Insegnare l’allerta e l’ascolto e non la paura.

Prendo spunto da questo articolo di Internazionale “spiegare il male“.

Il cui nodo non è l’adolescenza ma quello che sappiamo insegnare ai figli, prescindere dalla loro età; insegnare la paura fa male e fa male insegnare che esiste il male, è estremamente faticoso imparare a collocarlo, mostrarlo nelle forme che assume o potrebbe assumere.

Uno
La mia figlia più piccina ama da lungo tempo due storie: Cappuccetto Rosso e il Lupo e i 7 capretti.
Storie in cui il male si camuffa e traveste, s’ammanta di perbenismo, fino al punto di fingere di esser la mamma (nella storia dei 7 capretti).
Nella nostra versione casalinga e modificata il lupo diventa sempre più abile a camuffarsi, mentre i capretti si ingegnano con arguzia a scoprirne le trappole, sino a quando il travestimento ormai perfetto li inganna. E il resto sappiamo come finisce!

Due
I miei genitori avevano, come ogni genitore, elaborato una loro lista di attenzioni “stai attenta a”…
Che pure ha funzionato, visto che sono sopravvissuta e diventata adulta con una certa facilità e senza aver incontrato troppi lupi cattivi.
E per i lupi cattivi che ho incontrato di sfuggita, posso dire che si trattava proprio di quelli che i miei genitori si erano dimenticati di nominare.
Poco male visto che li ho scantonati bene.
Insomma dai genitori si riceve una lunga lista di pericoli, ma ciò come figli non ci esime dall’evitarli. La lista non funziona? Forse non ma è una lista che diviene troppo lunga, e potrebbe non  potrebbe tutti contenere i pericoli nuovi e accidentali che il mondo crea, ne mostra le mutevoli forme con cui il “male” che si traveste (come il lupo) e inganna o blandisce.

Che fare?
Ci sto pensando, dal momento che allevo 2 figlie, e che la mia professione mi impone di pensare ai segni che lascio e che insegnano.
Cosa devo insegnare? La paura? No, non proprio. Ma l’allerta si,la posso insegnare.

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E  di cosa è fatta l’allerta?

Dell’essere presente al proprio corpo, dell’ascoltare le proprie emozioni, e le parole che il corpo racconta, che domande ti faccio e mi faccio, ogni giorno vivendo io come madre e tu come figlia?

Come mi muovo nello spazio, quali sono gli odori che annuso e i rumori che ascolto? Come respiro se ho paura e se sono invece stanca, o sovraffaticata?

Posso insegnare alle mie figlie che il corpo ascolta e dice, che sta in relazione con il mondo sempre, e ovunque, che si connette e esplora il mondo nei tanti modi possibili che ogni figlio e ogni genitore può trovare.

Non dico abbi paura ma dimmi cosa ti ha fatto paura o ti ha spaventato, o cosa ti ha fatto esultare, che odore c’era, che sapore hai trovato, cosa hai udito delle parole degli altri e come tuo corpo ha dato risposta. Cosa hai capito del mondo che si muove attorno e insieme a te? Cosa sanno guardare i tuoi occhi e cosa non avevano ancora visto?

Insomma posso offrire a loro e a me le domande, che si porta addosso, chi sta consapevolmente attento al mondo, alla sua parte meravigliosa e alla sua parte spaventevole; avendo cura e speranza che questo insegnamento sia sufficiente a portare attenzione e che la vita sia gentile nei confronti delle persone che più amo.

Diversamente sessuati? Amore e sessualità per le persone con disabilità

Il post è stato scritto per Genitori Crescono e il loro blogstorming del mese  Educazione Sessuale e affettività

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Questo post arriva da circa alcuni professionalità educativa e psicomotoria, spesso svolta con persone con disabilità, e quindi propone da operatore, non vuole giudicare o indicare soluzioni risolutive e facili .

Quello che offro è  uno “sguardo”.

Dopo tanti anni quello che vedo e  conosco sono le persone e non le loro cosiddette disabilità, o le patologie. Vedo i caratteri, le passioni umane, i difetti, gli slanci generosi, le azioni . Vedo le età, il genere, le inclinazioni, i gesti e le parole. Vedo le famiglie e i percorsi di vita che costruiscono. 

 Il crogiolo che si crea, inaspettatamente in ogni famiglia in cui vi sia figlio con una disabilità  come le definisce l’ICF*, non dipende dallo stato di salute (comunemente detta disabilità) ma da quello che quel contesto di vita riesce a costruire attorno e insieme alla persona con disabilità; permettendole/gli l’accesso ai più ovvi diritti di ogni essere umano.

Immaginate la parola “disabile, andate oltre alla paura che genera a tanti genitori, oltre a quello che avete letto o visto in materia sul libri/web/riviste, andate oltre alla storie che vi anno raccontato: ecco cosa potreste trovare

un bambino,

o una donna di 40 anni,

o un uomo di 28 anni,

accomunati da una sindrome, una patologia, disabilità. Ma, completamente diversi come fisionomia, età, genere, carattere, intelligenza, sensibilità, cultura, abitudini e ovviamente (non ce lo possiamo dimenticare)  anche per differenti  problemi nell’affrontare molti aspetti della vita quotidiana.

 Quasi tutti loro, nella vita avranno bisogno di una ambiente disponibile a rendere accessibili i loro diritti, salute, lavoro, istruzione, che permetta una buona accessibilità al mondo in cui tutti viviamo, ausili per muoversi, accompagnatori, cure mediche, insegnanti preparati. Ma sopratutto una cultura condivisa che li veda persone tra persone, con un uguali diritti e diversi modi di affrontarli.

Scusate l’introduzione lunga e forse ovvia, ma arrivo al nocciolo della questione: e dove stanno la sessualità, l’amore, il desiderio?

Fermatevi qui dove la fatica è grande e dove i bisogni certo non mancano. Questa è la parte che non funziona, qui ci mancano teoria e la pratica (famiglia, società, operatori)

Fra i tanti aspetti negati alle persone con disabilità questo è uno dei più problematici, se l’accessibilità, il diritto al lavoro, alla salute, allo studio, ai sussidi sono parte integrante delle conquiste fatte,  anche se non ancora completamente raggiunte, la dimensione affettiva adulta è quella non riconosciuta. Spesso gli adulti con disabilità  sono rappresentati come eterni bambini.

Così amore e sessualità restano davvero lontane della vita di queste persone…

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E’ vero che ci sono amori più semplici da spiegare e da incontrare: gli amori appassionati, che non riescono a venire declinati, come quelli che restano impigliati nello sguardo di una ragazza con un grave deficit cognitivo, quando vede arrivare il suo “educatore” preferito, e solo a lui ubbidisce e a lui  solo sono destinati i sorrisi più dolci.

Ma ancora giochiamo sul facile. Perché un amore così è accettato, da tutti. Il desiderio che resta latente, fermo nello sguardo, è “permesso”.

L’amore platonico, il desiderio, la passione e l’amore possono essere non corrisposti, e  non sono concretizzati; vanno bene a tutti, sono rassicuranti perché rappresentano amori “a distanza”.

Il desiderio che invece prende forma e vita nei ragazzi e nelle ragazze, a partire dall’adolescenza, si spinge a fondo nelle pulsioni. Si mostra in corpi desideranti che hanno urgenze, che chiedono e si offrono. Trovandosi di fronte di una legge non scritta “dell’amore e del corpo” che invece prevede reciprocità e scambio di desideri, che impone divieti (esistono corpi vietati, e momenti negati alla sessualità). Ed è a questo punto che diventa oggettivamente difficile spiegare, come educatori o genitori, a persone giovani con gravi difficoltà cognitive che alcune azioni o gesti non sono leciti, non sono desiderati, non sono desiderabili.

Eppure la nostra sfida è educare bambini – adolescenti – adulti ad esprimere questi sentimenti, questi desideri, accettandone la dignità; a questa svina ne segue una ancora più grossa, quella a cui non siamo ancora riusciti a rispondere: come dare una forma che non sia repressiva, che non sia solo e sempre negativa ai bisogni di amore nella loro forma sessuata?

Anche quando le persone/i ragazzi con disabilità imparano che – come tutti – dovranno sottostare alla dimensione sociale degli affetti e della sessualità, (la regola della reciprocità e dell’adattamento al contesto  – cioè del “non si fa” a scuola, non al lavoro, non per strada etc etc), resterà assente nella loro esperienza tutta quella dimensione di sperimentazione amorosa giovanile.

Quella che in genere riteniamo essere una fase tipica della della gioventù, la scoperta, la sperimentazione prima di approdare nelle “quiete” braccia del matrimonio., o di una relazione stabile

Un ragazzo o una ragazza con disabilità (a maggior ragione se si tratta di persona con un ritardo cognitivo), spesso non potrà sperimentarsi, non sarà accettato/a, e il tasso di inesperienza e frustrazione amorosa/sessuale/sentimentale sarà sempre alto.

Avrà diritti e desideri (inaccessibili.).

Eppure desiderati.

Eppure leciti e umani.

Io credo questa sia la base da cui partire noi tutti: immaginare che un diritto valga per tutti, e capire come renderlo possibile.

Alcuni degli utenti, nei Centri per disabili dove ho lavorato, parlando con noi operatori dei hanno raccontato loro sogni/bisogni di avere famiglia, di maternità e paternità; dei desideri per le donne/gli uomini di cui si sono innamorati, e della difficile collocazione che si sarebbe  potuta dare. a questi bisogni nelle loro quotidianità. Altri hanno mostrato disinteresse totale al desiderio affettivo/sessuale, come se fosse coperto da una spessa colte nebbia.  In altri casi i genitori, nell’impossibilità di poter dare risposte, hanno provato a sfumare e rendere latente questa parte della vita dei figli.

Quando riusciamo a parlare di questi bisogni e diritti ci rendiamo conto che le famiglie, anche le più accorte, non sanno bene come comportarsi, anche quelle che hanno i figli con maggiori capacità e possibilità, hanno imbarazzi sul giudizio che potrebbero ricevere, hanno timori e paure legittimi, o non sanno guidare i figli in un percorso di educazione sessuale.

Lo so, io sono la prima a riconoscerlo, che l’educazione sessuale ed affettiva manca in misura trasversale, ma laddove gli altri figli faranno e fanno “del sesso”, per approssimazione anche senza “sussidi educativi”, questi figli (e i loro genitori) dovrebbero essere accompagnati di più, prima a capire e poi a trovare una forma e un modo.

Per questo penso che sia una buona cosa fermarsi a parlarne e dare sostanza pensieri visibilità a queste tematiche, qui,  su Genitori Crescono,  come community .

Una risorsa che possiamo provare a dare a questi figli, nel nostro ruolo di cittadini, di genitori intesi come categoria estensiva, come tessuto educante, come gruppo sociale, è provare ad  introiettare l’idea che una persona disabilità può/potrebbe/dovrebbe trovare un mondo capace di ascoltare il suo diritto alla sessualità, e quindi un mondo capace di interrogarsi, pur nei suoi imbarazzi, fatiche, o pruderie, per trovare delle risposte umanamente valide, funzionali, possibili, capaci di dare diritto di cittadinanza ai diritti di tutti.

I genitori delle persone con disabilità hanno già spesso una lunga strada da fare, per crescere e maturare e imparare, per concretizzare tanti i diritti sempre “a rischio” dei loro figli, per affrontare un compito educativo che è quasi sempre a lungo termine …

Sarebbe bello che una società matura si portasse avanti in materia di diritti e aprisse nuove strade a coloro i quali  sono già sovraccarichi di altre fatiche.

Qualche suggestione di lettura _____________________________________________________________________________

– da In Visibili _ blog del Corriere della Sera

      Il sesso dei disabili e l’abbraccio di un madre 

        The Session

– da EDS scuola

       Niente sesso siamo disabili

–  dal sito di  Assistenza Sessuale

dal Sito Disabili

        il corpo degli altri per raccontare raccontandosi

NOTA __________________________________________________________________________

*ICF si delinea come una classificazione che vuole descrivere lo stato di salute delle persone in relazione ai loro ambiti esistenziali (sociale, familiare, lavorativo) al fine di cogliere le difficoltà che nel contesto socio-culturale di riferimento possono causare disabilità.
Tramite l’ICF si vuole quindi descrivere non le persone, ma le loro situazioni di vita quotidiana in relazione al loro contesto ambientale e sottolineare l’individuo non solo come persona avente malattie o disabilità, ma soprattutto evidenziarne l’unicità e la globalità.

Storie per l’ Agorà (Storia di Bianca)

di Monica Massola

La storia di Bianca l’ho scritta per l’Agorà*, in relazione al tema del Violare la Violenza, dove ciò che occorreva provare a rintracciare era (ed è) rapporto tra violenza ed educazione, leggendo tra i confini di due parole, che nominalmente vengono sempre ritenute distanti. A seguire quella che è stata la proposta tematica da sviluppare per l’Agorà*, cui segue la Storia di Bianca. Per come per molti un nuovo modo di ascoltare, leggere, e scrivere ciò che accade in educazione.

Francesco Somaini - Lotta con l'angelo - 1951 Bronzo
Francesco Somaini - Lotta con l'angelo - 1951 Bronzo

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scene e psicomotricità

Un laboratorio di psicomotricità che conduco da qualche anno, oramai, ha assunto una nuova faccia: quella di una rappresentazione di storie scelte dai partecipanti, che vengono smontate, quasi scomposte in micro frammenti “recitabili”. Lo ammetto non è una psicomotricità ortodossa, ma una reiterpretazione libera della triade “esploro, conosco, rappresento”.

Lo sconfinamento con il teatro è visibile, si lavora sempre per “un pubblico”, che siamo noi stessi, che guardiamo e sperimentiamo, sperimentiamo e guardiamo. Ci si osserva, si prova e ritenta, curiosi. Continua a leggere “scene e psicomotricità”