ordine in disordine – pedagogic mood

La mattina si svela con una telefonata con una collega.
Dobbiamo cercare un documento che è collocato in un ordine diverso dal previsto.
Ho fatto tutto da sola. Il documento è in realtà molto più in ordine di quello che pensassi, diciamo in un iper-ordine.
Mi accade spesso, di non ricordare l’ordine che faccio, e quanto in realtà io sia assai più ordinata di quanto sappia o pensi.
Narra la leggenda familiare di un mio disordine epico.
Oggi sono malaticcia, con la testa svuotata e distante, sono sola in casa e gironzolo con vaghezza.
Cosa di meglio c’è da fare, se non mettere in ordine?
Ve lo avevo detto, no? La mattinata aveva subito svelato il mood della giornata.
In realtà riordino (e penso) per iperconnessioni, con una logica atipica.
In tal senso sono assai poco montessoriana. Ma è una logica. La mia.
Vi spiego. Siete in bagno, che poi è una stanza qualunque, da cui iniziare.
Eccovi quindi alla prese con le operazioni di sistemazione, ma subito si trova un oggetto che dovrebbe essere in un’altra stanza
(è stato spostato, lasciato casualmente, sta in disordine e basta …), pertanto bisogna portarlo nella sua destinazione più consona,
ma anche lì si trova qualcosa da sistemare altrove; e anche questa operazione svela un altro enigma da risolvere,
diciamo che va pulito lo specchio, che si tira dietro la pulizia di altri specchi, tutti quelli in giro per casa. Ma non bisogna lucidare i vetri delle finestre,
quelli no; mi raccomando.
Così di variabile in variabile la libreria assume una nuova organizzazione e i volumi ora stanno sistemati in base alle dimensioni del testo,
per una selezione cromatica o tematica; non sono più in ordine alfabetico.
Mentre e le cremine viso/mani/corpo ora sbucano da un bel barattolo bianco.
Si spostano scatole, svuotano cassetti, e si riempiono di nuovi contenuti.
Un lavoro titanico. A 20 anni ci mettevo un giorno intero.
Alla fine resta solo un minaccioso ed enorme sacco nero.
Dentro ci sono gli scarti, gli oggetti alla rinfusa, sono scontrini e biglietti usati, calzini spaiati, vasetti, un asciugamano, una locandina teatrale,
un biglietto rosa nella sua busta, una tazza blu, tutto ciò che fino ad un attimo prima era insindacabilmente utile nel definire qualcosa.
Qualcosa che aveva un significato preciso in un certo ordinamento. Ora è futile. E’ uno scarto.
Ma non basta: siamo genitori, suvvia.
L’ordine della maggiorenne sta nel suo libero arbitrio: è lei che definisce cosa e come.
La minorenne è ancora sotto la mia egida. Così entro nella sua cameretta.
Guardo il suo tavolino, una macchia di colori e oggetti alla rinfusa.
Una vocetta dal resto del cervello mi spiega che per giocare i bambini hanno bisogno di un ordine, gli oggetti e i giochi vanno raccolti e seriati, governati da una logica.
Il lego va con il lego, i peluche fanno una crew in fondo al letto, scatole e scatolette che raccolgono i giochi con una filosofia di fondo.
Eppure, sempre, sotto il letto appare una scatola sghemba, in cui stanno palline indurite di das, pezzi di giocattolini da edicola, foglietti e disegnini,
tempere asciutte, collanine, frammenti di puzzle, la freccia dell’arco di legno, fatto dal nonno.
“Scarti??” mi dico “ Oggetti non più categorizzabili nell’ordine montessoriano più utile per facilitare il gioco e l’apprendimento dei figli?”
medito “ Destinazione? Sacco nero?”
Però mi vengono in mente le parole dei mie mentori pedagogici … si insegna sempre nell’ordine dell’altro.
E visto che sono anche psicomotricista so che si entra sempre con grande attenzione nello spazio dell’altro.
Uno spazio e un ordine che sono mentali, e fisici, e contengono molte dualità: ordine/disordine, caos/creatività, casualità/casualità.
Il mio “ordine” genitoriale, che so essere pesante e importante, in quanto adulta e genitore, è capace di rispettare l’ordine altrui?
Devo legare le mie figlie al mio ordine di categorizzazione del mondo, o chiedermi come posso entrare nel loro,
e capirne i bisogni e i confini, i non detti, gli spazi per conservare oggetti che, di certo, che nutrono la creatività e il disordine?
Se ancora, da adulta, devo valorizzare la mia modalità unica/originale/originaria di fare ordine, creando dal disordine;
se devo difendere questa logica iperconnessa e complessificante,
se ancora devo sentire la necessità di di-spenderne il valore in un mondo che, talvolta, chiederebbe una unica modalità di ordine.
Perché non posso accogliere il valore del disordine che le mie figlie producono, visto che sono perfettamente capace di riconoscere l’ordine che invece sanno produrre creando, generando giochi, progetti, disegni, pensieri?
Devo difendere il loro ordine, che sembra disordine, anche dal mio modo di ordinare il loro spazio, il loro mondo?
Mi fa troppa paura l’idea che perdano quel loro patrimonio magico e creativo, in uno sforzo adattivo che non tiene conto di chi sono loro, uniche, e diverse.
Quindi la risposta è si, devo difendere il loro ordine.
Il mio ordine ha un valore. E anche il loro. Senza necessarie gerarchie.
E difficile? si.

fare disordine

Ultimamente il servizio per persone con disabilità che coordino sta mettendo mano alla programmazione e alla riprogettazione delle attività.

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Il che significa modificare concretamente la quotidianità di operatori e degli utenti,  riformulando gli orari, o cambiando le appartenenze ai gruppi o ai laboratori: concretamente Mario sarà in gruppo con Maria, e Paolo non andrà a fare riabilitazione con Paola*. Ma cambiare le attività quotidiane, di persone con disabilità, non è semplice; si toccano comportamenti e abitudini rassicuranti, o stereotipe. Bisogna agire con attenzione. Gli operatori stessi devono immaginarsi diversi, intenti a fare azioni nuove, o in modo diverso, prestando attenzione a come organizzeranno le attività e nuovi gruppi che dovranno condurre. Funzioneranno? Piaceranno? Aiuteranno a raggiungere obiettivi?

Insomma stiamo entrando in una dimensione progettuale  nella quale è necessario  mettere disordine per generare un nuovo ordine.

Così, per arrivare a generare cambiamenti, che permettano pensieri, idee, progetti innovativi per chi lavora in un servizio da svariati anni, implica un coordinamento attento a cambiare le richieste su laboratori e attività, stimolare/generare spostamenti (es. rotazione operatori), offrire nuovi sguardi, mettere dubbi, modificare l’uso degli strumenti abituali (progetti individualizzati), fino a scuotere le abitudini che infastidiscono tutti ma sono care e rassicuranti.

Insomma si propone un nuovo ordine e si predispone un bel po’ di disordine.

Ultimamente anche sto mettendo mano, come supervisora**, alle partite educative di altri tre servizi. Concretamente faccio domande, chiedo il senso di alcune azioni o programmazioni educative, aggiungo dubbi, propongo visioni del servizio nuove, esterne, a volte  persino incongrue. Insomma spariglio le carte e faccio disordine nell’ordine organizzativo e mentale dei membri dell’equipe. Aggiungo parole nuove, e faccio domande apparentemente scontate, che aprono discussioni sull’ovvio, sul risaputo, sulle abitudini, sull’ordine mentale che ognuno si è creato, attorno alla propria routine professionali, o sulle necessità dell’utenza.

Entro nell’ordine degli altri, creando confusioni, e quindi disordine.

In entrambe i casi sarà necessario una nuova omeostasi tra ordine o disordine, e l’introduzione di un pensiero su quanto è davvero importante, e questo non occorre, su quanto va rispettato, e quanto va cambiato, in quanto concorre al miglioramento della vita dell’utenza, e alla crescita professionale e quanto va tenuto da conto perché funziona, ed è utile.


Bibliografia minima:

Il segno dell’altro  –  a cura di Igor Salomone – Franco Angeli


*Nomi di fantasia.

** Facciamo che la questione di genere la tematizzoanche qui.