qui si va a fare un assalto al cielo

assalti-al-cieloL’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Consiglio di Coordinamento Didattico del Corso di Laurea in Scienze dell’educazione sta organizzando un Convegno dal titolo ASSALTI AL CIELO e RITIRATE STRATEGICHE. Sguardi sul lavoro educativo che si svolgerà il 22 e 23 ottobre 2015.

La progettazione del convegno prevede il coinvolgimento dei diversi soggetti tra cui la nostra Associazione, coinvolti nei processi educativi, a livello riflessivo, formativo, decisionale e professionale: università, organizzazioni, istituzioni e destinatari del lavoro educativo.

In particolare, si focalizzerà l’attenzione su alcune questioni nodali:le problematicità del lavoro educativo;
il rapporto tra il lavoro educativo, le istituzioni e la politica;
l’innovazione nel/del lavoro educativo;
sguardi sull’educazione “dentro e fuori la scuola”.
link al sito con tutte le informazioni https://assaltialcielo.wordpress.com/

Io ci sarò, come Associazione Metas. 🙂

Matematiche educative

In un bel post sul suo blog, il collega Christian Sarno, aiuta a focalizzare come nell’essere genitori sia importante la capacità di sottrarsi, come genitore, lasciando lo spazio ai figli, nello specifico offrendo alla sue due figlie tutto lo spazio di esplorarsi nella relazione e nella conoscenza reciproca, con il ruolo di sorelle, bambine, pari e simili.

È una delle possibilità (date) dell’essere genitore: mettersi – più o meno comodi – sullo sfondo e lasciare che altri “facciano cose”.

In questi giorni il lavoro del coordinamento mi obbliga a pensare alla (quasi) cinquantina di famiglie di persone disabili che il Centro, che coordino, accoglie, e alle altre famiglie incontrate in servizi analoghi.  Similmente a quello indicato nel post di C. Sarno c’è un rapporto di distanza, dedicato al “lasciare fare” che occorre mettere in campo, reciprocamente.

Una delle azioni educative forse più difficile da costruire con le famiglie (o con noi operatori) …

La matematica rappresenta una curiosa metafora per raccontare cosa a volte avviene e quali processi andrebbero innescati per trovare il significato profondo del lavoro di cura, nella reciproca azione tra famiglie e operatori dell’educazione.

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Ci sono genitori che trascorrono una vita, occupati interamente ad occuparsi di un figlio, disabile, che è in quanto tale portatore, da una vita, di attenzioni e cure, che a seconda del grado di gravità possono essere molte o infinite.

In alcuni casi la fragilità sono tali da spiegare le tantissime ansie e preoccupazioni, che si assommano fino all’infinito, così come si assommano sino all’infinito le cure, e le azioni di accudimento o di protezione, in una dimensione numerica che finisce per rendere faticoso vedere l’uomo e la donna che stanno oltre a queste cure, oltre a quel figlio o figlia.

Si continua a sommare gesto dopo gesto, anno dopo anno, fino al punto di saper riconoscere soprattutto/solo il gesto.

Così le richieste che vengono rivolte  ai servizi, sono di replicare quei gesti, e quelle ansie che sono diventate pane quotidiano; si teme che il figlio non sia abbastanza accudito o curato, e  il servizio che per necessità organizzative, numeriche, strutturali e pedagogiche diventa una alterità che non è competente a svolgere quel compito, oppure riesce a farlo con una qualità appena sufficiente.

Una somma di gesti, una somma di richieste, che giungono all’infinito, e che rischiano appunto di celare il destinatario, nel suo essere persona, con il suo diritto a sperimentare le differenze, nella cura, nei gesti, nelle relazioni. Tanto più che nei servizi destinati a disabili sono impiegate persone abilitate – per studio e formazione – alla cura, non necessariamente peggiore o cattiva, ma diversa e professionale.

Alle volte la cura nei servizi, diventa cura necessariamente generalizzata, e non solo individualizzata, e quindi le azioni di cura vanno suddivise per il numero di utenti, insieme al loro diritto ad accedere allo stesso tipo di attenzioni, la divisione parla di parità e di accoglienza di tutti, nella loro specifica individualità.

Ogni operatore poi deve saper moltiplicare i suoi gesti di cura, per declinarli diversamente per ogni utente.

La matematica in servizio si applica agli operatori, chiamati a suddividere le attenzioni e cure dell’intervento, ma al tempo stesso consente agli utenti di non essere oggetto esclusivo e assoluto lasciando lo spazio per rintracciare altre possibilità di relazione, la sottrazione delle cure individualizzate 24 h per 24 h al giorno, è un potenziale di libertà personale per gli utenti, che possono provare a giocarsi in nuovi ruoli.

E’ proprio grazie al diverso rapporto numerico tra casa (1:1 genitore o 1:2 genitori) e servizio .. che gli operatori e gli utenti devono trovare nuove possibilità di adattamento e crescita, esattamente come avviene nella scuola dell’infanzia, il momento preferenziale in cui il bambino deve dividere le attenzioni della maestra con gli altri bambini e anche interrompere la propria relazione privilegiata con la mamma.

Il disturbo educativo (inteso come una dissonanza evolutiva, ciò che disturba e permette di cambiare) dato dalla presenza di un mondo di compagni, di proposte didattiche, di insegnanti, diventa il nuovo territorio dell’apprendimento. Ugualmente a quanto accade nei servizi per disabili che non perdono la capacità di innovare percorsi di accoglienza, cure, aspetti educativi, spazi esperienziali.

La capacità delle famiglie di restare al limite del servizio, viverne i margini, come osservatori attenti, ma fuori dalla scena, nonostante le paure e le abitudini,  capaci di sottrarsi un po’ dalla scena del proprio figlio, lascia spazio ad altre cure e attenzioni, proposte e azioni. Consente ai figli di esplorare uno spazio che da respiro alla propria umanità, alla dimensione di persone, individui, di essere finitamente uomini o donne, giovani ed anziani, facili o difficili da incontrare, ma complessi e interessanti da conoscere.

Il servizio (i servizi) devono saper praticare ed insegnare, alle famiglie, questa “matematica” che mostra come il valore individuale, in un servizio non viene presidiato con lo stesso tipo di attenzioni che la famiglia può dare, ma che il valore individuale vada “giocato” il presidio dei diritti di tutti; che il diritto alle cure non permette privilegi e priorità, ma forse solo un differente acceso alle cure/attenzioni/azioni educative , e che le priorità vengono ridefinite in base ad altri criteri imposti dalla dimensione organizzativa del servizio e dalla dimensione educativa e progettuale.

Resterà comunque difficile spiegare alle famiglie che non si tratta di comportamenti arbitrari, o ingiusti, ma di una definizione definizione diversa delle matematiche e … delle geometrie, che sono possibili un servizio, definizioni mettono in luce che si sta lavorando con una collettività, ed in questa collettività ognuno è portatore di diritti, di uguale – peso – spessore, ma al tempo stesso di differenze, che sta l’équipe definire e valorizzare, spiegare, aiutare a vivere.

Matematica (fonte wikipedia)

La parola matematica deriva dal greco μάθημα (máthema), traducibile con i termini “scienza”, “conoscenza” o “apprendimento”;[1] μαθηματικός (mathematikós) significa “incline ad apprendere”.

Per l’origine del termine occorre andare al vocabolo egizio maat, nella cui composizione appare il simbolo del cubito, strumento di misura lineare: un primo accostamento al concetto matematico. Simbolo geometrico di questo ordine è un rettangolo, da cui sorge la testa piumata della dea egizia Maat, personificazione dei concetti di ordine, verità e giustizia, figlia di Ra, unico Uno, creatore di ogni cosa, ma neppure il padre può vivere senza la figlia: la sua potenza demiurgica è limitata e ordinata da leggi matematiche. All’inizio del papiro Rhind si trova questa affermazione: “Il calcolo accurato è la porta d’accesso alla conoscenza di tutte le cose e agli oscuri misteri”. Il termine maat riappare in copto, in babilonese e in greco. In greco la radice ma, math, met entra nella composizione di vocaboli contenenti le idee di ragione, disciplina, scienza, istruzione, giusta misura, e in latino il termine materia indica ciò che può essere misurato.

Col termine matematica di solito si designa la disciplina (ed il relativo corpo di conoscenze) che studia problemi concernenti quantità,estensioni e figure spaziali, movimenti di corpi, e tutte le strutture che permettono di trattare questi aspetti in modo generale. La matematica fa largo uso degli strumenti della logica e sviluppa le proprie conoscenze nel quadro di sistemi ipotetico-deduttivi che, a partire da definizioni rigorose e da assiomi riguardanti proprietà degli oggetti definiti (risultati da un procedimento di astrazione, come triangoli, funzioni, vettori ecc.), raggiunge nuove certezze, per mezzo delle dimostrazioni, attorno a proprietà meno intuitive degli oggetti stessi (espresse dai teoremi).

La potenza e la generalità dei risultati della matematica le ha reso l’appellativo di regina delle scienze: ogni disciplina scientifica o tecnica, dalla fisica all’ingegneria, dall’economia all’informatica, fa largo uso degli strumenti di analisi, di calcolo e di modellizzazione offerti dalla matematica.

Il dotto “convegnista” e la morte

Il nesso tra queste storie  che sono scritte è un nesso affettivo, emotivo, non è un nesso reale, o logico.  Al limite sarà approssimativo.

ma questo post non riesce ad essere altro. Errori compresi.

Se ne parlava qualche giorno fa, tra colleghi, di un convegnista che si farebbe pagare circa 1.000 di euro per un’ora di partecipazione ad un evento sull’educazione.

Ne parlava oggi un’altra collega: di un educatore professionale assunto a € 700 mensili, come cocopro.

Convegnista sarà capace sicuramente spiegare, molto bene, tutti i nodi dell’educazione, dal momento che una sua giornata di lavoro ne vale 8.000, di euro. (E quindi una settimana 45.00, e un mese 180.000.)

Insegnerà certamente delle cose straordinarie, che un educatore da € 700 non saprà nemmeno spiegare …. (forse)

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Lo stipendio base di un educatore professionale, secondo il contratto nazionale delle cooperative sociali, arriva attorno ai € 1000 mensili. La stessa cifra presa, per un’ora di chiacchiere, dal nostro relatore … sicuramente simpatico e bravissimo.

Eppure la cifra chiesta finirà per strizzare (1.000 euro) nel bene o nel male, tra costi diretti e indiretti e tasse e contributi, le tasche dei contribuenti.

Credo che questo accada ogni volta in cui qualcuno viene strapagato, qualche prestazione; una cifra con che forse è commisurata al suo sapere, altre volte forse è commisurata alla sua parlantina, altre volte forse commisurata a non si sa cosa.

Alcune disparità di trattamento economico, benché spiegate perfettamente dalle logiche economiche, sul piano umano implicano che i conti fatichino a tornare.

Alcune vite, alcune parole e alcuni pensieri ancora moltissimo, altre non valgono nulla.

Quello che accade soventemente a Lampedusa, e oggi in particolare, ricorda quanto, per alcuni, alcune vite non valgono nulla.

Sicuramente il bravo convegnista, sarà altrettanto turbato dalla cronaca di tutte queste morti.

Sara’ davvero triste, e magari ci penserà moltissimo, perché chi si occupa di educazione, si occupa anche di storie di vita.

E questa storia è davvero molto triste.

Il pover uomo non ha, evidentemente,  alcuna altra  colpa se non quella di essere – un poco- esoso….

Passiamo ad una altra questione, ad una lamentela che conosco, fatta da chi si occupa di educazione professionale. Gli educatori professionali faticano e rivendicano di ricevere (realmente) stipendi poco consistenti. Un dato innegabile (vi ricordate i 700 euro da COCOPRO e i 1000 circa da contratto?)

Eppure oggi sarebbe bello dire una cosa diversa:  

in questo modo l’educazione non ruba risorse, ma anzi le integra e le mette, a disposizione ad un costo equo e sostenibile. Lasciando a disposizione considerevoli risorse economiche ( mentre regala saperi), offrendo sostegno, cura, accoglienza, integrazione, pensieri, possibilità a soggetti che altrimenti avrebbero una vita che vale = nulla.

Forse, educazione costa poco perche’ deve costare poco, perché dev’essere come il pane quotidiano, perché si occupa di dar valore a ciò che altrimenti non avrebbe valore.
Deve essere accessibile, perché deve essere e come il cosiddetto cestino della spesa, a disposizione di tutti. E quindi deve essere fatta a prezzi calmierati. E di fatto l’educazione professionale sta offrendo, allo stato, una liquidità economica che permette di portare avanti i progetti di welfare …

Se ci fossero stipendi piu’ leggeri per calciatori, consulenti, esperti, convegnisti, manager, amministratori, pubblici, politici,  e per i tanti altri personaggi “da 1000 euro all’ora” probabilmente questo fatto non cambierebbe nulla di questa altra tragedia umana.  Ma una diversa attribuzione del valore economico alle persone, ci direbbe qualcosa di più sul valore delle vite umane, del sapere, del vivere e del morire.

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E forse al povero convegnistica, a cui ora fischieranno le orecchie, non resta che dedicarsi una nuova carriera, quella calcistica, per ritrovare almeno il senso di quell’esorbitante pagamento, che poco ha a che fare con la professione che si è scelto.

Si intenda non è un valore che l’educazione vanga pagata con stipendi da fame, né una giustificazione per continuare così.

Giocare al nido e ritornare a casa

di Irene Auletta

 

Accade frequentemente che il genitore, incontrando la realtà dell’asilo nido, scopra un nuovo modo di intendere il gioco con il bambino e che, visto l’entusiasmo e l’impegno che il proprio figlio esprime in questa nuova realtà, proponga anche a casa alcune delle attività ludiche conosciute nel servizio. Non sempre però il bambino è disponibile a vivere nei diversi contesti le stesse proposte di gioco e questo a volte disorienta gli adulti che non riescono a spiegarsi le diverse reazioni dei bambini. Provando a ripercorrere brevi tratti delle due esperienze, quella comunitaria e quella familiare, è possibile fare alcune riflessioni che possono aiutarci a comprendere i significati  che il bambino comunica con il suo comportamento.

Durante la sua giornata al nido il bambino vive un’esperienza ricca, impegnativa e coinvolgente che lo vede protagonista attivo di una relazione con un adulto diverso dai suoi familiari e con un gruppo di coetanei. Da questo punto di vista tale ambiente sostituisce oggi i contesti naturali che in passato erano costituiti dalle famiglie allargate, dai cortili e dai luoghi di incontro informali che popolavano la vita dei bambini. L’esperienza dell’asilo nido offre così ai bambini la possibilità di condividere esperienze comunicative di gioco e di scambio sia con coetanei sia con altri adulti.

In questo contesto gli educatori mettono a disposizione la loro esperienza professionale e il loro sapere teorico che ogni giorno viene tradotto nell’organizzazione della giornata, nella cura dedicata alla soddisfazione dei bisogni primari (cambio, pasto, sonno), nella predisposizione degli spazi e nella scelta delle proposte di gioco o attività.

E’ però importante sottolineare che le attività non rappresentano l’obiettivo educativo del servizio per la prima infanzia bensì uno dei possibili strumenti che ne permettono il conseguimento.

A nostro parere sarebbe infatti poco significativa una proposta di gioco “perfetta” in presenza di un adulto scarsamente interessato a quanto accade e incapace di condividere con i bambini le emozioni, le scoperte, gli entusiasmi e la voglia di imparare. La relazione che nasce tra il bambino e l’educatore diviene così l’elemento che trasversalmente attraversa la storia nell’asilo nido e che permette al singolo e al gruppo l’incontro con una peculiare esperienza di crescita emotiva e intellettiva.

Quando il bambino rientra a casa, ritrova il suo ambiente familiare e i suoi genitori, che sono per lui le figure affettive più importanti. Anche se l’esperienza che sta vivendo al nido è positiva, l’incontro con i genitori è per il bambino il momento più atteso e desiderato della giornata. In questi momenti spesso si assiste a comportamenti che sembrano orientati a recuperare il tempo della lontananza e che non sempre sono di facile gestione per i genitori.

Non di rado infatti i bambini risultano più “appiccicosi” e “capricciosi” con i propri cari quanto più sereni appaiono al nido.

Questi comportamenti non vanno banalizzati con facili luoghi comuni del tipo “se stai meglio al nido domani vengo a prenderti più tardi” oppure “per fortuna che domani è lunedì e ritorni al nido”, perché sono in realtà significativi messaggi rispetto al sentimento di mancanza che il bambino vive nei confronti dei genitori.

Per questo motivo quindi al bambino spesso non interessa rivivere a casa le stesse esperienze di gioco che vive al nido poiché il suo interesse prioritario è costituito dal rapporto con i familiari.

Anche in questo caso, così come durante l’esperienza vissuta al nido, non è tanto importante ciò che si fa, quanto la possibilità di condividere quello che si sta vivendo.

Certamente per i genitori gestire tali momenti è veramente impegnativo e difficoltoso, tuttavia pensiamo che la comprensione del loro significato possa alleviare un po’ l’innegabile fatica.

 

Contro gli asili nido, le mamme, la conciliazione, un libro – 1

Inizia qui una serie di riflessioni a partire dai temi che emergono lavorando nei servizi.

Si parte dal primo servizio educativo che conosciamo un pò tutti, per sentito dire, o come genitori, e/o come operatori: il Nido.

Il primo luogo in cui i bimbi incontrano l’educazione in un ambito diverso dalla rete familiare.

Mi sembra interessante proporre prima qualche link e solo a seguire alcune riflessioni. Il Primo stimolo viene che offerto parte da un libro di recentissima uscita:

Paola Liberace  “Contro gli asili nido – Politiche di conciliazione e libertà di educazione”, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009.

Ad esso collego una serie di discussioni svoltesi in rete, che ho seguito e che cominciano a “svelare” i molto temi che sottostanno alla genitorialità, al servizio “nido” e a un libro che ha titolo decisamente provocatorio.

Dal nido alla materna: delega educativa addio – Blog MammeAcrobate

Uppa – Rivista Bimestrale scritta da pediatri per le famiglie

Relazione Accudimento Cura: saran poi cosa da mamme – Blog Pontitibetani

Capisco che qualcuno sarà sgomentato per la fatica di leggere sui blog e sui network, ma credo tale fatica vada fatta, se si vuole guardare un pò lontano sullo scenario in cui si muove questo servizio con il quale, prima o poi, i genitori si “scontrano” e incontrano.

Il pensiero dei genitori, che il nido lo scelgano o che lo evitino a favore di altre soluzioni, andrà lì:

al nodo della prima uscita del bimbo, da casa, per essere educato da altri,

e alla delega educativa che una madre in primis dovrà riuscire a fare in questa prima fase di incontro con il suo bimbo.

Ovviamente si parla di madri, perché è – fino ad oggi – la madre che si occupa in prevalenza del bimbo piccolo, ed è sul suo tempo che inciderà la scelta tra lavoro e nido.

Segue.