dal farsi testo alla parola mondo – appunti

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“Tu ti fai troppo testo” è una indicazione offertami da una delle formatrici che ho incontrato negli ultimi 15 anni.

Cosa voleva dire, cosa vuole dire oggi? E’ una affermazione curiosa, che ho rifiutato e ripreso più volte negli anni, cercando di farla mia, trovandola sempre stretta e troppo larga, incapace di soddisfarmi, ma solo di farmi sentire sbagliata. Mi è pesato chiedermi tanto a lungo cosa non fossi capace di fare nel mio essere formatrice, come usare quel “troppo” che mi era stato consegnato? In questi anni avevo quesi trovato una risposta brillante, assai suggestiva,che sembrava salvare tutto: la mia formatrice aveva magari ragione ma non aveva messo in conto il mio essere (anche) psicomotricista, e quindi grazie ad un corpo conosciuto esplorato rappresentato e quindi molto consapevole, setivo quasi il diritto di osare e usare la mia storia come testo.

Ma il tarlo ha resistito: cosa significava davvero quel “non fare troppo testo” di me stessa.

Oggi sotto un viale alberato, ho trovato una possibile risposta.

Noi, e io in primis, raccontiamo le nostre storie di formazione, che possono essere: metafora, allegoria, testimonianza, opzione, indirizzo, impulso o anche solo narrativa per chi le ascolta. Le mie storie sono state, sono, anche ora mente scrivo, una struttura importante: io che divento testo per un altr*, che sta insieme nella storia/struttura formativa che abitiamo.

Uso – educo – formo – insegno ciò che sono, che so/conosco per via personale e formativa e professionale, e tutto questo insieme permette di rendermi testo; io come libro, metafora di ciò che esprimo.

Ancora una volta però torna il dubbio: se essere testo fosse troppo?  Troppo per l’altr*, che non è come me, non ha le mie stesse misure, pensieri, ha un corpo più grande o piccino, sentimenti diversamente vibratili, saperi che conducono ad altre strade.

Una illuminazione nuova mi viene dal tempo del Covid 19, che ci ha immobilizzato e costretti a fermarci, usando il tempo per ascoltare e imparare qualcosa di diverso. Così ho letto, ascoltato, visto lezioni di pedagogisti di rilievo, capaci di introdurre la parola, osservato con meraviglia la loro capacità di essere parola abitata, di saper usare parole che sono mondo, e trascendono chi le pronuncia.  Parole mondo che tengono insieme il corpo, le emozioni, il sapere conosciuto,  studiato,  pensato, e conservano anche il sapere degli altri.

Educare e insegnare non diventa essere testo e narrazione, ma imparare ad usare parole mondo dense di vita, più rarefatte del proprio testo, generative di possibilità per l’altr* di mettere nel discorso la propria storia, il proprio testo.

Grazie a Antonia Chiara Scardicchio – Ivo Lizzola – Emanuela Guercello – Paola Bianchi – Vera Gheno (che ha “solo” scritto un libro sullo scrive in italiano) e alle colleghe e ai colleghi che hanno lasciato tracce negli spazi di riflessione che come Associazione Metas abbiamo generato.

 

Del fare e del narrare il fare nascere i figli (e i genitori)

Probabilmente il bisogno di diventare genitore arriva anche dal famigerato “gene egoista” che ci impone di replicare la specie, da un qualcosa che impone alle nostre scelte una forzatura.
Ma c’è anche altro.
 
Ci sono figli generati per tenere insieme coppie allo sbando, o per dare un senso ad un adulto infantile che vede nel figlio una sorta di compensazione.
 
Figli generati perché non si sono saputi usare con cura gli anticoncezionali, o per pura casualità.
 
E la poesia della genitorialità sembra così perdersi, svanire ai nostri occhi.
 
A volte, lo dico come professionista dell’educazione, questo genera tante fatiche, che vanno ricollocate, che vanno prese per mano ed accudite, a volte curate come ferite, a volte accompagnate a diventare una storia.
Perché, e questa mi pare una ottima notizia, l’amore si impara, l’educazione si impara, e si impara anche a fare i genitori, ad attraversare un viaggio che dura una vita.
 
Per fare questo ci sono alcune professioni che possono aiutare.
 
Uno degli aspetti belli del mio lavoro educativo e pedagogico è la narrazione.
La possibilità di accogliere chi, da genitore, vuole potersi fermare a raccontare la propria storia, collocandola in un paesaggio, una famiglia, un luogo, un progetto, una casualità.
E allora anche la nascita quasi “per caso” di un figlio diventa parte di una epopea di un amore scoperto, e trovato per caso, costruito, e interrogato e riempito di buone azioni che possono durare una vita, e di significati che si scoprono cambiando e crescendo.
 
Altrettanto è possibile, anche nelle nascite avvenute nelle condizioni ottimali, dove è stato possibile scegliere, desiderare e sognare un figlio, accoglierlo con cura, dover raccontare di nuovo il suo progetto di nascita. Il suo e il nostro progetto di nascita come figlia/figlio e genitori.
 
Perché la vita è anche rimettere insieme le tessere di un puzzle di significati, in cui accadono anche fatti difficili da collocare (as esempio separazioni, malattie, lutti, disabilità).
E anche questi momenti di interruzione possono trovare un posto nella storia che si racconta, e racconta e racconta mille e una volta ancora.
Una storia tutta nostra per crescere e scoprire che si è cresciuti, una storia che cambia e si approfondisce, diventa più importante, che sottolinea nuovi aspetti che non si pensavano prima per permetterci di imparare e insegnare, per mostrare che amare è crescere nell’altro, per l’altro, con l’altro.
 
E ti ricordi c’era il paese in festa
tutti ubriachi di canzoni e di allegria
e pensavo che su quella sabbia
forse sei nata tu
o a casa di mio fratello non ricordo più. (F. Concato)
 
 
L’elaborazione continua, il pensiero pedagogico e la pratica professionale prendono voce e forma all’interno del mio sodalizio professionale e umano dentro a Metas

Del giornalismo trash, della droga e del diritto alla narrazione

Mi immagino vi siate accorti di quanto i media stiano calcando la mano sulle morti “da droga” in discoteca, con le solite modalità strumentali allo stressare la notizia, abbigliandola in modo da renderla più appetibile (inquietante, strillata, semplificata, giudicante, trash, volgare o impietosa) e quindi vendibile.
Come ovvia conseguenza il web, e tutto il suo circuito di commenti ora volgari e sprezzanti, ora pietistici o indignati  si attiva e viene fomentato da opinioni e opinionisti che cominciano vociare e ronzare come un alveare impazzito.

I giovani inquieti che confondono sballo e divertimento.
I cattivi gestori di cattivi locali dove si vende “la droga”.
I genitori disattenti e incapaci di mettere regole.
La politica che si indigna e inalbera.
La maleducazione imperante.
I bravi ragazzi non fanno “quelle cose”.
(I titoli e i commenti sintetizzare anche così.)

E quindi?

Dove ci andiamo a collocare, noi?

Poniamo di essere adulti con figli adolescenti, e/o educatori per professione, che conosciamo le storie che i figli/utenti ci raccontano, di amici fragili o inquieti, e che lo sono indipendentemente dal taglio di capelli, dal numero dei piercing o dai tatuaggi, dalla lunghezza delle minigonne, dalle sneakers di marca.
Storie che sono simili a quelle dei ragazzini che sono morti per sostanze in discoteca, e che non si comprendono attraverso l’analisi delle scuole frequentate, dai vestiti, dallo status socioeconomico; arrivano dai racconti dei loro coetanei che abbiamo in casa o nei servizi in cui lavoriamo e interrompono le parole sulle solite cose della scuola, sull’inizio di un amore, sul concerto da andare a vedere;  attraversano l’aria surgelandola, mentre gli stomaci adulti si contraggono, perché ricordano le voragini dell’adolescenza, dalla quale nessuno di noi è stato esentato, con il suo corredo di paure, incertezze, domande esistenziali, e mode da condividere.

Quaranta cinquantenni vi ricordate com’era il mondo della nostra adolescenza, la consapevolezza attorno all’eroina usata da un coetaneo, (quello che magari da lì a qualche anno sarebbe morto di aids, prima che i farmaci mettessero sotto controllo la malattia?). Come vivevamo l’incontro con chi ci chiedeva in metropolitana: <<Ciao, cioè, cazzo, c’hai cento lire per un panino?>> , sapevamo che le 100 lire sarebbero finite nelle mani di uno spacciatore? Quanta consapevolezza ci attraversava? In che modo gli adulti, spaventati e impotenti nominavano il fenomeno? Ve lo ricordate?

Io ricordo questi incontri, e le sostanze che giravano, quello che si diceva che girasse fuori dal liceo, gli amici e le canne che si facevano. Non ricordo una grossa paura, era parte di quello che c’era attorno a me, insieme allo studio, gli amori e i primi baci, gli ultimi anni della contestazione studentesca e le manifestazioni, i primi dischi che cmi sono comperato, la primavera leggera dei 16 anni.

Ma ricordo qualche cosa d’altro.
Un “qualcosa” che ben si accompagnava all’inconsapevolezza, che provava a dare forma alla storia che vivevamo, oggi mi sembra tutelante. Vi ricordate che ogni cosa chiamava al dibattito? E c’erano persino i postumi della controcultura psichedelica che aspiravano a dare una cornice di senso al fenomeno droghe, ponendole fra l’altro come nobile provocazione verso un mondo adulto da cambiare. Ci piaccia o no era lo scenario che dava un nome alle esperienze, agli incontri, ai rischi che accadevano. Assieme a quello vivevano appunto i dibattiti, e i primi operatori sociali cominciavano la loro opera di contrasto, di azione terapeutica, di cultura sulla prevenzione, informazione destinate ai giovani, e infine di cura destinata ai tossicodipendenti.
Insomma di droghe si parlava, talvolta male, talvolta con una ignoranza adulta e preoccupata, talvolta come discussione possibile tra giovani, e tra adulti. Talvolta i due mondi si incontravano e si scoprivano  le parole, i rischi, gli interessi della mafia e del denaro sporco, e la possibilità di curare o assistere e per fortuna anche la possibilità di prevenizione.

Solo il senno di poi, che arriva da adulti, ci ha permesso di capire che sfioramenti, che seduzioni ci erano lanciate attorno alle sostanze, e a porci altre domande. Che inconsapevolezza ci aveva definito come giovani, e che fortuna ci aveva permesso di incontrare alcune opzioni invece di altre; e in che modo ci era stato permesso di diventare adulti non persi e non dispersi nella chimica delle sostanze. L’opzione di evitamento delle esperienze pericolose con le droghe era arrivata dall’educazione familiare? O per la sorte o fortuna, per una intuizione l’intuizione, o la mancanza di curiosità, la serietà, i valori morali, lo studio, l’amore, la stima di se, la compagnia, il quartiere, i soldi …..? Lo sapreste dire? Forse abbiamo mixato tutto e ci siamo fatta una idea di quel tempo.

Nel frattempo la questione droghe carsicamente scompare dalle notizie, e riappare quando occorre fare politica trash, riempire le pagine dei giornali, aizzare la folla. Come in questi giorni.

Quando leggo alcuni commenti (se non peggio gli articoli) mi chiedo in che mondo siamo vissuti i giornalisti, e alcuni miei stessi coetanei, se non nel mondo  dei mini pony, o di Minni e Topolino?

Non sanno? Non ricordano? Eppure non si trattava di vivere nei quartieri malfamati e avere lo spaccio sotto casa, ma di osservare chi si incontrava in metropolitana, di leggere i giornali, e ascoltare le notizie ingenue ma preoccupate lette da serissimi giornalisti Rai. Stavamo già in un mondo denso di informazioni e discussioni (forse meno sbragate e più rispettose) in cui aveva senso e valore leggere e documentarsi.
Si può fare anche oggi, persino più comodamente,  leggendo con un minimo di attenzione e sagacia, le notizie sui Social, evitando solo le notizie strillate.
La droga non è scomparsa, sono mutate le forme e le sostanze e i consumi. Ma nemmeno troppo, se leggete anche solo la sintesi che ne fa Wired.

Ciò che sembra esser scomparsa è consapevolezza che come adulti siamo doverosamente parte del mondo, e che di quel mondo ci tocca occuparci, informarci, leggere e documentarci. Sfuggendo ogni dato banale e offerto in maniera fuorviante.

Siamo parte di quel mondo e consapevoli, come accadeva allora quando eravamo giovani, quando vedevamo e sapevamo (con inconsapevolezza) che le droghe erano entrate più o meno potentemente nello scenario delle nostre adolescenze; che miti, adulti, attori e musicisti ne facevano uso e talvolta ne morivano, ma accadeva anche al  vicino di casa.

Insomma attorno al tema  “droga” stiamo informati, ci abbiamo convissuto almeno culturalmente 20/30 anni fa, ricordiamo le nostre ” storie”, ciò che se ne diceva, e che ci circondava.

Non banalizziamo le nostre storie, il nostro passato, le conoscenze e i saperi, non facciamoci scandalizzare dal giornalismo spazzatura (è appunto roba “zozza”, feccia, schifezza), o dalla idiozia violenta e vergognosa di certuni commenti, affrontiamo il quotidiano delle morti tragiche da discoteca per ciò che sono.

Tragedie private e terribili, disgrazie tremende e abissi di dolore che riguardano famiglie intere, e che non possono essere violate.
E che sono al tempo stesso racconti reali di un mondo denso di pericoli anche per i più giovani .. un mondo che comunque abbiamo conosciuto, e a cui abbiamo pensato per diventare adulti portatori di storie e di saperi.

In virtù di questo, sappiamo anche che valore abbiano avuto in passato gli spazi formativi, il dibattito culturale (non i flame beceri), la scuola quando sa parlare di quella vita, che accade oltre la trigonometria.

Sappiamo inoltre cosa significhi trovarsi in rete con altre persone adulte (e questo post nasce così) che si confrontano e si raccontano ciò che sanno, e riflettono sul senso di quanto vada insegnato, spiegato ai figli, per dare un valore al nostro passato, all’inconsapevolezza che ci alleggeriva le giornate, ma anche alla fragilità, ormai superata, connessa al crescere in un mondo, sempre e comunque complesso.

Vale la pena di provarci, laddove è possibile, rivendicando il diritto/dovere di contrastare la spazzatura dilagante. Non smettere di parlare, di pensare, di rivendicare la complessità, la dimensione storica e culturale dei fenomeni, di raccontare le storie che ci hanno resi adulti, di complessificare e cercare di capire per prevenire.

Relazione Annuale 2014 – situazione internazionale e nazionale del narcotraffico
http://www.poliziadistato.it/articolo/view/38995/

Educazione e scuola verso il blogging day – Incontri a scuola

In attesa del blogging day del 27 febbraio ecco due o tre pensieri sull’incontro tra educazione e scuola.

Sono a tornata a scuola, in vari momenti.

Una delle prime entrate è stata nel 1996 come psicomotricità del servizio in Neuropsichiatria infantile, accolta con grandi onori, e l’aura dell’esperta.
Come se l’esperto della neuropsichiatria avesse in se una scienza infusa, di qualità superiore, tale da illuminare e sciogliere ogni dubbio. La scuola si aspettava da me, da noi, una parola che avrebbe spiegato, definito, aiutato nell’incontro con i bimbi che noi (e loro) avevamo in carico.
L’aura medica e sanitaria sembrava dotarci di un quid in più, mentre avrebbe dovuto essere relativizzato e sciolto in un più realistico lavoro di rete.

Lavorare sulla diagnosi, sulla terapia, sulla riabilitazione diventa davvero significativo se la scena si allarga sino a cogliere l’interezza del bambino. Nella sua dinamica esistenziale, nella fatica famigliare di ri-tracciare la propria rotta alla luce della disabilita’, della sindrome, della psicosi, del ritardo cognitivo o motorio, etc.

Il significato dell’aver cura/curare/educare/crescere si coglie se ogni partner, collocato sul quella scena, accetta di esser esperto di una sola parte, senza mai smettere di aver bisogno delle parole e degli sguardi altrui.

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Il secondo rientro a scuola è stato come educatrice del servizio assistenza domiciliare minori.

Un incontro che si colloca meglio nella scena educativa.
Nel regno incontrastato del sapere forte (la scuola) l’incontro diventava complicato, perché bisognava andare a spiegare i contenuti educativi. A partire dal ruolo: si andava a spiegare che non eravamo le ragazze di compiti, ma educatori professionali, e compreso questo bisognava mostrare che il potere “magico” di risolvere i problemi di un minore con disagio socio familiare culturale, non era nelle nostre corde. Non avremmo risolto i problemi scolastici, e non avremmo, nemmeno, potuto riempire buchi familiari.

Ma avremmo potuto fare qualcosa di diverso, qualcosa che era difficile comprendere e forse persino spiegare.

***

Un altro incontro professionale con la scuola è stato quello come coordinatrice di comunità alloggio minori.

Un incontro faticoso tra due poteri forti: scuola  e comunità. Loro con il mandato di creare un luogo possibile dove imparare, e noi con il mandato in delega (del Tribunale dei Minorenni) di permettere ad un minore problematico di accedere e trarre beneficio dal contesto scuola. Così nasceva un contenzioso, tra la scuola che cercava di espellere il corpo estraneo di un minore destabilizzante, e la comunità cercava di ribadire la necessità/diritto di quel minore di imparare a stare nella scuola, con i coetanei, per imparare a convivere con delle regole, in una scuola che sapesse essere autorevole e accogliente.

Ma  ancora questi incontri erano ancora molto esterni alla scuola e in quanto tale davvero estemporanei.

***

Finalmente … sono tornata scuola a 44 anni, con un buon curriculum professionale alle spalle, come educatrice del servizio di assistenza scolstica.

Eppure il mio sapere in quell’ incontro con quella scuola non valeva (ancora) assolutamente niente. Ma lo stesso valeva per i miei colleghi dell’educativa scolastica, e simile sorte toccava la nostra coordinatrice.

Bizzarramente da adulta, rientravo nella scuola come se non sapessi niente, accanto a “miei compagni” – in realtà professionisti dell’educazione – in un incontro in cui esisteva un tentativo di rimetterci in un ruolo asimmetrico, quasi  fossimo noi discenti.

Noi e la scuola, in una una asimmetria di ruoli bizzarra.

Io sono la scuola e so, e tu NO.

Perciò l’ingresso è stato tutt’altro che trionfale, ma necessariamente e decisamente sottotono.

E’ stato proprio “tornando a scuola” che la nostra equipe, nei educatori professionali, ha e abbiamo dovuto imparare e capire come esibire una professionalità che c’era, ma sembrava essere invisibile alla scuola. Eravamo quelli che tamponavano i buchi dove la copertura oraria degli insegnanti di sostegno non bastavano o impedivano gli alunni più problematici impedissero lo svolgimento delle elezioni.

In quell’ingresso a scuola doveva essere tutto costruito. Ci sono voluti un paio di anni perché la professionalità diventasse un’evidente risorsa, che nei fatti mostrasse come era capace di incastrarsi perfettamente con quelle presenti della scuola.

Insomma nel primo incontro con l’istituzione scuola, è stata vincente proprio questa apparente inconsistenza di ruolo (non vogliatemene ma è quello che si percepiva).

Sottotraccia o sottocoperta restava un solido di lavoro per obiettivi, la conoscenza della varie tipologie di utenza, il lavoro sui territori costruito tessendo tele e snodi di significati, ora con i servizi (Npi, spazi compiti, CaG, servizi sociali) ora con le famiglie nei quartieri, negli oratori. Nei mille incontri lontani dai setting istituzionali.

Cosa avevamo imparato nei territori in cambio di un setting evanescente? Spesso a parlare con maggior leggerezza  i genitori (e poi lo abbiamo usato fuori fuori dal cancello di scuola) per passare dopo poco a parlare di contenuti con i colleghi dei CAG, o con i medici delle NPI, e infine a costruire una conoscenza trasversale fatta di saperi altrui intrecciati al nostro specifico.

Alla fine l’alunno, l’utente della neuropsichiatria, il caso sociale dal servizio sociale, per le sue problematiche familiari, o per il suo inserimento nel territorio, nello snodo educativo era un bambino a tutto tondo.

Con questo bagaglio si arrivava a scuola, in modo fluido e poco appariscente,  per lavorare e tesare attorno al bambino una nuova narrazioni di saperi, sulla sua patologia, la sua storia, le sue virtù lontano dalla scuola, riempiendo “il caso” di nuovi sguardi offerti ai docenti.

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M. è un ragazzino di terza media con un grave ritardo cognitivo, che vincola anche la comunicazione verbale, le sue capacità attentive sono ridotte, così come il tempo di concentrazione. la sua passione sono i supereroi in particolare Batman e Spiderman di cui conosce evidentemente i simboli principali,  e che disegna ripetitivamente, ma mostrando inaspettate capacità rappresentative, qualche segno è sufficiente a fare apparire sul foglio l’erode: la ragnatela o le ali di pipistrello. Oltre all’attività didattica semplificata (orientamento nello spazio tempo scolastico, dei ritmi stagionali), brevi esercizi di scrittura, il tempo è dedicato al disegno e alla visione dei film, al tentativo di usare il canale cinematografico per poter rappresentare anche altre parti della realtà.

Con M. e l’insegnante di sostegno e quello di arte organizziamo una mostra “di Mostri”, in cui le opere migliori di M. vengono esposte nei corridoi principale della scuola, visitante dai compagni, che nel ruolo di “critici d’arte”, trovano nessi tra l’arte primitiva e l’arte moderna e le opere del compagno, e i loro commenti – trascritti – vengono utilizzati come testo che accompagna il percorso della mostra.  I suoi disegni diventano un percorso di significato e di pensiero tra l’opera grafica e la sua lettura culturale, che attraversa la scuola, e ciò che attrae lo sguardo non è la disabilità ma la connessione che si è creata.

Dolore etico e dolore estetico (appunti sparsi)

Chiavi interpretative aggiuntive e possibili.

Etico relativo al comportamento, costume, consuetudine. Scienza che insegna a governare i nostri costumi. Comprendente anche l’etica della responsabilità e quindi della consapevolezza che si esercita in una scelta e degli esiti eventualmente derivanti da essa.

Estetico relativo al bello naturale, artistico. La percezione che avviene con la mediazione dei sensi, legato al primo impatto sensoriale. Scienza del bello, disciplina che riguarda il bello e il giudizio globale su di esso.

Un breve inciso: l’anoressia (al di la delle sue letture psicologiche o psicoanalitiche) riesce a rendere evidentissimo come un dolore possa esser  “ben” mostrato, nella sua forma estetizzata, personificata; c’è un dolore interno che si mostra fuori, che si vede con in sensi. Una possibilità di tenerlo fuori. Per non coglierlo/sentirlo dentro? Una dichiarazione di intenti mostrata più che vissuta?

Internet e i media, rappresentano due luoghi di eccellenza dove si rende possibile questo: il proprio mostrare (mostrarsi) la narrazione del dolore, ovviamente non solo di quello, una narrazione tanto piu’ estetica quanto piu’ frutto di una regia.
Sto pensando ai vari reality tvche narrano di esperienze limitrofe al dolore, persone obese alle prese con diete necessarie a salvare la propria esistenza, persone alle prese con chirurgia estetica vissuta come fondamentale a migliorare il rapporto con se stessi, e la propria corporeità. persone alle prese con le proprie incapacità professionali, o alle proprie manie di conservare ogni cosa, una umanità colta nel suo vivere ai confini di un grande disagio di un malessere esistenziale che sconfina nel dolore. Ma le scelte registiche rendono questi dolori finitamente percepibili, visibili, estetizzati anche nel loro approfondimento. Diventando forme, epopee, percezioni destinate al nostro voyeurismo, spesso anestetizzato da questa “forma” che un pò distanzia dal vero dolore che costella quelle vite. Un eccesso di immagine, che sembra svuotare l’interiorità del nostro (e/o dell’altrui dolore), la sua profondità, la necessità di pensare attentamente in che modo può o deve essere esposto allo sguardo altrui.

Internet consente una narrazione abbastanza simile del proprio dolore (come delle rabbie, inquietudini, fatiche, insofferenze, paure) esposto con analoga, o forse maggiore inconsapevolezza della forma che gli viene offerta. In questo senso quasi ognuno è consapevole che sta esponendo/si allo sguardo altrui, sta pubblicando una parte di se, sia essa visiva che parlata, ma non sempre è chiara la consapevolezza della piazza in cui ci espone, ne è altrettanto chiaro che si sta “esternalizzando” un dolore, prima ancora di aver compreso se esso sia davvero pubblico, e se debba esserlo. Fino a che punto è lecito farlo, sino a che punto è necessario, fino a che punto non esserne consapevoli è rischioso? E’ lecito non farsi queste domande, non insegnare ai figli a porsele?

Sembra quindi diventare necessaria la domanda sulla “esponibilità” della nostra interiorità, quando va esposta, fino a che punto, fino a che punto questa regia estetica ci protegge davvero, e sino dove ci espone troppo, dove viscere emozioni e fratture emotive sono troppo mostrate?

E che responsabilità ci assumiamo, rispetto agli altri, che indirettamente esponiamo quali spettatori o co-protagonisti, con i nostri racconti, con le nostre immagini, i nostri dialoghi a due o in gruppo; cosa accade con i nostri stati emotivi che affondano le radici nella nostra vita. Cosa ci serve (e cosa ci insegna) di questa estetica che ci mostra sempre interamente?

La forma esteriore, percepibile, che ci mostra continuamente  … silenzia davvero il nostro dolore? E una azione comunicativa che è un grido di aiuto lanciato in un “ovunque” collettivo, ci serve?  O serve solo a farci vedere, notare, assumendosi/indossando una forma di un dolore “formale”, incapace di stare altrove, se non su una pubblica piazza?

Questa forma diventa davvero un racconto paradigmatico e che genera una incontro, un dialogo  o serve solo a stimolare il voyerismo pietoso degli altri. La pletora di immagini di bimbi malati di tumore che servono a sfidare l’altrui capacità a mostrarsi “sensibili” sembrano intese appunto solo a smuovere questo pietismo di pancia, sconnesso al vero dolore che ognuno nella vita sarà chiamato a vivere e governare, soffrire ed esplorare, assumendosi realmente la responsabilità di quello che insegna, di cosa fa crescere e di come lo si condivide ed insegna …