Perché 15 giorni di vacanza non (mi) bastano

E’ un anno particolare, significando particolarmente complesso, questo 2015, personalmente e professionalmente.

In particolare la mole di lavoro del Centro Disabili si è incrementata spostando, sempre più verso una dimensione gestionale/organizzativa/burocratica, quello che per me è fondamentalmente un ruolo pedagogico (coordinamento); che deve coniugare cura dell’organizzazione, delle prassi, del pensiero educativo e pedagogico che ne scaturiscono, della formazione, delle connessioni, della scrittura e riflessione collettiva su materiali prodotti dagli operatori (PEI/relazioni/progetti) e quindi deve riuscire ad esser comunicata alle famiglie, all’ente gestore, alla cooperativa, ai partner della rete territoriale… insomma il tempo pedagogico è stato in parte sacrificato.

A questo si è aggiunto l’impegno a supervisionare altri servizi, operativi in ambito della disabilità, e quello di condurre alcuni spazi di formazione.

Una buona parte di quest’anno è anche stato destinato ad avviare alcuni progetti dell’associazione Metas, fra cui la partecipazione alla preparazione e alla riflessione condivisa sull’innovazione in ambito educativo, che confluiranno in un convegno organizzato dall’Università Bicocca (per info seguire questo link).

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E in quindici giorni di stacco (è un vincolo del servizio) non c’è spazio e tempo per aver cura di tutto, per staccare la spina (mentale) dal lavoro e fermarsi accanto agli affetti familiari, per dedicarsi alla lettura che possa “svagare”, a piccoli viaggi o esperienze che nutrano lo sguardo, per sistemare tutta quella parte della propria vita personale che si finisce per trascurare un poco quando il lavoro preme.

C’è un bisogno di sosta, e nutrimento, di cambio di ritmo, di trovare un passo, ora più lento ora più veloce, che riesca a spezzare/spiazzare il ritmo tipico dell’anno lavorativo.

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E fatto questo si dovrebbe avere un tempo dedicato (e delicato) per tutta quella parte che crea valore alla propria professionalità; bisognerebbe fermarsi a leggere, e a scrivere, siano essi gli appunti dell’ultima supervisione, che i pensieri attorno a cui si è lavorato per un anno, e sulla progettazione del servizio. Sostare attorno ai temi ricorrenti con cui si è discusso in equipe o che le famiglie riportano affinché possano essere restituiti riempiti/nutriti in modo nuovo. Ritrovare i canali social dove comunicare e costruire nuovi nessi e significati, permettendosi di vagare ma anche di allenare lo sguardo sul mondo che corre, sui pensieri che vengono condivisi, sugli umori e le culture che prendono forma e si plasmano, si frammentano e che sempre ci parlano del mondo che ci circonda e a cui facciamo riferimento  (consapevolmente o meno) ogni volta che pensiamo – agiamo in un orizzonte educativo/educato/educante.

No.

Per fare tutto questo 15 giorni sono pochi, la professione educativa/pedagogica, ha bisogno di spazi e tempi qualificanti, dove sostare nella cura del proprio tempo per pensare, per accogliere, accudire, e anche per avere cura della propria vita personale/familiare, del proprio tempo di vita e di crescita, per distrarre e de-stressare il proprio corpo, per riempire gli occhi di meraviglia, curiosità e stupore. Deve poter nutrire tutti gli aspetti che poi spenderà ogni giorno della propria pratica professionale.

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Parlare della paura, parlare con la paura (e con il coraggio)

IMG_5615La scena è questa: parco avventura (si tratta di percorsi aerei, su corde o passerelle tese fra gli alberi; i percorsi sono graduati in ordine di difficoltà e in base all’età).

Abbiamo, appunto, deciso di affrontare questo cimento; io e le due figlie, la piccola, notoriamente avventurosa e intraprendente, era eccitatissima, la grande con il suo solito stile inglese, con molto self control, si è messa alla prova decidendo e scegliendo in autonomia sino a che punto osare, e in che modo confrontarsi con emozioni e paure.

Quest’anno abbiamo parlato variamente della paura, un po’ per caso, e un po’ per necessità. La piccola, forte dei suoi 7 anni, e da qualche tempo vanta con grande determinazione di non aver paura di nulla. Ovviamente a me spetta la parte di quella che spiega, le mamme lo fanno spesso e a volte si sentono pure un pochino pedanti, e altre volte si sentono felici di insegnare …

Insomma in vari momenti le ho spiegato che paura è una buona cosa, ci allerta nel corpo e nelle sensazioni, ci prepara ai pericoli che stiamo per incontrare, ci aumenta il metabolismo e il battito cardiaco.

Ma è stato nel percorso che ci siamo davvero incontrate a fare i conti con la paura, la sua intensa in alcuni momenti, e la mia di non saperle insegnare ad incontrarla, ad affrontarla per quello che è, a provare a superarla o anche solo gestirla. Le corde si aggrovigliavano, e i percorsi si complicavano, i moschettoni andavano ganciati e sganciati, e laddove lei faticava, io dovevo prevedere quali percorsi l’avrebbero spaventata di più, spiegandole come poteva affrontare quel passaggio tra un albero e una altro, immedesimandomi nel suo grado di difficoltà e aiutarla da affrontarlo (dosando il giusto grado di sorveglianza e emancipazione). Poi le difficoltà sono oggettivamente aumentate, e la sua paura anche.

Ed è a quel punto che mi sono trovata a parlare “con la (sua) paura” che le toglieva quasi il fiato, accelerandone il battito cardiaco, irrigidendo i movimenti del corpo, fino a rischiare di bloccarli. Ho recuperato parole giuste, dosato il tono di voce, le ho ricordato le tappe che aveva già superato e la sua intraprendenza abituale, indicandole a voce i punti che stava superando.


Alla fine è rimasto un pianto liberatorio, lungo, e il tempo per recuperare il fiato spezzato, per un abbraccio, per il silenzio, per sentire anche le mie emozioni, tra fierezza e dispiacere per il suo dolore. Ma era di quello ciò di cui  avevamo bisogno. Un tempo per parlare alle emozioni, e delle emozioni, parlare al cuore e al pensiero, che sapevamo essere in fermento, ritessendo la connessione di un corpo che si ritrova intero. Questo che mi ha permesso di dare un significato autentico a tutti quei “pomposi” discorsi sulla paura, che tanto mi avevano fatto sentire una madre noiosa, e saccente.

IMG_5613La vita non risparmia differenti momenti difficili, cambiamenti, occasioni che ci aprono all’incontro con la paura.

La paura c’è, e soprattutto non si può (e non si deve) non aver paura; che è la compagna di viaggio del coraggio, dell’incontro con i propri limiti, e/o con la possibilità di oltrepassarli, o anche solo di guardarli in faccia. La paura come altre emozioni ci tiene legati al corpo, al senso di quanto accade e alla necessità di attraversarlo, di crescere.

Come madre lo so che non è finita qui, che abbiamo ancora tante prove da affrontare,  e io dovrò saper collegare con cura le mie spiegazioni, i miei saperi, ciò che osservo di quanto sta accadendo alla vita concreta, alle situazioni che accadano e alle esperienze che ci fanno/faranno incontrare.

Per la cronaca la figlia grande, a 17 anni, ha capito il trucco del dialogo tra paura e coraggio pertanto ha affrontato in solitaria i vari percorsi, scegliendo di affrontare le difficoltà (il labirinto verticale è davvero un cimento), di percepire e muoversi, e quindi di sfidare i suoi stessi limiti, per superarli e definirli. Alla fine è ridiscesa con un sorriso spettacoloso.

Sull’arrampicare come esperienza di apprendimento personale ne ho raccontato qui…

#pedagogiaepolitica: pensieri prima del blogging day

Tema molto intrigant,e questo, quello che come Snodi Pedagogici abbiamo scelto per marzo.

Pedagogia e politica  …. cosa significhi lo chiarisce bene l’introduzione, ma per ognuno di noi, del gruppo che gestisce e promuove quest’iniziativa, la voglia di metter le mani sulle tastiera è stata fortissima.

Per l’educazione naturale abbiamo lasciato lo spazio ai genitori, e per pedagogia e scuola la scena è stata tutta dei decenti o di chi educa a scuola

Già nella discussione nel nostro “piccolo comitato di redazione”  la voglia di sviluppare almeno 3 0 4 tematiche,  ciascuno era veramente alt, abbimo fatto selezione e cercato di tenere il tema, aperto alle possibilità offerte da chi avrebbe scritto.

Che non si tratti della solo di parlare della politica che vediamo tutti i giorni nei vari media è chiaro, ma un’ulteriore chiarimento del sistema mi è venuto da una recente discussione Facebook.

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Un genitore ha poposto agli amici di facebook il titolo di un libro sull’adolescenza, subito un altro genitore ha rilanciato, ” è più facile crescere i bimbi piccoli che non gli adolescenti”, poi un’altro genitore magicamente ha tirato fuori, dal cilindro, un fantastico coniglio bianco.

Essere adolescenti oggi o negli anni 60 e 70, cosa è meglio? Peggio?

Un genitore, assai dottamente, spiegava i vantaggi di  essere adolescente nel 70, in un momento politico in cui giovani provavano a cambiare le regole, a fronte di un panorama educativo in cui ruoli genitori /figli erano più chiari e standardizzati, cambiare le regole e gli stereotipi e i modelli, lasciava i giovani libersi immaginare i molti futuri possibili.

E i giovani d’oggi?

Gli adulti, che stavo leggendo, raccontavano questo presente presente, piatto culturalmente piatto politicamente e deprimente dal punto di vista delle prospettive future, collocando lì i giovani. Flatlandia.

Le parole adulte disegnavano una cultura astenica e una cattiva politica, benché collocate sul cambiamento epocale quello del Web, della Rete in cui siamo presi. D’altronde lo spazio in cui questo avveniva era uno spazio web. Come non vederlo? In questo spazio web, ci stanno i figli, e un mondo che sta cambiando, ci piaccia o meno, che lo si veda o meno. Ci stiamo anche noi.

Politica? Educazione?
Ecco che mi appare professionalmente più chiaro il ruolo della pedagogia ed educazion,e laddove riescono a ricucire insieme i significati che collegano passato e presente, dove riescono ad attardarsi attardarsi  guardando quelle dimensioni del crescere che vanno verso l’orizzonte e vanno verso la profondità. In cui si ricollegano generazioni e mutamenti familiari, storici e politici.

Chi si occupa di educazione in alcuni casi sembra non potere evitare di collocare la sua opera in un contesto sociale culturale e politico; perchè la cultura e la politica (cultura politica?) determinano i luoghi dove si impara, aiutano o limitano i modelli di famiglia imperanti, dettano lo stile e il valore della scuola, riconfigurano  il mondo del lavoro, e  il tempo libero.

L’educazione si ferma a guardare, insieme ai suoi soggetti in educazione, il mondo che attraversano. L’educazione permette di costruire luoghi o progetti e significati in cui è possibile educare e crescere, in questo mondo reale, con le sue crisi, le sue periferie, le luci e ombre, la sua cattiva politica, i suoi cattivi maestri.

… Vediamo cosa diranno i nsotri ospiti a tale proposito? Snodi Pedagogici

Netiquette ovvero regole di educazione in rete

keep-calm-and-follow-netiquette

Ho preso da 42 l’elenco delle voci che compongono la loro netiquette, convinta che possa tranquillamente valere per ogni  luogo web, dove sia primaria la possibilità di scambio e confronto.  

Mi sono permessa di modificare o aggiungere qualcosa, qualora mi sembrasse necessario per generalizzare meglio i concetti (le modifiche sono di colore diverso). In realtà ho fatto ben poco.

42etiquette (Consigli di comportamento per rendere questo un posto speciale)

  • Ricordare l’essere umano. Quando comunichi online, tutto ciò che vedi è lo schermo di un computer. Quando parli con qualcuno dovresti chiederti “Direi queste stesse cose in faccia a questa persona?” o “Un mio amico si offenderebbe se gli dicessi queste stesse cose?”
  • Quando si è online, aderire agli stessi standard di comportamento che si seguono nella vita reale.
  • Leggere le regole di una community, prima di inviare qualsiasi cosa. Le trovi, in genere, nella colonna a destra. (cercale o chiedi, è lecito e consigliabile)
  • Leggere la 42etiquette. Leggila ancora e rifallo una volta ogni tanto. La 42etiquette è un documento “vivente”, in continua lavorazione, e potrebbe cambiare nel tempo con la crescita della community. (cerca  e leggi – dove vuoi – il significato e l’importanza di adottare un comportamento consono alla netiquette locale, o quella che è di buon senso adottare sul web, sempre)
  • Moderare in base alla qualità, non alle proprie opinioni. I contenuti ben scritti e interessanti valgono tanto, anche se non ti trovano d’accordo.
  • Non sottovalutare la grammatica e l’ortografia. Le discussioni intelligenti richiedono un sistema di comunicazione condiviso. Sii aperto alle correzioni fate in modo gentile.
  • Mantenere i titoli il più possibile attinenti e liberi da opinioni. Se senti il bisogno di sbracare, puoi farlo nella sezione dei commenti. (consiglio specifico, ma in un tempo di cattiva comunicazione il titolo va pensato)
  • Cercare sempre la fonte originale del contenuto che si vuole condividere, e invia quella. Spesso un blog fa riferimento a un altro blog, che fa riferimento a un altro ancora, ecc… e nel frattempo tutti mettono in bella mostra i propri annunci pubblicitari. Scava tra tutti quei riferimenti e invia un link all’autore originale, che è l’unico a meritare quel traffico.
  • Scegliere la community più appropriata per i propri contenuti. Puoi anche decidere di inviarli in più di una community (cross posting), se l’argomento è pertinente.
  • Cercare eventuali duplicati, prima di sottoporre il proprio contenuto. Gli articoli ridondanti non aggiungono nulla alla conversazione. Detto questo, a volte a causa di attimi non colti, un brutto titolo o, semplicemente, sfortuna, una storia interessante potrebbe fare fatica a farsi notare. Sentiti libero di ripostare di nuovo qualcosa se ritieni che il primo contenuto non abbia avuto l’attenzione che si meritava e potrebbe fare meglio. (consiglio specifico, ma fa pensare che ogni condivisione va pensata, deve avere una intenzionalità)
  • Linkare direttamente i file che si trovano in una pagina così come lì hai trovati, senza aggiungerci niente.
  • Quando possibile, usare come link le url normali, anche se lunghe, ed evita gli short link (che oggi ci sono e domani chissà), le pagine temporanee che potrebbero scomparire. In particolare, nel caso dei blog, usa i “permalink” al singolo post, e non la homepage.
  • Considerare la possibilità di inviare critiche costruttive o una spiegazione, quando si vota qualcosa in modo negativo. Fallo con accuratezza, ma anche con tatto.
  • Segnalare tutto lo spam che si trova.
  • Navigare nelle pagine dedicate alle nuove discussioni e votarle. Vedilo come un, beh, pubblico servizio. (consiglio specifico, ma se partecipi ad una community o segui un blog curiosare in giro è lecito e consigliabile)
  • Leggere per davvero un articolo prima di votarlo (piuttosto che basare il tuo voto solo sul titolo).
  • Sentirsi liberi di inviare link a propri contenuti (senza esagerare). Ma se invece tutto quel che invii riguarda sempre e solo te e che venga spesso votato negativamente, magari prova a guardarti allo specchio — potresti scoprire (succede anche nelle migliori famiglie) che sei uno spammer. Una regola non scritta molto usata da queste parti prevede la proporzione 9 a 1, ovvero: su 10 cose che proponi, solo una dovrebbe riguardare tuoi contenuti.(consiglio specifico, ma non diventare spammer stopposi o troppo autocentrati è importante, come lo è diffondere la varietà e le buone cose altrui)
  • Articoli o discussioni contenenti materiale esplicito come il nudo, parolacce orribili, ecc…: marcali come NSFW (Non adatti a un luogo di lavoro) per nudità. Se invece qualcosa è adatto ai luoghi di lavoro ma dal titolo non si direbbe, marcalo come SFW (Adatto ai luoghi di lavoro). Usa giudizio nell’attribuire queste tag, e vedrai che tutto andrà per il meglio.
  • Applicare la regola “innocente fino a prova contraria”. A meno che non sia oggettivamente chiaro che un contenuto sia sbagliato o sia stato inserito per “pescare karma”, non dire che lo è. Rovina l’esperienza non solo a te, ma anche a tutti gli utenti che leggono quarantadue ogni giorno. (consiglio specifico, insomma abbassa il livello di iper reazione a quello che scrive qualcun’altro, aiuta a pensare e ragionare.
  • Rileggere i propri contenuti e verificare gli errori, prima di inviarli, specialmente il titolo che si è scelto. Assicurati che i fatti che stai citando siano verificati per evitare qualsiasi tipo di problema.

Cose che NO

  • Esercitare qualsiasi tipo di attività illegale.
  • Pubblicare informazioni personali su qualuno, o anche solo linkarle. Il che include link a pagine pubbliche su Facebook e screenshot da Facebook nei quali i nomi siano leggibili. Siamo tutti infastiditi dalle cose stupide che la gente fa o dice online, ma la caccia alle streghe e la giustizia fai-da-te hanno spesso provocato vittime innocenti. Quel tipo di contenuti o commenti saranno rimossi. Gli utenti che pubblicano informazioni personali vedranno il proprio account cancellato immediatamente. Se ti capita di notare un utente che pubblica informazioni personali, sei pregato di segnalarlo agli amministratori. In più ricorda, per pagine come quelle di Facebook nelle quali sono spesso pubblicati dati sensibilii, di mascherare le informazioni personali e le immagini che ritraggono persone utilizzando la sfocatura (“blur”, su Photoshop) o un semplice blocco nero. Quando le informazioni personali sono rilevanti ai fini di ciò che viene detto all’interno di un post, usa i colori per indicare chi è che è responsabile di aver detto cosa.
  • Inviare nuovamente informazioni rimosse o cancellate. Ricordi il commento che qualcuno ha inviato e successivamente cancellato perché conteneva informazioni personali o immagini imbarazzanti? Resisti alla tentazione di inviarlo di nuovo. Non importa che cosa contenesse. E’ stato cancellato per un preciso motivo.
  • Essere (intenzionalmente) rude in generale. Scegliendo di non essere antipatico contribuisci a incrementare il livello di civiltà della comunità e la rendi migliore per tutti.
  • Fare comunella con quelli che se la prendono con un altro utente di quarantadue senza prima verificare le ragioni di entrambe le parti. Quelli che incitano a intraprendere questo tipo di azioni sono spesso motivati da cattive intenzioni e sono, molto più spesso di quanto si creda, dei troll. Ricorda: ogni volta che  qualcuno che ha contribuito alla crescita della comunità viene spinto ad abbandonarla, tutti perdiamo qualcosa.
  • Chiedere a qualcuno di trollare altri utenti, nella vita reale, o su altri siti e blog. Non siamo il tuo esercito personale.
  • Attaccare personalmente altri commentatori. Gli attacchi personali non aggiungono nulla alla conversazione.
  • Iniziare un flame. Segnalalo e morta lì. Se senti davvero il bisogno di confrontarti con qualcuno, lasciagli un messaggio educato con un link alle regole, e basta.
  • Insultare gli altri. Gli insulti non contribuiscono a una conversazione costruttiva. Le critiche costruttive, invece, sono appropriate e incoraggiate.
  • Trollare. Comportarsi da troll non contribuisce alla discussione.

Donne dee daimon – le maternità possibili e i bimbi degli altri

Parto così, di pancia, a dire che quel bimbo fa “impressione” , nel senso che mi turba e mi coinvolge emotivamente, mi rende nquieta e fa entrare in vibrazione con il suo dolore, mi commuove per via della sorte che gli ha cambiato la vita.

E come dicevamo nella serata Donne Dee Daimon: 

Nella Maternità questa SORTE o DEMONE corrisponde a ciò che infastidisce, o turba, o frammenta o frattura, interrompendo ogni aspettativa.

Crea una dissonanza con quello che immaginavamo pensando per la prima volta,  ad un bambino possibile dentro di noi.

Un marito impotente, la scelta di non volere un figlio, un lutto importante,  l’infertilità, una gioia troppo forte da turbare, La vita che dispone diversamente …

Tutto quanto avevamo imparato, così bene, sulla maternità …. viene disatteso bruscamente.

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