Matematiche educative

In un bel post sul suo blog, il collega Christian Sarno, aiuta a focalizzare come nell’essere genitori sia importante la capacità di sottrarsi, come genitore, lasciando lo spazio ai figli, nello specifico offrendo alla sue due figlie tutto lo spazio di esplorarsi nella relazione e nella conoscenza reciproca, con il ruolo di sorelle, bambine, pari e simili.

È una delle possibilità (date) dell’essere genitore: mettersi – più o meno comodi – sullo sfondo e lasciare che altri “facciano cose”.

In questi giorni il lavoro del coordinamento mi obbliga a pensare alla (quasi) cinquantina di famiglie di persone disabili che il Centro, che coordino, accoglie, e alle altre famiglie incontrate in servizi analoghi.  Similmente a quello indicato nel post di C. Sarno c’è un rapporto di distanza, dedicato al “lasciare fare” che occorre mettere in campo, reciprocamente.

Una delle azioni educative forse più difficile da costruire con le famiglie (o con noi operatori) …

La matematica rappresenta una curiosa metafora per raccontare cosa a volte avviene e quali processi andrebbero innescati per trovare il significato profondo del lavoro di cura, nella reciproca azione tra famiglie e operatori dell’educazione.

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Ci sono genitori che trascorrono una vita, occupati interamente ad occuparsi di un figlio, disabile, che è in quanto tale portatore, da una vita, di attenzioni e cure, che a seconda del grado di gravità possono essere molte o infinite.

In alcuni casi la fragilità sono tali da spiegare le tantissime ansie e preoccupazioni, che si assommano fino all’infinito, così come si assommano sino all’infinito le cure, e le azioni di accudimento o di protezione, in una dimensione numerica che finisce per rendere faticoso vedere l’uomo e la donna che stanno oltre a queste cure, oltre a quel figlio o figlia.

Si continua a sommare gesto dopo gesto, anno dopo anno, fino al punto di saper riconoscere soprattutto/solo il gesto.

Così le richieste che vengono rivolte  ai servizi, sono di replicare quei gesti, e quelle ansie che sono diventate pane quotidiano; si teme che il figlio non sia abbastanza accudito o curato, e  il servizio che per necessità organizzative, numeriche, strutturali e pedagogiche diventa una alterità che non è competente a svolgere quel compito, oppure riesce a farlo con una qualità appena sufficiente.

Una somma di gesti, una somma di richieste, che giungono all’infinito, e che rischiano appunto di celare il destinatario, nel suo essere persona, con il suo diritto a sperimentare le differenze, nella cura, nei gesti, nelle relazioni. Tanto più che nei servizi destinati a disabili sono impiegate persone abilitate – per studio e formazione – alla cura, non necessariamente peggiore o cattiva, ma diversa e professionale.

Alle volte la cura nei servizi, diventa cura necessariamente generalizzata, e non solo individualizzata, e quindi le azioni di cura vanno suddivise per il numero di utenti, insieme al loro diritto ad accedere allo stesso tipo di attenzioni, la divisione parla di parità e di accoglienza di tutti, nella loro specifica individualità.

Ogni operatore poi deve saper moltiplicare i suoi gesti di cura, per declinarli diversamente per ogni utente.

La matematica in servizio si applica agli operatori, chiamati a suddividere le attenzioni e cure dell’intervento, ma al tempo stesso consente agli utenti di non essere oggetto esclusivo e assoluto lasciando lo spazio per rintracciare altre possibilità di relazione, la sottrazione delle cure individualizzate 24 h per 24 h al giorno, è un potenziale di libertà personale per gli utenti, che possono provare a giocarsi in nuovi ruoli.

E’ proprio grazie al diverso rapporto numerico tra casa (1:1 genitore o 1:2 genitori) e servizio .. che gli operatori e gli utenti devono trovare nuove possibilità di adattamento e crescita, esattamente come avviene nella scuola dell’infanzia, il momento preferenziale in cui il bambino deve dividere le attenzioni della maestra con gli altri bambini e anche interrompere la propria relazione privilegiata con la mamma.

Il disturbo educativo (inteso come una dissonanza evolutiva, ciò che disturba e permette di cambiare) dato dalla presenza di un mondo di compagni, di proposte didattiche, di insegnanti, diventa il nuovo territorio dell’apprendimento. Ugualmente a quanto accade nei servizi per disabili che non perdono la capacità di innovare percorsi di accoglienza, cure, aspetti educativi, spazi esperienziali.

La capacità delle famiglie di restare al limite del servizio, viverne i margini, come osservatori attenti, ma fuori dalla scena, nonostante le paure e le abitudini,  capaci di sottrarsi un po’ dalla scena del proprio figlio, lascia spazio ad altre cure e attenzioni, proposte e azioni. Consente ai figli di esplorare uno spazio che da respiro alla propria umanità, alla dimensione di persone, individui, di essere finitamente uomini o donne, giovani ed anziani, facili o difficili da incontrare, ma complessi e interessanti da conoscere.

Il servizio (i servizi) devono saper praticare ed insegnare, alle famiglie, questa “matematica” che mostra come il valore individuale, in un servizio non viene presidiato con lo stesso tipo di attenzioni che la famiglia può dare, ma che il valore individuale vada “giocato” il presidio dei diritti di tutti; che il diritto alle cure non permette privilegi e priorità, ma forse solo un differente acceso alle cure/attenzioni/azioni educative , e che le priorità vengono ridefinite in base ad altri criteri imposti dalla dimensione organizzativa del servizio e dalla dimensione educativa e progettuale.

Resterà comunque difficile spiegare alle famiglie che non si tratta di comportamenti arbitrari, o ingiusti, ma di una definizione definizione diversa delle matematiche e … delle geometrie, che sono possibili un servizio, definizioni mettono in luce che si sta lavorando con una collettività, ed in questa collettività ognuno è portatore di diritti, di uguale – peso – spessore, ma al tempo stesso di differenze, che sta l’équipe definire e valorizzare, spiegare, aiutare a vivere.

Matematica (fonte wikipedia)

La parola matematica deriva dal greco μάθημα (máthema), traducibile con i termini “scienza”, “conoscenza” o “apprendimento”;[1] μαθηματικός (mathematikós) significa “incline ad apprendere”.

Per l’origine del termine occorre andare al vocabolo egizio maat, nella cui composizione appare il simbolo del cubito, strumento di misura lineare: un primo accostamento al concetto matematico. Simbolo geometrico di questo ordine è un rettangolo, da cui sorge la testa piumata della dea egizia Maat, personificazione dei concetti di ordine, verità e giustizia, figlia di Ra, unico Uno, creatore di ogni cosa, ma neppure il padre può vivere senza la figlia: la sua potenza demiurgica è limitata e ordinata da leggi matematiche. All’inizio del papiro Rhind si trova questa affermazione: “Il calcolo accurato è la porta d’accesso alla conoscenza di tutte le cose e agli oscuri misteri”. Il termine maat riappare in copto, in babilonese e in greco. In greco la radice ma, math, met entra nella composizione di vocaboli contenenti le idee di ragione, disciplina, scienza, istruzione, giusta misura, e in latino il termine materia indica ciò che può essere misurato.

Col termine matematica di solito si designa la disciplina (ed il relativo corpo di conoscenze) che studia problemi concernenti quantità,estensioni e figure spaziali, movimenti di corpi, e tutte le strutture che permettono di trattare questi aspetti in modo generale. La matematica fa largo uso degli strumenti della logica e sviluppa le proprie conoscenze nel quadro di sistemi ipotetico-deduttivi che, a partire da definizioni rigorose e da assiomi riguardanti proprietà degli oggetti definiti (risultati da un procedimento di astrazione, come triangoli, funzioni, vettori ecc.), raggiunge nuove certezze, per mezzo delle dimostrazioni, attorno a proprietà meno intuitive degli oggetti stessi (espresse dai teoremi).

La potenza e la generalità dei risultati della matematica le ha reso l’appellativo di regina delle scienze: ogni disciplina scientifica o tecnica, dalla fisica all’ingegneria, dall’economia all’informatica, fa largo uso degli strumenti di analisi, di calcolo e di modellizzazione offerti dalla matematica.

L’OTTO marzo (educativo) ogni giorno

PREMESSA

All’inizio … un tot di anni fa, pensavo che l’educazione fosse semplicemente l’atto di educare qualcuno.

E nei primi anni di lavoro mi sembrava che questo atto fosse sganciato dal contesto, e dal tempo. Poi lavorando nei servizi domiciliari, è stato necessario cominciare a focalizzare le differenze di contesto, di spazio e di tempo, quali variabili significative nell’interazione con i ragazzo/bambini che incontravo, e per comunicare con le loro famiglie.

Quella sorta di bolla educativa primigenia non apriva ad una serie di dubbi e domande, una fra la tante era sulle differenze di genere. Mi sono trovata in vari contesti lavorativi o formativi in cui non ci si ponevano domande sulle differenze tra l’educazione al femminile o al maschile, e su che cosa cambiasse se un atto educativo era agito da un uomo o da una donna. Spesso nelle equipe si lamentava l’assenza di educatori uomini, o nei servizi si osservavano differenze a seconda della composizione, ma questo non generava domande di senso. Avevo la sensazione, confermata dal mondo educativo attorno a me, che non fosse così rilevante.

Come se l’educazione fosse priva di alcuni colori e sfumature particolari.

Solo l’esperienza e il tempo hanno cominciato a definire ulteriormente, a specificare che cosa fosse “dell’educazione”, considerandola a partire dal luogo in cui essa avveniva, dai temi che si potevano trattare a seconda della tipologia di servizio o di utenza, delle professioni e dei ruoli che si incontravano; riflettendo sui significati che si generavano a seconda del ruolo esplorato, o se l’abitare quei luoghi di educazione o formazione fosse fatto come  “fornitore” di educazione o come “fruitore” di educazione.

Questo ha permesso di andare a ricercare i nodi dell’educazione,  e la riflessione si è necessariamente colorata di altre declinazioni.

Uno degli snodi interessanti riguarda l’educazione di genere.

Nel senso che non è irrilevante il genere, e nemmeno come le strutture educative si conformamo a seconda di chi vi abiti o eserciti un ruolo di fornitore di educazione.

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Tutta la nostra esistenza è caratterizzata da processi di formazione ed educazione continua su cosa “sia” essere donne o uomini, e cosa sia pertinente all’essere donne o pertinente dell’essere uomini, spesso aiutando a definire alcune azioni, altre volte rendendole stereotipate. E quindi anche quali gesti debbano (dovrebbero/dovranno/potrebbero/potranno) appartenere alle azioni educative, di un operatore maschio o una operatrice femmina…. Comincerei però con il primo vincolo, per me è possibile esprimermi tanto grazie alla mia specificità formativa e professionale e quanto a quella di genere, perché ciò che mi è stato insegnato è stato vincolato e veicolato anche dalle differenze di genere, nelle sue potenzialità e nelle sue derive. Ed è da questa parzialità che provo a lavorare sulle derive del mio lavoro.

Oggi mi accade di soffermarmi sulle differenze di genere e sul coordinamento, e quali possano essere differenze tra l’essere un coordinatore uomo o coordinatore donna, e come esse possano esprimersi. A partire dal servizio in cui attualmente opero, mi sembra importante, lavorare sulle derive educative che si producono in un servizio destinato primariamente alla cura/accudimento ed erogato da una maggioranza di donne.

Qual è la deriva culturale dell’educazione al femminile che si va specificare nella conduzione di un centro diurno disabili?

L’approccio prevalente è quello che riguarda processi di educazione a partire dal puro accudimento, poichè – spesso – le persone disabili in un CDD hanno bisogno di cure primarie ed è quasi inevitabile che venga non solo fornito un alto livello di attenzione alla cura. Eppure la deriva è che esse diventino l’approccio e lo sguardo prevalente. Cura, accudimento, protezione, maternage. Inoltre l’approccio al maternage si sostanzia anche grazie al gran numero di operatrici donne che lavorano nel settore.

Si aprono quindi altre domande e digressioni.

L’educazione professionale delle donne viene spesso confinata, ridotta e quindi banalizzata con l’idea di un capacità di accudimento l’accoglienza, che pure corrisponde l’educazione alla cura che viene offerto alle bambine, come se ci fosse la formazione della furura madre all’istinto “femminile”,  alla costruzione culturale di una istintualità  o normalizzazione del gesto educativo di cura che le donne imparano sin da piccole, (con il gioco con bambole e pelouche, del vestire, svestire, abbracciare, cullare, nutrire, coccolare).

Ecco che diventa necessaria, per chi coordina, l’introduzione di una variante (in questa cultura) che derivi dall’inserimento della tecnicalità, e della ricerca del gesto educativo; un gesto che seppure parta da un “azione”naturale, deve essere attraversato del pensiero, dal tema e dalla ricerca di un obiettivo educativo, ed infine dalla ricerca di un significato. Il mio contributo all’educazione al femminile, nel mio servizio, è che essa non diventi la deriva del femminile, la sua scontentezza; ma che sia la ricerca di un gesto significativo e ricco, plurale e portatore di ricchezza e significati poliedrici e plurali. Perché possa uscire dalla sua connotazione più antica e naturale e si sposti verso un approccio più tecnico. Ossia ciò che permette di dire “scelgo quel gesto perché lo penso”, scelgo quel gesto perché ho l’intenzione di incontrare l’altro in un certo modo.

Il gesto assume una colazione educativa, ed esce dalla sua forma connaturata,  si colora di un intenzionalità nuova, di un pensiero, di un’osservazione, di una modificazione volontaria nella sua produzione.

Il gesto si produce con intenzione e consapevolezza che gli da forma e significato diverse, si riempie di domande, non è più natura e istinto ma diventa già cultura e sapere. Il gesto con intenzione si colloca sulla scena specifica, la carezza per un figlio non sarà “come quella” per un utente,  i due gesti diranno due cose diverse perché le persone sono diverse, perché ruoli sono diversi, perché i contesti diversi, perchè sono pensati a partire da questi snodi.

Credo sia questo il mio contributo per la giornata internazionale delle donne. Oggi e non solo.

Trovo necessario per l’educazione e per le donne dare all’educazione femminile, una forma e una dignità, una consapevolezza più alta del significato che riesce a esprimere nelle azioni. Dando contenuti e consapevolezza nuovi ai gesti che si agiscono. Offrendo intenzionalità e progettazione sicuramente diverse da “quell’istinto” femminile che viene propagandato come educativo e che spinge le donne in ambito professionale di educazione. Educare e scegliere, a partire dalla consapevolezza della propria parzialità (anche femminile), per offrire alla propria professionalità una dimensione capace di interagire e ampliarsi, e offrire all’altro tutta la ricchezza educativa possibile, una educazione che si sbanalizza se è capace di riconoscersi e  riconosce le proprie derive.

radio kills the video star?

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Ballando sotto le stelle, Amici, X – factor, il museo di fotografia contemporanea, Rai edu – Tv talk.

Cosa accomuna queste realtà?

La sguardo e l’educazione.

  • I primi tre sono talent show, in cui si osservano le storie formative dei partecipanti allo show, svilupparsi tra lezioni, fallimenti ed apprendimenti; fino all’epilogo del giudizio e della selezione. Inoltre è possibile vedere i giudici e/o professori discutere tra loro sulla qualità degli apprendimenti, così il pubblico riesce ad acceder al livello della meta-riflessione sulla qualità, sull’applicazione, sul talento, sulla didattica che in questi programmi viene espressa.

(c’è tutto un corollario di riflessioni che mi risparmio: il fatto che siano programmi televisivi, dei contenitori più o meno fittizi, scuole sui generis, luoghi in cui l’obiettivo è lo spettacolo e l’audience e non l’apprendere)

SERVIZIO EDUCATIVO del Museo di Fotografia Contemporanea promuove attività e proposte volte a facilitare la conoscenza della fotografia attraverso il museo, il suo patrimonio fotografico, le ricerche e le esposizioni in corso. Si rivolge a ogni tipo di pubblico (studenti, giovani, gruppi familiari, adulti, famiglie, associazioni e gruppi, comunità del territorio, studiosi) proponendo il museo come luogo di incontro e di elaborazione culturale.

Le principali finalità del SERVIZIO EDUCATIVO sono:

– far conoscere le collezioni e le attività del Museo
– offrire attività per la formazione, l’apprendimento e la ricerca
– educare a saper vedere e interpretare le opere.

  • Infine Rai tre – anzi Rai Educational che con il programma Tv – Talk che secondo cinetivu “ rappresenta l’esempio di come si possa proporre una interessante trasmissione d’analisi su quanto di meno intelligente lo spettatore si ritrovi ad osservare nella sua quotidianità: i programmi proposti dal piccolo schermo.”. In altro modo un modo di analizzare ciò che vediamo, dalla parte di chi ce lo fa vedere.

C‘è un filo rosso tra queste realtà?

Ma qualcosa mi suona comune. Una precisa quanto involontaria ricorsività: il formare, il mostrare la formazione, il riflettere su cosa viene prodotto.

E’ casuale che ci si occupa di televisione e di sguardo, di immagine si ritrovi a svolgere questa funzione?

E’ un abbozzato bisogno di formazione mirato  al guardare, all’imparare da ciò che si guarda, al costruire metalivelli di analisi e riflessione?

E’ un inconscio modo di ricercare il pedagogico anche in ciò che prevale e domina nella cultura d’oggi, e che prevalentemente è mutuato dallo sguardo? (TV- cinema – internet – fotografia – immagine); o è un modo di ricercare un pedagogico tout court?

Ma alla fine cosa c’entra la radio? Forse è uno strumento pedagogicamente più conosciuto ….

la voce narrante versus le immagini che ancora non sanno completamente come, cosa, quanto narrare … nel qui ed ora.