In the name of love – #lovedu 3

NOTA (Il post numero due è bloccato in fase in elaborazione)
Quando parliamo di amore ci vengono in mente gli scenari romantici dei primi momenti, o quello che troviamo nello sconfinante e sconfinato amore genitoriale.

Mi sono chiesta, senza trovare soluzioni, se l’amore non sia che uno.

Amore con connotazioni precise e non confondibili, che può essere nell’amore di coppia, e/o in quello genitoriale (o filiale). Ma può anche non esserci.
Ci può essere un ottimo “lavoro” di accudimento, di presa in carico, di affettività ed emotività, ci possono essere gesti di affiliazione, di gentilezza … tutte cose meravigliose ma non sono ancora amore.
Ci sono quelle fantasmagoriche ondate ormonali, di portata epica, che aprono all’innamoramento, alla passione, e eventualmente risvegliano pure la sessualità.
E che non sono esattamente amore.
C’è la meraviglia della nascita, l’amore infinito verso i figli, il dono della vita, e il bisogno di proteggere e curare e crescere e insegnare. Che ancora non sono amore.
C’è l’amicizia che con l’amore condivide tantissimi confini, e lo rideclina in un mondo singolare e potente.
C’è quindi nell’amore un ingrediente magico e alchimico che è difficile nominare, che può attraversare tutte queste esperienze umane, e renderle altre.
L’amore sta, lo postulo qui per prova, nell’essere in quell’altrove da se, ma collocato nell’altro.

Di essere esattamente se stessi – nelle braccia e/o negli occhi dell’altro – senza fondersi, ma permettendo di esser pienamente vivi proprio grazie a quell’altro/alterità.

Sta nel sentire l’altro come casa, come luogo di fiducia e libertà, luogo libero e che libera veramente; che cresce facendo crescere.

Che si fa umano rendendo umani, e capaci di essere definitivamente se stessi, con e per l’altro, nell’altro.

In cui amore di se e per l’altro / con l’altro / dell’altro ci identificano e ci con-fondono. 14115020_10208948461703245_956656212884230590_o
Ora la domanda è: si può insegnare? Si può imparare? Come si può fare educazione con questo presupposto?

Educazione ed etica

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Pensiero di Salvatore Natoli su Animazione Sociale

“La dimensione etica, nella nostra pratica quotidiana, è avere dentro di sé l’istanza dell’altro, non sentirsi mai separati, assoluti, perché questo condurrebbe a un delirio di onnipotenza.

Se io non interiorizzo l’altro in me, se non mi sento parte, inevitabilmente mi sento tutto, e quindi, anche senza volerlo, divento distruttivo.

La relazione di alterità è la dimensione fondamentale dell’etica.

E allora la domanda etica è: qual è la giusta relazione con l’altro?”

Qual’è lo spazio, e la scena, e il tempo, e i corpi entro cui si costruisce la “giusta” relazione con l’altro? Come si struttura questo incontro, e cosa si insegna/impara attorno a questa possibilità.

Questa è la domanda di chi educa.

Il posto delle parole

Dopo la seduta di psicomotricità odierna, ho stilato come da prassi professionale,  le osservazioni relative alla mattinata.

Scrivendo, mi accorgo di colpo, di una parola che mi stona,  la “seduta” di psicomotricità non è mai tanto seduta. Sembrerebbe un implicito, trattandosi di tale pratica. Eppure è la definizione usuale.

Quindi una attività che prevede l’uso intensivo del corpo nella sua interezza e nella sua capacità di interconnessione, con lo spazio, il tempo, il luogo, gli oggetti e la relazione con l’altro (o gli altri) è per convenzione linguistica una seduta.

Un ora, circa, di attività globale che dobbiamo definire “seduta”, e dove di seduto non c’è nulla.

Forse la psicomotricità sente di avere così tanti debiti culturali con altre discipline da dover mutuare il nome da altri. Ad esempio da chi pratica in un specifico contesto (singolo incontro di un processo terapeutico), dove l’incontro è sostanzialmente basato su una postura seduta. La seduta, con questo, si rende portatrice di un paradosso di definizione, tanto più che la “seduta” psicomotoria invece si caratterizza per una intensa attività, che nasce dalla necessità di esprimere il corpo in più dimensioni e posture, e/o nel suo dinamismo fatto di azione e pensiero.

In altri luoghi la cosiddetta” “seduta” diventa (più precisamente assume il nome di) “laboratorio”, e ciò introduce una altra dimensione: quella di una pratica assimilabile al lavoro ed incentrata sulla prassi.

Ma così facendo rischia di assumere identità contradditorie e sfuggevoli. Nel primo caso definisce statico un contesto che invece chiama in scena contemporaneamente la psiche (e non la psicologia) e il movimento, nel secondo enfatizza la dimensione prassica svuotata di quella forte valenza psichica, che invece il nome introduce.

Inoltre visto che il nesso tra corporeità ed educazione è uno degli oggetti di studio su cui mi sto concentrando, questa contraddizione si svela con un ulteriore aspetto; ovvero laddove la psicomotricità (che ha una forte dimensione unificante ed olistica) si esprime a livello educativo, la nominazione dalla forma che assume, si appoggia ad una serie di nomi che non le sono propri. E che ne snaturano l’interno.

La domanda forse im-pertinente è se il problema non stia anche nella difficoltà, che costantemente attraversiamo, in senso culturale, di ridare il suo luogo, il suo tempo, il significato al corpo, che è ciò che E’ e che al contempo siamo noi.

Ecco che il (nostro) corpo non solo viene “trattato” con bizzaree forme educative e/o in sede formativa, non solo viene nominato per poi essere negato (in azione, come agito/agente), ma anche viene scisso quando si deve “parlare” di un luogo formativo destinato, invece a riunirlo.

La cosa che mi resta, in ogni caso, è il dubbio di come chiamare il momento in cui preparo e attraverso lo spazio/tempo psicomotorio.

Incontro. – Tempo. – Pratica. – Spazio.

….

Questioni di potere

Riflettendo su alcuni anni di esperienza professionale a contatto con i “minori” e con i “disabili” e in generale con le famiglie, esperienza svolta in diverse tipologie di servizio e interpretata da ruoli differenti,  mi sono accorta che il ricordo più affettuoso lo ho riservato spesso ai genitori e in generale alla convivenza con la disabilità …

Fatico ad evocare ricordi molto piacevoli con i colleghi di servizio, i coordinati, con i minori, con i partner della rete. Esperienze non spiacevoli ma spesso rese faticose dalla dimensione comunicativa, da conflitti, o problemi più o meno grandi.

Con i genitori e le persone con disabilità, mi è riuscita più spesso la sfida di andare oltre al problema, al ruolo, alla diffidenza, al singolo dato per incontrare l’interezza e la complessità.

Non ho una lettura interpretativa adeguata, qui ed ora.

Però mi viene in mente che la difficoltà maggiore, che posso percepire, è la potenza del contesto, il potere della struttura organizzativa, dei vincoli e delle regole che tengono le persone strette ad un ruolo, che diventa maschera, e dove l’identità si sfuma nel problema.

il post si collega idealmente al tema espresso qui http://progettiguerrieri.wordpress.com/2010/06/09/creativita-disabilita-interezza-e-imparare-ad-esser-guerrieri/