Lo “svacco” net-pedagogico …

Premessa

Con il gruppo multidisciplinare di amiche e colleghe –  con cui stiamo provando ad elaborare pensieri capaci di osservare la realtà educativa da più ottiche – si va facendo interessante anche l’uso di parole, e di termini che ogni disciplina usa per definire o indagare alcuni aspetti del reale.

Parole simili, che specificano teorie o sguardi diversi –  ci aiutano a definire confini o concetti differenti, o a renderli più complessi.

E’ questa la sfida che stiamo ricercando e che sembra rendersi fattivamente disponibile; il fatto poi che si tratti di un gruppo composto di sole donne, defezionati e autoesclusisi, gli invitati uomini, rende l’ambito di ricerca ancora più intellettualmente e concettualmente intrigante. Forse prima o poi faremo anche un meta-pensiero su questo aspetto. Ma non ora e non oggi.

Oggi sono (e siamo) sotto osservazione gli  (come) adulti e i giovani, nella relazione tra chi insegna e impara, nell’attraversare i mondi web. Dalla esplorazione del gruppo questa è una pista possibile da esplorare …

Eccoci a ragionare di  rete /web/web 2.0  attraverso lo sguardo adulto che osserva i giovani, usando i materiali stessi che il web stesso mette a disposizione. Un materiale articolato (link, ricerche, esperienze) che spesso racconta (o induce) la paura degli adulti/genitori davanti ad una esplorazione nuova incontrollata ed incontrollabile, dei giovani, di un mondo, talvolta estraneo agli adulti stessi.

Una estraneità non aiutata dal digital divide italiano, fatto di reti obsolete, da intere zone non raggiunte dalla fibra ottica, e da una diffusione del wifi che enuncia una moda più che una questione strutturale.

Un mondo adulto che sembra (o crede di) “potersi” permettere di raccontarsi (escluse le “avanguardie”, i tecnici, le mamme blogger, gli appassionati dei socialnetwork) nel suo non sapere e non capire; e che rischia, talvolta, farsi elitariamente escluso e dimentico di una modernità ed una società globale che viaggia su web; come le merci, o l’economia globalizzata, la cultura, la musica. Un mondo adulto, fatto anche di educatori, docenti, insegnanti … Persone importanti per la cultura e la formazione.

In ogni caso questo nostro mondo viaggia – già da tempo –  su autostrade di dati, non visibili, certo, ma sostanziali. Da qui l’ignoranza diventa un peccato serio, e non certo una virtù. Tanto più se la propria vita personale o professionale conduce sulla strada del formare, dell’educare i giovani o i figli, o chi si occupa di educazione.

Certo si potrà argomentare che si può vivere senza luce elettrica, automobili/mezzi di trasporto/tecnologia, computer/web ma non si potrà ignorare che molta parte della vita, che viviamo, o scorre attorno a noi, e si conduce attraverso un flusso di informazioni che passa dal web, grazie all’energia che fa funzionare le nostre case, e dalle merci che viaggiano da un luogo all’altro. Insomma possiamo scegliere la rinuncia …. solo se siamo consapevoli di quanto ci gira attorno. Non per pigrizia o casualità.

Si può anche indagare un ulteriore approfondimento di questo pensiero “sulla nostra adultità” (e su una possibile necessità educativa insite in questo ruolo), sulla consapevolezza necessaria nello stare sul web; una consapevolezza comunque insufficiente anche per noi che … pur “sapendo di non sapere”, qualche conoscenza l’abbiamo maturata.

Quanto sappiamo di cosa è davvero pubblico e cosa è davvero privato? In che modo il web (in particolare quello 2.0, quello dei socialnetwork,) è uno specchio bidirezionale? Come invece si rivela per essere un vetro trasparente, che equivochiamo, quando lo crediamo  capace di celarci?

Cosa finiamo per svelare di noi stessi, del nostro modo di comunicare? Cosa mostra l’esibizione del nostro sapere, delle nostre foto, dei nostri link, e della nostra stessa vita (ora in eccesso ora in sottrazione)?

Come usiamo il nostro essere adulti e pubblici, per creare una cultura, o anche un confronto,  in un modo di cui non sappiamo le regole, e/o in cui imponiamo regole originarie di un mondo altrove, in genere veicolato da una comunicazione corporea, fisica, olfattiva, vocale, sonora, epidermica? Reiteriamo modelli conosciuti, senza comprendere lo spazio nuovo in cui ci “muoviamo”, credendo di colonizzare un mondo liquido?

Come ci giochiamo il nostro personale confine e come andiamo a giudicare l’altrui, laddove siamo i primi a non saper giocare il gioco, o a non poter dettare le regole, se non con molta presunzione?

Non si tratta di giocarsi la carta della ineducabilità, ma quella di una esplorazione della propria umiltà, della propria consapevolezza, della propria ricerca dei “fondamentali” necessari allo stare nel web;  una esplorazione che merita tempo, cura, attenzione e intelligenza esplorativa ed emotiva.

Forse è da qui che si parte?

Giovani ed adulti, vicini in uno stesso porto, pronti per uno stesso viaggio. I giovani sono già li, intenti ad esplorare un inesplorato. E gli adulti accanto, adulti che devono partire, ma fondatamente consapevoli solo della propria ignoranza, della propria età, del proprio sguardo permeato di anni in più, e di domande inquiete, quali uniche asimmetrie possibili nel dialogo tra insegnare, imparare.

Forse non è a caso che alla fine ho scelti t di partecipare al blogstorming di Genitori Crescono … Blogstorming speciale, che durerà 4 mesi, dal 15 gennaio al 15 maggio, nel quale convergeranno riflessioni dal mondo dei blog sull’USO CONSAPEVOLE DELLA RETE.

Intenzionalità

Schermata 2012-12-30 alle 18.19.38Lettura vacanziera e inaspettatamente piacevole e leggera. Da cui sorge un dubbio, uno fra molti.

Adolescenti, quelli che incrocio ultimamente per via del ruolo ora genitoriale ora professionale che rivesto.

Dai loro racconti relativi alle quotidiane esperienze scolastiche sembra non mostrarsi mai il dubbio che i loro docenti siano consapevoli del lavoro che fanno, o che le scelte operate nel loro interagire nella loro pratica di insegnamento con un gruppo di giovani, non siano mai dettate da un pensiero, un progetto, una intenzionalità. Così questi ragazzi raccontano di professori un pò freak che usano un linguaggio strano, capace di meticciarsi e snodarsi  tra sgrammaticature e e un italiano obsoleto, colto ed incredibilmente corretto (ma ahiloro del tutto incompreso e sconosciuto ai ragazzi)

Mi chiedo se questo non sia che “un errore” di valutazione, legato ad una visione giovane, che non pensa ancora totalmente attraverso metalivelli, non ha ancora pienamente imparato a pensare il pensiero, o a riflettere sui i processi di apprendimento (e di insegnamento), che incontra.

Oppure se sia una funzione che la scuola non riesce ancora pienamente a tradurre, non mostrandosi altro che come luogo che insegna un sapere immobile,  invece che come uno spazio vivo che pensa a come ( non solo a “cosa” ) insegna, che si espone alla critica per insegnare, che gioca ad insegnare nell’imprevedibilità .

Fatto sta che ogni anomalia del modo di insegnare vien colta, e sbeffeggiata, come stramberia o al peggio come sintomo di grave ignoranza; e mai come intenzione, interruzione, frattura, scarto, variazione da cui imparare.