Organizzazioni con disturbo alimentare

 


Storia verosimile, basata su aneddoto vero.


articolo già pubblicato su Facebook il 2/6/2016 e parzialmente modificato per il blog

Un* collega mi descrive la situazione dell’impresa in cui lavora, ora che ha superato la fase di start up, in modo davvero brillante, assumendo sempre più un atteggiamento particolare nella gestione organizzativa.
Mi racconta cosa succede, parla veloce come se mancasse aria e tempo per farlo, dichiara continuamente il suo essere molto stressat*. Direi che si vede assai bene quello stress. Il corpo è sempre molto prodigo quando mostra fatica e sofferenza.
In quel momento mi  viene in mente un termine, anzi due: bulimia e anoressia.

Infatti da racconto emerge come l’orientamento intrapreso dalla dirigenza sia mirato ad una crescita continua, fatto di  un continuo mangiare per crescere, riempirsi, nutrirsi; è una impresa mai sazia, e mai capace di riflettere sulla direzione di crescita. Questo si alterna a momenti di grande privazione: si risparmia su spese minimissime ed accessorie, che talvolta rasentano il ridicolo.
Il tutto inserito in una dimensione di di ipercontrollo ossessivo.
Bisogna fare tantissimo, crescere tanto, riempirsi velocemente e al tempo stesso sapersi privare anche del minimo indispensabile.
Manca lo spazio per pensare, per “digerire”, tra una dimensione organizzativa apicale che è sovreccitata dal prendere continuo (commesse/contratti/etc), e da quel troppo di tutto che viene preso e inglobato senza criterio, senza analisi delle criticità.
Vale tutto.
Accanto c’è una aspettativa, che si debba saper fare senza nulla,  consegnata nelle mani di lavora.

Racconta ancora quest* collega “si lavora troppo, incattiviti, portandosi via l’un altro persino le penne, ma soprattutto giocando al rimpiattino delle colpe rimandate sempre ad altri, se qualcosa non va è colpa tua, anche se mancano le risorse, ma sopratutto il tempo per capire e risolvere i problemi. Tutti fanno e corrono, aumento il lavoro e nessuno si ferma mai a capire perché aumentano i problemi e le complessità. Tutti pensano che sia come due anni fa, quando eravamo all’ingiù e progettavamo e imparavamo. E invece è un disastro, qualcuno comincia da aver voglia di andarsene. Anche se lo stipendio non è brutto, e il lavoro ormai  piuttosto certo”.

Non c’è soddisfazione, né godimento o nutrimento per chi impegna il suo tempo-lavoro; e come nella dinamica anoressico/bulimica, dove il cibo è strafogato senza masticarlo e assaporarlo, talvolta persino di nascosto, oppure del tutto rifiutato. Il corpo deve sapere vivere con un nulla nutritivo e dare dimostrazione di potere tutto, di vivere onnipotentemente in assenza di ciò che riempie.


I modelli organizzativi innovativi dicono ben altre cose, rimettono al centro le persone, il loro senso dell’esistere al lavoro, l’essere partecipi dei processi, portare il proprio sapere, e ricevere il nutrimento proprio di una impresa, il che significa uno stipendio adeguato, ma anche i mezzi per lavorare, il significato delle mission, delle direzioni che si stanno prendendo.
Come si aiuta una impresa a crescere?
Insegnando che appunto ci sono simmetrie con il mondo concreto: crescere è un fenomeno che ci accomuna tutti, così come lo è l’imparare, il capire le proprie scelte e le conseguenze, fermarsi a pensare, cambiare prospettive per definire le rotte esistenziali, cogliere le responsabilità connesse alle scelte e alle direzioni.

#Metas
#eduorg

Mobilita’ (educativa) sostenibile … Chi guida oggi?

Con questo post si apre una nuova categoria, per mettere il luce le dis-connessioni (o le connessioni) tra i luoghi dell’educazione e le logiche politiche/economiche che interagiscono nelle definizione dei servizi educativi

La mobilita’ sostenibile non e’ solo il problema di molte citta’ ma e’ anche un tema che occupa i pensieri di chi esercita l’educazione professionale, in particolare nei servizi rivolti ai disabili e ai servizi domiciliari. Ovviamente la definizione di mobilità sostenibile viene usata in modo improprio e per definire una questione diversa.

pullman

Questa e’  una mobilita’ che si rende necessaria nell’attuazione del proprio lavoro, ovvero da quando gli appalti che affidavano i servizi diurni disabili alle cooperative sociali, hanno reso praticamente obbligatorio trasformare gli educatori “in autisti” in pectore per assolvere ai servizi di trasporto casa-servizio degli utenti e viceversa. Laddove in trasporto pubblico, volontario, o familiare non se ne possa occupare.
Ma se la delega al trasporto, osservata dal punto delle famiglie,  rientra nella logica del consentire il recarsi al lavoro, e quindi fa parte del diritto al lavoro; la stessa logica di delega degli enti appaltanti non e’ così semplice o univoca.

Sebbene sia evidente e “necessario” che i comuni in asfissia economica deleghino alle cooperative (o chi si occupa della gestione del servizio) il servizio di trasporto, e  che le cooperative in analoga asfissia deleghino agli operatori una mansione (trasporto casa servizio) che non coincide con il loro ruolo e la  professione/formazione – educativa-.; altresì non sembra possibile immaginare una soluzione diversa che rendere un operatore multiforme, e flessibile nel suo lavoro.

Eppure un educatore non e’ un autista e viceversa. Sembrerebbe lapalissiano eppure non lo e’ affatto.

Ma passiamo ad alcuni servizi per i minori (ADM, comunita’) in questo caso la guida e il trasporto avvengono come parte del lavoro, l’educatore porta il minore in diversi luoghi, riempiendo il vuoto gestionale (legittimo, necessario, sostanziale o meno) della famiglia; permettendogli così di esplorare nuovi territori, esperienze, luoghi, di raggiungere altri spazi di socialità e di crescita.

Nel primo caso il vincolo rende evidente come manchi una cultura pubblica del ruolo professionale di una/un laureata/laureato in scienze dell’educazione, la conoscenza delle sue mansioni, del suo mandato preciso, e la necessita’ di usare una professione all’interno dei vincoli che essa ha. Una mancanza tutto sommato seria, tal punto che puo’ fare anche un altro lavoro: l’autista. Mentre e’ probabile che un educatore non potrebbe in modo altrettanto informale fare un lavoro alla guida di uno “scuola bus”. E nemmeno un dentista, un avvocato, un geologo farebbe il servizio si trasporto ai suoi clienti.

Nel secondo caso la guida, e’ un vincolo meno pressante, per accompagnare un minore a fare esperienza del mondo, e’ possibile usare un mezzo a motore, una bicicletta, un tram, un treno.

La questione e’ annosa: quella dell’educazione come professione tappa buchi, deprivata nel suo mandato sostanziale.

E se l’educazione e’ di tutti, del vivere stesso, l’educazione professionale no. Possiede temi, prassi, vincoli, strutture sue proprie, che arrivano dalla formazione, da studi precisi e dall’esercizio professionale.

Come coordinatrice sono chiamata a presidiare i vincoli di tema dell’educare, a restituire il senso delle azioni, non meno che a riconnettere la prassi con i vincoli espressi delle organizzazioni che governano il servizio.
E restituire a tutti il senso del “dover” fare alcune parti irrinunciabili del lavoro, ma che non attengono alla professione educativa, ne possono farne parte.
Il servizio trasporto casa-servizio, nelle condizioni in cui viene proposto, fa parte integrante dei vincoli organizzativi, legati alle logiche degli appalti, dipendente da meri fattori economici, e non potrà o dovrebbe esser rivendicato come valore educativo, come significativo della professionalità o di un tempo educativo.

Ci sarà da chiedersi, e lo potranno fare tutti gli educatori, come debba essere restituito ai committenti il significato di fare un lavoro improprio; come vada spiegato alle famiglie, ai coordinatori e alle cooperative, Indicando a tutti quale valore sociale abbia il sacrificio di una parte del proprio lavoro, per una scommessa persa da altri, e per una disattenzione nel considerare la funzione educativa come tappabuchi di second’ordine.

Sarà particolmante significativo, in questo momento storico, osservare come chi si occupa quotidianamente di educazione vorrà provare a rivendicare i propri legittimi confini professionali. O se vorrà restituire smalto ad una scelta “non scelta” ma rispondente ad un beneficio collettivo, ma auspicabilmente solo se o solo quando ne dovesse valere la pena.