I vaccini e la dimensione pedagogica (ovvero il titolo fuorviante)


 Post pubblicato anche su Facebook in data 2 giu 2017

Parlerò di vaccini? No. Per fortuna no.
Ma il titolo sarà un ottimo acchiappaclic/mi piace, ed è un escamotage che usano tutti. O in troppi. Così come se intitolassi il post “I rischi delle balene blu”. Si tratta di argomenti serissimi, per carità, ma per i quali rimando ad altre persone il compito esplicativo.
Lo so, non è una manovra propriamente corretta.
Ma è questo che in fondo voglio trattare, della comunicazione e dei contesti. Perché impariamo e insegniamo in contesti che possono essere definibili e che ci permettono o meno di dire alcune cose, invece di altre, e di capirne solo alcune. Viviamo in zone di luce e di ombra, come in un bosco, in cui nel corso del tempo dettagli ci appaiono diversi o più chiari. E talvolta troviamo le notizie o le informazioni proposte in modo fuorviante.

CONTESTI (1) Un elemento che riconosco importante e significativo delle mia professione è che il discorso pedagogico permette di attraversare e comprendere le esperienze educativa (professionali o genitoriali) a partire dal contesto, dall’orizzonte che si può vedere, grazie all’incontro con l’altro. Educare come possibilità di mostrare il mondo, le scelte, la strada per crescere, le responsabilità e gli sguardi necessari.

 


RUOLI Ricordo una lezione di una dei miei formatori, che spiegava come a seconda del contesto la stessa frase/azione avesse un significato assai diverso. Ad esempio se devo spiegare ad un genitore cosa potrebbe imparare un ragazzo con disabilità, avrò da tenere conto di implicazioni diversissime (a livello emotivo, cognitivo, affettivo, umano, di responsabilità), rispetto al mio proporre la stessa questione ad un educatore, che avrà comunque un ruolo diverso. Il genitore ha un ruolo e una responsabilità che durano una vita intera, e l’educatore ha un ruolo professionale circoscritto in un arco e un ambito temporale diverso e preciso, così come emozioni e affetti si direzionano ovviamente in modi diversi.
Ma torno al principio del discorso. E magari trasversalmente riparlo anche di vaccini e Balene blu con una domanda: qual’è il problema?

CONTESTO (2) Il problema è il contesto, la scena, lo sfondo in cui accadono le cose. Il problema è che non possiamo sfuggire alla necessità di tradurre, interpretare meglio la realtà che ci parla, che non possiamo evitare di collocarla in una dimensione storica e anche da lì partire per comprendere.
PAURE Il problema vaccini ma anche a quello delle Balene Blu è un problema legato alla nostra paura del mondo e della fragilità che ne percepiamo, al timore di non proteggere i nostri figli e quelli altrui, alla certezza che forse non potremo sempre farlo abbastanza. Le malattie sono traditrici e a volte terribili e anche il suicidio in adolescenza è una prospettiva a cui nessun genitore (o educatore) riesce a considerare. Non abbiamo nessuna assicurazione sulla vita e sul futuro. Ci piacerebbe, la vorremmo, e fingiamo che lo sfondo della vita sia piano e certo.

WEB E’ lo scenario fantastico e tremendo in cui avviene l’esposizione mediatica e non filtrata di ogni istanza umana, e per sua struttura (non mi dilungo qui) tante cose si diffondono velocemente, infatti e non non a caso diciamo che una notizia è virale. Si diffonde veloce come un virus, e riempie ogni spazio possibile e toglie spazio all’analisi e al pensiero. Diventa totalizzante tanto più tocca le paure e le emozioni profonde o nascoste.

TRADUZIONI Così ci tocca fermarci ad imparare velocemente a tradurre il luogo in cui siamo, le voci che ci parlano, sono attendibili? Non lo sono? Sono neutrali oppure no? Sono frutto di una isteria mediatica e poco informata a cui gli stessi media (giornali/tv web) scadono piuttosto spesso? Ci informano correttamente? Ci aiutano ad orientarci? Abbiamo a disposizione, come non mai nella storia, una biblioteca vivente a cielo aperto, sempre disponibile 24 ore su 24, abbiamo l’accesso a tutto il sapere di bassa lega, quello di medio valore, e quello di altro valore. Che dobbiamo confrontare con ciò che sappiamo, siamo e desideriamo per noi e per i nostri figli.

MONDO LIQUIDO La prospettiva è a dir poco vertiginosa. Tanto più se le voci prevalenti urlano, insultano, mortificano, insinuano, mostrano panorami tremendi, uguali o opposti; mentre mettono in dubbio i nostri convincimenti e gli stessi dubbi. Siamo generazioni abbastanza colte, ormai, ma ci confrontiamo con la modernità liquida, l’iperconettivismo, la mondializzazione, la globalizzazione, la post verità, le fake news, insomma con una complessità in movimento da decifrare
Credo che la dimensione dell’incontro pedagogico sia una buona possibilità che ci permette di costruirci il traduttore del mondo nella parte che ci occorre, serve o interessa e che riusciamo a vedere, quando ci troviamo a pensare ai nostri figli; quando siamo impegnati nel nostro rapportarci con la realtà per capirla o spiegarla, attraversarla, insegnarla, anche quando dobbiamo comprenderne e/ mostrarne i rischi e pericoli?

In the name of love – #lovedu 1

Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Un uomo imprigionato in un recinto di filo spinato – Un uomo che resiste – Un uomo finito su di una spiaggia deserta – Un uomo tradito con un bacio ( pride – in the name of love – U2)
Premessa: sul web siamo pubblici e spesso anche personali.

Possiamo essere pubblici e personali, solo pubblici, solo personali (ma siamo e resteremo in sempre in un luogo pubblico).

Ricordiamoci solo che ciò che trattiamo di nostro e personale non è detto che sia privato; tale sottile differenza va insegnata e presidiata, anche in termini educativi, intendiamo per privato qualcosa che non solo è personale, ci riguarda in quanto persone ma è un dato, un pensiero, una espressione di noi che è riservata solo a noi stessi o ad una gamma molto selezionata di persone scelte, e con attenzione, per essere depositarie di quel dato o espressione della nostra vita.

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Come adulta, come madre, come donna e come persona che si occupa professionalmente di educazione sento che in questa fase storica, culturale, personale, tecnica, professionale, civile ed etica sia importante parlare di amore.

In questo caso si tratta di assumersi una responsabilità, apprentemente non richiesta, ma connessa ai ruoli che ho elencato e in quanto tale non negoziabile; sento che occorre farlo in quanto parte attiva di un contesto civile e sociale e a maggior ragione in qualità di “potenziale” produttrice/divulgatrice/comunicatrice di cultura in ambito web.

Probabilmente parafrasando il famoso assioma di Watzlawich siamo e comunichiamo in rete e non possiamo non esserlo e non comunicare.

Social è comunicazione e non può non esserlo.

Questo ci lega ad una responsabilità e ad una riflessione sull’intenzionalità comunicativa che adottiamo che deve o dovrebbe essere costante.

Perché l’amore?

Perché amore è ciò che ci permette di avere la cura del mondo, delle persone, delle emozioni e dei sentimenti, dei desideri e dei diritti, di noi stessi e degli altri, perché è ciò o dovrebbe proiettarci appena di un centimentro fuori da noi stessi e generare azioni che fanno crescere, che liberano, che aumentano il benessere attorno a noi.

Perché tutti ne parliamo o lo pratichiamo, ma non sempre con esiti proficui, perché non lo si insegna, o non se ne sa parlare bene, perché non se ne declinano le parti deviate se non quando la cronaca che ne mostra gli esiti. Ed esempio nel caso dei femminicidi. Perché nessuno ci spiega che desiderare e amare sono due cose diverse.

Perché è un tema infinitamente declinabile da trattare, a partire da molti paradigmi e mai completamente risolto.

Perché ci mette a confronto con ciò che siamo e raccontiamo, e che ci permette – se siamo fortunati di conoscerci meglio e condividere delle parti – inserendole nella corrente di flusso immensa e cangiante del web, facendone oggetto di confronto, scambio, conoscenza, apprendimento, insegnamento, filosofia, poesia, pedagogia, antropologia, scienza etc etc etc

Blogging Day – #pedagogiaescuola: “Lezione Sdraiata” guest post di Rita Pastori

INTRODUZIONE

Ogni mese il gruppo Facebook “Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti” (link gruppo) propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto.
Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici (link sito).
Il tema del mese di febbraio: Pedagogia e Scuola
“Con l’ingresso nel circuito scolastico i bambini smettono di essere “esclusiva proprietà” delle famiglie ed entrano a pieno diritto nella società come soggetti. Subito dopo il contesto educativo per eccellenza (la famiglia) è la scuola il luogo in cui bambini e ragazzi passano la maggior parte del loro tempo. 
Come e quanto viene percepito dalla scuola e dai suoi attori il ruolo educativo che viene loro chiesto? Qual è l’anello mancante nel processo insegnamento-apprendimento? Come vivono la scuola coloro che ci lavorano?”

Buona lettura.

GUEST POST: LEZIONE SDRAIATA

L’aula B2.15 (plesso B, secondo piano, penultima in senso orario ad angolo del quadrilatero… che un collega gentile a settembre mi indicò come: “ la prima qui a destra dell’aula docenti”) oggi è decisamente gelida. È  sempre così alle 7.55 del mattino. Poi, grazie al “riscaldamento Betlemme”, come dice la saggia prof. di matematica, pian piano si scalda fino a raggiungere, alla sesta ora, quel caldo tropicale da stagione delle piogge: umidità 99%. Eppure questa struttura è nuova, dovremmo avere il ricircolo dell’aria 10 volte all’ora grazie a un sistema di riscaldamento/aerazione super moderno.

Entrare nelle aule di quest’istituto attraverso le porte automatizzate mi fa una certa impressione. Sembra quasi di essere sull’Enterprise. Grazie al cielo la B2.15 ha una normalissima porta con la maniglia rotta, che fa tanto scuola italiana. La dotazione tecnologica però c’è tutta: tablet per compilare il registro elettronico, accesso a internet, cavi e cavetti per collegare il tutto alla lavagna multimediale.

Oh no! È sparito il proiettore! E io come faccio? Avevo preparato una lezione con “differenti supporti mutimediali”. Insegno “Teoria della comunicazione” e il programma prevede un’unità di apprendimento sui new-media. E ora? Chissà dov’è finito il tecnico! Ragazzi, che dite? Ripristiniamo il vecchio libro di testo più quaderno per appunti? …Mi sa che stavo pensando ad alta voce…

Entrano in classe con gongolante lentezza i miei studenti di quarta grafico, con i soliti 10 minuti di ritardo, dichiarando di esser sopravvissuti sulle scale alle orde barbariche di quelli di prima e seconda. Mi accorgo solo adesso che là in fondo, nell’angolo buio a sinistra, c’è Massimo,  praticamente sdraiato sul banco, con lo zaino per cuscino e un giubbotto verde militare tre misure più grande con il cappuccio tirato sulla testa. Accidenti, non l’avevo notato, pensavo addirittura fosse un borsone dimenticato da chissà chi. Certamente mi avrà sentito mentre imprecavo contro i prodigi della tecnologia ma fa finta di continuare a dormire.

Strano, ora tutti si adeguano al buio e al brusio sommesso con impressionante senso di adattamento. Accendiamo la luce? Dico.  Risposta corale: noooooo!!!  Si sta così bene! Eppoi c’è Massimo che dorme. Poi lo disturbiamo. Poi si sveglia storto e no, non ce n’è per nessuno.1623697_770971929600219_1311365130_n

Non Le conviene prof!

Allora mi sa che vi beccate una lezione “sdraiata”, giusto per fare il verso a Michele Serra, quel giornalista che ha scritto a una generazione di sdraiati iperconnessi…tipo voi. Giusto?

Michele chi? Generazione che? ..io sapevo di essere duepuntozero prof! Dice prontamente Annalisa. Guardi che i cellulari li abbiamo spenti. Vabbè, no… in modalità aereo, fa Brian. E comunque io la ascolto lo stesso, continua Marco, che non c’è mai alla prima ora (viene da un paesino sul confine svizzero) ma oggi c’è, con il suo vocione baritonale e interviene con: “può parlare, le mie cuffie sono spente, controlli pure”.

… perché non spari quella nuova di Jovanotti così ci addormentiamo tutti, fa Olga. Sèèèèèèè.

E Carmen, alzando sopra la testa della compagna il suo Ipad: vuol vedere la locandina che abbiamo fatto in Progettazione per il concorso  dell’Infomagiovani di Varese? non ci crederà ma abbiamo pensato a un headline più incisivo, ne avevamo parlato con lei nella sua ora, prof. Siamo arrivati secondi, sa?

Che dire, la “lezione sdraiata”sembra abitare la 4^D molto meglio della mia bella unità di apprendimento. Massimo, che all’alba delle 8.40 decide di alzare rumorosamente il capo, dopo un breve sospiro, stiracchiandosi, se ne esce più o meno così: “allora prof. si è decisa? Si parte o no con l’analisi dei dispositivivi 2.0 presenti in aula? Tanto lo so che è lì che vuole andare a parare!”

AUTRICE

Schermata 2014-02-26 alle 10.53.05Chi è Rita Pastori ?

Ho 47 anni, mi sono laureata in Pedagogia e sono abilitata all’insegnamento in Filosofia, Psicologia e Sc. dell’educazione.                                                                           Sono docente da più di 20 anni nella scuola secondaria di secondo grado.                                                                                                                                                            Precaria in varie scuole in provincia di Varese, solo dallo scorso anno sono di ruolo c/o IS Falcone di Gallarate.

Amo la danza in tutte le sue forme: mi piace riflettere con il corpo in movimento.
L’acqua è il mio elemento naturale ma ascoltare il respiro mentre salgo sui pendii dei monti mi fa percepire l’abbraccio del mondo.

BLOG PARTECIPANTI

Tutti i contributi su # pedagogiaescuola verranno raccolti su Snodi Pedagogici

 

Il Piccolo Doge

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Allenare, Educare

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Bivio Pedagogico
InDialogo
Labirinti Pedagogici
Trafantasiapensieroazione

Netiquette ovvero regole di educazione in rete

keep-calm-and-follow-netiquette

Ho preso da 42 l’elenco delle voci che compongono la loro netiquette, convinta che possa tranquillamente valere per ogni  luogo web, dove sia primaria la possibilità di scambio e confronto.  

Mi sono permessa di modificare o aggiungere qualcosa, qualora mi sembrasse necessario per generalizzare meglio i concetti (le modifiche sono di colore diverso). In realtà ho fatto ben poco.

42etiquette (Consigli di comportamento per rendere questo un posto speciale)

  • Ricordare l’essere umano. Quando comunichi online, tutto ciò che vedi è lo schermo di un computer. Quando parli con qualcuno dovresti chiederti “Direi queste stesse cose in faccia a questa persona?” o “Un mio amico si offenderebbe se gli dicessi queste stesse cose?”
  • Quando si è online, aderire agli stessi standard di comportamento che si seguono nella vita reale.
  • Leggere le regole di una community, prima di inviare qualsiasi cosa. Le trovi, in genere, nella colonna a destra. (cercale o chiedi, è lecito e consigliabile)
  • Leggere la 42etiquette. Leggila ancora e rifallo una volta ogni tanto. La 42etiquette è un documento “vivente”, in continua lavorazione, e potrebbe cambiare nel tempo con la crescita della community. (cerca  e leggi – dove vuoi – il significato e l’importanza di adottare un comportamento consono alla netiquette locale, o quella che è di buon senso adottare sul web, sempre)
  • Moderare in base alla qualità, non alle proprie opinioni. I contenuti ben scritti e interessanti valgono tanto, anche se non ti trovano d’accordo.
  • Non sottovalutare la grammatica e l’ortografia. Le discussioni intelligenti richiedono un sistema di comunicazione condiviso. Sii aperto alle correzioni fate in modo gentile.
  • Mantenere i titoli il più possibile attinenti e liberi da opinioni. Se senti il bisogno di sbracare, puoi farlo nella sezione dei commenti. (consiglio specifico, ma in un tempo di cattiva comunicazione il titolo va pensato)
  • Cercare sempre la fonte originale del contenuto che si vuole condividere, e invia quella. Spesso un blog fa riferimento a un altro blog, che fa riferimento a un altro ancora, ecc… e nel frattempo tutti mettono in bella mostra i propri annunci pubblicitari. Scava tra tutti quei riferimenti e invia un link all’autore originale, che è l’unico a meritare quel traffico.
  • Scegliere la community più appropriata per i propri contenuti. Puoi anche decidere di inviarli in più di una community (cross posting), se l’argomento è pertinente.
  • Cercare eventuali duplicati, prima di sottoporre il proprio contenuto. Gli articoli ridondanti non aggiungono nulla alla conversazione. Detto questo, a volte a causa di attimi non colti, un brutto titolo o, semplicemente, sfortuna, una storia interessante potrebbe fare fatica a farsi notare. Sentiti libero di ripostare di nuovo qualcosa se ritieni che il primo contenuto non abbia avuto l’attenzione che si meritava e potrebbe fare meglio. (consiglio specifico, ma fa pensare che ogni condivisione va pensata, deve avere una intenzionalità)
  • Linkare direttamente i file che si trovano in una pagina così come lì hai trovati, senza aggiungerci niente.
  • Quando possibile, usare come link le url normali, anche se lunghe, ed evita gli short link (che oggi ci sono e domani chissà), le pagine temporanee che potrebbero scomparire. In particolare, nel caso dei blog, usa i “permalink” al singolo post, e non la homepage.
  • Considerare la possibilità di inviare critiche costruttive o una spiegazione, quando si vota qualcosa in modo negativo. Fallo con accuratezza, ma anche con tatto.
  • Segnalare tutto lo spam che si trova.
  • Navigare nelle pagine dedicate alle nuove discussioni e votarle. Vedilo come un, beh, pubblico servizio. (consiglio specifico, ma se partecipi ad una community o segui un blog curiosare in giro è lecito e consigliabile)
  • Leggere per davvero un articolo prima di votarlo (piuttosto che basare il tuo voto solo sul titolo).
  • Sentirsi liberi di inviare link a propri contenuti (senza esagerare). Ma se invece tutto quel che invii riguarda sempre e solo te e che venga spesso votato negativamente, magari prova a guardarti allo specchio — potresti scoprire (succede anche nelle migliori famiglie) che sei uno spammer. Una regola non scritta molto usata da queste parti prevede la proporzione 9 a 1, ovvero: su 10 cose che proponi, solo una dovrebbe riguardare tuoi contenuti.(consiglio specifico, ma non diventare spammer stopposi o troppo autocentrati è importante, come lo è diffondere la varietà e le buone cose altrui)
  • Articoli o discussioni contenenti materiale esplicito come il nudo, parolacce orribili, ecc…: marcali come NSFW (Non adatti a un luogo di lavoro) per nudità. Se invece qualcosa è adatto ai luoghi di lavoro ma dal titolo non si direbbe, marcalo come SFW (Adatto ai luoghi di lavoro). Usa giudizio nell’attribuire queste tag, e vedrai che tutto andrà per il meglio.
  • Applicare la regola “innocente fino a prova contraria”. A meno che non sia oggettivamente chiaro che un contenuto sia sbagliato o sia stato inserito per “pescare karma”, non dire che lo è. Rovina l’esperienza non solo a te, ma anche a tutti gli utenti che leggono quarantadue ogni giorno. (consiglio specifico, insomma abbassa il livello di iper reazione a quello che scrive qualcun’altro, aiuta a pensare e ragionare.
  • Rileggere i propri contenuti e verificare gli errori, prima di inviarli, specialmente il titolo che si è scelto. Assicurati che i fatti che stai citando siano verificati per evitare qualsiasi tipo di problema.

Cose che NO

  • Esercitare qualsiasi tipo di attività illegale.
  • Pubblicare informazioni personali su qualuno, o anche solo linkarle. Il che include link a pagine pubbliche su Facebook e screenshot da Facebook nei quali i nomi siano leggibili. Siamo tutti infastiditi dalle cose stupide che la gente fa o dice online, ma la caccia alle streghe e la giustizia fai-da-te hanno spesso provocato vittime innocenti. Quel tipo di contenuti o commenti saranno rimossi. Gli utenti che pubblicano informazioni personali vedranno il proprio account cancellato immediatamente. Se ti capita di notare un utente che pubblica informazioni personali, sei pregato di segnalarlo agli amministratori. In più ricorda, per pagine come quelle di Facebook nelle quali sono spesso pubblicati dati sensibilii, di mascherare le informazioni personali e le immagini che ritraggono persone utilizzando la sfocatura (“blur”, su Photoshop) o un semplice blocco nero. Quando le informazioni personali sono rilevanti ai fini di ciò che viene detto all’interno di un post, usa i colori per indicare chi è che è responsabile di aver detto cosa.
  • Inviare nuovamente informazioni rimosse o cancellate. Ricordi il commento che qualcuno ha inviato e successivamente cancellato perché conteneva informazioni personali o immagini imbarazzanti? Resisti alla tentazione di inviarlo di nuovo. Non importa che cosa contenesse. E’ stato cancellato per un preciso motivo.
  • Essere (intenzionalmente) rude in generale. Scegliendo di non essere antipatico contribuisci a incrementare il livello di civiltà della comunità e la rendi migliore per tutti.
  • Fare comunella con quelli che se la prendono con un altro utente di quarantadue senza prima verificare le ragioni di entrambe le parti. Quelli che incitano a intraprendere questo tipo di azioni sono spesso motivati da cattive intenzioni e sono, molto più spesso di quanto si creda, dei troll. Ricorda: ogni volta che  qualcuno che ha contribuito alla crescita della comunità viene spinto ad abbandonarla, tutti perdiamo qualcosa.
  • Chiedere a qualcuno di trollare altri utenti, nella vita reale, o su altri siti e blog. Non siamo il tuo esercito personale.
  • Attaccare personalmente altri commentatori. Gli attacchi personali non aggiungono nulla alla conversazione.
  • Iniziare un flame. Segnalalo e morta lì. Se senti davvero il bisogno di confrontarti con qualcuno, lasciagli un messaggio educato con un link alle regole, e basta.
  • Insultare gli altri. Gli insulti non contribuiscono a una conversazione costruttiva. Le critiche costruttive, invece, sono appropriate e incoraggiate.
  • Trollare. Comportarsi da troll non contribuisce alla discussione.

Pedagogia contro tutti?

Disclaimer

La riflessione non può essere e non intende esauriente relativamente ad un argomento così complesso e articolato. E fa riferimento alla dimensione divulgativa web che professionisti dell’educazione e famiglie usano come canale informativo.

Img. tratta dal film Educazione siberiana
Img. tratta dal film Educazione siberiana

Recentemente mi sono imbattuta in più di una riflessione che mette in discussione i protocolli del DSM IV e porta una accusa assai impegnativa rivolta all’industria farmacologica (nello specifico americana) interessata spostare l’asse medico psichiatrica verso l’introduzione di nuove patologie (evidentemente curabili in termini farmacologici), basta ricordarsi il dibatto animato degli scorsi anni che ha riguardato l’uso del Ritalin nei bambini con una diagnosi di “deficit di attenzione” (ADD) e/o “iperattività/impulsività” (ADHD).

Il tema l’ho visto sviscerato ora con maggiore (2) e ora con minore serietà, talvolta portato avanti con ansie da teorie del complotto, altre volte come conseguenza di azioni di difesa corporative, ma spesso quello che ne esce è una rappresentazione di un mondo scientifico come pericoloso e cattivo, malintenzionato a profittare degli altri, contrapposto ad un “mondo” che si ammanta di una autopercezione virtuosa, disinteressata e buona, o legittima.

Peccato che il mondo sia appena un poco più complesso di così.

Ma quello che può mi rende attonita è la deriva (1) pedagogica/educativa che afferma la primarietà del proprio paradigma unico utile ad affrontare ogni qualsivoglia problema infantile.

L’ansia, del tutto, legittima di mostrare che i professionisti dell’educazione e della pedagogia hanno risposte importanti e complesse per le famiglie, che l’educazione è una competenza integrativa, trasversale e fondativa non solo della nostra costruzione culturale, della dimensione familiare, ma anche delle pratiche di accudimento e cura e sostegno alla salute. L’ansia è anche legittimata da una prevalenza insistente del paradigma psicologico, che a furia di essere reso così divulgativo, ha reso un cattivo servizi a se stesso (overbooking di psicologia spasso e depotenziamento del paradigma stesso, annichilamento di altre scienze sorelle e altrettanto necessarie alla lettura del quotidiano oltre alla dimensione emotiva e psichica cfr. antropologia – sociologia – filosofia e in parte pedagogia), e ha tolto ossigeno lavorativo (posti d lavoro) ad altri saperi.

Purtroppo la deriva di una reazione sana e legittima di una disciplina che sta ricercando una nuova ed ulteriore identità in un clima di trasformazione culturale epocale (rivoluzione web – globalizzazione ) rischia di negare il valore dell’alterità: pedagogia versus tutti, che può portare ad una poco proficua azione da Don Chiscotte,  esistere contro i mulini a vento.

Eppure educazione e pedagogia sono una struttura fondamentale della civiltà umana, irresistibilmente carsiche, irresistibilmente simili ad una araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri ad ogni svolta epocale, e questo è uno di quei momenti di rinascita, in cui l’essere Don Chiscotte non serve.

La stessa natura del cambiamento epocale dichiara che la dimensione educativa e pedagogica non può resistere in una identità “muscolare”, che si dichiara onnipotente mentre che le altre professioni e gli altri saperi sono solo feccia, ma in una esistenza liquida e capace di mostrarsi nella complessità.

Probabilmente una critica al paradigma scientifico prevalente va posta, di default, con tutta le serietà professionale che nasce dal non farne una crociata, ponendo tutta la potenza argomentativa e disciplinare laddove la medicina e la psicologia non trovano confini ed errano nell’errore e negli eccessi, e nell’eccesso di risposta farmaceutica.

Ma ogni bambino gioverà oltre che un buon supporto educativo, anche dun eventuale sostegno di musicoterapia, arteterapia, musicoterapia, psicomotricità, logopedia, consentiti e raggiungibili solo attraverso un percorso diagnostico fatto in un servizio di neuropsichiatria infantile; che per mia personale esperienza non sempre così necessariamente improntate alla scelta farmacologica quanto più spesso a scelte multidisciplinari, integrative volte al benessere complessivo del bambino.

Questa dimensione va colta e pensata da parte di chi, occupandosi di educazione, è consapevole di dovere dare significato alla dimensione complessiva del bambino, alle percezioni sociali e culturali che si creano attorno a lui, alla visione che la sua famiglia ha di lui, e di ogni suo eventuale problema, sanitario, emotivo, o altro.

Come si vadano a collocare l’educazione professionale e la pedagogia in questo scenario è sicuramente una esplorazione che va fatta, anzi che deve essere fatta.

Come vada riorganizzata la società del welfare attorno ai nuovi bisogni di salute, di sapere, di saperi liquidi, di multiculturalità, di globalizzazione, di iperconnessione è una domanda che chi si occupa di educazione deve porre, così come deve porre serie critiche ai paradigmi riduttivistici della medicina, della psicologia e della pedagogia stessa quando queste vanno alla deriva in questa zona stagnante. Senza incorrere nelle crociate che forse pochi esiti offrono a chi ha un vero problema, per il quale cui l’incontro con gli operatori dell’educazione può offrire non il sollievo ma la significazione, la sua collocazione in uno scenario di vita più complessivo e comprensivo, attraversabile. Una esperienza in cui imparare, trovare appigli e possibilità di scelta e crescita.

Nota:

  1. Deriva Un oggetto in un corpo d’acqua è detto “alla deriva” quando galleggia senza propulsione e senza vincoli.
  2. I due post allegati fanno riferimento ad una dimensione critica sicuramente interessante e degna di lettura ed attenzione, da parte di chi si occupa di educazione, e la loro pubblicazione non intende renderli paradigmatici o esaustivi, e tanto meno ritengo possano essere indicativi delle derive educative (cui facevo riferimento) dove alcuni di coloro che occupa di educazione attaccano e stigmatizzano ogni posizione medica/psicologica. Ne d’altra parte questo post intende erigersi a difesa del paradigma medico psicologico, laddove esso, perdendo il suo confine, tende a eleggere a sintomo ogni minima deviazione dalla norma, e quindi ad agire in sempre e soltanto senso curativo e farmacologico (dove non necessario), a maggior ragione se guidato da interessi economici altrui.

http://www.doppiozero.com/materiali/contemporanea/fragilita-una-compagna-clandestina

http://www.giuliocavalli.net/2014/01/02/fragilit-farmaceutica/