Appunti sparsi #pedagogiaepolitica: quali nessi?

Una collega lavora in un quartiere popolare ad altissimo tasso di immigrazione, e scopre la qualità della scuola che sa insegnare l’italiano a tutti i bimbi stranieri (di molteplici provenienze linguistiche e territoriali), e ovviamente la competenza si estenda ad un ottimo insegnamento anche ai bimbi italiani. Insomma una difficoltà didattica, discussa e ripensata, in un progetto di accoglienza si é scoperta essere una competenza professionale di alto livello.
Un’altra collega apre uno spazio compiti dove finisce per “trattare” i ragazzini con i BES, con didattiche capaci di aiutare e sollevare i ragazzini dall’angoscia di non essere capaci, e peggio di essere dei falliti, mostrando loro il problema circoscritto e le “tecniche” per oltrepassare gli ostacoli.
Un collega, da anni impegnato nelle periferie urbane, segue il percorso dei writers e dei rapper, aiutandoli a uscire dalla zona d’ombra, per dare forma e assetto ad un discorso artistico e culturale.
Una collega a scuola segue casi sociali e i ragazzi con disabilità, per accompagnarli ad affrontare il percorso scolastico, tenendo insieme la propria vita e le richieste didattiche.
Altre due, in un centro di aggregazione giovanile, affrontano tutti giorni i temi della legalità e dell’illegalità e aiutano i giovanissimi a comprendere e a muoversi, anche dove e quando i primi ad esercitare l’illegalità sono proprio quegli adulti, che dovrebbero essere dei modelli particolarmente virtuosi.
Nel mio servizio gli operatori raccolgono le storie di disabilità e le rilanciano, non come frammentazioni e interruzioni, ma come processi di vita.

Questa è la rete orizzontale dei miei colleghi, che si occupano di educazione.
Rete sottilissima, come una tela di ragno, flessibile e trasparente. E come la tela di ragno si puó vedere solo quando c’è umidità e un raggio di sole, quando coperta di gocce d’acqua, riesce risplendere come un gioiello. Altrimenti la rete resta invisibile.

Questa rete, e chi la fa vibrare, trattengono una parte della società, impedendo un collasso sia delle singole storie, sia del valore che esse hanno.

20140314-122724.jpg

A volte queste professioni rilanciano propri contenuti, i propri saperi compositi, che trattengono le crisi trasformate in possibilità, i cambiamenti e le derive della società, narrano i processi educativi che è possibile trattare e cogliere, oppure mostrano delle realtà che inaspettatamente contengono forma culturali.
Raccontano ciò che é, e ciò che nessuno vede, come la ragnatela di cui sopra, “cose” di un modo che coglie solo in condizioni climatiche straordinarie o in disposizioni d’animo particolari, o indossando ruoli professionali specifici.
Cogliere questa rete trasparente, che ci rimbalza significati valori inaspettati, ci mostra quanto certe pratiche fanno di una società … una buona società competente a stare nella sua complessità , e della politica … una buona politica efficace a promuovere la crescita di tutti, nei diritti e nella disposizione

Educazione e pedagogia hanno molto a che fare con la politica e la cultura, nel momento in cui operano e progettano e strutturano contesti, in cui le persone possano continuare a vivere e scoprire le proprie potenzialità di crescita; e quando possono continuare a rilanciare il proprio sapere collettivo, perché tutti noi se ne esca, tutto sommato, più cresciuti e più umani.

per info sul blogging day di marzo seguire il link a Snodi Pedagogici

Vacanze studio

Nella necessita’ di provare a proporre ad un adolescente la più classica delle vacanze (studio all’estero), mi sono accorta che c’era una latenza che andava nominata e rappresentata.

Si va a studiare altrove per imparare una lingua, per ricevere impressioni usi e costumi di altri paesi, per cercare una piu’ ampia visione del mondo. Si va altrove a prendere qualcosa di più, di nuovo, di ricco e  di significativo.

Eppure non si dice mai e con abbastanza intenzione, cos’altro si va a fare: dare.

Dare se stessi, offrire la propria impressione sul mondo, a informarlo, con le proprie idee, le intenzioni, i dubbi e i problemi, con il proprio sguardo stupito e nuovo, o dubbioso e resistente, lasciare un impronta. Si parte e “ci si offre” in un incontro.

Non si va mai a depredare il mondo dell’altrui “sapere”, senza cedere alcunché in  cambio. Va detto.

E’, questo, un passaggio culturale che va espresso, e insieme può esser smitizzato il principio colonizzatore del mondo, e poi magari anche quello esplorativo scientifico. O meglio, questo “principio” va integrato con una più complessa visione del mondo, quella che ci permette di interagire e intersecare culture.

pirati-dei-caraibi-post

E nell’occorrenza serve partire con la capacita’ di abbandonare il gioco del più sagace o più acculturato o … sapiente, o del più bisognoso di ap_prendere

Perché il gioco che si va ad imparare e’ il meticciamento, la contaminazione, la creazione nuova tra due, o più, saperi, necessariamente diversi.

L’OTTO marzo (educativo) ogni giorno

PREMESSA

All’inizio … un tot di anni fa, pensavo che l’educazione fosse semplicemente l’atto di educare qualcuno.

E nei primi anni di lavoro mi sembrava che questo atto fosse sganciato dal contesto, e dal tempo. Poi lavorando nei servizi domiciliari, è stato necessario cominciare a focalizzare le differenze di contesto, di spazio e di tempo, quali variabili significative nell’interazione con i ragazzo/bambini che incontravo, e per comunicare con le loro famiglie.

Quella sorta di bolla educativa primigenia non apriva ad una serie di dubbi e domande, una fra la tante era sulle differenze di genere. Mi sono trovata in vari contesti lavorativi o formativi in cui non ci si ponevano domande sulle differenze tra l’educazione al femminile o al maschile, e su che cosa cambiasse se un atto educativo era agito da un uomo o da una donna. Spesso nelle equipe si lamentava l’assenza di educatori uomini, o nei servizi si osservavano differenze a seconda della composizione, ma questo non generava domande di senso. Avevo la sensazione, confermata dal mondo educativo attorno a me, che non fosse così rilevante.

Come se l’educazione fosse priva di alcuni colori e sfumature particolari.

Solo l’esperienza e il tempo hanno cominciato a definire ulteriormente, a specificare che cosa fosse “dell’educazione”, considerandola a partire dal luogo in cui essa avveniva, dai temi che si potevano trattare a seconda della tipologia di servizio o di utenza, delle professioni e dei ruoli che si incontravano; riflettendo sui significati che si generavano a seconda del ruolo esplorato, o se l’abitare quei luoghi di educazione o formazione fosse fatto come  “fornitore” di educazione o come “fruitore” di educazione.

Questo ha permesso di andare a ricercare i nodi dell’educazione,  e la riflessione si è necessariamente colorata di altre declinazioni.

Uno degli snodi interessanti riguarda l’educazione di genere.

Nel senso che non è irrilevante il genere, e nemmeno come le strutture educative si conformamo a seconda di chi vi abiti o eserciti un ruolo di fornitore di educazione.

donna1x

Tutta la nostra esistenza è caratterizzata da processi di formazione ed educazione continua su cosa “sia” essere donne o uomini, e cosa sia pertinente all’essere donne o pertinente dell’essere uomini, spesso aiutando a definire alcune azioni, altre volte rendendole stereotipate. E quindi anche quali gesti debbano (dovrebbero/dovranno/potrebbero/potranno) appartenere alle azioni educative, di un operatore maschio o una operatrice femmina…. Comincerei però con il primo vincolo, per me è possibile esprimermi tanto grazie alla mia specificità formativa e professionale e quanto a quella di genere, perché ciò che mi è stato insegnato è stato vincolato e veicolato anche dalle differenze di genere, nelle sue potenzialità e nelle sue derive. Ed è da questa parzialità che provo a lavorare sulle derive del mio lavoro.

Oggi mi accade di soffermarmi sulle differenze di genere e sul coordinamento, e quali possano essere differenze tra l’essere un coordinatore uomo o coordinatore donna, e come esse possano esprimersi. A partire dal servizio in cui attualmente opero, mi sembra importante, lavorare sulle derive educative che si producono in un servizio destinato primariamente alla cura/accudimento ed erogato da una maggioranza di donne.

Qual è la deriva culturale dell’educazione al femminile che si va specificare nella conduzione di un centro diurno disabili?

L’approccio prevalente è quello che riguarda processi di educazione a partire dal puro accudimento, poichè – spesso – le persone disabili in un CDD hanno bisogno di cure primarie ed è quasi inevitabile che venga non solo fornito un alto livello di attenzione alla cura. Eppure la deriva è che esse diventino l’approccio e lo sguardo prevalente. Cura, accudimento, protezione, maternage. Inoltre l’approccio al maternage si sostanzia anche grazie al gran numero di operatrici donne che lavorano nel settore.

Si aprono quindi altre domande e digressioni.

L’educazione professionale delle donne viene spesso confinata, ridotta e quindi banalizzata con l’idea di un capacità di accudimento l’accoglienza, che pure corrisponde l’educazione alla cura che viene offerto alle bambine, come se ci fosse la formazione della furura madre all’istinto “femminile”,  alla costruzione culturale di una istintualità  o normalizzazione del gesto educativo di cura che le donne imparano sin da piccole, (con il gioco con bambole e pelouche, del vestire, svestire, abbracciare, cullare, nutrire, coccolare).

Ecco che diventa necessaria, per chi coordina, l’introduzione di una variante (in questa cultura) che derivi dall’inserimento della tecnicalità, e della ricerca del gesto educativo; un gesto che seppure parta da un “azione”naturale, deve essere attraversato del pensiero, dal tema e dalla ricerca di un obiettivo educativo, ed infine dalla ricerca di un significato. Il mio contributo all’educazione al femminile, nel mio servizio, è che essa non diventi la deriva del femminile, la sua scontentezza; ma che sia la ricerca di un gesto significativo e ricco, plurale e portatore di ricchezza e significati poliedrici e plurali. Perché possa uscire dalla sua connotazione più antica e naturale e si sposti verso un approccio più tecnico. Ossia ciò che permette di dire “scelgo quel gesto perché lo penso”, scelgo quel gesto perché ho l’intenzione di incontrare l’altro in un certo modo.

Il gesto assume una colazione educativa, ed esce dalla sua forma connaturata,  si colora di un intenzionalità nuova, di un pensiero, di un’osservazione, di una modificazione volontaria nella sua produzione.

Il gesto si produce con intenzione e consapevolezza che gli da forma e significato diverse, si riempie di domande, non è più natura e istinto ma diventa già cultura e sapere. Il gesto con intenzione si colloca sulla scena specifica, la carezza per un figlio non sarà “come quella” per un utente,  i due gesti diranno due cose diverse perché le persone sono diverse, perché ruoli sono diversi, perché i contesti diversi, perchè sono pensati a partire da questi snodi.

Credo sia questo il mio contributo per la giornata internazionale delle donne. Oggi e non solo.

Trovo necessario per l’educazione e per le donne dare all’educazione femminile, una forma e una dignità, una consapevolezza più alta del significato che riesce a esprimere nelle azioni. Dando contenuti e consapevolezza nuovi ai gesti che si agiscono. Offrendo intenzionalità e progettazione sicuramente diverse da “quell’istinto” femminile che viene propagandato come educativo e che spinge le donne in ambito professionale di educazione. Educare e scegliere, a partire dalla consapevolezza della propria parzialità (anche femminile), per offrire alla propria professionalità una dimensione capace di interagire e ampliarsi, e offrire all’altro tutta la ricchezza educativa possibile, una educazione che si sbanalizza se è capace di riconoscersi e  riconosce le proprie derive.

Intenzionalità

Schermata 2012-12-30 alle 18.19.38Lettura vacanziera e inaspettatamente piacevole e leggera. Da cui sorge un dubbio, uno fra molti.

Adolescenti, quelli che incrocio ultimamente per via del ruolo ora genitoriale ora professionale che rivesto.

Dai loro racconti relativi alle quotidiane esperienze scolastiche sembra non mostrarsi mai il dubbio che i loro docenti siano consapevoli del lavoro che fanno, o che le scelte operate nel loro interagire nella loro pratica di insegnamento con un gruppo di giovani, non siano mai dettate da un pensiero, un progetto, una intenzionalità. Così questi ragazzi raccontano di professori un pò freak che usano un linguaggio strano, capace di meticciarsi e snodarsi  tra sgrammaticature e e un italiano obsoleto, colto ed incredibilmente corretto (ma ahiloro del tutto incompreso e sconosciuto ai ragazzi)

Mi chiedo se questo non sia che “un errore” di valutazione, legato ad una visione giovane, che non pensa ancora totalmente attraverso metalivelli, non ha ancora pienamente imparato a pensare il pensiero, o a riflettere sui i processi di apprendimento (e di insegnamento), che incontra.

Oppure se sia una funzione che la scuola non riesce ancora pienamente a tradurre, non mostrandosi altro che come luogo che insegna un sapere immobile,  invece che come uno spazio vivo che pensa a come ( non solo a “cosa” ) insegna, che si espone alla critica per insegnare, che gioca ad insegnare nell’imprevedibilità .

Fatto sta che ogni anomalia del modo di insegnare vien colta, e sbeffeggiata, come stramberia o al peggio come sintomo di grave ignoranza; e mai come intenzione, interruzione, frattura, scarto, variazione da cui imparare.

Un post illuminante ..

…. Questo che scritto da un collega,  mi pare offrire con chiarezza e essenzialità, tutto il valore dell’educazione, tanto professionale che naturale.

Questa frase è uscita qualche giorno fa in una chiacchierata in cui si parlava di trasferimenti in paesi stranieri, con la difficoltà di imparare la nuova lingua, gli usi, le abitudini, i costumi… e con l’inevitabile stanchezza e lo sconforto che accompagnano questo processo.