I vaccini e la dimensione pedagogica (ovvero il titolo fuorviante)


 Post pubblicato anche su Facebook in data 2 giu 2017

Parlerò di vaccini? No. Per fortuna no.
Ma il titolo sarà un ottimo acchiappaclic/mi piace, ed è un escamotage che usano tutti. O in troppi. Così come se intitolassi il post “I rischi delle balene blu”. Si tratta di argomenti serissimi, per carità, ma per i quali rimando ad altre persone il compito esplicativo.
Lo so, non è una manovra propriamente corretta.
Ma è questo che in fondo voglio trattare, della comunicazione e dei contesti. Perché impariamo e insegniamo in contesti che possono essere definibili e che ci permettono o meno di dire alcune cose, invece di altre, e di capirne solo alcune. Viviamo in zone di luce e di ombra, come in un bosco, in cui nel corso del tempo dettagli ci appaiono diversi o più chiari. E talvolta troviamo le notizie o le informazioni proposte in modo fuorviante.

CONTESTI (1) Un elemento che riconosco importante e significativo delle mia professione è che il discorso pedagogico permette di attraversare e comprendere le esperienze educativa (professionali o genitoriali) a partire dal contesto, dall’orizzonte che si può vedere, grazie all’incontro con l’altro. Educare come possibilità di mostrare il mondo, le scelte, la strada per crescere, le responsabilità e gli sguardi necessari.

 


RUOLI Ricordo una lezione di una dei miei formatori, che spiegava come a seconda del contesto la stessa frase/azione avesse un significato assai diverso. Ad esempio se devo spiegare ad un genitore cosa potrebbe imparare un ragazzo con disabilità, avrò da tenere conto di implicazioni diversissime (a livello emotivo, cognitivo, affettivo, umano, di responsabilità), rispetto al mio proporre la stessa questione ad un educatore, che avrà comunque un ruolo diverso. Il genitore ha un ruolo e una responsabilità che durano una vita intera, e l’educatore ha un ruolo professionale circoscritto in un arco e un ambito temporale diverso e preciso, così come emozioni e affetti si direzionano ovviamente in modi diversi.
Ma torno al principio del discorso. E magari trasversalmente riparlo anche di vaccini e Balene blu con una domanda: qual’è il problema?

CONTESTO (2) Il problema è il contesto, la scena, lo sfondo in cui accadono le cose. Il problema è che non possiamo sfuggire alla necessità di tradurre, interpretare meglio la realtà che ci parla, che non possiamo evitare di collocarla in una dimensione storica e anche da lì partire per comprendere.
PAURE Il problema vaccini ma anche a quello delle Balene Blu è un problema legato alla nostra paura del mondo e della fragilità che ne percepiamo, al timore di non proteggere i nostri figli e quelli altrui, alla certezza che forse non potremo sempre farlo abbastanza. Le malattie sono traditrici e a volte terribili e anche il suicidio in adolescenza è una prospettiva a cui nessun genitore (o educatore) riesce a considerare. Non abbiamo nessuna assicurazione sulla vita e sul futuro. Ci piacerebbe, la vorremmo, e fingiamo che lo sfondo della vita sia piano e certo.

WEB E’ lo scenario fantastico e tremendo in cui avviene l’esposizione mediatica e non filtrata di ogni istanza umana, e per sua struttura (non mi dilungo qui) tante cose si diffondono velocemente, infatti e non non a caso diciamo che una notizia è virale. Si diffonde veloce come un virus, e riempie ogni spazio possibile e toglie spazio all’analisi e al pensiero. Diventa totalizzante tanto più tocca le paure e le emozioni profonde o nascoste.

TRADUZIONI Così ci tocca fermarci ad imparare velocemente a tradurre il luogo in cui siamo, le voci che ci parlano, sono attendibili? Non lo sono? Sono neutrali oppure no? Sono frutto di una isteria mediatica e poco informata a cui gli stessi media (giornali/tv web) scadono piuttosto spesso? Ci informano correttamente? Ci aiutano ad orientarci? Abbiamo a disposizione, come non mai nella storia, una biblioteca vivente a cielo aperto, sempre disponibile 24 ore su 24, abbiamo l’accesso a tutto il sapere di bassa lega, quello di medio valore, e quello di altro valore. Che dobbiamo confrontare con ciò che sappiamo, siamo e desideriamo per noi e per i nostri figli.

MONDO LIQUIDO La prospettiva è a dir poco vertiginosa. Tanto più se le voci prevalenti urlano, insultano, mortificano, insinuano, mostrano panorami tremendi, uguali o opposti; mentre mettono in dubbio i nostri convincimenti e gli stessi dubbi. Siamo generazioni abbastanza colte, ormai, ma ci confrontiamo con la modernità liquida, l’iperconettivismo, la mondializzazione, la globalizzazione, la post verità, le fake news, insomma con una complessità in movimento da decifrare
Credo che la dimensione dell’incontro pedagogico sia una buona possibilità che ci permette di costruirci il traduttore del mondo nella parte che ci occorre, serve o interessa e che riusciamo a vedere, quando ci troviamo a pensare ai nostri figli; quando siamo impegnati nel nostro rapportarci con la realtà per capirla o spiegarla, attraversarla, insegnarla, anche quando dobbiamo comprenderne e/ mostrarne i rischi e pericoli?

#educazionEbellezza “kalos kai agathos. Perchè ciò che è bello, è necessariamente buono.

E’ possibile educare alla Bellezza?

Mentre nella grecità classica non avrebbe avuto senso anche solo porsi una domanda come questa, oggi si evince una certa perplessitàa riguardo, tanto che si ritiene opportuno proporre un tema come questo in occasione di un Blogging Day.

Credo sia il caso di interrogarsi su quali siano le radici di tale perplessità e sulla sua possibile ragion d’essere.

Educare alla Bellezza significa dare il via ad un processo di raffinamento del senso estetico, processo che richiede allenamento continuo e punti cardini a cui aggrapparsi per non perdersi lungo la via.

Come esplicato nella traccia stessa, oggi siamo portati ad avere dubbi sulla possibilitàdi educare a un concetto tanto soggettivo come la Bellezza, soprattutto in una società  come la nostra dove si è ormai persa l’abitudine di rintracciare valori assoluti che possano esserci d’aiuto nell’apprendimento.

Potremmo dunque sostenere che la nostra perplessità trovi le proprie origini nella difficoltà di capire se il rapporto tra singolo e Bellezza sia di natura individuale/soggettiva o sociale.

In altre parole, ci chiediamo se l’affermazione de gustibus est disputandum sia vera o il contrario.

Se la Bellezza fosse ancora intesa come una tra le più edificanti virtù, come nella visione del mondo classico, sarebbe sicuramente educabile in quanto, come sosteneva Socrate, noi uomini siamo giàin possesso delle virtù perché custodiamo, nella nostra interiorità, le veritànecessarie per coglierle.

E allora compito dell’educatore è unicamente quello di “ex ducere” tali verità per il raggiungimento delle virtù, e quindi del nostro essere uomini. Uno dei fattori che probabilmente ha determinato la trasformazione della Bellezza da valore assoluto a puro artificio, èstata la demonizzazione della Materialità introdotta con l’affermarsi del cristianesimo.

Avendone una innata-culturale paura abbiamo perso l’abitudine ad insegnare il Bello. Persino nelle classi liceali, dove l’educazione al Bello dovrebbe essere centrale, non viene intrapresa una vera e propria educazione al Bello, bensì si insegna agli studenti a riconoscere i vari tipi di bellezza giostrandosi tra i vari canoni stilistici inerenti ad arti figurative e letterarie, ereditate dai nostri predecessori: nozionismo sterile, la piaga dell’istruzione moderna. Non si educa a riconoscere e a godere del Bello, ma ad emulare l’eco della voce di altri. Una sorta di educazione passiva, ossimoro spiazzante.

Pur essendone innatamente attratti, oggi non siamo piùin grado di godere del Bello, e per questo ci rapportiamo goffamente a ciòche apparentemente pare bello ai piùe non cogliamo il Bello reale, come dimostra la spasmodica tensione ad adeguarci alle mode e ai modelli piùin voga.

Mi sono quindi domandata se èpossibile recuperare il valore della Bellezza come virtù, ma mi sono trovata di fronte a un’ empasse: come è possibile recuperare una virtù, che ha quindi un valore sociale, se l’unico modo per recuperarlo è allenare il nostro criticisimo, che è poi soggettivismo e quindi perdita della virtùcome valore comune?

A tal proposito ho avuto la fortuna di poter discutere con un mio caro amico, che ha notato come per questa, cosìcome per tutte le questioni riguardanti in ultima analisi la frattura tra società e individuo, non può essere rintracciata una risposta mediata o concettosa, ma solo quella straordinaria prova di umanità intuitiva ed immediata che i greci hanno compiuto fondendo completamente sfera privata e sfera sociale, fondando una realtà in cui la differenza tra valore soggettivo e veritàoggettiva non c’è, non per annullamento di una o dell’altra, ma grazie ad uno straordinario equilibrio.

Sarà mai possibile riproporlo? A me, ragazza del 2014, piacerebbe di sì.

Eleonora Fedeli

(con la partecipazione di Pietro Andreoni)

 

E fedeli

MINI BIOGRAFIA; Eleonora Fedeli

     Sono una ragazza di 20 anni, diplomata al liceo classico, dove ho avuto lopportunitàdi entrare in contatto con la Bellezza dellUmanità,  

      intenzionata ad iscrivermi alla facoltàdi Filosofia di Bergamo. 

 

 

 

 

 


 

Il tema lanciato a giugno da Snodi Pedagogici è: #educazionEbellezza

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“Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.

Quale posto ha l’educazione al Bello nella nostra vita? Come siamo stati formati e come vogliamo formare i nostri ragazzi alla bellezza? Non è semplice educare a un concetto così soggettivo, ma è necessario, specialmente in un’epoca in cui, si dice, tutto è soggettivo e più nulla ha valore assoluto”

Buona lettura.

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla “Locanda dei Girasoli” ( http://www.lalocandadeigirasoli.it/ )

Una volta finito il percorso di pubblicazione online, vari autori che hanno preso parte ai BDay, verranno contattati dalla redazione

 

 

 

 

Verso un altro blogging day scuola: prequel 1 (s)vestiti a scuola?

Ma è davvero un problema questo?

O meglio cosa sta cercando di dire una scuola che si autorappresenta in questo modo?

Cosa cambierebbe se gli alunni avessero la divisa? Cosa si cerca di normare? La sessualità esposta degli adolescenti? La potenza dei corpi? A chi da realmente fastidio? Alla cultura? alla Concentrazione? Agli adulti? Ai compagni? E perché il problema sembrerebbe riguardare l’abbigliamento delle ragazze?

Come si vestono gli adulti nella scuola?

Un certo numero di domande, piuttosto provocatorie, sono quello che a me viene in mente.

La scuola ha bisogno di decoro? Se la risposta è positiva, in che modo il decoro riguarda ciò che deve esser appreso? In che modo, l’abbigliamento, modifica quanto viene insegnato?

Che altre domande mettereste?

“A volte, da insegnante, mi chiedo se non sarebbe meglio tornare alla vecchia divisa, magari seguendo la moda attuale: un paio di jeans (ovviamente lunghi!) e una felpa o una t-shirt, a seconda delle stagioni, con il logo della scuola (molti istituti le producono e le vendono ma non obbligano di certo gli studenti ad indossarle).

Si eviterebbe non solo il cattivo gusto – in fondo i bermuda e i leggings con maglia corta e collant trasparenti non sono propriamente eleganti – ma anche lo sfoggio di firme.

Voi che ne dite?”  (il resto dell’articolo alla pagina linciata, del Corriere della Sera)

Per informazioni sul Blogging Day Schermata 2014-02-03 alle 21.19.53

Educazione sobria

L’incontro con una scuola che, declinata nei suoi vari ordini e gradi, sembra fare del muro di gomma il suo primo modo di incontrarsi, è una sensazione/ frustrazione sperimentata nel tempo, in misura maggiore come madre, ma anche come educatore professionale, o coordinatore di servizio.

È una sensazione sconfortante, quella che fa partire avendo voglia di andare “a scuola” per parlare incontrarsi chiedersi confrontarsi per ritrovarsi di fronte una sorta di decalogo delle risposte stereotipate, replicabili sempre uguali negli anni.

L’incontro che si trova è quella con scuola che attacca e si deve difendere ancora prima di aver incontrato, di aver capito la domanda, di aver guardato in faccia i suoi interlocutori. L’unico ordine scolastico che sembra ancora pronto e curioso dell’incontro è quello della scuola dell’infanzia e parte della primaria, in cui la curiosità per i bambini si sfuma velocemente in un facile incontro con i genitori, (o con gli educatori professionali) con cui intrecciare dubbi, domande e risposte reciproche.

Ho però una esperienza assai divergente, relativa al periodo dell’incontro con la scuola come educatore professionale, nel servizio di assistenza scolastica.

L’educatore professionale entra nella scuola scuola per affiancare e compensare le oramai sempre più scarse ore offerte dagli insegnanti di sostegno, oberati da un numero crescente di alunni, e da un sempre più ridotto di ore; l’intervento educativo esterno va ad interrare l’orario di sostegno integra laddove i comuni hanno la possibilità economica di offrire alla scuola questo servizio. L’educatore arriva quindi anche per togliere un problema alla scuola, ed è percepito talvolta solo come “quello che toglie dallo sguardo l’alunno problematico”, sia esso il ragazzino caratteriale, o il bambino disabile, è quello che può permettere la continuità didattica al resto della classe … Anche se la percezione degli operatori esterni (gli educatori) è spesso quella di essere delle figure poco stimate, appena tollerate, un male minore necessario, ma sempre un male minore, e comunque sempre estraneo al corpus scolastico.

Il lavoro inizia davvero solo dopo che si è riusciti ad insegnare agli insegnanti che si è … colleghi formati e addirittura laureati, e comunque in possesso di vari titoli di studio, tutti legittimanti. Allora la presenza educativa, dopo una partenza sotto traccia, sobria appunto, comincia da insegnare, lasciare segni e tracce, ad acquisire credibilità. Diventa un ponte non solo verso l’alunno in difficoltà, ma un tramite che spiega a contestualizza l’alunno nel suo essere bambino, soggetto di cure familiari, e/o di interventi di sostegno dei servizi della neuropsichiatria, o di altri servizi territoriali. Traduce e chiarisce l’incontro con un bambino autistico o dei tratti sociopatici. Rappresenta e racconta il lavoro di rete nelle concretezza delle parole e delle azioni, spiega e offre saperi, costruisce opzioni alla didattica, interviene nella de-costruzione dei contenuti affinché siano accessibili anche a chi fatica a incontrarli sul piano cognitivo, valorizza i saperi trasversali proprio di quegli alunni che creano maggiori fatiche alla scuola. Nel frattempo anche l’educazione comincia ad imparare a stare nella scuola, trovando significati nella sobrietà*, negli spazi residuali offerti (la stanzetta di sostegno) siano essi fisici che “metafisici”, restituendoli come sguardi ai docenti, mostrando una presenza che marca il territorio in modo meno plateale, e lo fa .. incominciando a creare nuove culture. Laddove la scuola è abituata, quale struttura monolitica** , ad incontrare/riconoscere con maggiore facilità le strutture/culture di simile portata (la neuropsichiatria, la sanità, il comune, i servizi sociali),  a riconoscere con maggiore facilità i “poteri forti” e le organizzazioni fortemente strutturate. ... questo incontro si fa faticoso ma interessante.

Ma da qui in poi diventa fondamentale l’auspicio che anche la scuola impari a raccontare e raccontarsi la preziosità di questi incontri e meticciamenti, valorizzando i reciproci apprendimenti che permettono di riafferrare il bandolo della matassa educativa; il quale  sembra essere, per la scuola sempre più fuggente.0-007

NOTA

 sobrietà* valore non scelto, ma connesso alla permanenza a scuola.

monolitica** una struttura fortemente organizzata, su un pisano normativo nazionale, con regole che valgo per tutte le scuole, dotata di una scarsa autonomia progettuale, e fortemente dipendete da un potere centralizzato che determina le regole valide “universalmente” (la burocrazie, i programmi, gli orari, i libri di testo; le forme organizzative etc etc etc).