L’hashtag #, la formazione e la rete

di Monica Massola

E’ un pò che questo pensiero mi torna e ritorna, ma non ero ancora riuscita a focalizzarlo con chiarezza, e a lungo mi sono chiesta dove pubblicare questo post. Su Pontitibetani? Che è il mio blog “storico e quotidiano”, e dove ho già introdotto un tema che finisce per rimbalzare in queste righe …. Oppure devo scriverne qui dove il “pedagogico” esprime la sua legittimità? …


In ogni caso il titolo migliore, per questo post, sarebbe la formazione in rete o, meglio ancora, come si muove l’apprendere in rete, e dalla rete.

Da tempo, avevo bisogno di focalizzare il web, osservato con gli occhi di chi si occupa di educazione e di corporeità, come nel mio caso; e dire come sia è uno straodinario (fuori dall’ordinario) luogo di apprendimento e formazione.

Premetto che devo prima metter a tema la relatività del mio sguardo, che nasce osservando il mio stesso attarversare ed imparare, trasformando per ora queste riflessioni in una forma ibrida qual è la narrazione di una storia di apprendimento. Insomma sono appunti di viaggio cercando di non perdere la rotta pedagogica.

Il mio viaggio inizia due anni e mezzo fa, come blogger e, più sporadica attraversatrice dei alcuni socialnetwork, e recentemente sto letteramente scoprendo, con grande stupore twitter. Questo forse non mi rende una “esperta”, ma mi lascia ampio spazio come viaggiatrice appassionata e narratrice. E una parte dell’educazione passa dalla narrazione di ciò che si impara, facendolo.

Così oggi mentre tentavo di capire l’ennesimo hashtag in cui mi sono imbattuta su twitter, ho aperto safari e digitato l’hashtag da trovare. E … mi sono accorta che il web (cosa ovvia per molti ma non per me) – come del resto il pc e poi il mac -, è per me uno straordinario luogo di autoapprendimento, e nel quale le risposte ai problemi operativi e comunicativi sono già insite nello strumento che usi.

Se non sapete fare funzionare la vostra auto, cosa fate? La portate dal meccanico, probabilmente non andrete ad acquistare il manuale del how to do, indossate la tuta blu e vi mettete a smanettare per riprararla.

Beh, qui (internet) dove sono io che scrivo/ho scritto e voi che legge(re)te, si può.

Aprite un motore di ricerca e trovate subito un luogo e/o una persona e/o un oggetto che vi permette di capire e risolvere un problema, di trovare un risposta, una possibilità.

Il problema e la sua possibilità sono subito disponibili. E voi siete sopratutto subito messi nelle condizioni di impararlo.

Non so voi, e almeno questo è quello che mi capita, ma di fronte a qualcosa che non so il web mi induce a cercare risposte, creando connessioni, interrogativi nuovi.

Non mi capita tanto spesso di chiedere a qualcuno dei contatti che ho, in rete, cosa è questo o quello; faccio la cosa più immediata, e chiedo direttamente – con un motore di ricerca – alle innumerevoli possibilità della rete, poi seleziono, scelgo e capisco. O anche no.

Gli altri non diventano inutili, ma diventano disponibili e ancora più, nella loro dimensione interazionale, comunicativa e nella loro capacità di trattare insieme i problemi più complessi, nella loro essenza/presenza di persone in rete,  nell’essere produttori e costruttori di un sapere iperconneso.

Come a dire che si va ad imparare quello che davvero non sappiamo risolvere da soli; il che offre alla nostra intelligenza una bella palestra di esercizio, rispetto alla selezione di ciò che abbiamo bisogno di imparare dagli altri per stare in rete, per comunicare con loro idee e contenuti.

MI fermo per imparare cosa mi serve imparare per fare e per stare, e quindi per comunicarlo.

Mettiamola così, e concludendo, nella mia lunga carriera formativa mai conclusa, il cercare e produrre una analisi di ciò che mi occorre sapere per imparare a fare non è così ovvio.

La formazione non avviene direttamente ed esplicitamente così. Oppure si? Stiamo sperimentando un nuovo modo di apprendere o  solo una sensazione?

Cosa ne potete raccontare voi?

Il post verrà pubblicato doppiato su pontitibetani.

difesa relazionale 1

di Monica Massola

post scritto quando mia figlia piccola aveva una manciata di mesi, oggi ha due anni e mezzo. Una riflessione ancora molto emozionata e umorale, su un tema molto vivo, oggi.

Abito in un piccolo paese, posto molto molto tranquillo. sin troppo.
quando esco di casa con la piccolina questo è ciò che porto:
borsa con cambio completo, borse termica con biberon/scaldabiberon, 
 la mia borsa, 

giacca, copertina, 1 lt di acqua, 

bimba dentro l'ovetto, chassis del passeggino. 
vado avanti e indietro  un sacco di volte.

in un condominio a milano non si potrebbe. 
soprattutto lasciare 
la microbimba
in auto con la portiera aperta e la porta di casa spalancata, 
nel mio andirivieni.

e se ...

(delirio)

già e se un malintenzionato ...

no, quaggiù non può succedere nulla di brutto.

ok, potrei mettere un coltello in auto.

no, non si può; sai che multa i cc, uso di arma impropria!

e poi non sono quella contraria alla violenza e che lo stato 
esiste per qualcosa e che farsi giustizia da sè 
è cosa da trogloditi??????????

si, ma.

ma è una questione di difesa, 

***** è mia figlia la devo difendere no??

stop.

fine del delirio.

per fortuna.

per fortuna che ho fatto un corso di difesa relazionale.

(non è difesa personale).

per due anni poi la gravidanza e la distanza hanno messo un limite.

la fa un mio docente di pedagogia interazionale.

fa arti marziali da una vita.

si parte dal presupposto che .... - questo è quello che ho raccolto -

nella vita ci si trova di fronte ad attacchi che non sono solo 
fisici, ma anche morali, psicologici, verbali etc etc

si usano tecniche mutuate da un arte marziale.

ma come in molte arti marziali accade il principio è evitare inutili 
scontri, si arriva al conflitto solo se inevitabile.

e allora si osserva l'avversario e di sperimentano le proprie paure.

è stupido sparare ad uno che voleva chiederti una sigaretta.

si lavora con il corpo/con i corpi e sul corpo.

e nella testa.

sinergie e strategie di apprendimento corpo mente

si testano le proprie resistenze.

si conoscono il limite e le sfumature che una relazione possono avere.

davanti ad un aggressione (non solo fisica) puoi:

scappare, spostare il piano di ingaggio, disimpegnarti, affrontarla.

e allora che ci faccio io con il mio stupido coltellino, che non 
metterò mai in auto, 

di fronte al malintenzionato?

forse nulla.

ma la mia attenzione è diversa.

adesso so che esistono diverse strategie di disingaggio.

e che posso ancora usare la testa prima di "sparare a vista" ad 
ogni ombra.

che la mia attenzione è "un'arma" necessaria a filtrare bene e a rilevare 

dove esistono pericoli e dove ci sono solo gli spettri delle 
mie (nostre) paure.

salgo in auto e porto la micropinga dalla pediatra, 
da oggi passiamo alle pappe!

monica

Arte_marziale_e_difesa._Difesa_relazionale___prima_lezione

di Igor Salomone, il mio maestro di difesa relazionale


Nuovi interrogativi per i CDD… genitori disabili

Come già rilevato in un documento prodotto dalle colleghe Marina Balestra e Rosa Ronzio “Per me si va nella città dolente” relativo alle RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale),  queste strutture nate come evoluzione sanitarizzata delle vecchie “Case di Riposo per Anziani”, si  sono trasformate connotandosi per una accoglienza specializzata che non si limita ai soli anziani ma  si allarga ad una lunga lista di persone non autosufficienti (disabili fisici, disabili psichici, persone  in stato di coma, o con gravi stati di demenza).

Ma anche i Centri Diurni per Disabili detti CDD, sono mutati nel tempo sia come definizione dell’utenza, che obiettivi; passando, con il tempo, dalla definizione di Centri Socio Educativi a quella attuale,  e modificando insieme al nome anche la quantità di attività educative (in termini di riduzione) e hanno aumentato le prassi più terapeutiche e/o sanitarie (prestazioni sanitarie, di riabilitazione fisioterapica et altre).

E come spesso accade, questi cambiamenti, tutto sommato significativi per le prassi educative restano patrimonio degli addetti ai lavori, dei convegni o delle supervisioni e forse nei pensieri delle equipes. A me resta il compito di domandarmi se questi cambiamenti non possano offrire degli spunti di riflessione di più ampio respiro, in ambito educativo.

Operando come psicomotricista in un CDD mi capita di osservare gli utenti che lo frequentano, anche quelli che non prendo in carico direttamente nei laboratori che conduco. Così come ricerco il confronto e la riflessione con gli operatori, anche in ordine ai mutamenti che vive il servizio che incontro, e come essi si riflettano nella quotidianità di tutti.

Di recente ho annotato un altro cambiamento, in questo caso nella tipologia delle persone che trascorrono lì la propria giornata; in realtà ma mi ci e’ voluto un po’ di tempo per elaborarlo in modo compiuto, e per provare a chiedere agli operatori informazioni.

Quindi, forse grazie al lavoro svolto dalle colleghe, e citato nell’introduzione al post ho considerato con più attenzione i vari utenti, alcuni di essi portatori di “nuove e diverse” forme di disabilita’, e a come vengono “pensate” e accolte dagli operatori.

In particolare mi riferisco alle persone diventate disabili in seguito ad incidenti stradali o ictus in eta’ adulta, nelle quali il danno fisico si accompagna ad un severo danno cognitivo, ed possibili danni alla formulazione dei pensiero, della stabilita’ emotiva, della comprensione.

Ma la premessa che vorrei mettere in luce è che si tratta di persone che avevano (hanno avuto) una vita strutturata, una famiglia, dei figli, un lavoro, facevano sport o avevano hobbies,  amici; e per i quali il percorso di vita muta radicalmente.

E non solo ma queste persone diventano fruitrici di un servizio prima destinato ai disabili dalla nascita; questa modificazione che è evidentemente culturale e insita nella nuova destinazione dei CDD, a servizio che accoglie “le disabilità” pensate (a livello di progettazione dei servizi a livello nazionale) come prevalentemente bisognose di un supporto sanitarizzato, piuttosto che di tipo “educativo”.

In questo quadro di mutamenti mi chiedo quali siano le domande educative, che pure continuano a riproporsi, poichè in questi servizi la dimensione educativa non viene mai a mancare e ad interrogare chi li attraversa.

Se  da un lato posso immaginare i disabili dalla nascita e le loro famiglie alle prese con la conquista di una progetto, di una “normalità” o un equilibrio possibile, che vanno costruiti dalla nascita; con domande educative molto orientate in questo senso; nello scenario familiare relativo a queste nuove disabilita’ immagino il crollo di una quotidinità familiare e la necessità di (ri)costruire un senso diverso dei ruoli familiari.

Vi sono uomini o donne che non “possono” più fare i padri e le madri o i mariti e le mogli …  con figli devono rapportarsi con una figura genitoriale che perde quelle connotazioni paterne/materne sin prima esperite (tutela, protezione, sostegno, insegnamento educazione). Ci sono giovani genitori che vanno “assistiti” da figli ancora piccoli o giovanissimi, mariti o mogli che devono imparare a essere soli e ad aver cura di un coniuge che smette di esserlo sul piano materiale, affettivo, progettuale. Pure restando in qualche modo padre, marito, compagno, in un modo o con un senso che va cercato, conquistato, compreso e condiviso.

Trovo che sia di grande importante comprendere quale sia il pensiero degli operatori dei Cdd su questi temi, o come si rapportino nel tematizzare, con famiglie, figli, mariti o mogli,  non più il percorso di crescita di un figlio disabile e della famiglia che impara, ma quello di un coniuge e degli eventuali figli,  in relazione ad un progetto familiare che va decostruito prima di ri-costruirsi.

In che modo la paternità o la maternita’ andranno ridiscusse e ripensate, elaborate nel pensiero degli operatori e quindi della famiglia, e dell’utente stesso; perché quella persona continuerà ad essere padre, o madre, sara’ ancora un marito o una moglie, in un servizio che si è sempre occupato di ragionare di educazione tra genitori e figli, e più generalmente tra genitori chiamati ad educare e figli chiamati ad imparare.

Io credo che sia importante, in un CDD, che queste storie, queste interruzioni della vita vadano osservate, e vadano considerati i temi della genitorialità nel suo realizzarsi in una persona diventata disabile. Io credo che siano storie che non possono, in questo senso, essere omologate ad altre storie, nella differenze che impongono di essere viste.

In particolare nel tema di una genitorialità che resta una dimensione che può avere spazio anche in una difficoltà cognitiva, negarla mi sembra mettere a rischio il senso educativo che sottende ancora le prassi di cura ed accadimento. Esplorare in questo contesto questa specifica genitorialità permette ad operatori ed utenti di riattraversare il senso di un progetto interrotto, ma anche di pensare alla genitorialità  (che è una esperienza molto più trasversale ai servizi e alle persone) in modo più sfaccettato e complesso.

 

Educatori maschi

Questo  lo leggo su un sito che cerca/offre lavoro per educatori professionali.

“Cercasi educatore professionale maschio  con esperienza nel campo dei minori/adolescenti,  per Comunità Alloggio per minori.

Per fini propriamente educativi, si prediligono figure maschili, data l’utenza prevalentemente maschile.”

Ho lavorato con i bambini, minori, gli adolescenti,  in comunità minori,  e in altri servizi.

Conosco il leit motiv per cui negli asili nido gli educatori maschi “non vanno bene” …. e nelle comunità alloggio minori sono meglio gli educatori maschi.

I perchè  “spacciati” per educativi, spesso sottendono alcuni non detti che riescono a perturbare la dimensione educativa, e che nulla hanno a che fare con i bisogni dell’utenza, ma rispondono a criteri organizzativi, non riconosciuti, o a timori personali e non professionali, o ancora a preoccupazioni morali.

Perchè un bimbo di un anno, in un nido, pieno di educatori “femmina” e di personale femminile (coordinatrice, ausiliarie etc) non può giovarsi educativamente di un educatore “maschio”.

Perchè un gruppo di adolescenti maschi, problematici, ha bisogno in comunità di una prevalenza di figure maschili? Solo “i maschi” possono educare “i maschi”.

Solo le “femmine” possono allevare cuccioli umani.

Cosa ne desumeranno i bimbi cresciuti?

Cosa penseranno i famosi adolescenti maschi di un luogo di attraversamento pedagogico, in cui imparare a superare i problemi, solo incontrando figure maschili?

Quale criterio educativo indica che l’educazione dei maschi (problematici) può avvenire solo con operatori dello stesso sesso?

radio kills the video star?

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Ballando sotto le stelle, Amici, X – factor, il museo di fotografia contemporanea, Rai edu – Tv talk.

Cosa accomuna queste realtà?

La sguardo e l’educazione.

  • I primi tre sono talent show, in cui si osservano le storie formative dei partecipanti allo show, svilupparsi tra lezioni, fallimenti ed apprendimenti; fino all’epilogo del giudizio e della selezione. Inoltre è possibile vedere i giudici e/o professori discutere tra loro sulla qualità degli apprendimenti, così il pubblico riesce ad acceder al livello della meta-riflessione sulla qualità, sull’applicazione, sul talento, sulla didattica che in questi programmi viene espressa.

(c’è tutto un corollario di riflessioni che mi risparmio: il fatto che siano programmi televisivi, dei contenitori più o meno fittizi, scuole sui generis, luoghi in cui l’obiettivo è lo spettacolo e l’audience e non l’apprendere)

SERVIZIO EDUCATIVO del Museo di Fotografia Contemporanea promuove attività e proposte volte a facilitare la conoscenza della fotografia attraverso il museo, il suo patrimonio fotografico, le ricerche e le esposizioni in corso. Si rivolge a ogni tipo di pubblico (studenti, giovani, gruppi familiari, adulti, famiglie, associazioni e gruppi, comunità del territorio, studiosi) proponendo il museo come luogo di incontro e di elaborazione culturale.

Le principali finalità del SERVIZIO EDUCATIVO sono:

– far conoscere le collezioni e le attività del Museo
– offrire attività per la formazione, l’apprendimento e la ricerca
– educare a saper vedere e interpretare le opere.

  • Infine Rai tre – anzi Rai Educational che con il programma Tv – Talk che secondo cinetivu “ rappresenta l’esempio di come si possa proporre una interessante trasmissione d’analisi su quanto di meno intelligente lo spettatore si ritrovi ad osservare nella sua quotidianità: i programmi proposti dal piccolo schermo.”. In altro modo un modo di analizzare ciò che vediamo, dalla parte di chi ce lo fa vedere.

C‘è un filo rosso tra queste realtà?

Ma qualcosa mi suona comune. Una precisa quanto involontaria ricorsività: il formare, il mostrare la formazione, il riflettere su cosa viene prodotto.

E’ casuale che ci si occupa di televisione e di sguardo, di immagine si ritrovi a svolgere questa funzione?

E’ un abbozzato bisogno di formazione mirato  al guardare, all’imparare da ciò che si guarda, al costruire metalivelli di analisi e riflessione?

E’ un inconscio modo di ricercare il pedagogico anche in ciò che prevale e domina nella cultura d’oggi, e che prevalentemente è mutuato dallo sguardo? (TV- cinema – internet – fotografia – immagine); o è un modo di ricercare un pedagogico tout court?

Ma alla fine cosa c’entra la radio? Forse è uno strumento pedagogicamente più conosciuto ….

la voce narrante versus le immagini che ancora non sanno completamente come, cosa, quanto narrare … nel qui ed ora.