State distanti

Abbiamo da fermarci, e non solo per stare distanti, per meglio comprendere come (non solo quale) sia la distanza che dobbiamo praticare nel lavoro educativo.

Noi, educatrici ed educatori professionali e pedagogisti come viviamo, cogliendola ogni giorno, la prossimità? Quale sensazione che ci rimanda il corpo quando un corpo altrui entra nel nostro spazio vitale? Come suonano i nostri passi che “vanno verso? ….?

Ci piace attendere l’avvicinarsi di coloro che amiamo, un gesto che ci rende prossimi?

Ci turba ogni folla che preme, attorno a noi, quando siamo costretti a frequentarla; amiamo gli ingorghi stradali quando sciolgono la tranquillità che ci creiamo negli abitacoli?

E quando a teatro o ad un concerto ci immergiamo e perdiamo i confini dell’io, avvolti in quella stessa folla che tanto sappiamo anche temere, che postura abbiamo, come la pensiamo?

Ora* siamo spinti a improvvisare distanze nuove, non scelte, non programmatiche, non scritte da nessuno, su nessun libro, dettate da necessità e paure.

L’argomento vicino/lontano è ben conosciuto dai nostri corpi, è una costante materiale e emotiva che ci mette in relazione con gli altri, e se si intreccia ad un ulteriore modi di misurare (troppo/poco) ci indica modi di stare in relazione:

troppo lontano/ poco lontano

troppo vicino/poco vicino

Allora dobbiamo ritrovarci nel nostro corpo cercando una nuova prospettiva che non sia quella abituale, né consolatoria, per tornare a ripensare le distanza che dobbiamo intrattenere con gli altri.

Occore rispecchiarsi in nuove vicinanze (o lontananze) e altri dialoghi che passino dalla cura minuziosa nell’uso di sguardi, gesti e parola.

Lascio una domanda aperta: se non posso usare la prossemica come comunico con l’altra/o?

ph. mcm
correre

e non posso usare la prossemica come comunico con l’altra/o?

 

 

*grazie al Covid 19

Parlare della paura, parlare con la paura (e con il coraggio)

IMG_5615La scena è questa: parco avventura (si tratta di percorsi aerei, su corde o passerelle tese fra gli alberi; i percorsi sono graduati in ordine di difficoltà e in base all’età).

Abbiamo, appunto, deciso di affrontare questo cimento; io e le due figlie, la piccola, notoriamente avventurosa e intraprendente, era eccitatissima, la grande con il suo solito stile inglese, con molto self control, si è messa alla prova decidendo e scegliendo in autonomia sino a che punto osare, e in che modo confrontarsi con emozioni e paure.

Quest’anno abbiamo parlato variamente della paura, un po’ per caso, e un po’ per necessità. La piccola, forte dei suoi 7 anni, e da qualche tempo vanta con grande determinazione di non aver paura di nulla. Ovviamente a me spetta la parte di quella che spiega, le mamme lo fanno spesso e a volte si sentono pure un pochino pedanti, e altre volte si sentono felici di insegnare …

Insomma in vari momenti le ho spiegato che paura è una buona cosa, ci allerta nel corpo e nelle sensazioni, ci prepara ai pericoli che stiamo per incontrare, ci aumenta il metabolismo e il battito cardiaco.

Ma è stato nel percorso che ci siamo davvero incontrate a fare i conti con la paura, la sua intensa in alcuni momenti, e la mia di non saperle insegnare ad incontrarla, ad affrontarla per quello che è, a provare a superarla o anche solo gestirla. Le corde si aggrovigliavano, e i percorsi si complicavano, i moschettoni andavano ganciati e sganciati, e laddove lei faticava, io dovevo prevedere quali percorsi l’avrebbero spaventata di più, spiegandole come poteva affrontare quel passaggio tra un albero e una altro, immedesimandomi nel suo grado di difficoltà e aiutarla da affrontarlo (dosando il giusto grado di sorveglianza e emancipazione). Poi le difficoltà sono oggettivamente aumentate, e la sua paura anche.

Ed è a quel punto che mi sono trovata a parlare “con la (sua) paura” che le toglieva quasi il fiato, accelerandone il battito cardiaco, irrigidendo i movimenti del corpo, fino a rischiare di bloccarli. Ho recuperato parole giuste, dosato il tono di voce, le ho ricordato le tappe che aveva già superato e la sua intraprendenza abituale, indicandole a voce i punti che stava superando.


Alla fine è rimasto un pianto liberatorio, lungo, e il tempo per recuperare il fiato spezzato, per un abbraccio, per il silenzio, per sentire anche le mie emozioni, tra fierezza e dispiacere per il suo dolore. Ma era di quello ciò di cui  avevamo bisogno. Un tempo per parlare alle emozioni, e delle emozioni, parlare al cuore e al pensiero, che sapevamo essere in fermento, ritessendo la connessione di un corpo che si ritrova intero. Questo che mi ha permesso di dare un significato autentico a tutti quei “pomposi” discorsi sulla paura, che tanto mi avevano fatto sentire una madre noiosa, e saccente.

IMG_5613La vita non risparmia differenti momenti difficili, cambiamenti, occasioni che ci aprono all’incontro con la paura.

La paura c’è, e soprattutto non si può (e non si deve) non aver paura; che è la compagna di viaggio del coraggio, dell’incontro con i propri limiti, e/o con la possibilità di oltrepassarli, o anche solo di guardarli in faccia. La paura come altre emozioni ci tiene legati al corpo, al senso di quanto accade e alla necessità di attraversarlo, di crescere.

Come madre lo so che non è finita qui, che abbiamo ancora tante prove da affrontare,  e io dovrò saper collegare con cura le mie spiegazioni, i miei saperi, ciò che osservo di quanto sta accadendo alla vita concreta, alle situazioni che accadano e alle esperienze che ci fanno/faranno incontrare.

Per la cronaca la figlia grande, a 17 anni, ha capito il trucco del dialogo tra paura e coraggio pertanto ha affrontato in solitaria i vari percorsi, scegliendo di affrontare le difficoltà (il labirinto verticale è davvero un cimento), di percepire e muoversi, e quindi di sfidare i suoi stessi limiti, per superarli e definirli. Alla fine è ridiscesa con un sorriso spettacoloso.

Sull’arrampicare come esperienza di apprendimento personale ne ho raccontato qui…

Corpi muti

Qualche  giorno fai in occasione di un laboratorio per bambini, mi sono accorta come alle volte gli adulti mostrino una grandissima imperizia nel muoversi insieme ad altri adulti-

Questi genitori collaboravano alla costruzione di un castello fatto di scatoloni: c’era chi tagliava un grosso scotch e chi lo prendeva per appiccicarlo alle scatole per costruire il castello.

Eppure i corpi questi genitori non si parlavano.

Dimostravano di non sapersi coordinare nell’azione, non sapevano “incontrarsi”, stabilire la reciproca distanza, quella necessaria a capire cosa fare,  quella necessaria per non intralciarsi reciprocamente in una azione che andava coordinata, e più semplicemente fatta ” insieme”.

Così, una attività in sé piacevole diventava veramente complicata da eseguirsi.

Una mamma, quella che si era assunta l’onere del taglio dello scotch i tanti pezzetti, si era incastrata nell’angolo più remoto e più scomodo, e meno accessibile del tavolo, incollando lo scotch al bordo del tavolo. in una posizione in cui era decisamente difficile accedere.

Un’altro genitore che faceva da supporto morale aveva incastrato la sedia acconto del tavolo, ostruendo quasi il passaggio, senza capire che questo posizionamento spaziale rendeva l’accesso ancora più complicato l’accesso.

Eppure questi genitori dimostravano tutta la loro buona volontà e il desiderio di aiuto,  di partecipazione all’attività, pur essendo del tutto ignari di quanti irrealtà la stesero bloccando. I lori corpi sembravano incapaci a comunicare, nel movimento, nel sincronizzare le azioni, nel scegliere lo spazio più adatto a fare un lavoro “di gruppo”.

L’intenzionalità non riusciva ad accedere, e a diventare azione.

Poco più in la uno sparuto gruppo di genitori osservavano il gruppo di bambini che, disposti lungo tavolo,, disegnavano; occupando una significativa parte del tavolo.

L’arrivo di un ultimo bambino, che doveva inserirsi nell’attività insieme ai compagni, non ha attivato nessun adulto. Nessuno di loro si è accorto della necessità, contingente, di lasciare libero un po’ di spazio questo bambino, che doveva accedere a pennelli, fogli e colori.

Sembra persino strano vedere  come non si fossero accorti che quello spazio e quell’attività era destinate bambini, che agire bambini avevano bisogno di spazio  dello spazio che stavano preoccupando loro.

Mi è sembrato straordinario come questi adulti pur nella consapevolezza di essere lì per i bambini non capissero come muoversi o dove collocarsi per osservare e non intralciare i corpi altrui.

Come se (i loro corpi) avessero bisogno di qualcuno capace di aiutarli (sempre i loro corpi) a muoversi e collocarsi, perché in autonomia non riuscivano di comunicare senza parole, o con il corpo.

Le domande sono molte, e non si tratta di indicare le colpe e/o le mancanze, al di la delle osservazioni più oggettive. Quegli adulti, in quel luogo specifico (una sala polifunzionale) non sembravano capaci di muoversi, come gruppo sinergico.

Possiamo ipotizzare che la mancata conoscenza, il luogo estraneo, l’assenza di un preciso coordinamento o di un indicazione sul ruolo che gli adulti dovevano assumere (per i bimbi era più facile erano lì come “giocanti”), siano stati i fattori che hanno reso quegli adulti e quei corpi muti.

Eppure la questione diventa importante per chi si occupa di educazione a più livelli. I corpi muti e incapaci di sinergia – di quei genitori – ci aiutano a vedere una latenza significativa, e una riflessione sullo spazio dedicato ai corpi in educazione, e alla loro capacità o meno di intersecarsi nei vari spazi della vita.