Educazione ed etica

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Pensiero di Salvatore Natoli su Animazione Sociale

“La dimensione etica, nella nostra pratica quotidiana, è avere dentro di sé l’istanza dell’altro, non sentirsi mai separati, assoluti, perché questo condurrebbe a un delirio di onnipotenza.

Se io non interiorizzo l’altro in me, se non mi sento parte, inevitabilmente mi sento tutto, e quindi, anche senza volerlo, divento distruttivo.

La relazione di alterità è la dimensione fondamentale dell’etica.

E allora la domanda etica è: qual è la giusta relazione con l’altro?”

Qual’è lo spazio, e la scena, e il tempo, e i corpi entro cui si costruisce la “giusta” relazione con l’altro? Come si struttura questo incontro, e cosa si insegna/impara attorno a questa possibilità.

Questa è la domanda di chi educa.

Diversamente sessuati? Amore e sessualità per le persone con disabilità

Il post è stato scritto per Genitori Crescono e il loro blogstorming del mese  Educazione Sessuale e affettività

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Questo post arriva da circa alcuni professionalità educativa e psicomotoria, spesso svolta con persone con disabilità, e quindi propone da operatore, non vuole giudicare o indicare soluzioni risolutive e facili .

Quello che offro è  uno “sguardo”.

Dopo tanti anni quello che vedo e  conosco sono le persone e non le loro cosiddette disabilità, o le patologie. Vedo i caratteri, le passioni umane, i difetti, gli slanci generosi, le azioni . Vedo le età, il genere, le inclinazioni, i gesti e le parole. Vedo le famiglie e i percorsi di vita che costruiscono. 

 Il crogiolo che si crea, inaspettatamente in ogni famiglia in cui vi sia figlio con una disabilità  come le definisce l’ICF*, non dipende dallo stato di salute (comunemente detta disabilità) ma da quello che quel contesto di vita riesce a costruire attorno e insieme alla persona con disabilità; permettendole/gli l’accesso ai più ovvi diritti di ogni essere umano.

Immaginate la parola “disabile, andate oltre alla paura che genera a tanti genitori, oltre a quello che avete letto o visto in materia sul libri/web/riviste, andate oltre alla storie che vi anno raccontato: ecco cosa potreste trovare

un bambino,

o una donna di 40 anni,

o un uomo di 28 anni,

accomunati da una sindrome, una patologia, disabilità. Ma, completamente diversi come fisionomia, età, genere, carattere, intelligenza, sensibilità, cultura, abitudini e ovviamente (non ce lo possiamo dimenticare)  anche per differenti  problemi nell’affrontare molti aspetti della vita quotidiana.

 Quasi tutti loro, nella vita avranno bisogno di una ambiente disponibile a rendere accessibili i loro diritti, salute, lavoro, istruzione, che permetta una buona accessibilità al mondo in cui tutti viviamo, ausili per muoversi, accompagnatori, cure mediche, insegnanti preparati. Ma sopratutto una cultura condivisa che li veda persone tra persone, con un uguali diritti e diversi modi di affrontarli.

Scusate l’introduzione lunga e forse ovvia, ma arrivo al nocciolo della questione: e dove stanno la sessualità, l’amore, il desiderio?

Fermatevi qui dove la fatica è grande e dove i bisogni certo non mancano. Questa è la parte che non funziona, qui ci mancano teoria e la pratica (famiglia, società, operatori)

Fra i tanti aspetti negati alle persone con disabilità questo è uno dei più problematici, se l’accessibilità, il diritto al lavoro, alla salute, allo studio, ai sussidi sono parte integrante delle conquiste fatte,  anche se non ancora completamente raggiunte, la dimensione affettiva adulta è quella non riconosciuta. Spesso gli adulti con disabilità  sono rappresentati come eterni bambini.

Così amore e sessualità restano davvero lontane della vita di queste persone…

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E’ vero che ci sono amori più semplici da spiegare e da incontrare: gli amori appassionati, che non riescono a venire declinati, come quelli che restano impigliati nello sguardo di una ragazza con un grave deficit cognitivo, quando vede arrivare il suo “educatore” preferito, e solo a lui ubbidisce e a lui  solo sono destinati i sorrisi più dolci.

Ma ancora giochiamo sul facile. Perché un amore così è accettato, da tutti. Il desiderio che resta latente, fermo nello sguardo, è “permesso”.

L’amore platonico, il desiderio, la passione e l’amore possono essere non corrisposti, e  non sono concretizzati; vanno bene a tutti, sono rassicuranti perché rappresentano amori “a distanza”.

Il desiderio che invece prende forma e vita nei ragazzi e nelle ragazze, a partire dall’adolescenza, si spinge a fondo nelle pulsioni. Si mostra in corpi desideranti che hanno urgenze, che chiedono e si offrono. Trovandosi di fronte di una legge non scritta “dell’amore e del corpo” che invece prevede reciprocità e scambio di desideri, che impone divieti (esistono corpi vietati, e momenti negati alla sessualità). Ed è a questo punto che diventa oggettivamente difficile spiegare, come educatori o genitori, a persone giovani con gravi difficoltà cognitive che alcune azioni o gesti non sono leciti, non sono desiderati, non sono desiderabili.

Eppure la nostra sfida è educare bambini – adolescenti – adulti ad esprimere questi sentimenti, questi desideri, accettandone la dignità; a questa svina ne segue una ancora più grossa, quella a cui non siamo ancora riusciti a rispondere: come dare una forma che non sia repressiva, che non sia solo e sempre negativa ai bisogni di amore nella loro forma sessuata?

Anche quando le persone/i ragazzi con disabilità imparano che – come tutti – dovranno sottostare alla dimensione sociale degli affetti e della sessualità, (la regola della reciprocità e dell’adattamento al contesto  – cioè del “non si fa” a scuola, non al lavoro, non per strada etc etc), resterà assente nella loro esperienza tutta quella dimensione di sperimentazione amorosa giovanile.

Quella che in genere riteniamo essere una fase tipica della della gioventù, la scoperta, la sperimentazione prima di approdare nelle “quiete” braccia del matrimonio., o di una relazione stabile

Un ragazzo o una ragazza con disabilità (a maggior ragione se si tratta di persona con un ritardo cognitivo), spesso non potrà sperimentarsi, non sarà accettato/a, e il tasso di inesperienza e frustrazione amorosa/sessuale/sentimentale sarà sempre alto.

Avrà diritti e desideri (inaccessibili.).

Eppure desiderati.

Eppure leciti e umani.

Io credo questa sia la base da cui partire noi tutti: immaginare che un diritto valga per tutti, e capire come renderlo possibile.

Alcuni degli utenti, nei Centri per disabili dove ho lavorato, parlando con noi operatori dei hanno raccontato loro sogni/bisogni di avere famiglia, di maternità e paternità; dei desideri per le donne/gli uomini di cui si sono innamorati, e della difficile collocazione che si sarebbe  potuta dare. a questi bisogni nelle loro quotidianità. Altri hanno mostrato disinteresse totale al desiderio affettivo/sessuale, come se fosse coperto da una spessa colte nebbia.  In altri casi i genitori, nell’impossibilità di poter dare risposte, hanno provato a sfumare e rendere latente questa parte della vita dei figli.

Quando riusciamo a parlare di questi bisogni e diritti ci rendiamo conto che le famiglie, anche le più accorte, non sanno bene come comportarsi, anche quelle che hanno i figli con maggiori capacità e possibilità, hanno imbarazzi sul giudizio che potrebbero ricevere, hanno timori e paure legittimi, o non sanno guidare i figli in un percorso di educazione sessuale.

Lo so, io sono la prima a riconoscerlo, che l’educazione sessuale ed affettiva manca in misura trasversale, ma laddove gli altri figli faranno e fanno “del sesso”, per approssimazione anche senza “sussidi educativi”, questi figli (e i loro genitori) dovrebbero essere accompagnati di più, prima a capire e poi a trovare una forma e un modo.

Per questo penso che sia una buona cosa fermarsi a parlarne e dare sostanza pensieri visibilità a queste tematiche, qui,  su Genitori Crescono,  come community .

Una risorsa che possiamo provare a dare a questi figli, nel nostro ruolo di cittadini, di genitori intesi come categoria estensiva, come tessuto educante, come gruppo sociale, è provare ad  introiettare l’idea che una persona disabilità può/potrebbe/dovrebbe trovare un mondo capace di ascoltare il suo diritto alla sessualità, e quindi un mondo capace di interrogarsi, pur nei suoi imbarazzi, fatiche, o pruderie, per trovare delle risposte umanamente valide, funzionali, possibili, capaci di dare diritto di cittadinanza ai diritti di tutti.

I genitori delle persone con disabilità hanno già spesso una lunga strada da fare, per crescere e maturare e imparare, per concretizzare tanti i diritti sempre “a rischio” dei loro figli, per affrontare un compito educativo che è quasi sempre a lungo termine …

Sarebbe bello che una società matura si portasse avanti in materia di diritti e aprisse nuove strade a coloro i quali  sono già sovraccarichi di altre fatiche.

Qualche suggestione di lettura _____________________________________________________________________________

– da In Visibili _ blog del Corriere della Sera

      Il sesso dei disabili e l’abbraccio di un madre 

        The Session

– da EDS scuola

       Niente sesso siamo disabili

–  dal sito di  Assistenza Sessuale

dal Sito Disabili

        il corpo degli altri per raccontare raccontandosi

NOTA __________________________________________________________________________

*ICF si delinea come una classificazione che vuole descrivere lo stato di salute delle persone in relazione ai loro ambiti esistenziali (sociale, familiare, lavorativo) al fine di cogliere le difficoltà che nel contesto socio-culturale di riferimento possono causare disabilità.
Tramite l’ICF si vuole quindi descrivere non le persone, ma le loro situazioni di vita quotidiana in relazione al loro contesto ambientale e sottolineare l’individuo non solo come persona avente malattie o disabilità, ma soprattutto evidenziarne l’unicità e la globalità.

Il dotto “convegnista” e la morte

Il nesso tra queste storie  che sono scritte è un nesso affettivo, emotivo, non è un nesso reale, o logico.  Al limite sarà approssimativo.

ma questo post non riesce ad essere altro. Errori compresi.

Se ne parlava qualche giorno fa, tra colleghi, di un convegnista che si farebbe pagare circa 1.000 di euro per un’ora di partecipazione ad un evento sull’educazione.

Ne parlava oggi un’altra collega: di un educatore professionale assunto a € 700 mensili, come cocopro.

Convegnista sarà capace sicuramente spiegare, molto bene, tutti i nodi dell’educazione, dal momento che una sua giornata di lavoro ne vale 8.000, di euro. (E quindi una settimana 45.00, e un mese 180.000.)

Insegnerà certamente delle cose straordinarie, che un educatore da € 700 non saprà nemmeno spiegare …. (forse)

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Lo stipendio base di un educatore professionale, secondo il contratto nazionale delle cooperative sociali, arriva attorno ai € 1000 mensili. La stessa cifra presa, per un’ora di chiacchiere, dal nostro relatore … sicuramente simpatico e bravissimo.

Eppure la cifra chiesta finirà per strizzare (1.000 euro) nel bene o nel male, tra costi diretti e indiretti e tasse e contributi, le tasche dei contribuenti.

Credo che questo accada ogni volta in cui qualcuno viene strapagato, qualche prestazione; una cifra con che forse è commisurata al suo sapere, altre volte forse è commisurata alla sua parlantina, altre volte forse commisurata a non si sa cosa.

Alcune disparità di trattamento economico, benché spiegate perfettamente dalle logiche economiche, sul piano umano implicano che i conti fatichino a tornare.

Alcune vite, alcune parole e alcuni pensieri ancora moltissimo, altre non valgono nulla.

Quello che accade soventemente a Lampedusa, e oggi in particolare, ricorda quanto, per alcuni, alcune vite non valgono nulla.

Sicuramente il bravo convegnista, sarà altrettanto turbato dalla cronaca di tutte queste morti.

Sara’ davvero triste, e magari ci penserà moltissimo, perché chi si occupa di educazione, si occupa anche di storie di vita.

E questa storia è davvero molto triste.

Il pover uomo non ha, evidentemente,  alcuna altra  colpa se non quella di essere – un poco- esoso….

Passiamo ad una altra questione, ad una lamentela che conosco, fatta da chi si occupa di educazione professionale. Gli educatori professionali faticano e rivendicano di ricevere (realmente) stipendi poco consistenti. Un dato innegabile (vi ricordate i 700 euro da COCOPRO e i 1000 circa da contratto?)

Eppure oggi sarebbe bello dire una cosa diversa:  

in questo modo l’educazione non ruba risorse, ma anzi le integra e le mette, a disposizione ad un costo equo e sostenibile. Lasciando a disposizione considerevoli risorse economiche ( mentre regala saperi), offrendo sostegno, cura, accoglienza, integrazione, pensieri, possibilità a soggetti che altrimenti avrebbero una vita che vale = nulla.

Forse, educazione costa poco perche’ deve costare poco, perché dev’essere come il pane quotidiano, perché si occupa di dar valore a ciò che altrimenti non avrebbe valore.
Deve essere accessibile, perché deve essere e come il cosiddetto cestino della spesa, a disposizione di tutti. E quindi deve essere fatta a prezzi calmierati. E di fatto l’educazione professionale sta offrendo, allo stato, una liquidità economica che permette di portare avanti i progetti di welfare …

Se ci fossero stipendi piu’ leggeri per calciatori, consulenti, esperti, convegnisti, manager, amministratori, pubblici, politici,  e per i tanti altri personaggi “da 1000 euro all’ora” probabilmente questo fatto non cambierebbe nulla di questa altra tragedia umana.  Ma una diversa attribuzione del valore economico alle persone, ci direbbe qualcosa di più sul valore delle vite umane, del sapere, del vivere e del morire.

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E forse al povero convegnistica, a cui ora fischieranno le orecchie, non resta che dedicarsi una nuova carriera, quella calcistica, per ritrovare almeno il senso di quell’esorbitante pagamento, che poco ha a che fare con la professione che si è scelto.

Si intenda non è un valore che l’educazione vanga pagata con stipendi da fame, né una giustificazione per continuare così.

Consulenza pedagogica ed etica tra pubblico e privato (appunti con dubbi)

L’etica (dal greco antico εθος (o ήθος)[1], èthos, “carattere”, “comportamento”, “costume”, “consuetudine”) è un ramo della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico ovvero distinguerli in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

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Tentando il bilancio di questa nuova professionalità, o meglio della nuova forma che la consulenza pedagogica permette ai pregressi 25 anni di lavoro in ambito educativo, emergono dubbi e domande.

Premetto per necessità di aver trovato eticamente compatibile con la mia formazione, tanto il lavoro per una struttura pubblica (ambulatorio di neuropsichiatria infantile) quanto quello pluriennale in una cooperativa sociale.

Due concetti ne ho mutuati.

Uno: come quello pubblico possa davvero essere un servizio attento e aperto alla collettività, capace di accoglienza e cura, e al contempo incapace di dimenticare di essere una “res pubblica”, una “cosa pubblica”, un bene collettivo  e necessario, un luogo di tutti. Un esempio di civismo responsabile, che educa al civismo, mostrando la capacità di rispettare l’utenza, di erogare prestazioni professionalmente di buona qualità, di rispettare il lavoro di chi appartiene al servizio, di offrire una alta qualità a chi lo interroga portando un bisogno delicato, una fragilità, una domanda.

Due: come quella cooperazione sociale che  opera in ambito educativo, di assistenza e cura, sia un luogo possibile del lavoro e di una cultura che si interfaccia con il servizio pubblico, senza mai diventare davvero privato (profit); restando a scavalco tra l’impresa e la missione sociale. Una cooperativa sociale può davvero introdurre quello sguardo civile, politico (cura della polis, dei cittadini e dei loro bisogni, e problemi), ed educativo, che aiuta gli altri operatori della rete (scuola servizi etc)  a prestare attenzione alle parti più affaticate e discutibili e faticose della vita di una società (disagio familiare, dipendenze, disabilità etc).

Come si interfaccia la consulenza pedagogica che cerco di praticare con questi due consuetudini, queste due etiche, che per loro struttura possono incidere più o meno profondamente nella società? Può avere una incidenza pubblica una consulenza privata? Ancora non so, le varie appartenenze professionali, mi pongono diverse domande nella pratica quotidiana. Così uso anche altre prospettive per vedere meglio.

La rete, quella web, oltre che quella esistente negli incontri nel mondo del lavoro, mostrano un proliferare di forme di consulenza e consulenti, che si esercitano come profit, come professionisti dell’educazione. Mostra anche le molte scriminature, le debolezze, le incongruenze, le scorrettezze e la “guerra” sotterranea tra paradigmi e professioni, tradimenti in fior di tastiera, o di clientela.

Mostra il professionismo anche come forma narcisistica della propria abilità, atta a procacciare clienti, mostrandosi tutta nella  propria estetica.

Questa ultima potrebbe essere una osservazione in parte inutile visto che è del profit avere questa abilità o necessità: per vendere bisogna piacere, attrarre, offrire bei prodotti. Sbaragliare la concorrenza, mostrarsi più abili, o esser solo più furbi e strategici. O peggio iniziare la guerra dei maestri (o dei maestrini) per il paradigma più “figo” o accattivante degli altri.

Eppure la domanda sulla funzione pubblica, civile, etica, politica (nell’accezione di cura della “polis”)  dell’educare e di chi pratica educazione resta come un tarlo, come l’ onda lunga che amplifica i cerchi nello stagno.

L’educazione può essere privata e privatizzata o privatizzabile, cosa succede quando perde questa connotazione, quando dimentica l’ethos, ha bisogno di questa dimensione etica?

Cosa deve essere una consulenza pedagogica perché l’educazione continua ad essere formativa sino in profondità?

Che forma deve avere? Che comportamenti assumere, quale netiquette inventarsi?

Nota a margine, la rete (web) ha il potere mostrare e svelare le aree nascoste, è una terra con una etica fluttuante, con zone prive di etica, e zone che la inventano, o ne inventano nuovi modi; e le professioni, o almeno la professione educativa può imparare molto dall’attraversare questa terra a rischio, destinata a svelarne le sue incompetenze o incoerenze, o le domande irrisolte sulla propria funzione.

Dolore etico e dolore estetico (appunti sparsi)

Chiavi interpretative aggiuntive e possibili.

Etico relativo al comportamento, costume, consuetudine. Scienza che insegna a governare i nostri costumi. Comprendente anche l’etica della responsabilità e quindi della consapevolezza che si esercita in una scelta e degli esiti eventualmente derivanti da essa.

Estetico relativo al bello naturale, artistico. La percezione che avviene con la mediazione dei sensi, legato al primo impatto sensoriale. Scienza del bello, disciplina che riguarda il bello e il giudizio globale su di esso.

Un breve inciso: l’anoressia (al di la delle sue letture psicologiche o psicoanalitiche) riesce a rendere evidentissimo come un dolore possa esser  “ben” mostrato, nella sua forma estetizzata, personificata; c’è un dolore interno che si mostra fuori, che si vede con in sensi. Una possibilità di tenerlo fuori. Per non coglierlo/sentirlo dentro? Una dichiarazione di intenti mostrata più che vissuta?

Internet e i media, rappresentano due luoghi di eccellenza dove si rende possibile questo: il proprio mostrare (mostrarsi) la narrazione del dolore, ovviamente non solo di quello, una narrazione tanto piu’ estetica quanto piu’ frutto di una regia.
Sto pensando ai vari reality tvche narrano di esperienze limitrofe al dolore, persone obese alle prese con diete necessarie a salvare la propria esistenza, persone alle prese con chirurgia estetica vissuta come fondamentale a migliorare il rapporto con se stessi, e la propria corporeità. persone alle prese con le proprie incapacità professionali, o alle proprie manie di conservare ogni cosa, una umanità colta nel suo vivere ai confini di un grande disagio di un malessere esistenziale che sconfina nel dolore. Ma le scelte registiche rendono questi dolori finitamente percepibili, visibili, estetizzati anche nel loro approfondimento. Diventando forme, epopee, percezioni destinate al nostro voyeurismo, spesso anestetizzato da questa “forma” che un pò distanzia dal vero dolore che costella quelle vite. Un eccesso di immagine, che sembra svuotare l’interiorità del nostro (e/o dell’altrui dolore), la sua profondità, la necessità di pensare attentamente in che modo può o deve essere esposto allo sguardo altrui.

Internet consente una narrazione abbastanza simile del proprio dolore (come delle rabbie, inquietudini, fatiche, insofferenze, paure) esposto con analoga, o forse maggiore inconsapevolezza della forma che gli viene offerta. In questo senso quasi ognuno è consapevole che sta esponendo/si allo sguardo altrui, sta pubblicando una parte di se, sia essa visiva che parlata, ma non sempre è chiara la consapevolezza della piazza in cui ci espone, ne è altrettanto chiaro che si sta “esternalizzando” un dolore, prima ancora di aver compreso se esso sia davvero pubblico, e se debba esserlo. Fino a che punto è lecito farlo, sino a che punto è necessario, fino a che punto non esserne consapevoli è rischioso? E’ lecito non farsi queste domande, non insegnare ai figli a porsele?

Sembra quindi diventare necessaria la domanda sulla “esponibilità” della nostra interiorità, quando va esposta, fino a che punto, fino a che punto questa regia estetica ci protegge davvero, e sino dove ci espone troppo, dove viscere emozioni e fratture emotive sono troppo mostrate?

E che responsabilità ci assumiamo, rispetto agli altri, che indirettamente esponiamo quali spettatori o co-protagonisti, con i nostri racconti, con le nostre immagini, i nostri dialoghi a due o in gruppo; cosa accade con i nostri stati emotivi che affondano le radici nella nostra vita. Cosa ci serve (e cosa ci insegna) di questa estetica che ci mostra sempre interamente?

La forma esteriore, percepibile, che ci mostra continuamente  … silenzia davvero il nostro dolore? E una azione comunicativa che è un grido di aiuto lanciato in un “ovunque” collettivo, ci serve?  O serve solo a farci vedere, notare, assumendosi/indossando una forma di un dolore “formale”, incapace di stare altrove, se non su una pubblica piazza?

Questa forma diventa davvero un racconto paradigmatico e che genera una incontro, un dialogo  o serve solo a stimolare il voyerismo pietoso degli altri. La pletora di immagini di bimbi malati di tumore che servono a sfidare l’altrui capacità a mostrarsi “sensibili” sembrano intese appunto solo a smuovere questo pietismo di pancia, sconnesso al vero dolore che ognuno nella vita sarà chiamato a vivere e governare, soffrire ed esplorare, assumendosi realmente la responsabilità di quello che insegna, di cosa fa crescere e di come lo si condivide ed insegna …