Parlare della paura, parlare con la paura (e con il coraggio)

IMG_5615La scena è questa: parco avventura (si tratta di percorsi aerei, su corde o passerelle tese fra gli alberi; i percorsi sono graduati in ordine di difficoltà e in base all’età).

Abbiamo, appunto, deciso di affrontare questo cimento; io e le due figlie, la piccola, notoriamente avventurosa e intraprendente, era eccitatissima, la grande con il suo solito stile inglese, con molto self control, si è messa alla prova decidendo e scegliendo in autonomia sino a che punto osare, e in che modo confrontarsi con emozioni e paure.

Quest’anno abbiamo parlato variamente della paura, un po’ per caso, e un po’ per necessità. La piccola, forte dei suoi 7 anni, e da qualche tempo vanta con grande determinazione di non aver paura di nulla. Ovviamente a me spetta la parte di quella che spiega, le mamme lo fanno spesso e a volte si sentono pure un pochino pedanti, e altre volte si sentono felici di insegnare …

Insomma in vari momenti le ho spiegato che paura è una buona cosa, ci allerta nel corpo e nelle sensazioni, ci prepara ai pericoli che stiamo per incontrare, ci aumenta il metabolismo e il battito cardiaco.

Ma è stato nel percorso che ci siamo davvero incontrate a fare i conti con la paura, la sua intensa in alcuni momenti, e la mia di non saperle insegnare ad incontrarla, ad affrontarla per quello che è, a provare a superarla o anche solo gestirla. Le corde si aggrovigliavano, e i percorsi si complicavano, i moschettoni andavano ganciati e sganciati, e laddove lei faticava, io dovevo prevedere quali percorsi l’avrebbero spaventata di più, spiegandole come poteva affrontare quel passaggio tra un albero e una altro, immedesimandomi nel suo grado di difficoltà e aiutarla da affrontarlo (dosando il giusto grado di sorveglianza e emancipazione). Poi le difficoltà sono oggettivamente aumentate, e la sua paura anche.

Ed è a quel punto che mi sono trovata a parlare “con la (sua) paura” che le toglieva quasi il fiato, accelerandone il battito cardiaco, irrigidendo i movimenti del corpo, fino a rischiare di bloccarli. Ho recuperato parole giuste, dosato il tono di voce, le ho ricordato le tappe che aveva già superato e la sua intraprendenza abituale, indicandole a voce i punti che stava superando.


Alla fine è rimasto un pianto liberatorio, lungo, e il tempo per recuperare il fiato spezzato, per un abbraccio, per il silenzio, per sentire anche le mie emozioni, tra fierezza e dispiacere per il suo dolore. Ma era di quello ciò di cui  avevamo bisogno. Un tempo per parlare alle emozioni, e delle emozioni, parlare al cuore e al pensiero, che sapevamo essere in fermento, ritessendo la connessione di un corpo che si ritrova intero. Questo che mi ha permesso di dare un significato autentico a tutti quei “pomposi” discorsi sulla paura, che tanto mi avevano fatto sentire una madre noiosa, e saccente.

IMG_5613La vita non risparmia differenti momenti difficili, cambiamenti, occasioni che ci aprono all’incontro con la paura.

La paura c’è, e soprattutto non si può (e non si deve) non aver paura; che è la compagna di viaggio del coraggio, dell’incontro con i propri limiti, e/o con la possibilità di oltrepassarli, o anche solo di guardarli in faccia. La paura come altre emozioni ci tiene legati al corpo, al senso di quanto accade e alla necessità di attraversarlo, di crescere.

Come madre lo so che non è finita qui, che abbiamo ancora tante prove da affrontare,  e io dovrò saper collegare con cura le mie spiegazioni, i miei saperi, ciò che osservo di quanto sta accadendo alla vita concreta, alle situazioni che accadano e alle esperienze che ci fanno/faranno incontrare.

Per la cronaca la figlia grande, a 17 anni, ha capito il trucco del dialogo tra paura e coraggio pertanto ha affrontato in solitaria i vari percorsi, scegliendo di affrontare le difficoltà (il labirinto verticale è davvero un cimento), di percepire e muoversi, e quindi di sfidare i suoi stessi limiti, per superarli e definirli. Alla fine è ridiscesa con un sorriso spettacoloso.

Sull’arrampicare come esperienza di apprendimento personale ne ho raccontato qui…

Insegnare l’allerta e l’ascolto e non la paura.

Prendo spunto da questo articolo di Internazionale “spiegare il male“.

Il cui nodo non è l’adolescenza ma quello che sappiamo insegnare ai figli, prescindere dalla loro età; insegnare la paura fa male e fa male insegnare che esiste il male, è estremamente faticoso imparare a collocarlo, mostrarlo nelle forme che assume o potrebbe assumere.

Uno
La mia figlia più piccina ama da lungo tempo due storie: Cappuccetto Rosso e il Lupo e i 7 capretti.
Storie in cui il male si camuffa e traveste, s’ammanta di perbenismo, fino al punto di fingere di esser la mamma (nella storia dei 7 capretti).
Nella nostra versione casalinga e modificata il lupo diventa sempre più abile a camuffarsi, mentre i capretti si ingegnano con arguzia a scoprirne le trappole, sino a quando il travestimento ormai perfetto li inganna. E il resto sappiamo come finisce!

Due
I miei genitori avevano, come ogni genitore, elaborato una loro lista di attenzioni “stai attenta a”…
Che pure ha funzionato, visto che sono sopravvissuta e diventata adulta con una certa facilità e senza aver incontrato troppi lupi cattivi.
E per i lupi cattivi che ho incontrato di sfuggita, posso dire che si trattava proprio di quelli che i miei genitori si erano dimenticati di nominare.
Poco male visto che li ho scantonati bene.
Insomma dai genitori si riceve una lunga lista di pericoli, ma ciò come figli non ci esime dall’evitarli. La lista non funziona? Forse non ma è una lista che diviene troppo lunga, e potrebbe non  potrebbe tutti contenere i pericoli nuovi e accidentali che il mondo crea, ne mostra le mutevoli forme con cui il “male” che si traveste (come il lupo) e inganna o blandisce.

Che fare?
Ci sto pensando, dal momento che allevo 2 figlie, e che la mia professione mi impone di pensare ai segni che lascio e che insegnano.
Cosa devo insegnare? La paura? No, non proprio. Ma l’allerta si,la posso insegnare.

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E  di cosa è fatta l’allerta?

Dell’essere presente al proprio corpo, dell’ascoltare le proprie emozioni, e le parole che il corpo racconta, che domande ti faccio e mi faccio, ogni giorno vivendo io come madre e tu come figlia?

Come mi muovo nello spazio, quali sono gli odori che annuso e i rumori che ascolto? Come respiro se ho paura e se sono invece stanca, o sovraffaticata?

Posso insegnare alle mie figlie che il corpo ascolta e dice, che sta in relazione con il mondo sempre, e ovunque, che si connette e esplora il mondo nei tanti modi possibili che ogni figlio e ogni genitore può trovare.

Non dico abbi paura ma dimmi cosa ti ha fatto paura o ti ha spaventato, o cosa ti ha fatto esultare, che odore c’era, che sapore hai trovato, cosa hai udito delle parole degli altri e come tuo corpo ha dato risposta. Cosa hai capito del mondo che si muove attorno e insieme a te? Cosa sanno guardare i tuoi occhi e cosa non avevano ancora visto?

Insomma posso offrire a loro e a me le domande, che si porta addosso, chi sta consapevolmente attento al mondo, alla sua parte meravigliosa e alla sua parte spaventevole; avendo cura e speranza che questo insegnamento sia sufficiente a portare attenzione e che la vita sia gentile nei confronti delle persone che più amo.

Principio di inerzia

L’educare professionale pare finalmente spinto verso il web, luogo nuovo attraente e spaventoso per scoprire e scoprirsi in questo viaggio; per andare oltre alle necessarie (e insindacabili) istanze  economiche,  sindacali e di riconoscimento del titolo.

Sono luoghi che esistono e vengon ricreati per dire e comprendere cosa ci accade mentre facciamo educazione, mentre al esploriamo sul web, e mentre il web determina queste esplorazioni.

C’è un vincolo alcuni luoghi obbligano a indossare un nuovo abito (in questo caso ad iscriversi ad alcuni socialnetwork) per iniziare, e paradossalmente è proprio questa la prima fatica da fare, capire che si è in un nuovo luogo, si indossa una nuova giacchetta, che si è absolute beginners in un mondo che non è completamente nostro….

 

 

Strade

facebook: (Gruppo Facebook si entra su invito o richiesta) Educatori, Consulenti pedagogici, pedagogisti 

– tema del mese da esplorare – Il rapporto tra educazione e web – le piazze educative

LinkedIn  Attraversamenti pedagogici tra reti servizi e professioni (gruppo LinkedIn occorre essere iscritti al network)

– discussioni e riflessioni su tematiche professionali, ogni membro può proporre discussioni e/o discutere –

Snodi pedagogici – una sorta di sito directory che intende raccogliere i pedagogisti/educatori/consulenti pedagogici che si esprimono tramite un blog

 

NOTE

LinkedIn è un servizio web di social network, impiegato principalmente per lo sviluppo di contatti professionali.

Facebook è una piattaforma sociale che ti consente di connetterti con i tuoi amici e con chiunque lavori, studi e viva vicino a te.

Blog Nel gergo di Internet, un blog è un particolare tipo di sito web in cui i contenuti vengono visualizzati in forma cronologica. In genere un blog è gestito da uno o più blogger che pubblicano, più o meno periodicamente, contenuti multimediali, in forma testuale o in forma di post, concetto assimilabile o avvicinabile ad un articolo di giornale.

Inerzia In fisica, in particolare in meccanica, l’inerzia di un corpo è la proprietà che determina l’opposizione alle variazioni dello stato di moto, ed è quantificata dalla sua massa inerziale. L’inerzia è descritta dal primo principio della dinamica, il principio di inerzia (o prima legge di Newton), che afferma che un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificare tale stato.

 

difesa relazionale 1

di Monica Massola

post scritto quando mia figlia piccola aveva una manciata di mesi, oggi ha due anni e mezzo. Una riflessione ancora molto emozionata e umorale, su un tema molto vivo, oggi.

Abito in un piccolo paese, posto molto molto tranquillo. sin troppo.
quando esco di casa con la piccolina questo è ciò che porto:
borsa con cambio completo, borse termica con biberon/scaldabiberon, 
 la mia borsa, 

giacca, copertina, 1 lt di acqua, 

bimba dentro l'ovetto, chassis del passeggino. 
vado avanti e indietro  un sacco di volte.

in un condominio a milano non si potrebbe. 
soprattutto lasciare 
la microbimba
in auto con la portiera aperta e la porta di casa spalancata, 
nel mio andirivieni.

e se ...

(delirio)

già e se un malintenzionato ...

no, quaggiù non può succedere nulla di brutto.

ok, potrei mettere un coltello in auto.

no, non si può; sai che multa i cc, uso di arma impropria!

e poi non sono quella contraria alla violenza e che lo stato 
esiste per qualcosa e che farsi giustizia da sè 
è cosa da trogloditi??????????

si, ma.

ma è una questione di difesa, 

***** è mia figlia la devo difendere no??

stop.

fine del delirio.

per fortuna.

per fortuna che ho fatto un corso di difesa relazionale.

(non è difesa personale).

per due anni poi la gravidanza e la distanza hanno messo un limite.

la fa un mio docente di pedagogia interazionale.

fa arti marziali da una vita.

si parte dal presupposto che .... - questo è quello che ho raccolto -

nella vita ci si trova di fronte ad attacchi che non sono solo 
fisici, ma anche morali, psicologici, verbali etc etc

si usano tecniche mutuate da un arte marziale.

ma come in molte arti marziali accade il principio è evitare inutili 
scontri, si arriva al conflitto solo se inevitabile.

e allora si osserva l'avversario e di sperimentano le proprie paure.

è stupido sparare ad uno che voleva chiederti una sigaretta.

si lavora con il corpo/con i corpi e sul corpo.

e nella testa.

sinergie e strategie di apprendimento corpo mente

si testano le proprie resistenze.

si conoscono il limite e le sfumature che una relazione possono avere.

davanti ad un aggressione (non solo fisica) puoi:

scappare, spostare il piano di ingaggio, disimpegnarti, affrontarla.

e allora che ci faccio io con il mio stupido coltellino, che non 
metterò mai in auto, 

di fronte al malintenzionato?

forse nulla.

ma la mia attenzione è diversa.

adesso so che esistono diverse strategie di disingaggio.

e che posso ancora usare la testa prima di "sparare a vista" ad 
ogni ombra.

che la mia attenzione è "un'arma" necessaria a filtrare bene e a rilevare 

dove esistono pericoli e dove ci sono solo gli spettri delle 
mie (nostre) paure.

salgo in auto e porto la micropinga dalla pediatra, 
da oggi passiamo alle pappe!

monica

Arte_marziale_e_difesa._Difesa_relazionale___prima_lezione

di Igor Salomone, il mio maestro di difesa relazionale


prove pratiche di difesa relazionale

In questi giorni mi sono trovata ad effettuare uno scambio di e-mail con una persona, a cui sono piuttosto legata; il susseguirsi di e-mail ci ha posto in posizioni progressivamente sempre più opposte e dicotomiche

L’oggetto dello scambio epistolare forse non è completamente essenziale, o non lo è almeno in questo “qui ed ora” di riflessione. Lo sarà, immagino in un post successivo, visto che si trattava del confronto tra reale/lento versus virtuale tecnologico/veloce ed altro ancora.

In ogni caso ne sono spiazzata, perché dopo una partenza – nello scambio di mail – piuttosto gioviale e serena, mi sono ben presto accorta che mi ritrovavo a collocarmi di continuo in posizioni in ottica di difesa, di non attacco e di non scontro, o almeno questo è quanto credo di avere fatto, o almeno di aver provato ad agire.

La sensazione è di essere stata “attaccata” e la prima ed ovvia reazione sarebbe stata il contro-attacco. Non lo ho fatto ma ho percepito inizialmente una forte sensazione di disagio.

Così ha provato provo un paio di strategie di spostare il focus dell’ingaggio iniziale, smontando asperità concettuali; ma a quanto pare nemmeno questo funziona.

Alla fine mi sono arresa e disingaggiata dallo scambio; e quindi uscita un pò svuotata, perchè più che uno scambio è stato uno scontro, ed anzi il nodo dell’incontro è stato lo scontro.

Mi immaginavo (ancora alla mia età non si smette di impigliarsi nelle proprie  aspettative) di poter scambiare opinioni non doverle scontrare una contro l’altra, di poter  cavalcare l’onda della molteplicità e della complessità.

Invece no.

Mi trovo in guerra.

Mio malgrado. E/o malgrado le mie intenzioni.

Va bene, anzi va male ma mi ricordo della difesa relazionale.

Insomma ad un certo punto ho cominciato a ragionare in termini di difesa relazionale, e a dirmi che in quello scontro non ci volevo proprio stare. Volevo “parlare” /scrivendo con qualcuno ed invece non riuscivo a spostare il livello di interazione con l’altro.

Alla fine la tecnica usata è stato il “disingaggio” o l’arrendermi dicendo “scusa io non volevo litigare”; non è stata una mossa molto brillante o elegante, ma almeno ha permesso di uscire da una situazione priva di altre vie di fuga.

In sintesi:

1. non volevo litigare e mi sono trovata in una situazione in cui proprio quello stava succedendo.

2 non volevo mettermi in un testa a testa, ma solo quello mi veniva proposto – come modalità di interazione.

3. ho provato a spostare il livello di interazione, ma non è stato possibile.

4. mi sono disingaggiata.

Infine, ora, mi chiedo se questo stesso tipo di incontro scontro fosse avvenuto in palestra, ossia in un setting formativo, usando le tecniche della difesa relazionale e quindi usando la corporeità sarebbe successo qualcosa di diverso?

La dinamica sarebbe stata più vicina ad una situazione di attacco fisico?

I gesti sarebbero stati più “nitidi” ed efficaci che non le parole?

Il disingaggio da me adottato, e percepito come mossa goffa e un pò triste, mi avrebbe invece fatto sentire bene perché ero “sfuggita” ad una situazione di pericolo, ovvero sia l’utilizzo della corporeità avrebbe dato più potenza alla sensazione di pericolo e a quella conseguente di averlo sfuggito?