State distanti

Abbiamo da fermarci, e non solo per stare distanti, per meglio comprendere come (non solo quale) sia la distanza che dobbiamo praticare nel lavoro educativo.

Noi, educatrici ed educatori professionali e pedagogisti come viviamo, cogliendola ogni giorno, la prossimità? Quale sensazione che ci rimanda il corpo quando un corpo altrui entra nel nostro spazio vitale? Come suonano i nostri passi che “vanno verso? ….?

Ci piace attendere l’avvicinarsi di coloro che amiamo, un gesto che ci rende prossimi?

Ci turba ogni folla che preme, attorno a noi, quando siamo costretti a frequentarla; amiamo gli ingorghi stradali quando sciolgono la tranquillità che ci creiamo negli abitacoli?

E quando a teatro o ad un concerto ci immergiamo e perdiamo i confini dell’io, avvolti in quella stessa folla che tanto sappiamo anche temere, che postura abbiamo, come la pensiamo?

Ora* siamo spinti a improvvisare distanze nuove, non scelte, non programmatiche, non scritte da nessuno, su nessun libro, dettate da necessità e paure.

L’argomento vicino/lontano è ben conosciuto dai nostri corpi, è una costante materiale e emotiva che ci mette in relazione con gli altri, e se si intreccia ad un ulteriore modi di misurare (troppo/poco) ci indica modi di stare in relazione:

troppo lontano/ poco lontano

troppo vicino/poco vicino

Allora dobbiamo ritrovarci nel nostro corpo cercando una nuova prospettiva che non sia quella abituale, né consolatoria, per tornare a ripensare le distanza che dobbiamo intrattenere con gli altri.

Occore rispecchiarsi in nuove vicinanze (o lontananze) e altri dialoghi che passino dalla cura minuziosa nell’uso di sguardi, gesti e parola.

Lascio una domanda aperta: se non posso usare la prossemica come comunico con l’altra/o?

ph. mcm
correre

e non posso usare la prossemica come comunico con l’altra/o?

 

 

*grazie al Covid 19

Prove di connessione #corpo4

Con le amiche colleghe di Metas e La bottega della pedagogista, ormai abbiamo una frequentazione quotidiana fatta di incontri via web (WhatsApp Facebook, blog), che è iniziata quasi una anno fa e poi si è concretizzata in un paio di incontri materiali a Milano e Firenze, che hanno permesso di costruire un setting professionale in cui progettare, scambiarci file testi, riflettere e confrontarci sulla dimensione che ci è più comune e propria: l’educazione e la pedagogia.
Da lì quasi per caso abbiamo creato un contenitore virtuale e nutriente che nel tempo ci ha permesso di farci una sorta di una supervisione peer to peer, di costruire una notevole  connettività di idee, istanti di automutuoaiuto, e esplorare spazio dove incontrarsi “pensanti”, e pronte a scambiare idee prima di reimmetterci nel mondo quotidiano, fatto di lavoro e vita personale.
Ieri in un momento di pensiero ieri abbiamo focalizzato il nesso forte, che ci permette di procedere, oltre al tema comune della pedagogia, un nesso che passa dal corpo,
I messaggi registrati di WhatsApp, con cui condividiamo spesso parole e pensieri, veicolano le emozioni, con le sfumature del tono della voce, le attese, e i pensieri narrati. Il condimento delle nostre conversazioni (e interazioni) si fa con domande tecniche e spaccati personali, che raccontano del nostro essere donne nella quotidianità familiare/affettiva e professionale.

Spesso il corpo  si fa mezzo e modo di interagire al mondo, e appare tra le parole. Tutte ri-conosciamo la centralità del corpo nelle nostre narrazioni, fatta di un corpo che è e che sente, che si emoziona e ci crea emozioni, agisce con intenzione, genera comunica, dentro e parole, oltre alle parole, costruendosi e presentificandosi nel linguaggio e nella scrittura. E’ il corpo delle passioni e si riempie dei diversi linguaggi tecnici e personali, e poi anche dello stress e della fretta, delle fatiche e delle ferite, delle riuscite e della felicità improvvise.

Il nostro corpo che ci contiene e ci permette.

Il corpo che siamo e che si pensa mentre agiamo, costruendo i ponti di senso, e il senso delle relazioni, dando spessore e ritmo, tridimensionalità ad uno strumento (pc e smartphone) altrimenti neutro e non vivo.

Inoltre la nostra plurima interazione, riflette il personale e lo differenzia dal professionale, e mostra la presenza del corpo, oltre che del pensiero e della parola; obbligando a trattenerci sulla soglia e ad osservare e rimandare, negli scambi, dove ci posizioniamo e collochiamo quando ci confrontiamo con l’altro (le altre in questo caso). Come parliamo, dove ci collochiamo in uno spazio ideale, che tempi e sospensioni costruiamo, come ascoltiamo e come le parole si riflettono in noi, creando tensioni e distensioni, concentrazione e distrazione, vicinanza e allontanamento, distanze, simmetrie, e asimmetrie, che danno chiarezza alla comunicazione.

E’ difficile per noi sfuggire a questo meta livello di osservazione di quanto ci accade, esso fa parte dello strumentario professionale, della necessità di stare in relazione e nell’azione comunicativa con l’altro, per selezionare cosa sia necessario dire o fare, per costruire senso e interazione, per generare nessi e accogliere risposte, che ci spingano in una direzione di significato, non casuale.

Di questo spostarci di continuo tra i corpi che siamo e il mondo che incontriamo facciamo una pratica costante, che si traduce in un diverso e profondo approccio al mondo e alle persone che incontriamo, per natura e per cultura, per affetti e per professione.

Aggiungerei un altro punto di pensiero, lo spazio web consente l’uso di alcuni canali corporei non verbali, ma non di tutti, e questa rarefazione di stimoli aiuta ad osservarse meglio, a stare su quel livello “meta” in cui cogliere gli spostamenti spazio temporali nel discorso, le emozioni veicolate, la scelta delle parole …

Questa prima possibile connessione, che stiamo eplorando, pensandola, ci da buoni spunti per comprendere le azioni educative, quando siamo in ambito lavoartivo, erispetto a come si posizionano i nostri corpi “educanti”.

#educazionenaturale: e gli altri?

Sembra facile dire che gli educatori naturali sono i genitori e i nonni. E poi?
Io aggiungerei anche gli zii,  ad esempio.

E i fratelli e le sorelle.

Chi altro c’è nella vita dei bambini che educa, anche quando non è pagato?
E che talvolta lo fa anche senza avere legami di sangue o familiari?

Allora nel mio album immaginario di figurine di educatori naturali, metterei:

Lo zio botanico che mi ha insegnato ad arrampicare sugli alberi, e che i fiori e le erbe andavano rispettati, che non aveva senso strappare una piantina per il solo piacere di farlo, per tenerla per se o anche per farne un dono; e che un fiore era assai bello nel suo contesto naturale.

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E anche se, oggi, mi piace comperare e regalare fiori, quel monito si è iscritto nella memoria. E mi permette di fare scelte piu’ meditate.

La portinaia della casa della mia infanzia, che vedeva dove le mamme affacciate al balcone non vedevano, rimbrottandoci se giocavamo nelle cantine, se facevamo troppo chiasso, o non prestavamo attenzione alle piante del giardino; dosando saggiamente severità e attenzioni nel governare un bel gruppo di bambini dai 2ai 12 anni (eravamo circa 10/12 bambini). I nostri giochi sono avvenuti al sicuro, grazie a sguardi adulti attenti, ma capaci di avere una giusta distanza, capaci di lasciar fare e di fermare, quando occorreva.

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E infine le mie due figlie, che con dieci anni di differenza si insegnano un sacco di cose:
protezione e regole – cio’ che offre la grande alla piccola –
amore risate ammirazione sono la preziosa offerta della piccola alla grande.

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Una meraviglia da accompagnare e veder crescere, sapendo che adulte non saranno mai sole.

fare per – fare con … della psicomotricità e del trasmettere saperi

Sono ormai anni che in testa gira il motivetto che mi hanno passato durante il trienno di formazione per psicomotricisti. Si diceva lo psicomotricista fa per il bambino e fa con il bambino. Il concetto mi era suonato subito simpatico ed immediato.

Ma è di oggi, del passaggio successivo alla fase della consulenza/formazione che il concetto si riattualizza, reso più prezioso e gravido di contenuti, quando il fare per e il fare con riguarda la formazione di gruppi di adulti.

Ieri conducevo un gruppo di adulti in un percorso di formazione psicomotoria:

Nella prima fase ho strutturato un percorso di attività per il gruppo, ho pensato a come farlo; poi solo ho guidato il gruppo guidato usando la mia voce per indicare al gruppo cosa fare, come fare, sostenendo, sollecitando, rassicurando, indicando punti nodali su cui sostare.

Nella seconda fase del lavoro ho lavorato (in un paio di momenti) nel gruppo, inserendomi nell’attività, usandomi come esempio, come partner, come complice del gioco psicomotorio. Offrendo squarci di sguardi su possibilità nuove, colte subito dal gruppo, a partire dall’essere esterna al gruppo, più libera di progettare e quindi di iniziare una azione, nuova, evolutiva. ma che necessariamente partiva dal fare con, insieme, con lo stesso corpo, con le stesse mani, con gli stessi oggetti.

Poi nel viaggio di ritorno, mentre prendevo distanza e riflettevo sull’andamento del lavoro, il mio fare è apparso evidentemente connotabile come un fare per (prima fase) e una fare con (seconda fase).

Un fare che corrisponde a diverse distanze prossemiche ma anche posturali, che appariono nella pratica di trasmissione psicomotoria ma che forse sono rintracciabili anche in altri contesti formativi, più metaforizzate dagli oggetti, dai tempi e/o dagli spazi.

Ma ancora prima di questo erano successe alcune cose, in un altra giornata formativa, i formandi avevano il compito di trasmettere all’altro la propria espreineza, era un lavoro a coppie.

Alcune coppie hanno lavorato frontalmente, alcune finaco a fianco, altre ancora in posizione schiena contro petto.

Nel primo caso la categoria è quella del fare con, fare insieme, mettersi in gioco direttamente, in un fare comune in cui il corpo è direttamente coinvolto, e il mostrare spesso evolve in un livello di esplorazione superiore, più complessa, nuova e ricca, sicuramente diversa.

Nel secondo caso la categoria è del fare per, del mostrare, dell’indicare, io sto fuori e ti faccio vedere come si fa, al limite uso il mio corpo o la mia voce per sollecitarti a fare l’esperienza, o ti suggerisco dove collocare l’attenzione.

Nell’ultimo caso direi che la categoria è ancora del fare per, ed è ti faccio sentire io cosa succede. Tu sei passivo nell’apprendimento ed io quello attivo. Quello che vede e controlla l’esperienza, e sa dove condurla.

Ma è nel caso in cui prevale il fare con, che vede un lavoro simultaneo, anche se non necessariamente simmetrico, che evolve in maniera rapida e meno prevedibile.  Mi sono chiesta anche se non sia un caso che si tratti di una interazione frontale (letterelmente) un faccia a faccia, che mette a disposizione la maggioranza dei canali della comunicazione non verbale nella posizione migliore, per vederli e leggerli tutti insieme, con immediatezza e con facilità.

Ecco che lo sguardo e il fare, insieme alla distanza spaziale, alle posture, all’uso del corpo cominciano ad sembrarmi i fondamentali delle prassi educative. Fra l’altro un recente documentario sui primati evoluti (scimpansè) mostrava una mamma insegnare al proprio cucciolo l’uso di un bastoncino di legno per tirare fuori le formiche dal tronco di un albero (fare per) e poi soffermarsi a giocare, facendo il proprio corpo oggetto/soggetto di gioco.