In the name of love #lovedu 4 – stima –

Dice la mia amica M., donna saggia, che i presupposti dell’amore per una persona stanno nella stima che riponiamo nell’altro.

In sintesi non si riesce ad amare una persona se non la si stima.

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E in caso se manca quella,  all’amore, finisce per mancare un presupposto fondamentale.
Ci sarebbero anche l’allegria e il divertimento condiviso, che secondo me fanno un altra parte della base di una affettività condivisa, ma non è qui in oggetto. Per cui meglio tralasciarla.

Stamane mentre lavavo i piatti, ottima attività meditativa coatta, mi sono accorta che l’assioma valeva per ogni genere di amore, quello della mia amica, che si vede sopra in corsivo.

Stimare l’altr* è avere fiducia nella sua capacità attuali e potenziali, e lasciarl* libero di essere se stess* e divers* da noi, e da quello che desidereremmo per lei/lui, e che lei/lui facesse per noi o con lei/lui.

Stimare la differenza, il disaccordo, le discrepanza, il ritmo diverso di fare e pensare, il tempo che l’altr* occupa per noi e con noi.

Stimare anche prima, a prescindere.

E’ un prerequisito, si diceva, qualcosa che viene prima, che è uno dei fondamentale.

Riguarda la libertà dell’amore, o che l’amore deve concedersi e concedersi.

Ma credo non sia necessaria, credo, all’innamoramento, per via di tutti quegli ormoni fulminanti in circolo, peraltro carinissimi ed efficienti allo scopo, ma spesso svianti.

Mentre la stima trova senso e senno se connessa all’amore, non solo romantico o di coppia, ma anche all’amore in senso lato.

Ti stimo, do peso e valore a ciò che sei, liber* anche se divers*, adatt* anche se simile.

Stimo l’alterità e la possibilità ad essa connessa.

Difficile che quindi l’amore sia connesso con le accezioni di ciò che possiede, trattiene, decide, definisce, giudica, obbliga l’altr* ad essere ciò che è nel nostro pensiero. Interpretando come non amore la differenza.

Cosa ce ne facciamo se volessimo insegnarci reciprocamente ad amare, insegnarlo ai figli, ai bambini, agli altri?

In the name of love – #lovedu 1

Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Un uomo imprigionato in un recinto di filo spinato – Un uomo che resiste – Un uomo finito su di una spiaggia deserta – Un uomo tradito con un bacio ( pride – in the name of love – U2)
Premessa: sul web siamo pubblici e spesso anche personali.

Possiamo essere pubblici e personali, solo pubblici, solo personali (ma siamo e resteremo in sempre in un luogo pubblico).

Ricordiamoci solo che ciò che trattiamo di nostro e personale non è detto che sia privato; tale sottile differenza va insegnata e presidiata, anche in termini educativi, intendiamo per privato qualcosa che non solo è personale, ci riguarda in quanto persone ma è un dato, un pensiero, una espressione di noi che è riservata solo a noi stessi o ad una gamma molto selezionata di persone scelte, e con attenzione, per essere depositarie di quel dato o espressione della nostra vita.

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Come adulta, come madre, come donna e come persona che si occupa professionalmente di educazione sento che in questa fase storica, culturale, personale, tecnica, professionale, civile ed etica sia importante parlare di amore.

In questo caso si tratta di assumersi una responsabilità, apprentemente non richiesta, ma connessa ai ruoli che ho elencato e in quanto tale non negoziabile; sento che occorre farlo in quanto parte attiva di un contesto civile e sociale e a maggior ragione in qualità di “potenziale” produttrice/divulgatrice/comunicatrice di cultura in ambito web.

Probabilmente parafrasando il famoso assioma di Watzlawich siamo e comunichiamo in rete e non possiamo non esserlo e non comunicare.

Social è comunicazione e non può non esserlo.

Questo ci lega ad una responsabilità e ad una riflessione sull’intenzionalità comunicativa che adottiamo che deve o dovrebbe essere costante.

Perché l’amore?

Perché amore è ciò che ci permette di avere la cura del mondo, delle persone, delle emozioni e dei sentimenti, dei desideri e dei diritti, di noi stessi e degli altri, perché è ciò o dovrebbe proiettarci appena di un centimentro fuori da noi stessi e generare azioni che fanno crescere, che liberano, che aumentano il benessere attorno a noi.

Perché tutti ne parliamo o lo pratichiamo, ma non sempre con esiti proficui, perché non lo si insegna, o non se ne sa parlare bene, perché non se ne declinano le parti deviate se non quando la cronaca che ne mostra gli esiti. Ed esempio nel caso dei femminicidi. Perché nessuno ci spiega che desiderare e amare sono due cose diverse.

Perché è un tema infinitamente declinabile da trattare, a partire da molti paradigmi e mai completamente risolto.

Perché ci mette a confronto con ciò che siamo e raccontiamo, e che ci permette – se siamo fortunati di conoscerci meglio e condividere delle parti – inserendole nella corrente di flusso immensa e cangiante del web, facendone oggetto di confronto, scambio, conoscenza, apprendimento, insegnamento, filosofia, poesia, pedagogia, antropologia, scienza etc etc etc

#educazionEamore: “a mille ce n’è …”

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“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”


” A mille ce n’è …”

“Per Minore Straniero non accompagnato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o di altri Stati dell’Unione Europea che, non avendo presentato domanda di asilo, si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato privo di assistenza e rappresentanza da parte di genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili…” (DPCM 535/99 art. 1)

Di fatto l’msna è un adolescente africano, o pakistano, bengalese, albanese, ecc…che, in accordo coi genitori, lascia il proprio paese per motivi legati a situazioni di guerra o di povertà, e affronta un viaggio che, in base alla distanza e al denaro che si ha a disposizione, può durare anche dei mesi. Partono alla ricerca di una sistemazione e di un lavoro, in modo da badare al proprio sostentamento e aiutare la famiglia.

Questi giovani portano con sè storie che ruotano attorno a tre parole principali: amore, protezione e speranza, tre parole che trovano la loro espressione peculiare ad ogni tappa del viaggio.

Le storie dei ragazzi che arrivano in comunità di solito iniziano così:

“C’era una volta in un paese molto lontano una famiglia. L’amore regnava tra i sui membri, la protezione verso i più deboli era garantita e la speranza nel futuro non mancava.
Un giorno però ci si rese conto che il lavoro tardava a tornare, già altre volte si era fatto attendere ma poi era sempre tornato, questa volta era diverso. La speranza iniziò ad allontanarsi da quella casa, si diresse così lontano che si rese necessario che un membro della famiglia partisse per cercarla e riportarla indietro. Partì il figlio più giovane perché…”


…perché aveva più anni davanti a se per trovare ciò che cercava;


…perché era il più sveglio ed aveva più probabilità di cavarsela in un mondo sconosciuto;


…perché era il meno sveglio e se non fosse riuscito nel suo viaggio almeno la famiglia non si sarebbe privata di un importante elemento di sostentamento;

…perché era il più problematico e piuttosto di rimanere qui e isolato o peggio rinchiuso, era meglio andare incontro ad un più magnanimo esilio.”

Il patto di protezione su cui si fondava la famiglia venne sospeso in nome della speranza e dell’amore. L’amore famigliare, il legame di sangue, la responsabilità degli uni verso gli altri, dei genitori verso i figli e dei figli verso i genitori, la speranza di un futuro migliore o semplicemente di un futuro, la speranza del possesso, la speranza di riscuotere un premio in base a ciò che si è rischiato, tutta questa spirale di imperativi morali viene messa sul banco di prova del mondo globale.

Queste famiglie sono accomunate dalla povertà, ma non una povertà estrema: solitamente hanno da parte qualche risparmio o sono padroni di qualcosa che possono vendere per ricavare il denaro necessario per la partenza.

Mettono così i loro averi e i loro figli nelle mani dei trafficanti di uomini, i quali di per sé non sono ne bravi ne cattivi, sono membri di imprese illegali internazionali (a volte mafia italiana…) che vogliono solo i soldi, non hanno un interesse specifico a fare del male ai migranti, a meno che non vi siano costretti dalla situazione.
In genere per partire ci vogliono dai 4 ai 10 mila euro. Questa cifra però può non bastare per arrivare a destinazione: se il viaggio è molto lungo si può dividere in più tappe, ognuna ha il suo costo, quando i soldi finiscono la carovana si ferma e i ragazzi vengono scaricati. A questo punto o sono in grado di trovare un lavoro e raccogliere la cifra sufficiente per proseguire il viaggio o i famigliari mandano altri soldi ad altri trafficanti, dopo aver chiesto prestiti a parenti e amici, che gli fanno riprendere il viaggio. Se tutto va bene, ciò se chi riceve i soldi non scappa senza rispettare l’accordo (cosa che accada piuttosto di frequente), si riparte verso la tappa successiva e così via. Spesso non c’è nemmeno una meta preventivata, si arriva fino a dove si riesce.

Questa è la scommessa che fa la famiglia, rinunciando all’elemento di protezione e sperando di riscuotere una miglior condizione di vita per sé e per il figlio nel futuro.

L’amore famigliare originario viene plasmato dal viaggio e tenuto in scacco dalla responsabilità del fallimento. Il rischio è alto sia per il ragazzo che per i genitori, ma anche per i parenti e i conoscenti che, seppur in misura diversa, sono coinvolti “nell’affare”.
La scommessa non viene mai vinta completamente anche nella migliore delle ipotesi.

Il legame tra le persone, la fiducia e l’amore reciproco cambiano irrimediabilmente: il figlio deve velocemente giungere a destinazione, ottenere i documenti necessari, imparare la lingua, andare a scuola, trovare un lavoro, risparmiare e inviare soldi a casa. Nel frattempo vive la solitudine di un mondo straniero, senza genitori e con riferimenti inevitabilmente più deboli (come l’educatore, il compagno di comunità o il compagno di strada), si rapporta con una complessità esperienziale non prevista dall’immaginario di un ragazzino, entro la quale può smarrire gli obiettivi che la famiglia gli ha consegnato, o non riuscire a realizzarli per propria incapacità, per motivi contingenti o semplicemente perché i tempi sono molto più lunghi del previsto.

Dall’altra parte i genitori possono vivere inizialmente la frustrazione di affidare ad un figlio ancora molto giovane la responsabilià del sostegno economico, la sofferenza di pensarlo lontano e solo tra mille difficoltà. In un secondo momento prende piede l’ansia del vedere i risultati del loro “investimento”, che tardano ad arrivare. Nel frattempo si ritrovano più poveri di prima, dal momento in cui hanno utilizzato gran parte dei loro averi in questo progetto e non vi sono ancora stati ritorni, e i parenti e i conoscenti che a loro volta si sono impegnati finanziariamente, iniziano a rivendicare i loro crediti. Spesso nascono tensioni e conflitti che possono compromettere i legami famigliari, non è raro inoltre che tale tensione si ripercuota sul figlio, il quale si trova ad avere la grande responsabilità di ciò che accade a casa. “Sono già due anni che sei li e non hai ancora mandato soldi…cosa fai? Pensi solo a divertirti? Ci hai già dimenticati?”

Il lavoro che spesso ci troviamo a fare come educatori è quello di aiutare il ragazzo a ridimensionare la propria responsabilità rispetto a sé stesso e alla famiglia, di farlo riflettere anche su quali sono i suoi diritti: dal momento in cui arriva in comunità ha diritto a vitto, alloggio, vestiti, documenti, scuola, ecc., ma anche ha diritto a pensarsi ragazzino, quale è e quale viene considerato dalla società che lo circonda. Di conseguenza ha il diritto ad essere amato.

E’ naturale pensare che un ragazzino debba essere amato dai suoi genitori o da altre figure vicine a lui se pensiamo che debba crescere sano nella nostra società. E’ necessario che abbia l’esempio di un rapporto di fiducia reciproca, che lo distolga dal pensare che il mondo degli affetti sia rimasto nel paese d’origine, e che questo sia il mondo in cui si debba solo prendere e pretendere il più possibile. Questo è uno dei punti chiave dell’integrazione.

“Educazione e amore” è una riflessione tanto complessa quanto necessaria.


Dopo aver argomentato sull’amore e su quanto, nelle sue istanze affettive e famigliari, sia un fattore cardine della riflessione educativa, riporto di seguito una conversazione che ho avuto con un ragazzo ghanese di 18 anni, A.K., profugo e ospite della comunità da circa due anni. Si sa poco del suo passato perché non ne parla per nulla volentieri e non è da molto tempo che si esprime in un italiano comprensibile.

L’aspetto perturbante di questa storia è che, mentre in quelle citate prima si riesce ad utilizzare “l’amore famigliare” come chiave di lettura principale, seppur a volte in modo contorto e contraddittorio, quest’altra vicenda è talmente anomala che “l’amore” sembra chiamato in causa solo da una sua disperata assenza.

“A., ma tu non hai nessuno che ti pensa in Ghana? Non ti ho mai visto telefonare, ne tantomeno parlare di tornare un giorno, o di voler mandare soldi a qualcuno…

No, non ho nessuno. Ho un fratello ma da quando sono partito non l’ho più sentito. 

Ma quindi hai una famiglia e un fratello?

No, non ho nessuno. Avevo un fratello gemello, vivevamo con mia mamma. Mio padre non c’è mai stato. Quando avevo circa cinque anni mia mamma è morta perché si drogava e io e mio fratello siamo stati adottati. Lui non l’ho più visto da allora.

Ma come, dicevi di non averlo più visto da quando sei partito, non da quando avevi cinque anni…

No, mio fratello gemello è il mio fratello vero, e non so dove sia da quando è morta mia mamma, quello che ti dicevo che non sento da quando sono partito è il mio fratellastro, cioè il figlio della famiglia che mi ha adottato.

Non avevi un buon rapporto con loro immagino, dal momento che non hai più mantenuto i contatti…

Non stavo bene con loro, non mi hanno mai detto che non ero loro figlio, fino all’ultimo. Io lavoravo nei campi e basta, ma non come qui in comunità con la macchina per tagliare l’erba e il trattore, li si fa tutto a mano, senza pause e sotto il sole. Ma è coma in palestra, i primi giorni sei stanco, poi sempre meno, sempre meno…

Un giorno mi sono ammalato ma ricordo male, ero ancora molto piccolo, da piccoli la testa non funziona bene. Ricordo però che il cuore mi batteva fortissimo nel petto come se volesse uscire. Mi hanno portato da una persona che mi ha fatto questi tagli (alza la maglietta e mi mostra una serie di cicatrici sul petto e sulla schiena) per far uscire quello che non andava, poi sono stato bene mi pare.

Comunque quando ho lasciato il Ghana è andata così: dovevamo andare a prendere l’acqua, perché li vicino non c’è l’acqua, bisogna andare al fiume a prenderla, così siamo partiti io e mio fratello, ma non insieme, ognuno per conto suo…

Litigavi con lui? 

Si

Io sono tornato, lui no. Mio padre mi ha detto che io l’avevo ucciso, e che se non tornava entro 3 giorni, lui avrebbe ucciso me. In quel momento mi disse anche che non ero il loro vero figlio.

Dopo due giorni che mio fratello non tornava sono scappato. Ma non sono stato io ad ucciderlo, da quelle parti ci sono molti animali feroci e lui era piccolo, forse è stato catturato da un animale, succede…

Se te ne sei andato dopo due giorni non sai se tuo fratellastro è poi tornato oppure no, o mi sbaglio?

Non lo so, io sono scappato nel deserto, mi ha trovato un cacciatore che mi ha portato in Togo, da lì in Libia dove mi sono imbarcato di nascosto su una nave per Lampedusa.

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 Il poeta ghanese Kofi Awoonor, scomparso il 21 settembre 2013, trasmette nelle sue “Canzoni di dolore” delle sensazioni simili:

[…]
Sono in un angolo estremo del mondo Posso solo andare oltre e dimenticare.
La mia gente, sono stato da qualche parte Se mi giro di qua, la pioggia mi bagna
Se mi giro là c’è il sole che mi brucia. La legna da ardere di questo mondo
È solo per coloro che possono prendere cuore È per questo che non tutti possono raccoglierla.
Il mondo non è buono per nessuno
Ma tu sei così felice con il tuo destino;
[…]
Non ho alcun parente e nessun fratello, La morte ha fatto guerra a casa nostra;
E la grande famiglia del Kpeti non c’è più, Solo la recinzione rotta rimane;
E quelli che non osava guardare in faccia Sono venuti fuori come uomini.
Quanto bene il loro orgoglio è con loro. Lascia che quelli andati prima prendano nota Hanno curato male la loro prole.
Per cosa piangono?
Qualcuno è morto. Agosu stesso. Ahimè! un serpente mi ha morso Il mio braccio destro è rotto,
E l’albero su cui mi appoggio è caduto.
[…]
Chiedi loro perché restano inattivi
Mentre noi soffriamo, e mangiamo sabbia.
E il corvo e l’avvoltoio
volano sempre sopra le nostre recinzioni rotte
E gli stranieri camminano sopra la nostra parte.

“Educazione e amore”, cosa rimane?

Niente ricette su quanto l’amore sia indispensabile per educare bene i figli, o su come modulare l’amore naturale nell’educazione professionale, questo di certo non c’è, e allora cosa c’è?
Ci sono delle storie, perchè fare educazione è raccontare delle storie, o meglio saper raccontare in modo diverso la stessa storia.
Queste sono storie di ragazzi che crescono e che svolgono una tappa della loro crescita in comunità, dove le raccogliamo e le ri- raccontiamo insieme. E qua ci sta l’educazione. E l’amore dove sta?

L’amore sta ovunque, anche quando non c’è!

Anzi soprattutto quando non c’è, quando la sua assenza è talmente grave che quella storia deve essere ri-raccontata mille volte, quasi come fosse un esercizio spirituale.

Marco Basati
39 anni – Educatore professionale


Cos’è il blogging day #educazionEamore?

i blogger di Snodi Pedagogici ospitano i contributi di chi si senta coinvolto dal tema lanciato, e desideri offrire il proprio pensiero o la propria storia, tutti i contributi vengono divulgati da Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link (link del bd dal sito di Snodi pedagogici).

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook”

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici (link al sito facoltativo) è: #educazionEamore

“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

LINK AI BLOG PARTECIPANTI

Bivio pedagogico

Il Piccolo Doge

Labirinti Pedagogici

In dialogo

E di Educazione

Nessi Pedagogici

La bottega della pedagogista

Tra Fantasia Pensiero ed Azione

lo sguardo e le parole degli altri (#pensodunquebloggo)

Wordle Lo Piano
Wordle Lo Piano
Wordle Mamuska Pupi
Wordle Mamuska Pupi
Wordle Pastori
Wordle Pastori
Wordle Pepe
Wordle Pepe

Ognuno di questi quadri rappresenta una possibile sintesi, una rappresentazione, di quello che le blogger ospiti volevano dire sui temi dei primi tre bloggingday, per farli ho utilizzato Worlde , un programma che seleziona da un testo le parole più usate e la restituisce graficamente, come nuvola di parole…

In educazione diventa importante non solo l’intenzione di chi vuole educare, insegnare, mostrare agli altri, (o anche solo ciò che si pensa  possa “riguardare” l’educazione), ma anche quello che questi sono disposti a farsene.

#bloggodunquesono si dispone a fare questo, oggi. Andare oltre alle parole, oppure dentro e tra le parole e vedere cosa sia possibile fare con esse, quali pensieri e stimoli riescono ad evocare, andando oltre, per farcene qualcosa.

Le persone che ho ospitato hanno offerto molte parole:

ora storie concrete di educazione che si aprono con i dubbi e le domande due  blogger intendevano mostrarci del loro operato educativo, come genitore e come docente;

ora un piccolo e possibile decalogo per una scuola capace di insegnare ad essere cittadini (ottimi suggerimenti validi per molti spazi educativi);

ore parole appassionate su quanto ci faccia riflettere il comportamento pubblico di un docente. Tutte questa parole stiamo già imparando, stiamo nuovamente confrontando i saperi, stiamo aprendo il pensiero a nuove domande.

Stiamo aprendoci ad una dimensione educativa.

Siamo una strana specie imitativa, forse i neuroscienziati ci direbbero che dipende dai neuroni a specchio, in ogni caso noi si impara osservando gli altri, imitando, confrontando, ascoltando e raccontando storie: storie di come come si nasce, si cresce, si vive, e sempre insieme agli altri.

Le nostre storie esistono da sempre, raccontate nelle fiabe, nei saggi di filosofia, nelle strutture dell’architettura, nel cinema e nella letteratura. Creiamo luoghi e strutture, fisiche e non, che ci dicano chi siamo, che ci aiutino a definirne le forme e i modi.

In una continua narrazione, relativa a come accade ciò, come facciamo, cosa impariamo, come rettifichiamo il nostro sapere per adattarci al mondo che abitiamo, e agli altri che incontriamo.

Lo sappiamo, da sempre, sin dagli inizi, attorno ai fuochi che ci raccontiamo storie che insegnano, e poi costruiamo luoghi dove imparare una parte di quello che ci serve per vivere (es. scuole, corsi di formazione), e infine tramandiamo in famiglia vecchie storie che ci dicono chi siamo, da dove veniamo, cosa sappiamo. Una storia di paura è diversa raccontata in una notte di un gelido inverno, in una casa abbandonata, piuttosto che a tavola davanti ad una pastasciutta fumante.

Ma siccome siamo una strana specie complessa  … ogni luogo nuovo diventa un nuovo posto per imparare, ascoltare, raccontare, spiegare le cose che sappiamo e ci sembra importante condividere, anche relativamente al posto in cui siamo, non è un caso quindi che in un nuovo posto si trattino storie di educazione, sul web appunto, per vedere cosa accade di nuovo. Ma di questo noi di Snodi pedagogici ne tratteremo ancora …

Così una specie sociale, come questa nostra umana, trascorre molta parte della vita a condividere quanto sa con gli altri, per fare crescere il sapere proprio e quello collettivo.

Lo facciamo con i nostri figli, lo fanno i docenti a scuola, lo fanno i mille rivoli della formazione professionale, ma anche lo fa l’hobbista, siamo fatti di uno strano impasto che ci impone di imparare ancora e ancora.

Così come il ricambio cellulare ci rende nuovi e uguali, ogni fatto educativo, ogni azione che compiamo per insegnare o imparare, ci rende uguali e diversi, ci evolve rispetto a quelli che siamo.

Nei racconti, così diversi dei blogging day, questo è quanto troviamo: un narrazione e un tentativo di trasmettere quanto si è compreso della propria esistenza, ad altri, ai molti altri che nel web potrebbero leggere. Potrebbero capire un frammento di più, aver aggiunto una briciola di sapere alla propria umanità ed essere posseduti dalla stessa voglia vitale di condividerla o insegnarla ai propri figli, o alunni, ad esempio.

“L’ascoltare si fa pedagogico e adulto allorquando, dopo un minuto o un anno, scopriamo che “quel” discorso ha continuato a lavorare dentro di noi e ci ha cambiati e, forse, ma non lo sapremo mai, ha mutato qualche pensiero o gesto nell’ascoltatore.”  D. Demetrio 

“Educazione non è il diventare autonomi, ma eteronomi.”

“L’educazione, ha spiegato il Presidente Shirley M. Tilghman, non consiste tanto nell’acquisire specifiche conoscenze in questo o in quel campo del sapere, ma nell’imparare gli strumenti intellettuali necessari per distinguere la realtà dall’immaginazione, saper porre domande difficili, saper osservare e interpretare, elaborare ragionamenti coerenti, imparare ad ascoltare le idee degli altri senza rinunciare alle proprie.” M. Viroli

 “Impariamo di più quando dobbiamo inventare. ” Jean Piaget
L’offerta che ci fanno gli altri in termini di materiale da imparare o trasmettere è spesso generosa, e per noi che ci occupiamo di “fare” educazione si tratta di iniziare a selezionare, organizzare e comprendere cosa appartiene o meno ad un dato contesto….
Ecco alcune vie possibili ….
Di quanto scrive Claudia Pepe, al di là della sua voglia di dire qualcosa sulla politica e sulla scuola, direttamente alla signora Renzi (moglie del Presiedente del Consiglio in carica, docente che ha lascito l’insegnamento per seguire la carriera politica del consorte) … io trattengo questa frase, potente e intensa al tempo stesso, un atto politico di chi pratica l’educazione sapendo a cosa serve, quando si è giovani e si va scuola: “ Ci vuole coraggio a varcare il portone della Scuola e decidere di non ammaestrare attraverso test inutili ragazzi che vivono un’adolescenza ancora più cruenta di ogni adolescenza, ed insegnare ad ascoltarsi, insegnare che ci possono essere più risposte ad una sola domanda, che il dubbio, e solo quello, alimenta la ragione, la discussione, l’opinione critica.”
E di quanto scrive Rita Pastori, non riesco a non sorridere compiaciuta dello sguardo sornione che traspare sottotraccia, quando porta la sua “lezione sdraiata ai suoi giovani sdraiati”, e con straordinaria grazia arriva a condurli esattamente dove voleva arrivare.
Anna Lo Piano, ci restituisce spunti di civiltà, di educazione, di leggerezza e gioco, praticabili in ogni contesto, che voglia non perdere il suo significato di luogo civile, educativo, umano, a partire dalla prima azione di cura, che impariamo come figli dalle nostre madri e dai padri. Immaginiamo di rendere “piccoli gesti” un patrimonio pubblico, come suggerisce l’autrice:
” Prendersi cura di qualcuno .Ci sono i bravi e i meno bravi, quelli per cui è facile quelli per cui è difficile, e questa divisione orizzontale non è molto divertente. Meglio, molto meglio, che chi è bravo in matematica aiuti gli altri ad imparare le tabelline, e che chi disegna bene spieghi come si fa a fare quei magnifici dettagli. L’inclusione di bambini disabili a scuola aveva questo spirito, ma nel tempo si è perso. Oggi spesso, a causa dei tagli, è solo un peso. Sarebbe bene invece che a turno ci si prendesse cura degli altri. Si può anche andare avanti come gruppo, oltre che come singoli.”
E infine la storia delicata di Mamuska Pupi che nel dare voce agli inizi dell’esperienza di maternità indica una strada che sappiamo fondativa per chi si occupa di cura ed educazione, quella della responsabilità che si assume verso un altro essere umano.Il mio bimbo ha cominciato a parlare presto, e lo fa bene, è molto chiaro e questo ha semplificato tante incomprensioni precedenti. Ho davanti a me una personcina che, almeno per qualche anno ancora, prenderà per giuste le cose che vede fare a me, i toni che mi sente usare, il modo di prendermi cura di lui, di arrabbiarmi. Io la sento come una grande responsabilità questo essere modello di comportamento per lui, sperimento giornalmente la fiducia che ripone in me (se penso ai vari “no” e divieti che sperimenta quasi quotidianamente ne sono quasi commossa), e ho deciso che non voglio abusare di questa sorta di potere, voglio ricambiare la sua fiducia, e soprattutto non voglio che mi tema. Voglio che si senta rispettato come persona, e mi piacerebbe riuscire a trasmettergli le regole del vivere civile senza imposizioni o ricatti.
Il mio contributo si limita a questo, rilanciare il valore che sono riuscita a cogliere, e forse trattenere dell’esperienza e del pensiero educativo altrui.
Grazie a Mamuska Pupi, Rita Pastori, Claudia Pepe, Anna Lo Piano e ai colleghi di Snodi Pedagogici….
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#educazionEamore

Ecco il tema del blogging day di Maggio.
Tutte le informazioni le troverete qui, su Snodi Pedagogici.

L’amore che nasce e ci rapisce all’improvviso dai pensieri quotidiani, togliendo il fiato e il sonno sembra una esperienza lontana da ciò che si può insegnare ed imparare.

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Eppure la vita semina generosamente amore e amori nelle nostre vite, passioni e curiosità, sentimenti rapidi ed effimeri ed altri destinati ad accompagnarci una vita intera.

“Huc est mens deducta tua, mea Lesbia, culpa
atque ita se officio perdidit ipsa suo,
ut iam nec bene velle queat tibi, si optumas fias,
nec desistere amare, omnia si facias.

Traduzione:
A tal punto il mio cuore fu ridotto, mia Lesbia, per colpa tua
ed essa proprio nel suo dovere si è distrutta
perchè ormai non potrei nè volerti bene, se compissi azioni ottime,
nè smettere di amarti, se facessi di tutto.” Catullo

Ma in che modo possiamo far si che l’amore insegni e ci insegni, come tradurlo in un motore che attraversi la vita, o un sentimento che intessa le nostre azioni quotidiane?

Domande e risposte che attendono l’umanità da sempre e che i blogger ospiti proveranno a cercare nel blogging Day in arrivo….

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Img Bansky