edu(c)azione geek

“Noi” che nell’educazione siamo tutto sommato  … gli absolute beginners nonostante l’età “attempata”, non siamo i nativi digitali ma i tardivi …  per ragioni anagrafiche e culturali, stiamo cercando di recuperare il ritardo e abbiamo la voglia e la curiosità,  di renderci sempre più geek e di rendere degli incontri, che avvengono negli spazi digitali, fonti di incontro e sapere e tempi in cui condividere conoscenze.

il mondo che ci gira attorno funziona sulle autostrade del web, le economie, le finanze, le merci, gli scambi scientifici, le informazioni sono veicolate da queste strutture, che per noi spesso sono diventate piazze, e luoghi di appuntamento. Plessi da cui partire per nuovi progetti, digitali o analogici, con compagni di viaggio nuovi e magari conosciuti on line.

Così, tenuto conto del luogo scrivo e scriviamo, con i colleghi del gruppo facebook Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti abbiamo cominciato a usare alcuni hashtag che contengono concetti che ci sembrano significativi

#edugeek13 connette l’educazione con quel sentimento, stile e prassi che testimonia “una forte passione o esperienza nel campo tecnologico-digitale”, quindi educazione e tecnologia, web 2.0, nuovi media, uso che ne fanno i giovani e uso adulto, apprendimenti on line, nuovi modelli comunicativi, cognitivi e approcci scientifici mutuati dalla tecnologia

#educareè un hashtag che connette le informazioni, che possiamo e vogliamo, veicolare ad un riferimento/contenitore che li raccoglie e permette di individuarli, nei flussi veloci delle comunicazioni nei luoghi “social”:

twitter facebook googleplus

(#educareè è utilizzabile per evidenziare i contenuti educativi, con un link, ad un blog, articolo di giornale on lei, ad un post, pagina facebook etc etc)

#snodipedagogici che fa riferimento tanto al sito che contiene i collegamenti ad alcuni blog ad alto tasso di “educazione e pedagogia”, ma  anche  ci rimanda alla possibilità dell’educazione di essere uno snodo che conduce ad una pluralità di scelte e potenzialità 

Adesso vediamo che succede ….

Hashtag

Nuovi interrogativi per i CDD… genitori disabili

Come già rilevato in un documento prodotto dalle colleghe Marina Balestra e Rosa Ronzio “Per me si va nella città dolente” relativo alle RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale),  queste strutture nate come evoluzione sanitarizzata delle vecchie “Case di Riposo per Anziani”, si  sono trasformate connotandosi per una accoglienza specializzata che non si limita ai soli anziani ma  si allarga ad una lunga lista di persone non autosufficienti (disabili fisici, disabili psichici, persone  in stato di coma, o con gravi stati di demenza).

Ma anche i Centri Diurni per Disabili detti CDD, sono mutati nel tempo sia come definizione dell’utenza, che obiettivi; passando, con il tempo, dalla definizione di Centri Socio Educativi a quella attuale,  e modificando insieme al nome anche la quantità di attività educative (in termini di riduzione) e hanno aumentato le prassi più terapeutiche e/o sanitarie (prestazioni sanitarie, di riabilitazione fisioterapica et altre).

E come spesso accade, questi cambiamenti, tutto sommato significativi per le prassi educative restano patrimonio degli addetti ai lavori, dei convegni o delle supervisioni e forse nei pensieri delle equipes. A me resta il compito di domandarmi se questi cambiamenti non possano offrire degli spunti di riflessione di più ampio respiro, in ambito educativo.

Operando come psicomotricista in un CDD mi capita di osservare gli utenti che lo frequentano, anche quelli che non prendo in carico direttamente nei laboratori che conduco. Così come ricerco il confronto e la riflessione con gli operatori, anche in ordine ai mutamenti che vive il servizio che incontro, e come essi si riflettano nella quotidianità di tutti.

Di recente ho annotato un altro cambiamento, in questo caso nella tipologia delle persone che trascorrono lì la propria giornata; in realtà ma mi ci e’ voluto un po’ di tempo per elaborarlo in modo compiuto, e per provare a chiedere agli operatori informazioni.

Quindi, forse grazie al lavoro svolto dalle colleghe, e citato nell’introduzione al post ho considerato con più attenzione i vari utenti, alcuni di essi portatori di “nuove e diverse” forme di disabilita’, e a come vengono “pensate” e accolte dagli operatori.

In particolare mi riferisco alle persone diventate disabili in seguito ad incidenti stradali o ictus in eta’ adulta, nelle quali il danno fisico si accompagna ad un severo danno cognitivo, ed possibili danni alla formulazione dei pensiero, della stabilita’ emotiva, della comprensione.

Ma la premessa che vorrei mettere in luce è che si tratta di persone che avevano (hanno avuto) una vita strutturata, una famiglia, dei figli, un lavoro, facevano sport o avevano hobbies,  amici; e per i quali il percorso di vita muta radicalmente.

E non solo ma queste persone diventano fruitrici di un servizio prima destinato ai disabili dalla nascita; questa modificazione che è evidentemente culturale e insita nella nuova destinazione dei CDD, a servizio che accoglie “le disabilità” pensate (a livello di progettazione dei servizi a livello nazionale) come prevalentemente bisognose di un supporto sanitarizzato, piuttosto che di tipo “educativo”.

In questo quadro di mutamenti mi chiedo quali siano le domande educative, che pure continuano a riproporsi, poichè in questi servizi la dimensione educativa non viene mai a mancare e ad interrogare chi li attraversa.

Se  da un lato posso immaginare i disabili dalla nascita e le loro famiglie alle prese con la conquista di una progetto, di una “normalità” o un equilibrio possibile, che vanno costruiti dalla nascita; con domande educative molto orientate in questo senso; nello scenario familiare relativo a queste nuove disabilita’ immagino il crollo di una quotidinità familiare e la necessità di (ri)costruire un senso diverso dei ruoli familiari.

Vi sono uomini o donne che non “possono” più fare i padri e le madri o i mariti e le mogli …  con figli devono rapportarsi con una figura genitoriale che perde quelle connotazioni paterne/materne sin prima esperite (tutela, protezione, sostegno, insegnamento educazione). Ci sono giovani genitori che vanno “assistiti” da figli ancora piccoli o giovanissimi, mariti o mogli che devono imparare a essere soli e ad aver cura di un coniuge che smette di esserlo sul piano materiale, affettivo, progettuale. Pure restando in qualche modo padre, marito, compagno, in un modo o con un senso che va cercato, conquistato, compreso e condiviso.

Trovo che sia di grande importante comprendere quale sia il pensiero degli operatori dei Cdd su questi temi, o come si rapportino nel tematizzare, con famiglie, figli, mariti o mogli,  non più il percorso di crescita di un figlio disabile e della famiglia che impara, ma quello di un coniuge e degli eventuali figli,  in relazione ad un progetto familiare che va decostruito prima di ri-costruirsi.

In che modo la paternità o la maternita’ andranno ridiscusse e ripensate, elaborate nel pensiero degli operatori e quindi della famiglia, e dell’utente stesso; perché quella persona continuerà ad essere padre, o madre, sara’ ancora un marito o una moglie, in un servizio che si è sempre occupato di ragionare di educazione tra genitori e figli, e più generalmente tra genitori chiamati ad educare e figli chiamati ad imparare.

Io credo che sia importante, in un CDD, che queste storie, queste interruzioni della vita vadano osservate, e vadano considerati i temi della genitorialità nel suo realizzarsi in una persona diventata disabile. Io credo che siano storie che non possono, in questo senso, essere omologate ad altre storie, nella differenze che impongono di essere viste.

In particolare nel tema di una genitorialità che resta una dimensione che può avere spazio anche in una difficoltà cognitiva, negarla mi sembra mettere a rischio il senso educativo che sottende ancora le prassi di cura ed accadimento. Esplorare in questo contesto questa specifica genitorialità permette ad operatori ed utenti di riattraversare il senso di un progetto interrotto, ma anche di pensare alla genitorialità  (che è una esperienza molto più trasversale ai servizi e alle persone) in modo più sfaccettato e complesso.

 

Dare nomi a ciò che si impara

di Monica Massola

Vorrei citare due esempi dei saperi sottotraccia che allignano nelle categorie dei lavoratori dediti all’insegnamento/educazione, i quali non sempre sono consapevoli o sanno mostrare le competenze che possiedono.

Così una collega mi racconta che in una scuola primaria dove i numeri degli studenti stranieri è molto alto, i progetti di integrazione funzionano brillantemente, e gli insegnanti hanno 7 livelli di insegnamento dell’italiano.

Il che, blandamente significa, un alto grado di professionalità nell’insegnare, e un ventaglio assai variegato di competenze nell’insegnare, anche le sfumature della lingua italiana. La necessità di insegnare a tanti bimbi stranieri, alle prese con il compito di l’imparare a leggere e a scrivere, i quali inoltre conoscono la nostra lingua con diversi gradi di competenza, ha ingrandito l’impegno dei docenti.

Ma in cambio gli ha offerto una formazione in itinere, esperienziale, tale da permettere di insegnare, molto meglio, l’italiano anche ai bimbi italiani, in base ad una semplice possibilità, quella di saper adattare l’insegnamento in modo molto personalizzato.

E’ stato attraverso un processo di formazione che questo dato è emerso, gli stessi insegnanti si sono meravigliati della profondità e della vastità di questo sapere, nato nell’incontro quotidiano, nella prassi lavorativa, tra loro e i bimbi che arrivano da molti posti del mondo (108 circa).

 

Altra scena. Ascolto una collega che arriva da un mondo professionale diverso, ma contiguo al mio, e che parla con una conoscente dell’incontro fatto con la realtà dei consulenti pedagogici e degli educatori; di questi ultimi sembra un pò perplessa.

Oppure è una mia proiezione? Ho lavorato per tanti anni come educatrice, e un pò di quella perplessità me la sento ancora addosso. E’ una categoria che non ha visibilità sociale alcuna, che forse non la cerca e che spesso dimentica i “multilivelli” di professionalità che invece sa erogare, e nemmeno sembra sentire la necessità di esibirli e nominarli, e poi di insegnarli.

Gli educatori a scuola, e si parla di persone laureate con un buon livello culturale, sono sempre una sorta di presenza naif, che supporta l’istituzione nella gestione dei casi difficili, ma non mette a tema la dimensione e il valore educativo di questa presenza. Cosa che invece non accade con gli psicologi, che invece sostanziano le tematiche della sofferenza personale.

Gli educatori nei CDD sono impegnati ad ideare in una molteplicità di attività e laboratori,  da svolgere con i loro utenti e che spesso si traducono in lavori di notevole qualità espressiva; eppure restano spesso nell’immaginario buonistico come coloro che sanno lavorare con la fatica e la sofferenza. Sembrano quasi circonfusi da un elitaria aurea di umiltà, che non lascia vedere i saperi e gli insegnamenti appresi dall’incontro con l’imparare/insegnare, nelle difficoltà legate alle disabilità. Eppure anche  il loro bagaglio di competenze e saperi  resta ad appanaggio degli addetti ai lavori.

Credo di aver capito e osservato quanto questo accada spesso, almeno nei servizi che ho attraversato professionalmente, accade questo non saper riconoscere, nominare, trasmettere i saperi che si producono mentre si forma,  educa, insegna, ci si “accontenta ” di cogliere i mutamenti dei formandi. Persino la scuola agenzia formativa per eccellenza si dimentica di quanti saperi costruisce mentre insegna, e si dimentica di raccontarli.

 

 

educare al compleanno, educare all’happy hour

feste di compleanno o happy hour?

tipologia di festa A:
i bambini vengono invitati al compleanno di un compagno/a di classe
età dei bambini 10/11 anni (5a elementare)
il luogo del festeggiamento è la pizzeria inserita nella multisala – limitrofa al mega centro commerciale –

PROGRAMMA
ora 19,30
i festeggiamenti si svolgono così: i bambini arrivano, si spogliano, mettono il loro regalino nell’apposito angolo tra cappotti e pacchetti, si siedono, mangiano a scelta tra pizza hot dog hamburger passano alla torta di compleanno

ore 21,00
i bambini muniti di circa 5 € di gettoni, cortesemente offerte dai genitori del festeggiato/a, si recano nella sala giochi a spendere i suddetti gettoni.
i bambini si disperdono in gruppuscoli, di due o tre, a giocare nei giochi preferiti.

ore 22,00
fine della serata e recupero, da parte dei genitori, dei festeggiandi.
i regali arrivano a casa del festeggiato intatti, nel senso che non vengono aperti.

tipologia festa B

orario 15,30
i bambini, anzi le bambine, vengono invitate a casa della compagna che festeggia il compleanno. ci saranno due o tre amiche della festeggiata e alcune compagne di classe.
i comapagni maschi sono stati esclusi perchè fanno un pò macello e sono poco contenibili.
la torta è stata fatta dalla mamma, così come la pizza.
le bambine giocano assieme, poi si passa alla fase torta e pizza.
la mamma mette musica e le bimbe ballano, la mamma partecipa con loro.
poi è la fase dei regali, che vengono aperti tutti – insieme alle amichette e insieme ai gridolini di gioia della festeggiata.

da qui:
1. stesso gruppo classe
2. stessa cittadina
3. mondi e modi differentissimi di intendere il compleanno,

il primo festicciola per adolescenti, che … adolescenti non sono, ma bambini!
i quali insieme possono solo giocare con i video giochi (i più glamour avevano anche portato dietro il nintendo), e che possono tornare a casa alle 22,20 (il giorno dopo si va a scuola).
i genitori del festeggiato parlottano insieme ad altri amici, ignorando completamente i genitori che portano lì i bimbi, scaricano regali, tolgono giacche, indicano posti a sedere. la stessa scena si ripeta al termine della festa i bimbi vengono recuperati, quasi nell’indifferenza totale e dei genitori, e del festeggiato, e degli inviati tutti assorbiti dai vari videogiochi.

nella seconda la mamma accoglie le invitate e relativi genitori, chiacchiera amabilmente, invita a trattenersi per una chiaccheratina, al momento del recupero offre al genitore una fetta di torta, una bibita e ancora chiacchere ed ospitalità.
le bimbe sono allegre e al momento dei saluti si sprecano abbracci, coccole e apprezzamenti sia per la festa che per i doni.

ovviamente alla seconda festa la grande si è divertita davvero.
io mi sono sentita accolta da una persona piacevole.
e – peraltro – la torta era degna della migliore pasticceria.
lo giuro.
ho assaggiato anche due dolci arabi che la signora ha fatto per la famiglia, da gustare a cena.
la signora arriva dal marocco, da rabat, è una donna colta, che lavora, proviene da una famiglia di avvocati ed impiegati di banca, il papà era sassofonista.

in pochi minuti ci siamo trovate in sintonia.
io la straniera di milano in quel di voghera.
e lei la straniera in italia.

al solito ciò che conta è la cultura, la curiosità, la voglia di conoscere, la buona educazione, l’intelligenza, la gentilezza.
non la provenienza geografica.
la maleducazione e l’ignoranza (da non confondere con la scolarizzazione) non hanno paese nè confini.

meta-lezioni di vita in tv

faccio una citazione di me stessa, “rubando” al mio altro blog questo….
ogni tanto se la minina ha la febbricciatola e stare accoccolate sul divano è creare un piccolo nido in cui accucciarsi… permette alla mamma di trovare perle televisive interessanti.

una trasmissione che parla nel livello “meta” (meta- sopra, al di là) dei programmi, cioè di cosa pensa di ciò e di come si stanno facendo i programmi tv fa, ovviamente questo livello “meta” è trasversale alla tv, ai giornali, alla politica e via dicendo.
E’ interessante che la riflessione di meta livello non corrisponda mai, in termini qualitativi, a ciò che viene erogato.
cioè chi fa una certa cosa (giornali, tv, politica) ragiona sul meta livello di un “prodotto” che fornisce, ne vede le criticità, non so … un programma di informazione basato sull’urlio e sulla banalizzazione degli ospiti invitati (solite facce, solite banalità, solite liti).
così il signor x che valuta come quel format non garantisca nemmeno la qualità minima che pensa sia necessaria, e ne vede criticità e crepe … poi lo fornisce sempre identico.
cioè la meta analisi non produce cambiamenti.

la cosa interessante è osservare che comunque il meta livello c’è; e che talvolta viene reso disponibile/visibile.
più programmi simili consentirebbero ( noi elettori, fruitori, consumatori etc) di valutare meglio e pretender più qualità ai politici, ai giornalisti, ai programmatori tv.

Detto ciò ci sono contesti, credo un pò tutti, che per necessità di esistere devono accedere al livello sopra, il meta, appunto citato, a riflettere e trattare ciò che fanno, come lo fanno e quindi apprendere da ciò. in teoria questo processo dovrebbe essere trasformativo, ma come si vede sopra non sempre è così.

il post originale arriva da qui http://pontitibetani.wordpress.com/2009/03/21/meta-lezioni-di-vita-la-tv/

il passaggio interessante è quando il livello meta si svela, mostrano il processo di analisi, e di riflessione; ma qui si ferma perchè ne fa oggetto di una trasmissione tv

il pedagogico insegna questo processo meta, apprendendo da ciò che fa, facendone oggetto di trasmissione/insegnamento.