Educazione sessuale (purché a-sessuata)

In molti sembrano conciliare sulla necessità di consegnare ai figli/adolescenti/alunni una sorta di prontuario di educazione sessuale, affettiva, emotiva.

E sappiamo, almeno in linea generale, quali siano i contenuti si vanno ad insegnare nei contesti formativi “generalisti” e pù formali (le scuole dove si propone questo insegnamento o i consultori). Una veloce ricerca su web ce ne può dare la misura.

Resta l’area ombrosa della famiglia, che pure viene aiutata da molti testi, articoli, inserti, libri divulgativi facili e fruibili, ad affrontare le prime domande dei piccoli, su come nascono i bambini, da dove “escono”, e via discorrendo. Laddove questo accade lo scenario sembra presentarsi come subito rassicurante, ma  …i bimbi crescono e diventano adolescenti e le domande e risposte sembrano scomparire. O sembrano assumere i connotati di una comunicazione più tecnicizzata e assieme semplificatoria.

E’ davvero difficile parlare di educazione sessuale da parte di chi già pratica una attività sessuale, soprattutto se genitore, al proprio/a figlio/a adolescente destinato/a o già attivo/a nella “sua” vita sessuata? Possiamo uscire dallo stereotipo che vuole che non sia competenza  dei genitori l’imbarazzo di questo percorso, che impone di vedere l’uomo e la donna dentro ai propri figli?

I genitori sembrano i primi a vivere con impaccio la possibilità di raccontare – raccontandosi -; insomma il sesso va insegnato facendo finta, o quasi, che non lo si viva, che non lo si pratichi, oppure che non generi molte e straordinarie alchimie o abissali incomprensioni.

Alle madri è poi dato il mandato di educare le figlie femmine a diventare donne “fra donne”, perché si sa (si dice) che ci si intende meglio, c’è più “intimità, prossimità, complicità”; mi autorizzo a pensare che la medesima regola generale valga anche per i padri. In quanto madre sento addosso una sorta di mandato sociale all’educazione di mia figlia che dev’esser emotiva, affettiva e sessuale, ma soprattutto che è relativa alla scoperta di se stessa, non tanto della complessità dell’incontro con l’altro, e/o della polarità maschile; così provo a presumere che altre madri si riconoscano in questo input formativo. Ovviamente la medesima funzione educativa è attribuita socialmente anche ai padri.

Inoltre alle madri è dato insegnare il proprio modo di intendere la dimensione della sessualità, in modo quasi asettico, non inquinato dalla perturbazione che nasce dal desiderio del marito o verso il marito (padre – uomini in generale), dalla fatica di intendersi tra uomo e donna nel trovare anche questa forma di dialogo corporeo, fisico, amoroso, e passionale.

Come donna e come madre posso insegnare tanto la mia parte (come una donna si vive in questa sfera dell’esser persona), quanto la mia interpretazione del maschile (cosa chiede e come avviene l’incontro con il maschile). Un padre può esser altrettanto capace di nominare per sua figlia il proprio esser uomo, e il suo modo di comprender una donna; e nel dialogo con una figlio o una figlia, questo non può che dare adito ad una grande ricchezza di saperi, che al figlio o alla figlia resteranno come patrimonio personale.

Troppo intimo? Troppo intimo e privato da non poter essere insegnato, anche a rischio da mantener intatti tutti gli stereotipi di genere? E un rischio che si può o si vuole continuare a correre?

Ma in educazione  … esiste davvero qualcosa di “troppo” intimo e privato? O che non può, non deve esser insegnato, o che deve essere, a priori, escluso dall’intenzionalità educativa di una adulto, demandato a far crescere un figlio? La sfera della sessualità va negata? Dov’è il crinale?

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Dove si colloca il sottile crinale tra educare, non educare, e abdicare al proprio difficile ruolo?

Dove diventa rischioso non cercare il crinale stesso che aiuta a crescere come uomini e donne, e non solo come genitori, parlando di se stessi in termini di uomini e donne sessuati, nel goffo tentativo di scegliere con cura le parole importanti, utili ad  incontrare un figlio- una figlia su questo crinale?

Una rinuncia significa anche dire non insegnare ai figli, non poter nominare proprio da ciò che sembra creare più dubbi, cioè come si può  (o non può) incontrare il desiderio dell’altro, tanto quello che fatichiamo a nominare e conoscere, o che quello che alla fine abbiamo imparato a conoscere e nominare, nonostante si siano incontrati  simili pudori, imbarazzi, silenzi incontrati, come figli, con i nostri genitori.

L’affrontare questa fatica permetti di immaginare un genitore, ora la madre che si “dichiara”, attraverso l’azione comunicativa, come capace di parlare del proprio incontro con il desiderio di un uomo (tanto alla figlia e al figlio), ora il  padre che sa trasmettere del proprio incontro con il desiderio di una donna,nelle loro differenze. Infine genitori/adulti capaci di nominare il proprio desiderare insieme alla reciprocità, intenzionati ad insegnare – investigandoli – le differenze di genere, gli stereotipi ricevuti e trasmessi, e di cui i figli sono destinatari dentro e fuori casa. Ognuno coltivando l’arte della misura e della discriminazione, rispetto alla capacità di comprendersi, emotiva e anagrafica; riuscendo a smantellare, un poco, la visione dell’amore femminile fatto a 360° di cuoricini e amori romantici e quello del maschile improntato alla fruizione della sola pornografia.

Un comunicazione che implica come ultima e non secondaria deriva anche riflettere e nominare affrontare l’impatto e  il confronto con il corpo di un figlio o una  figlia adolescente sempre più sessuato/a, e soprattutto ormai destinato/a ad altre/altri; comunicazione che avviene in un momento in cui l’atto educativo serve a svincolarsi, per entrambe, dalle precedenti modalità di contatto corporeo (coccole, abbraccio, baci etc) utilizzati sino  sino ad allora, a circoscriverle, per cercare nuove forme e nuove distanze, liberatorie e più legittime per entrambe. Prese di distanza che avviino i figli fuori dal nido, alla ricerca del proprio modo di essere uomini e donne, e (perché no) anche loro dotati di una vita affettiva, sessuale, emotiva propria.

Questioni di potere

Riflettendo su alcuni anni di esperienza professionale a contatto con i “minori” e con i “disabili” e in generale con le famiglie, esperienza svolta in diverse tipologie di servizio e interpretata da ruoli differenti,  mi sono accorta che il ricordo più affettuoso lo ho riservato spesso ai genitori e in generale alla convivenza con la disabilità …

Fatico ad evocare ricordi molto piacevoli con i colleghi di servizio, i coordinati, con i minori, con i partner della rete. Esperienze non spiacevoli ma spesso rese faticose dalla dimensione comunicativa, da conflitti, o problemi più o meno grandi.

Con i genitori e le persone con disabilità, mi è riuscita più spesso la sfida di andare oltre al problema, al ruolo, alla diffidenza, al singolo dato per incontrare l’interezza e la complessità.

Non ho una lettura interpretativa adeguata, qui ed ora.

Però mi viene in mente che la difficoltà maggiore, che posso percepire, è la potenza del contesto, il potere della struttura organizzativa, dei vincoli e delle regole che tengono le persone strette ad un ruolo, che diventa maschera, e dove l’identità si sfuma nel problema.

il post si collega idealmente al tema espresso qui http://progettiguerrieri.wordpress.com/2010/06/09/creativita-disabilita-interezza-e-imparare-ad-esser-guerrieri/