una questione di misura

v

A. non era affatto bella, ma radiosa. E il suo saluto al mattino alleggeriva il lavoro, non so quanto ne fosse consapevole.

R. era spassosa, escluse le volte che era arrabbiata, e allora le sue sceneggiate nell’atrio dell’edificio, così strillate e plateali, finivano per imbarazzare tutti.  Ma in compenso elargiva estemporanei massaggi, con mani calde e una saggezza istintiva, che riusciva ad ammorbidire alcune contratture del collo.

D. alla sera, prima di dormire, chiedeva sempre un bicchiere d’acqua; un rituale per allungare il tempo dei saluti.

S. parlava poco, ma aveva ben chiaro il senso della giustizia e della provocazione, che esprimeva  in azioni “socialmente” imbarazzanti, ma deliziosamente vive.

I gemelli avevano reintrepretato i divieti ad una vita libera, inventandosi tra loro di esprimere l’eccezione che la confermava.

N. rapiva l’amore di tutti, in virtù di uno sguardo celeste,  luminoso e intenso, che spezzava il cuore.

P. aveva una classe innata, un giusto tono di mistero e distacco.

V. (mi) si è incisa nella pelle, come un tatuaggio, perché la storia l’avevamo scritta insieme.

Ogni iniziale, è un nome, una persona. Una lunga serie di  storie, di persone.

Spesso disconosciute e non definibili attraverso queste “virtù”, caratteristiche,  curiosità, attimi di genio o di magia. In generale sono messe dentro/dietro quello che diventa uno schermo e uno stereotipo: la disabilità.

do what’s right, not what’s easy

Nel nostro lavoro capita a tutti di dover dire cose giuste e non facili, scoprendo o sapendo che generano malumori, sommosse, e quasi crisi sistemiche.

Come giustamente sottolinea il collega C. Sarno finiamo per occuparci dell’etica dell’educazione, tale che si rende etico oltre necessario dire alcune cose.

A volte occorre far scoprire che la disabilità occupa (solo) una parte della vita di una persona, ma non per questo la persona scompare: continua ad avere desideri, passioni, amori, bisogni, timori, non facilmente soddisfacibili (es una vita autonoma, l’affettività, la sessualità, l’attenzione privilegiata di un operatore); tanto perché questa impone diversi limiti, e sia perché il mondo attorno fatica a cogliere l’interezza della persona che vi sta attorno e dentro o dietro

Un adolescente, un ragazzo di 20 anni, una donna in età fertile, un anziano restano tali, indipendentemente dalla condizione di disabiltà, stesso accade ai desideri e ai sentimenti. Anche questa apparente ovvietà va ribadita e ricordata.

A volte occorre rivendicare la democraticità della disabilità (purtroppo), e ribadire che non ci sono altro che  gli stessi diritti di uguaglianza, non ci sono privilegi da ribadire, nell’essere più o meno disabili.

Ognuno, ogni famiglia ne declina a suo modo il rapporto, trovando equilibri diversi,  più o meno precari, più o meno facili, ma questo non implica dovere stabilire quali categorie di disabili che hanno maggiori diritti di altri. Non ci sono sindromi o danni cerebrali  che valgano più o meno.

Un compito degli operatori dell’educazione è esplorare e fare esplorare anche questa scomoda verità,. Esistono identici diritti, fra le persone disabili (lo dicono le carte internazionali e le costituzioni moderne) e laddove i familiari non possono/riescono/sanno difendere questi diritti spetta agli operatori mostrarli e indicarli, talvolta difenderli.

 A volte occorre dire qualcosa non è gradevole dire: un no, un’accaduto, una notizia, scontentare la voglia di non fare fatica di un utente o un familiare, di un collega. Evitando di lasciare quello che accade nella melma del non detto o del non fatto, o di perdere una occasione per crescere insieme, magari a fatica.

Alle volte occorre rischiare di scontentare un responsabile, un coordinatore, un collega per dire, “veramente “no, non sono d’accordo,” scegliendo la via della chiarezza, e della sfacciataggine.

Alla fine ci si chiede: a cosa serve tanta ottusa cocciutaggine? Perché è giusto farlo?

Perché l’educazione ha le sue radici, nei diritti, nell’insegnare, nella crescita, nel creare saperi e culture, nella comunicazione (interazione), nelle scelte, nell’intenzionalità, nelle fatiche di condiviedereed accompagnare l’altro nella sua strada, e persino nella scomodità di dire la cosa giusta anche se farlo non è facile …

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Evanescenza dei servizi …. (?)

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INTRO

“Non posso dimenticare l’espressione sorpresa di una dirigente di servizi sociali di fronte alle mie affermazioni riguardanti il futuro di questi figli e il desiderio dei genitori di cercare e scegliere il contesto per loro più adeguato. Non è facile trovare un posto, figuriamoci poi scegliere … sarebbe un lusso! La signora in questione mi parlava come professionista del settore ignorando il mio duplice abito, anche di genitore coinvolto direttamente nella questione. Avrei potuto svelarlo sottolineandole che aveva perso una bella occasione per tacere e per connettere lingua e cervello ma, a volte, è meglio andare oltre.

Gli operatori parlano di disabili, di strutture, di fondi, noi parliamo dei nostri figli, della loro qualità di vita e questo a volte traccia una linea di demarcazione insuperabile.”

Fonte http://igorsalomone.net/2013/07/29/teniamoci-per-mano/

Non avrebbe senso utilizzare questo post per dare una risposta a chi scrive (si tratta anche di una collega con cui lavoro), ma spesso i suoi post mi sollecitano la ricerca di risposte possibili, smuovendo inquietudini nella mia parte genitoriale, e in quella di operatore; risposte che, è inutile dire, sembrano non arrivare mai e non mi soddisfano affatto.

Allora provo a pensare che quelle domande siano assimilabili a domande/inquietudini dei genitori che incontro al lavoro, e alla “demarcazione insormontabile” che divide operatori e genitori. Da anni sono alla ricerca di quella quadratura del cerchio che permetta di passare dal ruolo di antagonisti a quella di plessi di una rete, di sodali, di costruttori di reti di significati condivisi e condivisibili.

Nonostante.

Nonostante le differenze, le resistenze, i differenti oggetti intenzionali.

E’ una ricerca che nasce perché conosco le passioni di chi educa, di chi abita i servizi, l’affetto per gli utenti, e la rabbia per i vincoli che il sistema ( fatto di vari sistemi che interagiscono sanità/amministrazioni/cooperative/famiglie etc) mette in azione per confinare il lavoro degli educatori, per negare le possibilità e le prospettive di accompagnamento, verso altro/altrove, di chi vive una vita con disabilità.

Avrei detto alla collega qualcosa di diverso dalla dirigente, quando ha detto che “la scelta è un lusso”? No. Non credo, avrei detto a denti stretti la stessa cosa, avrei aggiunto “purtroppo”, avrei ancora detto che si esistono posti dove scegliere non è un lusso, ma una possibilità, e posti dove nemmeno c’è scelta. Appunto.

Nel transito lavorativo tra due regioni (Lombardia e Piemonte) che non sono nella retroguardia dei servizi diretti a persone con disabilità, mi ritrovo a pensare comunque che le possibilità sono un lusso.

E’ un “lusso” vivere in Lombardia, è un “lusso” vivere a Milano o in una grande città, mentre è sicuramente una “fregatura” vivere in un paese piccolo, o dove la cooperativa di turno, che appalta i servizi dei comuni ha un livello di sensibilità culturale alla disabilità medio basso o meramente assistenziale, o dove i tagli consentono la vita e stipendio solo alle mega cooperative, lasciando dietro di se un cimitero di ottimi professionisti senza lavoro. Ci sono povertà e lussi, in una Italia dove scuola, cultura, welfare sopravvivono a macchia di leopardo, e i lussi paradossalmente sono una qualità media e mediocre, che spesso lima e delude gli operatori stessi.

Dove sono gli alloggi per l’autonomia protetta? E le vacanze pensate, non solo per il sollievo dei genitori, ma per il “piacere” dei figli, finalmente accompagnati a esplorare altri luoghi lontani dalla quotidianità della scuola, dei CDD o della famiglia, ognuno per le possibilità. Dove si parla di diritto alla sessualità e all’affettività?

Esistono? Si, so di esperienze di questo genere a Milano, Pavia, o sulla costiera Romagnola (vacanze), lo so perché esiste il web che diventa una fonte di scoperta di un mondo inesausto di operatori, famiglie, reti, associazioni, cooperative che tentano non tanto di “presidiare il forte” ma di connettersi, e fare connessioni-pensieri-progetti, di partecipare, di scambiare link e possibilità.

Esistono perché …

“facciamo rete”

impariamo e raccontiamo,

perché la rete di cui parliamo offre lavoro e sostegno alle vite degli operatori,

perché c’è un continuum tra le vite di chi professionalmente si occupa dei figli di quei genitori,

perché creiamo/cerchiamo un dialogo tra queste diverse istanze, al centro delle quali dovrebbe restare quella, che una volta si chiamava “centralità della persona” o perché al centro dell’esperienza educativa e di cura deve stare lo “stay human”,

perché la traccia di demarcazione necessariamente definisce i ruoli, ma non cancella la scena collettiva dei servizi, degli incontri, e pure il luogo sociale, culturale, politico, educativo, assistenziale, pedagogico, sociologico, psicologico, antropologico, scientifico (e altro ancora) in cui svolgiamo tutte le nostre vite.

Quello che immagino possa essere il futuro per servizio in cui opero, non è quello dell’evanescenza programmata dalla politica e dalla crisi, ma quello di un luogo dinamico in cui sia possibile dire tutte le verità scomode (o meglio i pensieri scomodi), tenuti insieme in una rete di significati collettivi. In cui la solitudine di alcune famiglie, la sensazione di essere sulla linea di frontiera sia condivisa da chi per (e in una) una simile linea di confine combatte.

Stay human e buona estate

Storie per l’ Agorà (Storia di Bianca)

di Monica Massola

La storia di Bianca l’ho scritta per l’Agorà*, in relazione al tema del Violare la Violenza, dove ciò che occorreva provare a rintracciare era (ed è) rapporto tra violenza ed educazione, leggendo tra i confini di due parole, che nominalmente vengono sempre ritenute distanti. A seguire quella che è stata la proposta tematica da sviluppare per l’Agorà*, cui segue la Storia di Bianca. Per come per molti un nuovo modo di ascoltare, leggere, e scrivere ciò che accade in educazione.

Francesco Somaini - Lotta con l'angelo - 1951 Bronzo
Francesco Somaini - Lotta con l'angelo - 1951 Bronzo

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Una lectio magistralis … un geranio può diventare educatore

Fonte originale dell’articolo: education 2.0

“La famosa frase del dottore che, dopo avermi visitato all’età di due anni, ha scosso la testa ‘Non c’è nulla da fare, sarà un vegetale’, è stata lì per lì subìta dai miei genitori proprio come si subisce una maledizione”. Claudio Imprudente ha ricevuto il 18 maggio la laurea honoris causa in “Formazione e cooperazione” dall’Università di Bologna. Ecco la sua lectio magistralis.

Questa laurea non è solo mia, ma di tutti i contesti che mi hanno sostenuto e di chi li ha prima costruiti e poi (con)vissuti insieme a me. Se fosse una laurea “ad honorem” avrei potuto fare un facile gioco di parole, sostenendo che non è una laurea “ad personam”, ma, purtroppo o per fortuna, si tratta di una laurea “honoris causa”.

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