#pedagogicalert: la zona oscura

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LA ZONA SCURA

AUTORE: LAURA GHELLI

E’ vero. Esiste una zona oscura dell’educazione. Io la chiamo POTERE.

E sinceramente la vedo in molti e diversi tipi di relazioni umane.

Nel rapporto educatore-educato questo è ancora più pericoloso per l’asimmetria che lo caratterizza, specialmente nel lavoro con i bambini e le persone con disabilità intellettiva.

Scendo nel particolare. Educare è anche trasmettere regole che permettano un’ordinata vita sociale: la capacità di rimanere in una stanza e seguire un’attività o saper attendere il proprio turno per parlare ed ottenere attenzione, solo per fare due esempi. Ma l’educatore può avere le sue regole di buona educazione che derivano dal proprio ambiente familiare e sociale e talvolta tende ad applicarle in modo automatico senza rendersi conto che potrebbero, forse, non essere adeguate al contesto e alla fine poco funzionali.

Dove finisce la regola e comincia l’arbitrio?

Questa è un domanda che spesso mi faccio.

E’ una domanda con cui mi devo specchiare.

Nella mia quotidianità lavorativa dentro una residenza sanitaria per disabili mi trovo continuamente a scontrarmi con le regole di vita di una comunità rigida e i tentativi degli ospiti di aggirare i limiti per trovare una loro parziale libertà.

E questa libertà si mostra talvolta come oppositività, come rifiuto, come aggiramento di divieti. A volte tento una mediazione ma di fronte al rifiuto di prendere la terapia o di venire a tavola con gli altri devo ricorrere all’arma dell’autorità.

Non posso fare a meno di chiedermelo: sono una “cattiva maestra”?

Uso il mio potere per ottenere obbedienza fine a se stessa?

Questo è uno dei lati oscuri che sento dentro di me.

Ce ne sono altri che avverto negli atteggiamenti di alcuni colleghi.

Primo fra tutti il desiderio di gratificazione affettiva che deriva dal rapporto con gli ospiti, i “ragazzi”, e che porta all’offerta di dolci e regalini vari.

Si tratta di un sentimento completamente diverso dalla gratificazione che proviene da un lavoro ben fatto o da un progetto che ha trovato il suo compimento.

Ho l’impressione a volte che qualcuno non lavori per rendersi inutile ma rendersi indispensabile e questo mi sembra totalmente all’opposto della mia visione dell’educatore professionale.

E anche questa è una domanda che mi pongo, come in un esame di coscienza laico, anzi professionale.


 

Il tema lanciato a luglio da Snodi Pedagogici è: #PEDAGOGICALERT

“Quali sono le zone oscure dell’educazione?
Quali elementi ci sono nell’educazione e nella pedagogia che, se non vengono valutati, portano l ‘azione educativa ad essere “pericolosa” per chi educa e ch è educato?
Chi sono i cattivi maestri?
Oppure la pedagogia può come disciplina, citando Marguerite Yourcenar, saper guardare nel buio con disobbedienza, ottimismo e avventatezza e scoprire strade inusitate?”

Tutti i contributi verranno divulgati dai blogger di Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti a questo link

I blog che partecipano

Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari
Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
Nessi Pedagogici di Manuerla Fedeli
E di Educazione di Anna Gatti
La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
In Dialogo di Elisa Benzi
Bivio Pedagogico di Christian Sarno
Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
Tra Fantasia Pensiero Azione di Monica D’Alessandro Pozzi

Ma la nonna no!

Una mamma  in rete scrive:….

“Devo tornare al lavoro, e dovrò affidare il mio bimbo ai nonni. la questione mi mette in crisi; la nonna poi si sentirà libera di impicciarsi, e io non potrò dirle nulla, visto che ci tiene il piccolo. Ma appena posso lo porterò al nido, preferisco un ambiente neutro e dove non c’è nessuno a cui dover qualcosa, o che non mi dirà nulla”

Probabilmente ogni genitore si è trovato di di fronte al dilemma nido o nonni.
E altrettanto probabilmente il timore dell’ invadenza dei nonni ha aperto le possibilità di mandare il proprio bimbo al nido…..

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Ma è proprio vero che il nido garantisce un ambiente neutro, e nessuna dipendenza, e nessun giudizio da affrontare?

Quale è il valore aggiunto che genera la dipendenza da un servizio, da vari professionisti, dal “subire” i pensieri, i suggerimenti, i consigli di chi è estraneo alla famiglia, e quindi “neutro”.

L’idea di molti neo-genitori,  è stata anche una mia idea, è quella di potersi svincolare da tutte quella serie di informazioni/suggerimenti/imposizioni/consigli/stimolo che ci vogliono poter dire e insegnare i nostri genitori e suoceri, a proposito dell’educazione e della cura che dovremmo dare ala nostra famiglia. Abbiamo pensato quasi tutti che il nido, la baby sitter, l’amica, la tagesmutter ci avrebbero permesso di sfuggire a quello che non avevamo voglia sentirci dire, alle domande insinuanti, o che saremmo stati liberi di non cercare un senso in regole che non ci appartenevano.

Eppure l’educazione professionale, non meno di quella naturale, (genitori, nonni, zii) assume un ruolo assai simile, restituisce sguardi, offre regole cui adeguarsi, mette in campo alcuni giudizi sulla genitorialità o sul bambino, entra nelle dinamiche genitore bambino, per esempio imponendo sin da primo momento della giornata la regola del sapersi separare bene.

Altrettanto si potrebbe dire sul fatto che anche al nido si crea un legame di dipendenza, seppure professionale; la madre (o il padre) dipenderà dalle educatrici del nido, dalle cure che saprà dare al “suo “cucciolo, dipenderà dalla sue parole sulla giornata trascorsa (ha mangiato, ha dormito, ha pianto, ha fatto la cacca, ha giocato, ha socializzato con gli altri bambini, sta imparando, capisce, è intelligente, è sereno, è calmo, è irrequieto).

Cosa ci fa sentire più liberi, rispetto all’educazione naturale, ai legami familiari, alla gestione dei rapporti con i genitori del proprio marito/compagno o della propria moglie/compagna? Cosa ci suggerisce sia meglio fare allevare il proprio cucciolo – alcune ore al giorno – da persone che hanno studiato “l’educazione”, in un ambiente neutrale extrafamiliare e professionale,  accettandone regole e giudizi e le inevitabili limitazioni alla libertà personale (orari, regole, etc).

Allora è meglio scegliere il nido o il nonni?

Non c’è esattamente una risposta. Il valore potrà nascere dal tempo dedicato a comprendere cosa è davvero importante, cosa vuole dire essere dipendenti o liberi e da cosa (da chi), cercando di capire per “cosa” si sta scegliendo, sgombrando il campo dalle illusioni poiché ogni scelta è una sliding door che avvia ad un futuro diverso, in cui assumersene le conseguenze è la prima regola.

Lo “svacco” net-pedagogico …

Premessa

Con il gruppo multidisciplinare di amiche e colleghe –  con cui stiamo provando ad elaborare pensieri capaci di osservare la realtà educativa da più ottiche – si va facendo interessante anche l’uso di parole, e di termini che ogni disciplina usa per definire o indagare alcuni aspetti del reale.

Parole simili, che specificano teorie o sguardi diversi –  ci aiutano a definire confini o concetti differenti, o a renderli più complessi.

E’ questa la sfida che stiamo ricercando e che sembra rendersi fattivamente disponibile; il fatto poi che si tratti di un gruppo composto di sole donne, defezionati e autoesclusisi, gli invitati uomini, rende l’ambito di ricerca ancora più intellettualmente e concettualmente intrigante. Forse prima o poi faremo anche un meta-pensiero su questo aspetto. Ma non ora e non oggi.

Oggi sono (e siamo) sotto osservazione gli  (come) adulti e i giovani, nella relazione tra chi insegna e impara, nell’attraversare i mondi web. Dalla esplorazione del gruppo questa è una pista possibile da esplorare …

Eccoci a ragionare di  rete /web/web 2.0  attraverso lo sguardo adulto che osserva i giovani, usando i materiali stessi che il web stesso mette a disposizione. Un materiale articolato (link, ricerche, esperienze) che spesso racconta (o induce) la paura degli adulti/genitori davanti ad una esplorazione nuova incontrollata ed incontrollabile, dei giovani, di un mondo, talvolta estraneo agli adulti stessi.

Una estraneità non aiutata dal digital divide italiano, fatto di reti obsolete, da intere zone non raggiunte dalla fibra ottica, e da una diffusione del wifi che enuncia una moda più che una questione strutturale.

Un mondo adulto che sembra (o crede di) “potersi” permettere di raccontarsi (escluse le “avanguardie”, i tecnici, le mamme blogger, gli appassionati dei socialnetwork) nel suo non sapere e non capire; e che rischia, talvolta, farsi elitariamente escluso e dimentico di una modernità ed una società globale che viaggia su web; come le merci, o l’economia globalizzata, la cultura, la musica. Un mondo adulto, fatto anche di educatori, docenti, insegnanti … Persone importanti per la cultura e la formazione.

In ogni caso questo nostro mondo viaggia – già da tempo –  su autostrade di dati, non visibili, certo, ma sostanziali. Da qui l’ignoranza diventa un peccato serio, e non certo una virtù. Tanto più se la propria vita personale o professionale conduce sulla strada del formare, dell’educare i giovani o i figli, o chi si occupa di educazione.

Certo si potrà argomentare che si può vivere senza luce elettrica, automobili/mezzi di trasporto/tecnologia, computer/web ma non si potrà ignorare che molta parte della vita, che viviamo, o scorre attorno a noi, e si conduce attraverso un flusso di informazioni che passa dal web, grazie all’energia che fa funzionare le nostre case, e dalle merci che viaggiano da un luogo all’altro. Insomma possiamo scegliere la rinuncia …. solo se siamo consapevoli di quanto ci gira attorno. Non per pigrizia o casualità.

Si può anche indagare un ulteriore approfondimento di questo pensiero “sulla nostra adultità” (e su una possibile necessità educativa insite in questo ruolo), sulla consapevolezza necessaria nello stare sul web; una consapevolezza comunque insufficiente anche per noi che … pur “sapendo di non sapere”, qualche conoscenza l’abbiamo maturata.

Quanto sappiamo di cosa è davvero pubblico e cosa è davvero privato? In che modo il web (in particolare quello 2.0, quello dei socialnetwork,) è uno specchio bidirezionale? Come invece si rivela per essere un vetro trasparente, che equivochiamo, quando lo crediamo  capace di celarci?

Cosa finiamo per svelare di noi stessi, del nostro modo di comunicare? Cosa mostra l’esibizione del nostro sapere, delle nostre foto, dei nostri link, e della nostra stessa vita (ora in eccesso ora in sottrazione)?

Come usiamo il nostro essere adulti e pubblici, per creare una cultura, o anche un confronto,  in un modo di cui non sappiamo le regole, e/o in cui imponiamo regole originarie di un mondo altrove, in genere veicolato da una comunicazione corporea, fisica, olfattiva, vocale, sonora, epidermica? Reiteriamo modelli conosciuti, senza comprendere lo spazio nuovo in cui ci “muoviamo”, credendo di colonizzare un mondo liquido?

Come ci giochiamo il nostro personale confine e come andiamo a giudicare l’altrui, laddove siamo i primi a non saper giocare il gioco, o a non poter dettare le regole, se non con molta presunzione?

Non si tratta di giocarsi la carta della ineducabilità, ma quella di una esplorazione della propria umiltà, della propria consapevolezza, della propria ricerca dei “fondamentali” necessari allo stare nel web;  una esplorazione che merita tempo, cura, attenzione e intelligenza esplorativa ed emotiva.

Forse è da qui che si parte?

Giovani ed adulti, vicini in uno stesso porto, pronti per uno stesso viaggio. I giovani sono già li, intenti ad esplorare un inesplorato. E gli adulti accanto, adulti che devono partire, ma fondatamente consapevoli solo della propria ignoranza, della propria età, del proprio sguardo permeato di anni in più, e di domande inquiete, quali uniche asimmetrie possibili nel dialogo tra insegnare, imparare.

Forse non è a caso che alla fine ho scelti t di partecipare al blogstorming di Genitori Crescono … Blogstorming speciale, che durerà 4 mesi, dal 15 gennaio al 15 maggio, nel quale convergeranno riflessioni dal mondo dei blog sull’USO CONSAPEVOLE DELLA RETE.

NORME E LEGAMI. L’incontro tra adulti e giovani attraverso legalità/illegalità. (1)

Cos’e?
Il titolo, la traccia tematica, per un incontro di confronto dialettico (progettato tra amiche, conoscenti e colleghe consulenti pedagogiche e filosofe) svincolato da legami istituzionali o lavorativi, ma dedicato a aprire un tema caro a tutte per motivi professionali.

Eccone gli appunti (e gli spunti) iniziali.

Premessa.
In questo momento socioculturale e’ quasi strano trattare il tema dell’illegalita’ nel doppio sguardo tra adulti e giovani.
Una visione piu’ divulgativa, vuole o voleva, la categoria dei giovani osservabile nel suo essere quasi “portatrice sana” di perturbazioni, di esplorazioni di una “illegalità” praticamente generazionale, fatta per attraversare e provocare le periferie e limiti di un mondo normato, legale, formale, ingessato ma un mondo appiattito: il mondo adulto; i giovani avrebbero quindi creato così’ un’esperienza (potenzialmente fertile) di trasgressione e innovazione, capace di essere portatrice di norme nuove o rinnovate.

Questa visione, pero’, si infrange con la nostra realtà italiana così sistematicamente composta da adulti che nella forma propongono la norma, ma nei fatti coltivano le più varie forme di illegalità’.
E non si tratta di adulti “qualsiasi”, o dediti per professione al crimine, ma di professionisti: politici, imprenditori, funzionari, amministratori, una cospicua fetta di coloro i quali avrebbero – per ruolo istituzionale – quello di istituire e promuovere le norme,, la regola e la legalita’.

Ed allora da e’ da qui, che penso valga la pena di iniziare la trattazione: osservando legalità ed illegalità in uno scenario cambiato, che pure  per certi aspetti non si discosta troppo da alcuni altri periodi storici.

Per cominciare ci collochiamo su una scena storica è decisamente interessante poiché sul piano storico c’è un altro elemento in gioco: la trasparenza, figlia legittima, della diffusione deel web, e di tutti quei media che moltiplicano le informazioni in circolo vari media che assolvono alla funzione di denudare il re (vedere il fenomeno wikileaks), e al tempo stesso gli stessi media che sono (nella fattispecie, il web) anch’essi stessi mezzi di illegalità’ diffusa.

L’esempio piu’ calzante di questa illegalità giovanile potrebbe essere quello della diffusione del downloading illegale e gratuito di film e musica che sta mettendo – da un lato – a dura prova l’economia dell’industria discografica ma intanto finisce per “interrogare” tutti quanti  sul senso delle major della musica, sui diritti d’autore e sulle royalties che vengono piu’ o meno date agli autori. A tal punto che  alcuni musicisti stanno usando il web per rinnovare il patto con i propri fan e fruitori della musica, con nuove norme e legami che finiscono per lasciare lasciano fuori le major.

Quindi uno dei punti di osservazione su cui sostare è l’evidenza di una illegalità adulta, istituzionale, economica, politica che viene via via svelata, e che vive in parallelo con quella “giovanile”.

Ecco che già è necessario provare ad entrare nel tema, allora postuliamo pure che ci sia una illegalità funzionale, giovane o giovanile, che letta nella sua possibile “funzione di ricerca”,  evidenzierebbe l’esplorazione di nuove norme, di diversi legami ma dotati di un senso condiviso, capaci di  raccontare di nuove generazioni. Chiaramente ci sono anche altre sfere dell’illegalità giovanile decisamente più perturbanti di queste per chi e’ adulto.

Ma subito ci si deve fermare davanti al problema del mondo adulto, che osservando l’immaginario identitario ma anche prassico illegale e giovanile, dovrebbe o dovrà – per contro – prima a poi interrogarsi su di un piano, che non è non solo etico e politico, ma che è quello della propria raffigurazione/narrazione dell’illegalità “per bene”; quella che parte con le fatture non fatte e gli scontrini non emessi e procede dal piccolo al grande,  quasi esponenzialmente, in un vortice di mazzette, corruzioni, collusioni, di vite collocate ai confini del lecito, evidentemente  “tipiche” di un mondo adulto. Un mondo, una classe, una casta o meglio tante piccole caste che le cronache ci tratteggiano come impantanate in mezzo a scandali e processi.

E allora noi adulti, interrogando questi temi, possiamo esimerci dal chiedere che rapporto c’è con la legalità e l’illegalità nel (nostro) mondo adulto, cosa ci insegna, come ci turba, che ambivalenze ci genera, e che pratiche ci fa generare, e come queste si vanno a integrare e svolgere  nel momento in cui interpretiamo un ruolo educativo? Che legalità posso insegnare come adulto, come reinterpreto le (mie) ambiguità generazionali, e come le intreccio con la perturbazione di una illegalità “funzionale” se giovanile, se intesa come istanza di mutamento socioculturale? Quali responsabilità mi assumo, oltre alla mia personale, nel momento in cui educo, nel mostrare cosa è illegale nel mondo giovane, e cosa lo è anche nel mondo adulto? Esiste davvero una illegalità giovane che esplora nuove norme? Come mi rapporto con la trasparenza che nel mondo svela la nudità dei re, e lo fa ancor meglio di maggiori fruitori del web, i giovani? Quando una trasgressione innova “la regola” e quando non fa che rinforzarla? Quando una trasgressione giovane è (cambiata la forma) sulla stessa linea di continuità di quella adulta? …

Queste sono alcune delle domande dovrebbero restare interrogabili alla luce dell’incontro tra adulti e giovani, e nello sguardo diretto a ciò’ che può essere oggetto di riflessione educativa.

NORME E LEGAMI (in preparazione)

educare al compleanno, educare all’happy hour

feste di compleanno o happy hour?

tipologia di festa A:
i bambini vengono invitati al compleanno di un compagno/a di classe
età dei bambini 10/11 anni (5a elementare)
il luogo del festeggiamento è la pizzeria inserita nella multisala – limitrofa al mega centro commerciale –

PROGRAMMA
ora 19,30
i festeggiamenti si svolgono così: i bambini arrivano, si spogliano, mettono il loro regalino nell’apposito angolo tra cappotti e pacchetti, si siedono, mangiano a scelta tra pizza hot dog hamburger passano alla torta di compleanno

ore 21,00
i bambini muniti di circa 5 € di gettoni, cortesemente offerte dai genitori del festeggiato/a, si recano nella sala giochi a spendere i suddetti gettoni.
i bambini si disperdono in gruppuscoli, di due o tre, a giocare nei giochi preferiti.

ore 22,00
fine della serata e recupero, da parte dei genitori, dei festeggiandi.
i regali arrivano a casa del festeggiato intatti, nel senso che non vengono aperti.

tipologia festa B

orario 15,30
i bambini, anzi le bambine, vengono invitate a casa della compagna che festeggia il compleanno. ci saranno due o tre amiche della festeggiata e alcune compagne di classe.
i comapagni maschi sono stati esclusi perchè fanno un pò macello e sono poco contenibili.
la torta è stata fatta dalla mamma, così come la pizza.
le bambine giocano assieme, poi si passa alla fase torta e pizza.
la mamma mette musica e le bimbe ballano, la mamma partecipa con loro.
poi è la fase dei regali, che vengono aperti tutti – insieme alle amichette e insieme ai gridolini di gioia della festeggiata.

da qui:
1. stesso gruppo classe
2. stessa cittadina
3. mondi e modi differentissimi di intendere il compleanno,

il primo festicciola per adolescenti, che … adolescenti non sono, ma bambini!
i quali insieme possono solo giocare con i video giochi (i più glamour avevano anche portato dietro il nintendo), e che possono tornare a casa alle 22,20 (il giorno dopo si va a scuola).
i genitori del festeggiato parlottano insieme ad altri amici, ignorando completamente i genitori che portano lì i bimbi, scaricano regali, tolgono giacche, indicano posti a sedere. la stessa scena si ripeta al termine della festa i bimbi vengono recuperati, quasi nell’indifferenza totale e dei genitori, e del festeggiato, e degli inviati tutti assorbiti dai vari videogiochi.

nella seconda la mamma accoglie le invitate e relativi genitori, chiacchiera amabilmente, invita a trattenersi per una chiaccheratina, al momento del recupero offre al genitore una fetta di torta, una bibita e ancora chiacchere ed ospitalità.
le bimbe sono allegre e al momento dei saluti si sprecano abbracci, coccole e apprezzamenti sia per la festa che per i doni.

ovviamente alla seconda festa la grande si è divertita davvero.
io mi sono sentita accolta da una persona piacevole.
e – peraltro – la torta era degna della migliore pasticceria.
lo giuro.
ho assaggiato anche due dolci arabi che la signora ha fatto per la famiglia, da gustare a cena.
la signora arriva dal marocco, da rabat, è una donna colta, che lavora, proviene da una famiglia di avvocati ed impiegati di banca, il papà era sassofonista.

in pochi minuti ci siamo trovate in sintonia.
io la straniera di milano in quel di voghera.
e lei la straniera in italia.

al solito ciò che conta è la cultura, la curiosità, la voglia di conoscere, la buona educazione, l’intelligenza, la gentilezza.
non la provenienza geografica.
la maleducazione e l’ignoranza (da non confondere con la scolarizzazione) non hanno paese nè confini.