata, e quindi le azioni di cura vanno suddivise per il numero di utenti, insieme al loro diritto ad accedere allo stesso tipo di attenzioni, la divisione parla di parità e di accoglienza di tutti, nella loro specifica individualità.

Ogni operatore poi deve saper moltiplicare i suoi gesti di cura, per declinarli diversamente per ogni utente.

La matematica in servizio si applica agli operatori, chiamati a suddividere le attenzioni e cure dell’intervento, ma al tempo stesso consente agli utenti di non essere oggetto esclusivo e assoluto lasciando lo spazio per rintracciare altre possibilità di relazione, la sottrazione delle cure individualizzate 24 h per 24 h al giorno, è un potenziale di libertà personale per gli utenti, che possono provare a giocarsi in nuovi ruoli.

E’ proprio grazie al diverso rapporto numerico tra casa (1:1 genitore o 1:2 genitori) e servizio .. che gli operatori e gli utenti devono trovare nuove possibilità di adattamento e crescita, esattamente come avviene nella scuola dell’infanzia, il momento preferenziale in cui il bambino deve dividere le attenzioni della maestra con gli altri bambini e anche interrompere la propria relazione privilegiata con la mamma.

Il disturbo educativo (inteso come una dissonanza evolutiva, ciò che disturba e permette di cambiare) dato dalla presenza di un mondo di compagni, di proposte didattiche, di insegnanti, diventa il nuovo territorio dell’apprendimento. Ugualmente a quanto accade nei servizi per disabili che non perdono la capacità di innovare percorsi di accoglienza, cure, aspetti educativi, spazi esperienziali.

La capacità delle famiglie di restare al limite del servizio, viverne i margini, come osservatori attenti, ma fuori dalla scena, nonostante le paure e le abitudini,  capaci di sottrarsi un po’ dalla scena del proprio figlio, lascia spazio ad altre cure e attenzioni, proposte e azioni. Consente ai figli di esplorare uno spazio che da respiro alla propria umanità, alla dimensione di persone, individui, di essere finitamente uomini o donne, giovani ed anziani, facili o difficili da incontrare, ma complessi e interessanti da conoscere.

Il servizio (i servizi) devono saper praticare ed insegnare, alle famiglie, questa “matematica” che mostra come il valore individuale, in un servizio non viene presidiato con lo stesso tipo di attenzioni che la famiglia può dare, ma che il valore individuale vada “giocato” il presidio dei diritti di tutti; che il diritto alle cure non permette privilegi e priorità, ma forse solo un differente acceso alle cure/attenzioni/azioni educative , e che le priorità vengono ridefinite in base ad altri criteri imposti dalla dimensione organizzativa del servizio e dalla dimensione educativa e progettuale.

Resterà comunque difficile spiegare alle famiglie che non si tratta di comportamenti arbitrari, o ingiusti, ma di una definizione definizione diversa delle matematiche e … delle geometrie, che sono possibili un servizio, definizioni mettono in luce che si sta lavorando con una collettività, ed in questa collettività ognuno è portatore di diritti, di uguale – peso – spessore, ma al tempo stesso di differenze, che sta l’équipe definire e valorizzare, spiegare, aiutare a vivere.

Matematica (fonte wikipedia)

La parola matematica deriva dal greco μάθημα (máthema), traducibile con i termini “scienza”, “conoscenza” o “apprendimento”;[1] μαθηματικός (mathematikós) significa “incline ad apprendere”.

Per l’origine del termine occorre andare al vocabolo egizio maat, nella cui composizione appare il simbolo del cubito, strumento di misura lineare: un primo accostamento al concetto matematico. Simbolo geometrico di questo ordine è un rettangolo, da cui sorge la testa piumata della dea egizia Maat, personificazione dei concetti di ordine, verità e giustizia, figlia di Ra, unico Uno, creatore di ogni cosa, ma neppure il padre può vivere senza la figlia: la sua potenza demiurgica è limitata e ordinata da leggi matematiche. All’inizio del papiro Rhind si trova questa affermazione: “Il calcolo accurato è la porta d’accesso alla conoscenza di tutte le cose e agli oscuri misteri”. Il termine maat riappare in copto, in babilonese e in greco. In greco la radice ma, math, met entra nella composizione di vocaboli contenenti le idee di ragione, disciplina, scienza, istruzione, giusta misura, e in latino il termine materia indica ciò che può essere misurato.

Col termine matematica di solito si designa la disciplina (ed il relativo corpo di conoscenze) che studia problemi concernenti quantità,estensioni e figure spaziali, movimenti di corpi, e tutte le strutture che permettono di trattare questi aspetti in modo generale. La matematica fa largo uso degli strumenti della logica e sviluppa le proprie conoscenze nel quadro di sistemi ipotetico-deduttivi che, a partire da definizioni rigorose e da assiomi riguardanti proprietà degli oggetti definiti (risultati da un procedimento di astrazione, come triangoli, funzioni, vettori ecc.), raggiunge nuove certezze, per mezzo delle dimostrazioni, attorno a proprietà meno intuitive degli oggetti stessi (espresse dai teoremi).

La potenza e la generalità dei risultati della matematica le ha reso l’appellativo di regina delle scienze: ogni disciplina scientifica o tecnica, dalla fisica all’ingegneria, dall’economia all’informatica, fa largo uso degli strumenti di analisi, di calcolo e di modellizzazione offerti dalla matematica.

Il senso della morte in un CDD – appunti

La riflessione nasce in seguito allo stimolo condiviso in un luogo social (nello specifico il gruppo facebook Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti)* partita grazie alla domanda di una giovane laureanda in scienze dell’educazione che chiedeva dell’elaborazione del lutto nei bambini in relazione alla professionalità dell’educatore e come questi possa aiutare un bambino in questo passaggio.

La discussione inevitabilmente si è allargata e con una collega con cui condividiamo il lavoro in strutture per disabili abbiamo sentito la necessità di provare a riflettere sulle modalità con cui il tema della morte viene trattato nei nostri reciproci luoghi di lavoro.

Nel mio caso questo questi sono i punti, che in questo momento, sento che possono venire trattati.

Le persone disabili che ospitiamo come Centro Diurno sono spesso adulte (40/50 anni) il che significa che parallelamente anche i genitori sono mediamente già anziani. Quest’anno inoltre sono stati numerosi i lutti che hanno attraversato il centro, alcuni genitori anziani o malati hanno lasciato il carico di cure al coniuge e agli altri eventuali figli.

Ma il primo passaggio che ho dovuto fare nella “mia testa”, come coordinatrice appena arrivata (novembre 2012), reduce peraltro da un lutto grave nell’ambito familiare, è stato quello comprendere che confini aveva il lutto per il servizio, e come veniva rappresentato.

Va da se che ognuno porta la propria rappresentazione e una sua storia nella narrazione della morte, ma io avevo ed ho la responsabilità professionale di ampliarne il significato pedagogico all’interno del servizio; tanto attraverso le prassi che attraverso i pensieri che devono essere condivisi con l’equipe ristretta ed allargata (con i consulenti esterni, e anche più specificamente con lo psicologo che segue utenti e alcune famiglie).

Il primo passo è stato di osservare e rivalutare le pratiche di accompagnamento al lutto, e poi pensare a disancorare la presenza del coordinamento e del servizio dalla ritualità delle funzioni religiose/sociali, precedentemente agite dalla persona che mi ha preceduta, (partecipazione a messe, rosari, visite in ospedale durante la degenza dei familiari) per trovare un altro modo di “partecipare” a questo avvenimento così importante. Cercando con gli operatori (Educatori Professionali e personale OSS) di immaginare la nostra funzione, le prassi in uso, le prassi latenti o quelle da rinnovare, affinché il servizio diventasse un luogo “altro” (o un altro luogo) diverso da quello già esplorato sino a quel momento.

Immagino che queste scelte di rappresentazione fatta del coordinamento precedente fossero conseguenti alla forte tessitura che esiste tra i genitori “storici”, che si conoscono da moltissimi anni,  e che trascorrono insieme molto tempo libero, e si ritrovano nell’ essere spesso membri di una famosa associazione che ha contribuito a fondare la struttura del CDD e a fare storia sulle pratiche di cura e riabilitazione per persone disabili.

Il gruppo di questi genitori rappresenta quindi “la misura storica” del Centro, e si fa narratore di un’esperienza almeno trentennale di “fondazione” di un certo modo di intendere la disabilità, rivendicando sin da allora diritti e diverse possibilità per i propri figli.  Da qui è probabile il CDD sia stato, per lungo tempo, attraversato da queste storie, dai legami storici, e dalle aspettative di rapporto quasi amicale e familiare che si riverberavano nel servizio..

Ma un Centro diurno cambia, si aggiungono nuove famiglie, operatori e istanze, cambiano i bisogni e gli utenti, e scopre di avere risorse diverse, cambiano le cooperative che lo gestiscono, gli strumenti normativi, la deontologia, la vision.                                                                             Si scopre (attraverso chi lo abita in veste professionale) composto di diverse professionalità, da differenti capacità di esplorare i temi della vita, da rinnovate possibilità di un essere un luogo diverso e lontano da queste aspettative, capace di introdurre altre modalità di accompagnamento nelle varie fasi della vita. In questo caso la morte. Può essere uno spazio in cui gli operatori riescono a nominare e ad elaborare, anche per le famiglie, le pratiche di cura ed accompagnamento che caratterizzano la narrazione della morte e del lutto, e del futuro possibile per dell’utente che ha subito il lutto.

La possibilità si genera proprio grazie alla contestualizzazione e ricontestualizzazione possibile in quel servizio, trovando modalità diverse – da quelle della comunità esterna – nel accompagnare nel lutto, e potendo lavorare (rileggere, nominare, raccontare e comunque pensare insieme) come operatori e con gli stessi altri utenti che hanno vissuto storie simili, sullo scenario che si viene a modificare nella quotidianità del loro compagno e nella quotidianità del Centro quando viene a mancare un familiare.

Il secondo passo è stato di cominciare a chiedere, e/o cercare di comprendere, che proiezione del proprio futuro avessero i genitori e le famiglie in generale, e gli operatori stessi, e la rete sociale e dei servizi che interagiscono con il CDD. Questo passaggio è ancora in corso e probabilmente è destinato a mutare nel tempo. Comprendendo come ognuno si rappresentasse il “dopo di noi (loro)”, e come il servizio nominasse il futuro, che sinergie avesse con il territorio e se quest’ultimo si facesse portatore o fosse già capace di emettere risposte operative ad una domanda che ancora latente ma non irrinunciabile.

Da qui è apparsa una prima evidenza: alcune famiglie erano già abili a pensare alle possibili proiezioni futuro, non senza timore, ma nominabili, accanto ad altre famiglie che sembravano/sembrano non riuscire pensare al futuro proprio o dei propri figli, anche quando lo stato di salute precario lascia spazio al pensiero della morte. O sembra che alcune famiglie fatichino a pensare al servizio come luogo in cui portare questa istanza, che può anche essere una domanda.

Questa diventa la prima linea di lavoro che va esplorata con l’equipe, costruendo una prima domanda: come si “mette” in scena il futuro?

Che si declina in una altra lunga serie di domande:

  • Come si scrive una relazione che aiuti il servizio sociale a stare in una domanda latente, ma necessaria?
  • Come si lascia intuire, magari nella verifica dei PEI con le famiglie, che il servizio stesso si interroga su questo tema, laddove i genitori/i familiari ne sembrano lontani o quando in qualche modo gli utenti portano i segni di un disagio nato laddove un genitore anziano fatica ad accompagnare un figlio?
  • Come si aiuta a nominare, capaci di guardare sino in fondo, quanto l’essere rimasti vedovi aumenta le fatiche quotidiane di cura ed accudimento?
  • Come si accompagnano gli operatori ad accompagnare le famiglie in questi scenari?
  • Come si arriva a mostrare una nuova configurazione del servizio, come luogo che non solo accompagna, o ospita gli utenti, (o che talvolta viene vissuto come luogo di “deposito”), ma come luogo di vita collettivo, sociale, capace di pensieri, e di azioni ci cura, ma come spazio/tempo in cui ogni domanda possiede significato e legittimità?

Note
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