lo sguardo e le parole degli altri (#pensodunquebloggo)

Wordle Lo Piano
Wordle Lo Piano
Wordle Mamuska Pupi
Wordle Mamuska Pupi
Wordle Pastori
Wordle Pastori
Wordle Pepe
Wordle Pepe

Ognuno di questi quadri rappresenta una possibile sintesi, una rappresentazione, di quello che le blogger ospiti volevano dire sui temi dei primi tre bloggingday, per farli ho utilizzato Worlde , un programma che seleziona da un testo le parole più usate e la restituisce graficamente, come nuvola di parole…

In educazione diventa importante non solo l’intenzione di chi vuole educare, insegnare, mostrare agli altri, (o anche solo ciò che si pensa  possa “riguardare” l’educazione), ma anche quello che questi sono disposti a farsene.

#bloggodunquesono si dispone a fare questo, oggi. Andare oltre alle parole, oppure dentro e tra le parole e vedere cosa sia possibile fare con esse, quali pensieri e stimoli riescono ad evocare, andando oltre, per farcene qualcosa.

Le persone che ho ospitato hanno offerto molte parole:

ora storie concrete di educazione che si aprono con i dubbi e le domande due  blogger intendevano mostrarci del loro operato educativo, come genitore e come docente;

ora un piccolo e possibile decalogo per una scuola capace di insegnare ad essere cittadini (ottimi suggerimenti validi per molti spazi educativi);

ore parole appassionate su quanto ci faccia riflettere il comportamento pubblico di un docente. Tutte questa parole stiamo già imparando, stiamo nuovamente confrontando i saperi, stiamo aprendo il pensiero a nuove domande.

Stiamo aprendoci ad una dimensione educativa.

Siamo una strana specie imitativa, forse i neuroscienziati ci direbbero che dipende dai neuroni a specchio, in ogni caso noi si impara osservando gli altri, imitando, confrontando, ascoltando e raccontando storie: storie di come come si nasce, si cresce, si vive, e sempre insieme agli altri.

Le nostre storie esistono da sempre, raccontate nelle fiabe, nei saggi di filosofia, nelle strutture dell’architettura, nel cinema e nella letteratura. Creiamo luoghi e strutture, fisiche e non, che ci dicano chi siamo, che ci aiutino a definirne le forme e i modi.

In una continua narrazione, relativa a come accade ciò, come facciamo, cosa impariamo, come rettifichiamo il nostro sapere per adattarci al mondo che abitiamo, e agli altri che incontriamo.

Lo sappiamo, da sempre, sin dagli inizi, attorno ai fuochi che ci raccontiamo storie che insegnano, e poi costruiamo luoghi dove imparare una parte di quello che ci serve per vivere (es. scuole, corsi di formazione), e infine tramandiamo in famiglia vecchie storie che ci dicono chi siamo, da dove veniamo, cosa sappiamo. Una storia di paura è diversa raccontata in una notte di un gelido inverno, in una casa abbandonata, piuttosto che a tavola davanti ad una pastasciutta fumante.

Ma siccome siamo una strana specie complessa  … ogni luogo nuovo diventa un nuovo posto per imparare, ascoltare, raccontare, spiegare le cose che sappiamo e ci sembra importante condividere, anche relativamente al posto in cui siamo, non è un caso quindi che in un nuovo posto si trattino storie di educazione, sul web appunto, per vedere cosa accade di nuovo. Ma di questo noi di Snodi pedagogici ne tratteremo ancora …

Così una specie sociale, come questa nostra umana, trascorre molta parte della vita a condividere quanto sa con gli altri, per fare crescere il sapere proprio e quello collettivo.

Lo facciamo con i nostri figli, lo fanno i docenti a scuola, lo fanno i mille rivoli della formazione professionale, ma anche lo fa l’hobbista, siamo fatti di uno strano impasto che ci impone di imparare ancora e ancora.

Così come il ricambio cellulare ci rende nuovi e uguali, ogni fatto educativo, ogni azione che compiamo per insegnare o imparare, ci rende uguali e diversi, ci evolve rispetto a quelli che siamo.

Nei racconti, così diversi dei blogging day, questo è quanto troviamo: un narrazione e un tentativo di trasmettere quanto si è compreso della propria esistenza, ad altri, ai molti altri che nel web potrebbero leggere. Potrebbero capire un frammento di più, aver aggiunto una briciola di sapere alla propria umanità ed essere posseduti dalla stessa voglia vitale di condividerla o insegnarla ai propri figli, o alunni, ad esempio.

“L’ascoltare si fa pedagogico e adulto allorquando, dopo un minuto o un anno, scopriamo che “quel” discorso ha continuato a lavorare dentro di noi e ci ha cambiati e, forse, ma non lo sapremo mai, ha mutato qualche pensiero o gesto nell’ascoltatore.”  D. Demetrio 

“Educazione non è il diventare autonomi, ma eteronomi.”

“L’educazione, ha spiegato il Presidente Shirley M. Tilghman, non consiste tanto nell’acquisire specifiche conoscenze in questo o in quel campo del sapere, ma nell’imparare gli strumenti intellettuali necessari per distinguere la realtà dall’immaginazione, saper porre domande difficili, saper osservare e interpretare, elaborare ragionamenti coerenti, imparare ad ascoltare le idee degli altri senza rinunciare alle proprie.” M. Viroli

 “Impariamo di più quando dobbiamo inventare. ” Jean Piaget
L’offerta che ci fanno gli altri in termini di materiale da imparare o trasmettere è spesso generosa, e per noi che ci occupiamo di “fare” educazione si tratta di iniziare a selezionare, organizzare e comprendere cosa appartiene o meno ad un dato contesto….
Ecco alcune vie possibili ….
Di quanto scrive Claudia Pepe, al di là della sua voglia di dire qualcosa sulla politica e sulla scuola, direttamente alla signora Renzi (moglie del Presiedente del Consiglio in carica, docente che ha lascito l’insegnamento per seguire la carriera politica del consorte) … io trattengo questa frase, potente e intensa al tempo stesso, un atto politico di chi pratica l’educazione sapendo a cosa serve, quando si è giovani e si va scuola: “ Ci vuole coraggio a varcare il portone della Scuola e decidere di non ammaestrare attraverso test inutili ragazzi che vivono un’adolescenza ancora più cruenta di ogni adolescenza, ed insegnare ad ascoltarsi, insegnare che ci possono essere più risposte ad una sola domanda, che il dubbio, e solo quello, alimenta la ragione, la discussione, l’opinione critica.”
E di quanto scrive Rita Pastori, non riesco a non sorridere compiaciuta dello sguardo sornione che traspare sottotraccia, quando porta la sua “lezione sdraiata ai suoi giovani sdraiati”, e con straordinaria grazia arriva a condurli esattamente dove voleva arrivare.
Anna Lo Piano, ci restituisce spunti di civiltà, di educazione, di leggerezza e gioco, praticabili in ogni contesto, che voglia non perdere il suo significato di luogo civile, educativo, umano, a partire dalla prima azione di cura, che impariamo come figli dalle nostre madri e dai padri. Immaginiamo di rendere “piccoli gesti” un patrimonio pubblico, come suggerisce l’autrice:
” Prendersi cura di qualcuno .Ci sono i bravi e i meno bravi, quelli per cui è facile quelli per cui è difficile, e questa divisione orizzontale non è molto divertente. Meglio, molto meglio, che chi è bravo in matematica aiuti gli altri ad imparare le tabelline, e che chi disegna bene spieghi come si fa a fare quei magnifici dettagli. L’inclusione di bambini disabili a scuola aveva questo spirito, ma nel tempo si è perso. Oggi spesso, a causa dei tagli, è solo un peso. Sarebbe bene invece che a turno ci si prendesse cura degli altri. Si può anche andare avanti come gruppo, oltre che come singoli.”
E infine la storia delicata di Mamuska Pupi che nel dare voce agli inizi dell’esperienza di maternità indica una strada che sappiamo fondativa per chi si occupa di cura ed educazione, quella della responsabilità che si assume verso un altro essere umano.Il mio bimbo ha cominciato a parlare presto, e lo fa bene, è molto chiaro e questo ha semplificato tante incomprensioni precedenti. Ho davanti a me una personcina che, almeno per qualche anno ancora, prenderà per giuste le cose che vede fare a me, i toni che mi sente usare, il modo di prendermi cura di lui, di arrabbiarmi. Io la sento come una grande responsabilità questo essere modello di comportamento per lui, sperimento giornalmente la fiducia che ripone in me (se penso ai vari “no” e divieti che sperimenta quasi quotidianamente ne sono quasi commossa), e ho deciso che non voglio abusare di questa sorta di potere, voglio ricambiare la sua fiducia, e soprattutto non voglio che mi tema. Voglio che si senta rispettato come persona, e mi piacerebbe riuscire a trasmettergli le regole del vivere civile senza imposizioni o ricatti.
Il mio contributo si limita a questo, rilanciare il valore che sono riuscita a cogliere, e forse trattenere dell’esperienza e del pensiero educativo altrui.
Grazie a Mamuska Pupi, Rita Pastori, Claudia Pepe, Anna Lo Piano e ai colleghi di Snodi Pedagogici….
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#educazionenaturale: e gli altri?

Sembra facile dire che gli educatori naturali sono i genitori e i nonni. E poi?
Io aggiungerei anche gli zii,  ad esempio.

E i fratelli e le sorelle.

Chi altro c’è nella vita dei bambini che educa, anche quando non è pagato?
E che talvolta lo fa anche senza avere legami di sangue o familiari?

Allora nel mio album immaginario di figurine di educatori naturali, metterei:

Lo zio botanico che mi ha insegnato ad arrampicare sugli alberi, e che i fiori e le erbe andavano rispettati, che non aveva senso strappare una piantina per il solo piacere di farlo, per tenerla per se o anche per farne un dono; e che un fiore era assai bello nel suo contesto naturale.

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E anche se, oggi, mi piace comperare e regalare fiori, quel monito si è iscritto nella memoria. E mi permette di fare scelte piu’ meditate.

La portinaia della casa della mia infanzia, che vedeva dove le mamme affacciate al balcone non vedevano, rimbrottandoci se giocavamo nelle cantine, se facevamo troppo chiasso, o non prestavamo attenzione alle piante del giardino; dosando saggiamente severità e attenzioni nel governare un bel gruppo di bambini dai 2ai 12 anni (eravamo circa 10/12 bambini). I nostri giochi sono avvenuti al sicuro, grazie a sguardi adulti attenti, ma capaci di avere una giusta distanza, capaci di lasciar fare e di fermare, quando occorreva.

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E infine le mie due figlie, che con dieci anni di differenza si insegnano un sacco di cose:
protezione e regole – cio’ che offre la grande alla piccola –
amore risate ammirazione sono la preziosa offerta della piccola alla grande.

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Una meraviglia da accompagnare e veder crescere, sapendo che adulte non saranno mai sole.

l’ #‎educazionenaturale‬ di Mamuska Pupi

INTRODUZIONE

Ogni mese nel gruppo Facebook “Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti” viene proposto ai membri un tema educativo.
Chi raccoglie la sfida scrive un articolo al riguardo. I contributi, poi, vengono ospitati nei blog presenti in Snodi Pedagogici (http://snodipedagogici.wix.com/onweb#!blog/c1p1n) e divulgati nei vari social con un hashtag particolare in un determinato giorno.

Questo mese, gennaio, tocca a “l’Educazione nasce naturale”, tema lanciato da Alessandro Curti nell’assemblea (https://m.facebook.com/events/546666475414229/?__user=1543001986) del 16 novembre, svoltasi a Milano.
Cosa ne pensano i genitori dell’educazione?

“L’educazione nasce in un ambito naturale, la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, in cui era necessario che i grandi insegnassero ai piccoli quello che occorreva per vivere. Poi la società si è fatta più complessa è le figure educative si sono moltiplicate e in alcuni caso si sono professionalizzate per supportare quelle naturali. Ma ancora oggi la prima istanza educativa nasce nelle famiglie, nei gruppi familiari, negli spazi di socialità naturali….”

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GUEST POST

L ‘educazione nasce naturale di Mamuska Pupi

Sono mamma di un bimbo di 32 mesi, alla prese quotidianamente con la questione “educazione”.

Ma forse sono anche un po’ sui generis, perché quando penso all’educazione, non mi sembra di stare adottando una qualche linea particolare.

Non mi sono preparata nei nove mesi di gravidanza con quei manuali e libri per future mamme in cui si dispensano consigli su come dividere la giornata di un neonato, come preservare importanti spazi per se stesse, per la coppia….no.

Sapevo bene che l’arrivo di un bimbo è dirompente, che avremmo dovuto trovare nuovi equilibri in tre, ero forte dei miei studi in psicologia e poi avevo fatto tesoro delle esperienze delle altre mamme conosciute durante il mio periodo di lavoro in alcuni nidi, e soprattutto i loro bimbi mi avevano già fatto scoprire che ogni bambino è meravigliosamente diverso, e non esiste un metodo, una regola, adatta a tutti. Cosa del resto valida per ogni “situazione sociale”.

So da quali metodi voglio stare lontana, questo si, e provo ogni giorno a mettere in bolla un significato per me valido al termine educazione.

Per questo sono stata molto colpita da questo evento, mi tocca da vicino in questo momento della mia vita, e mi sono buttata nella scrittura. Anche se forse, mi vien da pensare che tutto stia già li, nel titolo.

L’ educazione nasce naturale. E la prima immagine che mi viene in mente è la mano che accarezza il pancione che cresce. E’ un gesto naturale, così come viene naturale parlare all’ospite del pancione in crescita, immaginarlo.

L’educazione comincia da lì, dal pancione. Non cominciamo solo a educarlo a gusti e sapori attraverso la nostra alimentazione in gravidanza, ai suoni con la nostra voce e quella di chi ci sta accanto e la musica.

Bambina con passamontagna e bambola, Alberto Zampieri
Bambina con passamontagna e bambola, Alberto Zampieri

Dalle nostre carezze, dal nostro parlarci, raccontare quel che succede “fuori”, i nostri stati d’animo, prende il via una comunicazione emotiva che continua anche dopo la nascita, se si riesce a non perdersi, un educazione all’ascolto la si potrebbe definire, e anche al prendersi cura di sé.

Quella che si instaura è una “educazione” reciproca.

L’ attesa fisiologica della gravidanza prima, i ritmi del piccolo che cresce poi, ci “costringono” a una lentezza cui forse non siamo più preparati. Una lentezza che è utile, e che ci porta a riscoprire  parti istintive di noi, necessarie per rispondere nel miglior modo ai bisogni del piccolo una volta nato. Questo almeno rispetto ai primi tempi, quando i bimbi sono tutto istinto, quando sono loro, inconsapevolmente, ad attivare comportamenti nostri.

(A  meno che non si cada preda di insensati timori di viziare un bambino di pochi mesi tenendolo spesso in braccio, o nella fretta di regolarizzare al meglio i suoi ritmi. Questa considerazione mi porta inevitabilmente lontana dal filone educativo che vuole ad esempio, insegnare ai piccoli a fare la nanna soli nel proprio lettino.)

E dopo, quando cominciano a crescere, che si fa, come ci si comporta, come si educa un bambino? A volte mi viene da pensare che il gran fiorire di teorie sui più svariati argomenti educativi (in primo luogo alimentazione e sonno, grandi ostacoli nel rapporto genitori figli) nasca da una grande paura dei genitori di non sapere come fare, di sbagliare. Come se fosse possibile avere tutte le risposte, come se fosse possibile esimersi dal mettersi in gioco quando si tratta di bambini. L’ educazione si costruisce in casa, tra gli affetti familiari in primis. Siamo la loro prima finestra sul mondo, il nostro modo di relazionarci li inizia alla vita sociale che sperimenteranno nel tempo, alla cultura che vivranno.

Ma oggi per lo più le case sono vuote, i genitori lavorano e non si ha tempo. Il vero ostacolo è (pare essere) il tempo. E allora si delega. Gestione ed educazione dei figli, fin dalla più tenera età. L’educazione comincia comunitaria il più delle volte.

Pensando all’ educazione, penso a fattori che promuovano processi formativi, e riconosco il ruolo attivo del soggetto “educato”, che seleziona e sceglie tra le stimolazioni ambientali quelle che preferisce, che sente più sue, e queste utilizza, elabora e trasforma secondo il suo unico modo di essere. E questo già da prima della nascita, perché in quanto essere umani, siamo predisposti ad apprendere, a conoscere. Per questo ritengo importante ascoltare i bambini, prestare loro attenzione per coglierne la particolarità, e non cadere in errori dettati dalla fretta interpretativa .

In casa nostra, come accennavo prima, non abbiamo una linea educativa definita. Ora che ci penso non abbiamo neanche chissà quali regoline.  Abbiamo abitudini, queste si, che abbiamo costruito insieme, facendo le cose insieme (lavare le mani e fare pipi prima dei pasti; i denti dopo; ad esempio) e secondo me il punto sta li, nel fare le cose insieme. Non ti dico cosa fare perché adulto e più capace di te, ma la faccio di mio e cominciamo a farla insieme, te ne spiego l’ importanza anche attraverso il mio stesso fare. Detto questo, inevitabilmente abbiamo situazioni di scontro, inevitabilmente sarò portata a essere rigida su alcune questioni (la sicurezza in strada ad esempio: si cammina sul marciapiede, si attraversa con la mamma, non si corre per strada), inevitabilmente succede che si debba far qualcosa che lui non ha alcuna voglia di fare.

Che succede in quei casi? Dipende. Lui giustamente mi urla in faccia la sua rabbia, io la raccolgo come meglio posso in quel momento. A volte cedo io (e mi rendo conto che molte volte cede lui, se guardo le cose dal suo punto di vista), diciamo che scendiamo spesso a compromessi, che cerco di prepararlo a situazioni che so lo disturberanno per evitare scene madri certo, ma anche perché trovo sia corretto farlo. Se fossi io quella presa da una certa cosa, gradirei mi si preparasse a un inevitabile cambiamento.

Non credo di togliere nulla alla mia credibilità materna concedendo alternative o studiando compromessi. Non li ritengo indice di sottomissione alla famigerata “tirannia infantile”, non ho paura di venire manipolata da mio figlio, e quando mi accorgo di sbagliare non ho paura di scusarmi. Capirà che anche mamma sbaglia, a volte per stanchezza o per indolenza, o perché ha frainteso, capirà che si può sbagliare, cedere, averla vinta, chiedere scusa, capirà che le cose non vanno sempre nello stesso modo, e tutto questo senza mettere in discussione l’ amore. Forse si farà l’idea di un mondo poco saldo, fallibile, ma veritiero.

Credo tutto questo sia parte della comunicazione umana, e a pensarci bene, noi adulti lo utilizziamo di continuo. Perché con i bimbi no? Perché se fatti con loro i compromessi ci sanno di “farci mettere i piedi in testa?” Forse perché ci è stato detto che con i bambini c’è  bisogno di coerenza. Quindi se si dice una cosa bisogna farla. Però a me sembra che questa cosa funzioni solo a senso unico. Solo se diretta a loro, ai bambini. Noi adulti non siamo certo così coerenti, specie con noi stessi (quantomeno, io non sempre lo sono o per meglio dire, non in tutti gli ambiti). Forse l’unica coerenza che importa ai bambini è quella affettiva.

Mi rendo però conto che sono ancora molto in voga anche tra giovani genitori,  pensieri educativi un po’ datati e dal sapore antico, che la paura più grande è quella di venire travolti da piccoli tiranni, che bisogna che all’occorrenza ci si mostri autorevoli, o prenderanno il sopravvento rendendo le nostre vite un inferno. Ora non è che io non mi imponga mai, o che non mi tocchi forzarlo in alcune occasioni, ma relego questi modi di fare a situazioni in cui non ho alternative (visite mediche ad esempio), le ritengo eccezioni inevitabili, qualcosa che non posso fare a meno di fare.

Scultura (autore non pervenuto) Salt Lake City
Scultura (autore non pervenuto) Salt Lake City

Mi rifiuto di pensare alla vita con mio figlio come a una guerra in cui vince il più forte, dove devo sempre stare all’erta per non permettere al possibile despota di scavalcarmi. Non fa parte del mio modo di intendere i rapporti, e neanche del mio immaginario rispetto all’essere mamma. E dal momento che ciascuno si crea la propria realtà, io la mia cerco di costruirla con le parole che volta per volta ritengo più adatte a fornire al mio piccolo un posto sicuro in cui crescere  e sperimentare prima, negoziare e condividere dopo.

Io credo che trattando i piccoli con il rispetto che riserviamo ai grandi, facciamo loro (e anche a noi) un gran regalo.

Il mio bimbo ha cominciato a parlare presto, e lo fa bene, è molto chiaro e questo ha semplificato tante incomprensioni precedenti. Ho davanti a me una personcina che, almeno per qualche anno ancora, prenderà per giuste le cose che vede fare a me, i toni che mi sente usare, il modo di prendermi cura di lui, di arrabbiarmi. Io la sento come una grande responsabilità questo essere modello di comportamento per lui, sperimento giornalmente la fiducia che ripone in me (se penso ai vari “no” e divieti che sperimenta quasi quotidianamente ne sono quasi commossa), e ho deciso che non voglio abusare di questa sorta di potere, voglio ricambiare la sua fiducia, e soprattutto non voglio che mi tema. Voglio che si senta rispettato come persona, e mi piacerebbe riuscire a trasmettergli le regole del vivere civile senza imposizioni o ricatti.

 

– I contributi vengono condivisi con gli hashtag #educazionenaturale e ‪#‎snodipedagogici‬ dai blog:

– Bivio Pedagogico
– Labirinti Pedagogici
– E di Educazione
– Allenare Educare
– Nessi Pedagogici
– Ponti e Derive
– La Bottega della Pedagogista
– Il Piccolo Doge
– InDialogo
– Tra fantasia pensiero azione

Ma la nonna no!

Una mamma  in rete scrive:….

“Devo tornare al lavoro, e dovrò affidare il mio bimbo ai nonni. la questione mi mette in crisi; la nonna poi si sentirà libera di impicciarsi, e io non potrò dirle nulla, visto che ci tiene il piccolo. Ma appena posso lo porterò al nido, preferisco un ambiente neutro e dove non c’è nessuno a cui dover qualcosa, o che non mi dirà nulla”

Probabilmente ogni genitore si è trovato di di fronte al dilemma nido o nonni.
E altrettanto probabilmente il timore dell’ invadenza dei nonni ha aperto le possibilità di mandare il proprio bimbo al nido…..

cosa-portare-al-nido

Ma è proprio vero che il nido garantisce un ambiente neutro, e nessuna dipendenza, e nessun giudizio da affrontare?

Quale è il valore aggiunto che genera la dipendenza da un servizio, da vari professionisti, dal “subire” i pensieri, i suggerimenti, i consigli di chi è estraneo alla famiglia, e quindi “neutro”.

L’idea di molti neo-genitori,  è stata anche una mia idea, è quella di potersi svincolare da tutte quella serie di informazioni/suggerimenti/imposizioni/consigli/stimolo che ci vogliono poter dire e insegnare i nostri genitori e suoceri, a proposito dell’educazione e della cura che dovremmo dare ala nostra famiglia. Abbiamo pensato quasi tutti che il nido, la baby sitter, l’amica, la tagesmutter ci avrebbero permesso di sfuggire a quello che non avevamo voglia sentirci dire, alle domande insinuanti, o che saremmo stati liberi di non cercare un senso in regole che non ci appartenevano.

Eppure l’educazione professionale, non meno di quella naturale, (genitori, nonni, zii) assume un ruolo assai simile, restituisce sguardi, offre regole cui adeguarsi, mette in campo alcuni giudizi sulla genitorialità o sul bambino, entra nelle dinamiche genitore bambino, per esempio imponendo sin da primo momento della giornata la regola del sapersi separare bene.

Altrettanto si potrebbe dire sul fatto che anche al nido si crea un legame di dipendenza, seppure professionale; la madre (o il padre) dipenderà dalle educatrici del nido, dalle cure che saprà dare al “suo “cucciolo, dipenderà dalla sue parole sulla giornata trascorsa (ha mangiato, ha dormito, ha pianto, ha fatto la cacca, ha giocato, ha socializzato con gli altri bambini, sta imparando, capisce, è intelligente, è sereno, è calmo, è irrequieto).

Cosa ci fa sentire più liberi, rispetto all’educazione naturale, ai legami familiari, alla gestione dei rapporti con i genitori del proprio marito/compagno o della propria moglie/compagna? Cosa ci suggerisce sia meglio fare allevare il proprio cucciolo – alcune ore al giorno – da persone che hanno studiato “l’educazione”, in un ambiente neutrale extrafamiliare e professionale,  accettandone regole e giudizi e le inevitabili limitazioni alla libertà personale (orari, regole, etc).

Allora è meglio scegliere il nido o il nonni?

Non c’è esattamente una risposta. Il valore potrà nascere dal tempo dedicato a comprendere cosa è davvero importante, cosa vuole dire essere dipendenti o liberi e da cosa (da chi), cercando di capire per “cosa” si sta scegliendo, sgombrando il campo dalle illusioni poiché ogni scelta è una sliding door che avvia ad un futuro diverso, in cui assumersene le conseguenze è la prima regola.

Arrivano i guest post dei genitori: l’educazione nasce naturale 27/1/2014

Questo blog è inserito nella rete di Snodi Pedagogici, e quindi accoglierò, insieme ai colleghi/amici del sito Snodi Pedagogici una giornata di blogging, che è dedicata ed offerta di genitori e pr estensione agli educatori naturali, ovvero chiunque educhi per natura non per scelta professionale.

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Evento blog  27 gennaio 2014

I blogger di SnodiPedagogici offrono i propri blog a chiunque voglia cimentarsi nello scrivere articoli educativi ma non ha ancora uno spazio tutto suo dove poterli pubblicare.

Ogni mese verrà lanciato un tema da poter sviluppare e chi se la sente potrà partecipare condividendo i propri pensieri in rete.

Questo mese tocca a “l’educazione nasce naturale”, tema lanciato da Alessandro Curti nell’assemblea del 16 novembre, a Milano.
Cosa ne pensano i genitori dell’educazione?

“L’educazione nasce in un ambito naturale, la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, in cui era necessario che i grandi insegnassero ai piccoli quello che occorreva per vivere. Poi la società si è fatta più complessa è le figure educative si sono moltiplicate e in alcuni caso si sono professionalizzate per supportare quelle naturali. Ma ancora oggi la prima istanza educativa nasce nelle famiglie, nei gruppi familiari, negli spazi di socialità naturali….”

I post verranno lanciati e divulgati nei vari social e raccolti con un hashtag particolare a seconda del tema trattato.