In maschera

Anche parlare di educazione non può più prescindere dal Coronavirus, è necessaria una distillazione della esperienza che comporta vivere e agire tenendo conto del virus, anche nel modo in cui guardiamo al nostro lavoro.

Inizierei dal corpo, primo motore dell’esplorare, dell’incontrare il mondo, nelle interazioni con gli altri, è e sa prima della nostra consapevolezza, della nostra elaborazione. Sta a noi provare a comprendere e tradurre. Il corpo è mediamente trasparente e diretto nel comunicare, nell’agire comunicazioni, che oltrepassano le parole, che arricchiscono e completano. Un dato che ci serve nel lavoro, a maggior ragione che la convivenza con il virus sta agendo sul nostro modo di essere corpo. Siamo stati chiusi in casa, abbiamo fermato aogni attività, dobbiamo mantenere nuove distanze dagli altri, e indossare una mascherina …

Eccoci di colpo guardare il mondo allo stesso modo dei barberi del deserto, delle donne musulmane, con il volto coperto. Sarebbe intressante sapere come il volto coperto modifichi la modulazione (consente/limita) la dimensione comunicativa: come è vincolo, come è risorsa? E’ oggetto di studi?

Comunque su scala mondiale stiamo tutti abitando con una simile esperienza, sebbene questo nostro stare a volto coperto sia dovuto a motivazioni cuturali molto diverse.

Ora anche la nostra faccia non si può mostare interamente, all’altra/o, non possiamo vedere le espressioni del volto, siano sorrisi, gioia, sarcasmo, tristezza; tutto si gioca sullo sguardo.

Significa forse che (ci) stiamo guardando meglio? Non lo so, ma è bene chiederselo. Che possibilità immettiamo nell’incontro se c’è solo lo sguardo a dire qualcosa di noi agli altri e viceversa ?

Faccio un esempio, dietro una maschera potremmo anche irridere il nostro interlocutore mentre fingiamo di essere d’accordo, annuendo con il capo. Possiamo guardare celati, liberi dal timore di mostrare una faccia annoiata o neutra, irritata dalle parole altrui. Mi sono chiesta potrebbe essere alle prese con le aule scolstiche, universitarie, le formazioni, le supervisioni, eccoci pronti a  parlare davanti ad una platea inespressiva, libera di celarsi, non mostare. Il feedback che diamo e riceviamo è limitato, incerto, non chiaro; la comunicazione in uscita e in entrata si fa meno certa. Al tempo stesso è difficile veicolare le espressioni che sostengono l’interazione, perché manca la mimica facciale.

Ma, ci insegna il teatro, la maschera cela il volto ma espande l’espressività del corpo, che si trova spinto a comunicare di più, meglio, non può fare altro che svelare e rivelare.

Come direbbe Watzlawick non si può non comunicare, ed ecco che i gesti, il respiro, la distanza cominciano a racontare una storia diversa sulla nostra attenzione, sulla curiosità, o sulla noia, sulle emozioni o sulla passione che ci evoca un insegnamento/apprendimento. Il corpo svela e tradisce il nostro intento di non dire, o non ascoltare, o la forza dell’interesse, l’intenzione, il progetto, la tensione, la ricerca.

Oggi presi da una nuova necessità di capire meglio l’altro, siamo costretti a guardare meglio gli occhi, il corpo, i movimenti; ad ascoltare perchè la stoffa attutisce i toni della voce, capire i silenzi e le sospensioni; dobbiamo muoverci per trovare la giusta distanza, grazie alla quale stare in relazione.

Occorre stare più fermi, e muti, con le orecchie tese, non c’è nulla di scontato in questo ricercare con maggiore attenzione, trovando un tempo, per capirsi e capire l’altro.

Il che sembrerebbe un ottima base per iniziare un lavoro educativo, che come dicono due miei maestri, avviene sempre nel segno dell’altro cioè a partire dall’insopprimibile differenza che questo porta. Colgo la differenza che è nell’altro, però, solo se lo osservo attentamente.

Le mascherine possono obbligarci a riempire quel potenziale deficit di ascolto/sguardo educativo, che il nostro tempo frenetico a volte ci consegna. Può diventare un esercizio quotidiano di cura verso la propria attenzione, che va poi rivolta verso l’esterno.

 

“ll ragazzino sfreccia in bici sul marciapiede, ha il broncio di chi ancora non sa se ha 13 anni o già cento.

La donna lo guarda con il capo sbilenco, la traiettoria della bici, ecco quella punta direttamente verso di lei e le sue borse della spesa.

Prima che lei faccia in tempo a muoversi, con un colpo di polso leggero lui svolta e la evita. Ha la faccia bambina di chi ha ancora tantissima paura del mondo e finge di poterlo cavalcare.”

 

 

 

 

Dolore etico e dolore estetico (appunti sparsi)

Chiavi interpretative aggiuntive e possibili.

Etico relativo al comportamento, costume, consuetudine. Scienza che insegna a governare i nostri costumi. Comprendente anche l’etica della responsabilità e quindi della consapevolezza che si esercita in una scelta e degli esiti eventualmente derivanti da essa.

Estetico relativo al bello naturale, artistico. La percezione che avviene con la mediazione dei sensi, legato al primo impatto sensoriale. Scienza del bello, disciplina che riguarda il bello e il giudizio globale su di esso.

Un breve inciso: l’anoressia (al di la delle sue letture psicologiche o psicoanalitiche) riesce a rendere evidentissimo come un dolore possa esser  “ben” mostrato, nella sua forma estetizzata, personificata; c’è un dolore interno che si mostra fuori, che si vede con in sensi. Una possibilità di tenerlo fuori. Per non coglierlo/sentirlo dentro? Una dichiarazione di intenti mostrata più che vissuta?

Internet e i media, rappresentano due luoghi di eccellenza dove si rende possibile questo: il proprio mostrare (mostrarsi) la narrazione del dolore, ovviamente non solo di quello, una narrazione tanto piu’ estetica quanto piu’ frutto di una regia.
Sto pensando ai vari reality tvche narrano di esperienze limitrofe al dolore, persone obese alle prese con diete necessarie a salvare la propria esistenza, persone alle prese con chirurgia estetica vissuta come fondamentale a migliorare il rapporto con se stessi, e la propria corporeità. persone alle prese con le proprie incapacità professionali, o alle proprie manie di conservare ogni cosa, una umanità colta nel suo vivere ai confini di un grande disagio di un malessere esistenziale che sconfina nel dolore. Ma le scelte registiche rendono questi dolori finitamente percepibili, visibili, estetizzati anche nel loro approfondimento. Diventando forme, epopee, percezioni destinate al nostro voyeurismo, spesso anestetizzato da questa “forma” che un pò distanzia dal vero dolore che costella quelle vite. Un eccesso di immagine, che sembra svuotare l’interiorità del nostro (e/o dell’altrui dolore), la sua profondità, la necessità di pensare attentamente in che modo può o deve essere esposto allo sguardo altrui.

Internet consente una narrazione abbastanza simile del proprio dolore (come delle rabbie, inquietudini, fatiche, insofferenze, paure) esposto con analoga, o forse maggiore inconsapevolezza della forma che gli viene offerta. In questo senso quasi ognuno è consapevole che sta esponendo/si allo sguardo altrui, sta pubblicando una parte di se, sia essa visiva che parlata, ma non sempre è chiara la consapevolezza della piazza in cui ci espone, ne è altrettanto chiaro che si sta “esternalizzando” un dolore, prima ancora di aver compreso se esso sia davvero pubblico, e se debba esserlo. Fino a che punto è lecito farlo, sino a che punto è necessario, fino a che punto non esserne consapevoli è rischioso? E’ lecito non farsi queste domande, non insegnare ai figli a porsele?

Sembra quindi diventare necessaria la domanda sulla “esponibilità” della nostra interiorità, quando va esposta, fino a che punto, fino a che punto questa regia estetica ci protegge davvero, e sino dove ci espone troppo, dove viscere emozioni e fratture emotive sono troppo mostrate?

E che responsabilità ci assumiamo, rispetto agli altri, che indirettamente esponiamo quali spettatori o co-protagonisti, con i nostri racconti, con le nostre immagini, i nostri dialoghi a due o in gruppo; cosa accade con i nostri stati emotivi che affondano le radici nella nostra vita. Cosa ci serve (e cosa ci insegna) di questa estetica che ci mostra sempre interamente?

La forma esteriore, percepibile, che ci mostra continuamente  … silenzia davvero il nostro dolore? E una azione comunicativa che è un grido di aiuto lanciato in un “ovunque” collettivo, ci serve?  O serve solo a farci vedere, notare, assumendosi/indossando una forma di un dolore “formale”, incapace di stare altrove, se non su una pubblica piazza?

Questa forma diventa davvero un racconto paradigmatico e che genera una incontro, un dialogo  o serve solo a stimolare il voyerismo pietoso degli altri. La pletora di immagini di bimbi malati di tumore che servono a sfidare l’altrui capacità a mostrarsi “sensibili” sembrano intese appunto solo a smuovere questo pietismo di pancia, sconnesso al vero dolore che ognuno nella vita sarà chiamato a vivere e governare, soffrire ed esplorare, assumendosi realmente la responsabilità di quello che insegna, di cosa fa crescere e di come lo si condivide ed insegna …