Il senso della morte in un CDD – appunti

La riflessione nasce in seguito allo stimolo condiviso in un luogo social (nello specifico il gruppo facebook Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti)* partita grazie alla domanda di una giovane laureanda in scienze dell’educazione che chiedeva dell’elaborazione del lutto nei bambini in relazione alla professionalità dell’educatore e come questi possa aiutare un bambino in questo passaggio.

La discussione inevitabilmente si è allargata e con una collega con cui condividiamo il lavoro in strutture per disabili abbiamo sentito la necessità di provare a riflettere sulle modalità con cui il tema della morte viene trattato nei nostri reciproci luoghi di lavoro.

Nel mio caso questo questi sono i punti, che in questo momento, sento che possono venire trattati.

Le persone disabili che ospitiamo come Centro Diurno sono spesso adulte (40/50 anni) il che significa che parallelamente anche i genitori sono mediamente già anziani. Quest’anno inoltre sono stati numerosi i lutti che hanno attraversato il centro, alcuni genitori anziani o malati hanno lasciato il carico di cure al coniuge e agli altri eventuali figli.

Ma il primo passaggio che ho dovuto fare nella “mia testa”, come coordinatrice appena arrivata (novembre 2012), reduce peraltro da un lutto grave nell’ambito familiare, è stato quello comprendere che confini aveva il lutto per il servizio, e come veniva rappresentato.

Va da se che ognuno porta la propria rappresentazione e una sua storia nella narrazione della morte, ma io avevo ed ho la responsabilità professionale di ampliarne il significato pedagogico all’interno del servizio; tanto attraverso le prassi che attraverso i pensieri che devono essere condivisi con l’equipe ristretta ed allargata (con i consulenti esterni, e anche più specificamente con lo psicologo che segue utenti e alcune famiglie).

Il primo passo è stato di osservare e rivalutare le pratiche di accompagnamento al lutto, e poi pensare a disancorare la presenza del coordinamento e del servizio dalla ritualità delle funzioni religiose/sociali, precedentemente agite dalla persona che mi ha preceduta, (partecipazione a messe, rosari, visite in ospedale durante la degenza dei familiari) per trovare un altro modo di “partecipare” a questo avvenimento così importante. Cercando con gli operatori (Educatori Professionali e personale OSS) di immaginare la nostra funzione, le prassi in uso, le prassi latenti o quelle da rinnovare, affinché il servizio diventasse un luogo “altro” (o un altro luogo) diverso da quello già esplorato sino a quel momento.

Immagino che queste scelte di rappresentazione fatta del coordinamento precedente fossero conseguenti alla forte tessitura che esiste tra i genitori “storici”, che si conoscono da moltissimi anni,  e che trascorrono insieme molto tempo libero, e si ritrovano nell’ essere spesso membri di una famosa associazione che ha contribuito a fondare la struttura del CDD e a fare storia sulle pratiche di cura e riabilitazione per persone disabili.

Il gruppo di questi genitori rappresenta quindi “la misura storica” del Centro, e si fa narratore di un’esperienza almeno trentennale di “fondazione” di un certo modo di intendere la disabilità, rivendicando sin da allora diritti e diverse possibilità per i propri figli.  Da qui è probabile il CDD sia stato, per lungo tempo, attraversato da queste storie, dai legami storici, e dalle aspettative di rapporto quasi amicale e familiare che si riverberavano nel servizio..

Ma un Centro diurno cambia, si aggiungono nuove famiglie, operatori e istanze, cambiano i bisogni e gli utenti, e scopre di avere risorse diverse, cambiano le cooperative che lo gestiscono, gli strumenti normativi, la deontologia, la vision.                                                                             Si scopre (attraverso chi lo abita in veste professionale) composto di diverse professionalità, da differenti capacità di esplorare i temi della vita, da rinnovate possibilità di un essere un luogo diverso e lontano da queste aspettative, capace di introdurre altre modalità di accompagnamento nelle varie fasi della vita. In questo caso la morte. Può essere uno spazio in cui gli operatori riescono a nominare e ad elaborare, anche per le famiglie, le pratiche di cura ed accompagnamento che caratterizzano la narrazione della morte e del lutto, e del futuro possibile per dell’utente che ha subito il lutto.

La possibilità si genera proprio grazie alla contestualizzazione e ricontestualizzazione possibile in quel servizio, trovando modalità diverse – da quelle della comunità esterna – nel accompagnare nel lutto, e potendo lavorare (rileggere, nominare, raccontare e comunque pensare insieme) come operatori e con gli stessi altri utenti che hanno vissuto storie simili, sullo scenario che si viene a modificare nella quotidianità del loro compagno e nella quotidianità del Centro quando viene a mancare un familiare.

Il secondo passo è stato di cominciare a chiedere, e/o cercare di comprendere, che proiezione del proprio futuro avessero i genitori e le famiglie in generale, e gli operatori stessi, e la rete sociale e dei servizi che interagiscono con il CDD. Questo passaggio è ancora in corso e probabilmente è destinato a mutare nel tempo. Comprendendo come ognuno si rappresentasse il “dopo di noi (loro)”, e come il servizio nominasse il futuro, che sinergie avesse con il territorio e se quest’ultimo si facesse portatore o fosse già capace di emettere risposte operative ad una domanda che ancora latente ma non irrinunciabile.

Da qui è apparsa una prima evidenza: alcune famiglie erano già abili a pensare alle possibili proiezioni futuro, non senza timore, ma nominabili, accanto ad altre famiglie che sembravano/sembrano non riuscire pensare al futuro proprio o dei propri figli, anche quando lo stato di salute precario lascia spazio al pensiero della morte. O sembra che alcune famiglie fatichino a pensare al servizio come luogo in cui portare questa istanza, che può anche essere una domanda.

Questa diventa la prima linea di lavoro che va esplorata con l’equipe, costruendo una prima domanda: come si “mette” in scena il futuro?

Che si declina in una altra lunga serie di domande:

  • Come si scrive una relazione che aiuti il servizio sociale a stare in una domanda latente, ma necessaria?
  • Come si lascia intuire, magari nella verifica dei PEI con le famiglie, che il servizio stesso si interroga su questo tema, laddove i genitori/i familiari ne sembrano lontani o quando in qualche modo gli utenti portano i segni di un disagio nato laddove un genitore anziano fatica ad accompagnare un figlio?
  • Come si aiuta a nominare, capaci di guardare sino in fondo, quanto l’essere rimasti vedovi aumenta le fatiche quotidiane di cura ed accudimento?
  • Come si accompagnano gli operatori ad accompagnare le famiglie in questi scenari?
  • Come si arriva a mostrare una nuova configurazione del servizio, come luogo che non solo accompagna, o ospita gli utenti, (o che talvolta viene vissuto come luogo di “deposito”), ma come luogo di vita collettivo, sociale, capace di pensieri, e di azioni ci cura, ma come spazio/tempo in cui ogni domanda possiede significato e legittimità?

Note
* il gruppo è chiuso, per accedervi basta fare una richiesta.

Evanescenza dei servizi …. (?)

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INTRO

“Non posso dimenticare l’espressione sorpresa di una dirigente di servizi sociali di fronte alle mie affermazioni riguardanti il futuro di questi figli e il desiderio dei genitori di cercare e scegliere il contesto per loro più adeguato. Non è facile trovare un posto, figuriamoci poi scegliere … sarebbe un lusso! La signora in questione mi parlava come professionista del settore ignorando il mio duplice abito, anche di genitore coinvolto direttamente nella questione. Avrei potuto svelarlo sottolineandole che aveva perso una bella occasione per tacere e per connettere lingua e cervello ma, a volte, è meglio andare oltre.

Gli operatori parlano di disabili, di strutture, di fondi, noi parliamo dei nostri figli, della loro qualità di vita e questo a volte traccia una linea di demarcazione insuperabile.”

Fonte http://igorsalomone.net/2013/07/29/teniamoci-per-mano/

Non avrebbe senso utilizzare questo post per dare una risposta a chi scrive (si tratta anche di una collega con cui lavoro), ma spesso i suoi post mi sollecitano la ricerca di risposte possibili, smuovendo inquietudini nella mia parte genitoriale, e in quella di operatore; risposte che, è inutile dire, sembrano non arrivare mai e non mi soddisfano affatto.

Allora provo a pensare che quelle domande siano assimilabili a domande/inquietudini dei genitori che incontro al lavoro, e alla “demarcazione insormontabile” che divide operatori e genitori. Da anni sono alla ricerca di quella quadratura del cerchio che permetta di passare dal ruolo di antagonisti a quella di plessi di una rete, di sodali, di costruttori di reti di significati condivisi e condivisibili.

Nonostante.

Nonostante le differenze, le resistenze, i differenti oggetti intenzionali.

E’ una ricerca che nasce perché conosco le passioni di chi educa, di chi abita i servizi, l’affetto per gli utenti, e la rabbia per i vincoli che il sistema ( fatto di vari sistemi che interagiscono sanità/amministrazioni/cooperative/famiglie etc) mette in azione per confinare il lavoro degli educatori, per negare le possibilità e le prospettive di accompagnamento, verso altro/altrove, di chi vive una vita con disabilità.

Avrei detto alla collega qualcosa di diverso dalla dirigente, quando ha detto che “la scelta è un lusso”? No. Non credo, avrei detto a denti stretti la stessa cosa, avrei aggiunto “purtroppo”, avrei ancora detto che si esistono posti dove scegliere non è un lusso, ma una possibilità, e posti dove nemmeno c’è scelta. Appunto.

Nel transito lavorativo tra due regioni (Lombardia e Piemonte) che non sono nella retroguardia dei servizi diretti a persone con disabilità, mi ritrovo a pensare comunque che le possibilità sono un lusso.

E’ un “lusso” vivere in Lombardia, è un “lusso” vivere a Milano o in una grande città, mentre è sicuramente una “fregatura” vivere in un paese piccolo, o dove la cooperativa di turno, che appalta i servizi dei comuni ha un livello di sensibilità culturale alla disabilità medio basso o meramente assistenziale, o dove i tagli consentono la vita e stipendio solo alle mega cooperative, lasciando dietro di se un cimitero di ottimi professionisti senza lavoro. Ci sono povertà e lussi, in una Italia dove scuola, cultura, welfare sopravvivono a macchia di leopardo, e i lussi paradossalmente sono una qualità media e mediocre, che spesso lima e delude gli operatori stessi.

Dove sono gli alloggi per l’autonomia protetta? E le vacanze pensate, non solo per il sollievo dei genitori, ma per il “piacere” dei figli, finalmente accompagnati a esplorare altri luoghi lontani dalla quotidianità della scuola, dei CDD o della famiglia, ognuno per le possibilità. Dove si parla di diritto alla sessualità e all’affettività?

Esistono? Si, so di esperienze di questo genere a Milano, Pavia, o sulla costiera Romagnola (vacanze), lo so perché esiste il web che diventa una fonte di scoperta di un mondo inesausto di operatori, famiglie, reti, associazioni, cooperative che tentano non tanto di “presidiare il forte” ma di connettersi, e fare connessioni-pensieri-progetti, di partecipare, di scambiare link e possibilità.

Esistono perché …

“facciamo rete”

impariamo e raccontiamo,

perché la rete di cui parliamo offre lavoro e sostegno alle vite degli operatori,

perché c’è un continuum tra le vite di chi professionalmente si occupa dei figli di quei genitori,

perché creiamo/cerchiamo un dialogo tra queste diverse istanze, al centro delle quali dovrebbe restare quella, che una volta si chiamava “centralità della persona” o perché al centro dell’esperienza educativa e di cura deve stare lo “stay human”,

perché la traccia di demarcazione necessariamente definisce i ruoli, ma non cancella la scena collettiva dei servizi, degli incontri, e pure il luogo sociale, culturale, politico, educativo, assistenziale, pedagogico, sociologico, psicologico, antropologico, scientifico (e altro ancora) in cui svolgiamo tutte le nostre vite.

Quello che immagino possa essere il futuro per servizio in cui opero, non è quello dell’evanescenza programmata dalla politica e dalla crisi, ma quello di un luogo dinamico in cui sia possibile dire tutte le verità scomode (o meglio i pensieri scomodi), tenuti insieme in una rete di significati collettivi. In cui la solitudine di alcune famiglie, la sensazione di essere sulla linea di frontiera sia condivisa da chi per (e in una) una simile linea di confine combatte.

Stay human e buona estate