Fare la fame

Nel mio nuovo lavoro, nella sua precarietà di lusso, un contratto a tempo determinato, vivo un mondo che non c’e’ piu’.
Il lusso di qualche anno fa, un centro disabili, con tutti i benefit che sono figli del welfare, i laboratori, i mezzi, gli operatori, un buon rapporto numerico tra operatori ed utenti, gli esperti esterni, i progetti.

Una bolla di benessere che sopravvive inconsapevole e residua, mentre attorno la cooperazione sociale collassa nei ritardi di pagamento dei comuni, i nidi e le case di riposo si svuotano, perché le donne tornano al lavoro casalingo e all’assistenza agli anziani, perché i soldi mancano e il lavoro scompare.

Attorno c’e’ la fame, la paura e la crisi che soffoca i nostri omologhi.

Il mio lavoro precario “di lusso”per un anno (e poi vedremo), da coordinatrice (
– pedagogica, la mia matrice formativa, quella no, non la derogo – non mi impedisce di chiedermi quando l’educazione che pratico, e che osservo, e che produco potra’ cominciare a nominare la fame.

Quale fame?
La fame vera e la sofferenza che sempre piu’ spesso leggo (leggiamo?) sul web.

Quando?
Quando cominceremo, con le colleghe e i colleghi con cui ragioniamo su web, nei blog, o nelle equipes e nelle riunioni, nelle assemblee dei soci, nei convegni, a ragionare di educazione al tempo della fame.

Cosa dovremo dire nel tempo in cui i nostri pari, per status socio economico, fanno letteralmente la fame, i nostri vicini di casa, i genitori della amica, il cognato che perde il lavoro.
Cosa saremo (siamo) obbligati a capire nel tempo della fame e la fatica,
smettendo di immaginarle come astrattamente tipiche della nostra utenza, da cui talvolta e per astrazione (o distrazione) immaginiamo (o fingiamo) vi siano distanze siderali.

Un pensiero che nasce da questo link e non solo, e che apre una voragine di domande.

Per le quali, l’educazione, se tale deve essere, nel suo mandato etico e civile non puo’ esimersi dal mettersi in gioco.

famiglia e crisi

Crisi dentro e fuori

O Fortuna Di Carl Orff
 
 O FortunaVelut luna Statu variabilis Sempre crescis Aut decrescis Vita detestabilis Nunc obdurat Et tunc curat Ludo mentis aciem Egestatem Potestatem Dissolvit ut glaciem.
 
Sors immanis Et inanis Rota tu volubilis Status malus Vana salus Semper dissolubilis Obumbrata Et velata Mihi quoque niteris Nunc per ludum Dorsum nudum Fero tui sceleris?
 
Sors salutis Et virtutis Mihi nunc contraria Est affectus Et defectus Semper in angaria Hac in hora Sine mora Corde pulsam tangite Quod per sortem Sternit fortem Mecum omnes plangite!

O fortuna,A guisa della luna Nell’atteggiamento dell’incostante Sempre tu cresci O vai diminuendo La vita detestabile Ora perdura salda E proprio ora (la fortuna) Occupa l’ingegno con un gioco: La miseria Il potere Dissolve come ghiaccio.

La fortuna immane E vuota Tu ruota che giri Funesto stato Futile benessere Sempre dissolubile Oscura E velata E su di me chi più si appoggerà, Ora che per un gioco Il dorso nudo Porto per la tua cattiveria?

La fortuna del benessere E della virtù Ora a me contraria È un desiderio, È una debolezza. Sempre in corsa obbligata Ora per di qua Senza sosta Sentite il battito nel cuore Poiché a causa della fortuna (Egli) acquieta la forza Piangete tutti con me!

Dove vado, in questi ultimi periodi, nella voce di colleghi, negli operatori del sociale, nei servizi, scorre la parola crisi.

La cosa non stupisce, tutto attorno a noi racconta di questa crisi, importante, e grave a livello economico. E ci bastano brevi immersioni nelle timeline o nelle bacheche dei socialnetwork per vedere quanto del nostro tempo è dedicato a condividere, commentare, stimolare pensieri sulla crisi. E come se non bastasse ogni bacheca ci mostra mille altre crisi possibili, che non ci appartengono eppure che parlano alle nostre. Come se non bastassero la chiaccehiere serali in famiglia, o al bar, o nei luoghi di incontro.

La crisi del sociale, settore sempre al limite della sopravvivenza anche in tempi non sospetti, non fa che potenziare il ritornello, e soprattutto a concretissima la fatica nel sopravvivere.

Ma a sorpresa, in ciò che ascolto, è l’indicare la crisi sempre come speciespecifica del settore, o del servizio, o dell’utenza.

Al massimo si considera il territorio come inadatto ad assorbire un bisogno e una tipologia di servizio. Oppure un servizio/operatore indica come la nota critica, generatrice di crisi, sia proprio la funzione che è chiamato a svolgere. Il caso più indicativo è rappresentato quelle insegnanti irritate dal dover insegnare qualcosa ai bambini, nel cambio di grado di studio (dal Nido alla primaria, dalla primaria alla secondaria e via discorrendo).

Insomma la crisi è sempre ben localizzata e di facilissima interpretazione. A volte per strenua onestà intellettuale ci si “arroga” tutta la titolarità della crisi e dell’incapacità ad affrontarla. Come se fosse facile, come se la crisi fosse solo una.

E poi accade anche – come per un effetto complementare, – che  la risposta o la risoluzione restano sempre inaccessibile. Come se ci fosse un circolo vizioso: un problema, una soluzione o una gamma di soluzioni, che non cambiano mai nulla il paradigma. Gli operatori si osservano come ogni azione chiamata a risolvere la crisi non fa che riportare al punto zero: la crisi si ripete di continuo, ottenendo risposte/soluzioni sempre simili. E nuove crisi.

In alcuni casi, ricordo di avere sentito ribadire con forza l’unicità del proprio problema, la specificità, l’originalità, come se la crisi fosse un marchio di esclusività.

Tant’è che la rete del “sociale”, se non in casi sporadici, sembra non guardare i problemi in maniera sistemica, e si adatta ad affrontarli in solitudine, uno ad uno, passo dopo passo. Fino a tornare al via.

La crisi “economica”,  invece ci sembra dire, che la crisi, le crisi sono spesso sistemiche, fatte di contaminazioni reciproche, di riflessi e di azioni “speculative” che creano nuove “bolle” di crisi.

C’è una ricetta?

Forse la complessità, forse un pensiero irregolare, divergente che osserva tutte la crisi, e i loro riflessi a breve e lungo termine. Forse imparare, da altri contesti, come vivere profondamente la crisi, facendosi perturbare, e trasformare profondamente, per vivere, crescere, andare avanti …

Il terzo settore è il settore della crisi, della perturbazione, della provocazione, della diversità, dell’impermanenza, del turbamento, della malattia, della fatica e del dolore. Tutti i prodotti che l’umanità vorrebbe correggere e bonificare …. eppure è un settore che sembra aver imparato poco dalla crisi che tratta …

Come fa una famiglia a sopravvivere alla diagnosi di una grave malattia di un figli? Certo non con le ricette rassicuranti. Si stravolge, si trasforma, si snatura e trova, con una parte di fortuna, un nuovo equilibrio irriconoscibile per gli altri. ma possibile e necessario. Un equilibrio che mescola le crisi, che scompagina le carte, che perturba e innova.

 

S.O.S. (Scuola) .. houston! we’ve a problem .. Another!? Again!?

Lavoro da anni nella scuola e se avrò fortuna ci lavorerò ancora per anni. Ci ho lavorato sul limitare, negli angoli buoi, nei confini non presidiati, notando com’è ovvio parecchie criticità educative e gestionali.

Ho osservato la scuola, con lo sguardo critico del professionista che deve incontrare le “incomprensibili” resistenze alla dimensione educativa, che portavo e porto, e alle presenze estranee di qualcuno che non è “insegnante” e che quindi sembra non avere un ruolo e un luogo dove esercitare il diritto/dovere alla parola, all’incontro, al presidio.

Ma ciononostante apprezzo la scuola, nella sua dimensione di luogo dell’apprendere, sebbene anche io noti che si tratta di un luogo grandemente in crisi. Eppure la sua stessa crisi non è sola colpa della scuola e soprattutto non può esserle attribuita in toto. La crisi del sistema scolstico non può essere nominato senza che (insieme) anche gli altri partner si assumano la responsabilità del pezzo di crisi che portano e non vedono.

Chi sono gli altri partner? Le famiglie, lo stato, il provveditorato, i professionisti che le ruotano attono. E poi c’è la dimensione culturale e sociale di un paese che latita nel restituire le dimensioni di un mondo che cambia. Quindi lascerei ad ognuno il tempo per una riflessione sui propri mancati presidi. Ma la scuola c’è e vale.

Oggi siamo al prolungamento ipotizzato delle vacanze estive, motivato, in apparenza dalla nobile intenzione di dare la possibilità alle famiglie italiane di andare in vacanza in un momento dell’anno economicamente vantaggioso. Leggendo qui e là,  si inserisce inoltre la questione, molto sventolata ultimamente, di qualcuno che dice “ai miei tempi” c’era il maestro unico, “ai miei tempi” si andava a scuola all’inizio di Ottobre, “ai miei tempi” non c’era il tempo pieno, “ai miei tempi non c’era questo e quello… eppure ho imparato bene a leggere e scrivere etc etc etc …”.

Ai suoi tempi, che erano probabilmente anche i miei… non c’erano un sacco di cose, ce ne erano altre. Lo sfondo, lo scenario … della mia scuola era inequivocabilmente diverso.

E ..

  • non c’erano i disabili allora relegati nelle scuole speciali, e nemmeno c’erano i casi sociali, bambino oggi seguiti dagli educatori e da insegnanti di sostegno,
  • non “c’erano” i bambini dislessici/digrafici/con problemi di discalculia o meglio non si prestava attenzione a loro, forse bollandoli come “asini”,
  • non c’erano alunni extracomunitari e nemmeno i mediatori culturali,
  • le mamme, la maggioranza, erano casalinghe,
  • e per finire la scuola non doveva rispondere alle necessità di una società globalizzata,
  • ma assolvere al compito (allora fondativa) di insegnare a tutti a leggere e scrivere, favorendo l’accesso allo studio ……

Insomma era una scuola diversa, nelle forme e nel compito formativo. Il fatto che siano passati circa 30/40 anni significherà pure qualcosa…

Così oggi mi chiedo e trattengo questa domanda: se il problema delle vacanze settembrine sia una richiesta pressantissima dei genitori o se non assolva a tamponare altri problemi che chi governa vede e vuole presidiare.

Così come professionista dell’educare, come madre, come cittadina, ed anche come persona che continua a frequentare contesti formativi (in qualità di studente) vorrei rispondere alle pressioni mediatiche in tema di scuola, qualora ci si voglia occupare di problemi reali e non fittizi capziosi: ossia come la scuola debba cambiare, per ridurre costi e sprechi,  per innovare e rinnovarsi al fine di rispondere al suo primigenio mandato formativo, verso i miei e gli altrui figli. Ma le motivazioni di questi cambiamenti devono essere adulte, valide ed intelligenti, per rispondere al mandato di formare i nuovi adulti che vivranno in un mondo più complesso.