dal farsi testo alla parola mondo – appunti

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“Tu ti fai troppo testo” è una indicazione offertami da una delle formatrici che ho incontrato negli ultimi 15 anni.

Cosa voleva dire, cosa vuole dire oggi? E’ una affermazione curiosa, che ho rifiutato e ripreso più volte negli anni, cercando di farla mia, trovandola sempre stretta e troppo larga, incapace di soddisfarmi, ma solo di farmi sentire sbagliata. Mi è pesato chiedermi tanto a lungo cosa non fossi capace di fare nel mio essere formatrice, come usare quel “troppo” che mi era stato consegnato? In questi anni avevo quesi trovato una risposta brillante, assai suggestiva,che sembrava salvare tutto: la mia formatrice aveva magari ragione ma non aveva messo in conto il mio essere (anche) psicomotricista, e quindi grazie ad un corpo conosciuto esplorato rappresentato e quindi molto consapevole, setivo quasi il diritto di osare e usare la mia storia come testo.

Ma il tarlo ha resistito: cosa significava davvero quel “non fare troppo testo” di me stessa.

Oggi sotto un viale alberato, ho trovato una possibile risposta.

Noi, e io in primis, raccontiamo le nostre storie di formazione, che possono essere: metafora, allegoria, testimonianza, opzione, indirizzo, impulso o anche solo narrativa per chi le ascolta. Le mie storie sono state, sono, anche ora mente scrivo, una struttura importante: io che divento testo per un altr*, che sta insieme nella storia/struttura formativa che abitiamo.

Uso – educo – formo – insegno ciò che sono, che so/conosco per via personale e formativa e professionale, e tutto questo insieme permette di rendermi testo; io come libro, metafora di ciò che esprimo.

Ancora una volta però torna il dubbio: se essere testo fosse troppo?  Troppo per l’altr*, che non è come me, non ha le mie stesse misure, pensieri, ha un corpo più grande o piccino, sentimenti diversamente vibratili, saperi che conducono ad altre strade.

Una illuminazione nuova mi viene dal tempo del Covid 19, che ci ha immobilizzato e costretti a fermarci, usando il tempo per ascoltare e imparare qualcosa di diverso. Così ho letto, ascoltato, visto lezioni di pedagogisti di rilievo, capaci di introdurre la parola, osservato con meraviglia la loro capacità di essere parola abitata, di saper usare parole che sono mondo, e trascendono chi le pronuncia.  Parole mondo che tengono insieme il corpo, le emozioni, il sapere conosciuto,  studiato,  pensato, e conservano anche il sapere degli altri.

Educare e insegnare non diventa essere testo e narrazione, ma imparare ad usare parole mondo dense di vita, più rarefatte del proprio testo, generative di possibilità per l’altr* di mettere nel discorso la propria storia, il proprio testo.

Grazie a Antonia Chiara Scardicchio – Ivo Lizzola – Emanuela Guercello – Paola Bianchi – Vera Gheno (che ha “solo” scritto un libro sullo scrive in italiano) e alle colleghe e ai colleghi che hanno lasciato tracce negli spazi di riflessione che come Associazione Metas abbiamo generato.

 

Di cotanto peso – 1 –

Si parla di peso, e di anoressia.

Non ne ho mai parlato qui con estensione, perché il blog è professionale, e perché, quella dell’anoressia, fa parte delle storie personali che è strano affrontare. Va trovato il giusto registro narrativo, tra sfumature intimistiche e riflessioni di maggior respiro, va trovato un tempo adeguato per scrivere, per non aprire capitoli che rischiano di confondere invece di aprire pensieri. Ci va cura e delicatezza.                                         

Lo stimolo a scriverne viene da un collega, che si occupa di supportare giovanissime donne e ragazze che si procurano mutilazioni al corpo, e il cui trattamento passa dal corpo.                                

Demetrio Conte, si chiama e qualche settimana fa mi ha chiesto: “ma non ne hai mai scritto?”.  “No”. Ci provo, ora.

 mi sembra difficile, ma provo a cercare le parole e lo sguardo più adatto a scrivere la storia del corpo, che prima viene negato, ma che combatte e conserva quella capacità di rivendicare con forza se stesso, per ritrovarsi con pienezza.

Il dato storico relega gli esordi della mia storia anoressica attorno ai 20 anni, e la casualità che ha permesso di ritrovare un rapporto più comodo con il corpo, si colloca attorno ai 26/27 anni. Da lì e negli anni a venire è seguito un lavoro come psicomotricista, e poi educatrice professionale, due maternità in età adulta, e quello che definirei un rapporto fiduciario con un corpo che ancora a 52 anni si mostra solido e affidabile. Insomma una buona convivenza, fatta certamente di luci ed ombre, e di cure e attenzioni a quella parte più complessa che ha dato origine a quel rapporto faticoso con il cibo.

Ma qui, sul blog a taglio pedagogico, so che può valere la pena di tentare di scrivere qualcosa di diverso dalla mia specifica storia; in cui tentare di andare oltre alla sterminata letteratura in materia. Ciò che per me è stato significativo nel momento della svolta dalla me anoressica, alla me intera. Un passaggio di formazione, uno step di crescita.

Il passaggio è avvenuto al primo anno del corso triennale di educatore professionale/psicomotricista iniziato nel 1989, a Milano. Il corso era strutturato in modo da affiancare ad un robusto impianto teorico* (vedi nota) ad una parte formativa a mediazione corporea** (vedi nota)  altrettanto ben strutturata.

Il setting era particolarmente severo, e così le regole di ingaggio; la scuola è stata selettiva per tutto l’intero triennio, sia a livello di formazione teorica che a livello corporeo. Il corpo chiamato in gioco, doveva esserci in ogni istante, perché il nostro futuro professionale avrebbe dovuto tradursi nella capacità di essere corpo e partner simbolico per la crescita, per la cura, per la terapia dell’incontro con l’unicità/unità psicomotoria dell’Altro.

In quel setting, tanto profondo da essere (sembrare) un’analisi, ha ribaltato la mia e le altrui esistenze – dei tanti compagni di corso – andando ad esplorare le percezioni e le consapevolezze che guidavano il nostro essere corpo. Ci ha interrogato profondamente nel nostro essere corpo/avere un corpo, nel nostro originale e originario modo di muoverci, comunicare, pensare le azioni, godere del movimento, affrontare i timori. Ogni e volta i docenti, implacabili ci fermavano nel posto in cui eravamo, obbligandoci ad ascoltare tutto ciò che il nostro corpo sapeva di noi stessi, sin dagli albori della nostra vita, e cogliere ciò che mostrava a noi stessi e agli altri. Ciò che le parole non potevano dire altrettanto chiaramente. Il corpo  sa prima e dice prima, non resta imbrogliato dai capricci intellettuali della mente.

In quel setting, il mio corpo è stato vittima di quella che mi piace immaginare come una bellissima truffa.

In un paio di mesi il cibo non era più un nemico, o ciò che solo sapeva rendere silenziosa quella mente in affanno emotivo, ma era una necessità, era la fame atavica di conoscere e sentire, fin in ogni fibra, ciò che era depositato in quella dimensione che si chiama vivere e sentire, e era stato così silenzioso sino ad allora.

Era la ricerca del nutrimento che nasce nelle azioni, e nel movimento, il sapore dolce e asprigno dell’incontro con gli altri,  il gusto ferroso della paure che si scioglievano, la gioia leggera della danza e del coraggio che prendeva forme e colori. Ed è stato, poi, anche la scoperta continua dell’altro, degli altri, delle alterità comunicative, delle loro faglie corporee, ognuno sbaglia ed è fragile. Ognuno comunica, come può e come sa. Il corpo ci racconta unitariamente, se libero, con una unica melodia, oppure con un suono ancora stonato e da sgrezzare. Nostro, unico, bello.

Da lì, da quel setting: uno spazio/tempo curato e protetto, regolato da quelle regole così severe, condotto con una cura mai imprecisa, munito di parole definite e chiare; quel gruppo di docenti, certo poco inclini alle smancerie, ma sempre attenti a ciò che era “cura”.

Lì, in quel preciso istante, dopo due mesi dell’inizio del corso il mio corpo si è ripreso quel che era suo. Prima circa 10/13 chili mancanti poi una tridimensionalità espressiva, che chiede, ancor oggi, in  ogni giorno attenzione, tempo, ascolto e cura.

Unico modo di essere – al mondo – in pienezza.

Emma
Emma – foto Monica Massola

Un grazie a posteriori in particolare  va a

Mario Groppo

Valeria Piardi

Grazia Mancini

Lucrezia Bravo

Luciana Vigato

Grazia Wolksgruber

Luigi Morini

e a tutti gli altri

 

NOTE

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*garantito dalla sede del corso e dai partner istituzionali – Fondazione Don Gnocchi – Università Cattolica di Milano, C.I.R.E.P.- Centro Italiano Ricerca Educazione Psicomotoria)

** psicomotricità educazione e terapia, danzaterapia, laboratori sulla comunicazione non verbale, tecniche di rilassamento, musicoterapia, arteterapia, teatroterapia – nell’area della formazione corporea

 

Parlare della paura, parlare con la paura (e con il coraggio)

IMG_5615La scena è questa: parco avventura (si tratta di percorsi aerei, su corde o passerelle tese fra gli alberi; i percorsi sono graduati in ordine di difficoltà e in base all’età).

Abbiamo, appunto, deciso di affrontare questo cimento; io e le due figlie, la piccola, notoriamente avventurosa e intraprendente, era eccitatissima, la grande con il suo solito stile inglese, con molto self control, si è messa alla prova decidendo e scegliendo in autonomia sino a che punto osare, e in che modo confrontarsi con emozioni e paure.

Quest’anno abbiamo parlato variamente della paura, un po’ per caso, e un po’ per necessità. La piccola, forte dei suoi 7 anni, e da qualche tempo vanta con grande determinazione di non aver paura di nulla. Ovviamente a me spetta la parte di quella che spiega, le mamme lo fanno spesso e a volte si sentono pure un pochino pedanti, e altre volte si sentono felici di insegnare …

Insomma in vari momenti le ho spiegato che paura è una buona cosa, ci allerta nel corpo e nelle sensazioni, ci prepara ai pericoli che stiamo per incontrare, ci aumenta il metabolismo e il battito cardiaco.

Ma è stato nel percorso che ci siamo davvero incontrate a fare i conti con la paura, la sua intensa in alcuni momenti, e la mia di non saperle insegnare ad incontrarla, ad affrontarla per quello che è, a provare a superarla o anche solo gestirla. Le corde si aggrovigliavano, e i percorsi si complicavano, i moschettoni andavano ganciati e sganciati, e laddove lei faticava, io dovevo prevedere quali percorsi l’avrebbero spaventata di più, spiegandole come poteva affrontare quel passaggio tra un albero e una altro, immedesimandomi nel suo grado di difficoltà e aiutarla da affrontarlo (dosando il giusto grado di sorveglianza e emancipazione). Poi le difficoltà sono oggettivamente aumentate, e la sua paura anche.

Ed è a quel punto che mi sono trovata a parlare “con la (sua) paura” che le toglieva quasi il fiato, accelerandone il battito cardiaco, irrigidendo i movimenti del corpo, fino a rischiare di bloccarli. Ho recuperato parole giuste, dosato il tono di voce, le ho ricordato le tappe che aveva già superato e la sua intraprendenza abituale, indicandole a voce i punti che stava superando.


Alla fine è rimasto un pianto liberatorio, lungo, e il tempo per recuperare il fiato spezzato, per un abbraccio, per il silenzio, per sentire anche le mie emozioni, tra fierezza e dispiacere per il suo dolore. Ma era di quello ciò di cui  avevamo bisogno. Un tempo per parlare alle emozioni, e delle emozioni, parlare al cuore e al pensiero, che sapevamo essere in fermento, ritessendo la connessione di un corpo che si ritrova intero. Questo che mi ha permesso di dare un significato autentico a tutti quei “pomposi” discorsi sulla paura, che tanto mi avevano fatto sentire una madre noiosa, e saccente.

IMG_5613La vita non risparmia differenti momenti difficili, cambiamenti, occasioni che ci aprono all’incontro con la paura.

La paura c’è, e soprattutto non si può (e non si deve) non aver paura; che è la compagna di viaggio del coraggio, dell’incontro con i propri limiti, e/o con la possibilità di oltrepassarli, o anche solo di guardarli in faccia. La paura come altre emozioni ci tiene legati al corpo, al senso di quanto accade e alla necessità di attraversarlo, di crescere.

Come madre lo so che non è finita qui, che abbiamo ancora tante prove da affrontare,  e io dovrò saper collegare con cura le mie spiegazioni, i miei saperi, ciò che osservo di quanto sta accadendo alla vita concreta, alle situazioni che accadano e alle esperienze che ci fanno/faranno incontrare.

Per la cronaca la figlia grande, a 17 anni, ha capito il trucco del dialogo tra paura e coraggio pertanto ha affrontato in solitaria i vari percorsi, scegliendo di affrontare le difficoltà (il labirinto verticale è davvero un cimento), di percepire e muoversi, e quindi di sfidare i suoi stessi limiti, per superarli e definirli. Alla fine è ridiscesa con un sorriso spettacoloso.

Sull’arrampicare come esperienza di apprendimento personale ne ho raccontato qui…

Prove di connessione #corpo4

Con le amiche colleghe di Metas e La bottega della pedagogista, ormai abbiamo una frequentazione quotidiana fatta di incontri via web (WhatsApp Facebook, blog), che è iniziata quasi una anno fa e poi si è concretizzata in un paio di incontri materiali a Milano e Firenze, che hanno permesso di costruire un setting professionale in cui progettare, scambiarci file testi, riflettere e confrontarci sulla dimensione che ci è più comune e propria: l’educazione e la pedagogia.
Da lì quasi per caso abbiamo creato un contenitore virtuale e nutriente che nel tempo ci ha permesso di farci una sorta di una supervisione peer to peer, di costruire una notevole  connettività di idee, istanti di automutuoaiuto, e esplorare spazio dove incontrarsi “pensanti”, e pronte a scambiare idee prima di reimmetterci nel mondo quotidiano, fatto di lavoro e vita personale.
Ieri in un momento di pensiero ieri abbiamo focalizzato il nesso forte, che ci permette di procedere, oltre al tema comune della pedagogia, un nesso che passa dal corpo,
I messaggi registrati di WhatsApp, con cui condividiamo spesso parole e pensieri, veicolano le emozioni, con le sfumature del tono della voce, le attese, e i pensieri narrati. Il condimento delle nostre conversazioni (e interazioni) si fa con domande tecniche e spaccati personali, che raccontano del nostro essere donne nella quotidianità familiare/affettiva e professionale.

Spesso il corpo  si fa mezzo e modo di interagire al mondo, e appare tra le parole. Tutte ri-conosciamo la centralità del corpo nelle nostre narrazioni, fatta di un corpo che è e che sente, che si emoziona e ci crea emozioni, agisce con intenzione, genera comunica, dentro e parole, oltre alle parole, costruendosi e presentificandosi nel linguaggio e nella scrittura. E’ il corpo delle passioni e si riempie dei diversi linguaggi tecnici e personali, e poi anche dello stress e della fretta, delle fatiche e delle ferite, delle riuscite e della felicità improvvise.

Il nostro corpo che ci contiene e ci permette.

Il corpo che siamo e che si pensa mentre agiamo, costruendo i ponti di senso, e il senso delle relazioni, dando spessore e ritmo, tridimensionalità ad uno strumento (pc e smartphone) altrimenti neutro e non vivo.

Inoltre la nostra plurima interazione, riflette il personale e lo differenzia dal professionale, e mostra la presenza del corpo, oltre che del pensiero e della parola; obbligando a trattenerci sulla soglia e ad osservare e rimandare, negli scambi, dove ci posizioniamo e collochiamo quando ci confrontiamo con l’altro (le altre in questo caso). Come parliamo, dove ci collochiamo in uno spazio ideale, che tempi e sospensioni costruiamo, come ascoltiamo e come le parole si riflettono in noi, creando tensioni e distensioni, concentrazione e distrazione, vicinanza e allontanamento, distanze, simmetrie, e asimmetrie, che danno chiarezza alla comunicazione.

E’ difficile per noi sfuggire a questo meta livello di osservazione di quanto ci accade, esso fa parte dello strumentario professionale, della necessità di stare in relazione e nell’azione comunicativa con l’altro, per selezionare cosa sia necessario dire o fare, per costruire senso e interazione, per generare nessi e accogliere risposte, che ci spingano in una direzione di significato, non casuale.

Di questo spostarci di continuo tra i corpi che siamo e il mondo che incontriamo facciamo una pratica costante, che si traduce in un diverso e profondo approccio al mondo e alle persone che incontriamo, per natura e per cultura, per affetti e per professione.

Aggiungerei un altro punto di pensiero, lo spazio web consente l’uso di alcuni canali corporei non verbali, ma non di tutti, e questa rarefazione di stimoli aiuta ad osservarse meglio, a stare su quel livello “meta” in cui cogliere gli spostamenti spazio temporali nel discorso, le emozioni veicolate, la scelta delle parole …

Questa prima possibile connessione, che stiamo eplorando, pensandola, ci da buoni spunti per comprendere le azioni educative, quando siamo in ambito lavoartivo, erispetto a come si posizionano i nostri corpi “educanti”.