Fare la fame

Nel mio nuovo lavoro, nella sua precarietà di lusso, un contratto a tempo determinato, vivo un mondo che non c’e’ piu’.
Il lusso di qualche anno fa, un centro disabili, con tutti i benefit che sono figli del welfare, i laboratori, i mezzi, gli operatori, un buon rapporto numerico tra operatori ed utenti, gli esperti esterni, i progetti.

Una bolla di benessere che sopravvive inconsapevole e residua, mentre attorno la cooperazione sociale collassa nei ritardi di pagamento dei comuni, i nidi e le case di riposo si svuotano, perché le donne tornano al lavoro casalingo e all’assistenza agli anziani, perché i soldi mancano e il lavoro scompare.

Attorno c’e’ la fame, la paura e la crisi che soffoca i nostri omologhi.

Il mio lavoro precario “di lusso”per un anno (e poi vedremo), da coordinatrice (
– pedagogica, la mia matrice formativa, quella no, non la derogo – non mi impedisce di chiedermi quando l’educazione che pratico, e che osservo, e che produco potra’ cominciare a nominare la fame.

Quale fame?
La fame vera e la sofferenza che sempre piu’ spesso leggo (leggiamo?) sul web.

Quando?
Quando cominceremo, con le colleghe e i colleghi con cui ragioniamo su web, nei blog, o nelle equipes e nelle riunioni, nelle assemblee dei soci, nei convegni, a ragionare di educazione al tempo della fame.

Cosa dovremo dire nel tempo in cui i nostri pari, per status socio economico, fanno letteralmente la fame, i nostri vicini di casa, i genitori della amica, il cognato che perde il lavoro.
Cosa saremo (siamo) obbligati a capire nel tempo della fame e la fatica,
smettendo di immaginarle come astrattamente tipiche della nostra utenza, da cui talvolta e per astrazione (o distrazione) immaginiamo (o fingiamo) vi siano distanze siderali.

Un pensiero che nasce da questo link e non solo, e che apre una voragine di domande.

Per le quali, l’educazione, se tale deve essere, nel suo mandato etico e civile non puo’ esimersi dal mettersi in gioco.

famiglia e crisi