La scena dei compiti

Tra qualche genitore un po’ becero che impone la sua visione della scuola dichiarando che il suo bimbo non farà mai compiti, e qualche insegnante e/o scrittore confuta, con bella prosa, la necessità dei compiti a casa.
Poi ci sarà qualcun altro che scriverà con altrettanta sagacia della versione contraria, i compiti non servono e all’estero, si lì, c’è sempre qualche paese più innovativo, nella didattica che compiti non li fa più.
Così ci si sente chiamati per la giacchetta a pronunciarsi pro o contro. E alla fine ci sarà certo qualcuno che difenderà la teoria del “ai miei tempi si faceva così”.
Il problema sarebbe (forse) di voler vedere quello che ci sta tra l’una e l’altra posizione, senza necessariamente scegliere.
Ai miei tempi (appunto) si giocava in cortile , e per strada, per lunghi pomeriggi. Eravamo gruppi di bambini, tutti figli della scolarizzazione di massa degli anni 60, dove la scuola era quella bella, e partecipata anche dai genitori.
Dove il livello di istruzione tra docenti e genitori era sostanzialmente asimmetrico. Oggi di sovente non solo i genitori possono essere più istruiti delle maestre, ma talvolta anche più dei docenti della scuola secondaria di primo e anche di secondo livello.
Ai miei tempi tutt’al più si faceva ginnastica correttiva nella stessa palestra della scuola, e l’intervallo si giocava in cortile a giocare, intervallo era abbastanza lungo. I bambini giocavano, e tanto, all’aperto, in gruppi disomogenei per età, sotto lo occhio più o meno vigile della portinaia o di qualche mamma che non lavorava.
Ai miei tempi tante mamme non lavoravano, oggi lo fanno in tante. E il livello di istruzione medio, anche delle madri, è aumentato.
Ai miei tempi i programmi scolastici erano più stringati e focalizzati sulle abilità di base; come madre ho scoperto che alcuni contenuti che io ho appreso alle scuole superiori mia figlia grande li ha studiati alle scuole medie.
Ai miei tempi si giocava l’elastico o in giochi di gruppo, e i maschi giocavano a calcio in prati (non campi) più o meno organizzati, e la porta, quando andava bene, erano due assi posizionate per terra. Le femmine, ancorché giudicate incompetenti, a volte potevano fare l’arbitro o il portiere. Nessuno si sognava di avere l’abbigliamento giusto.
Ai miei tempi c’era solo un mio compagno, delle medie, che faceva uno sport strutturato: il tennis. E se non erro la cosa avveniva solo perché suo padre aveva in gestione un campetto di tennis.
Ai miei tempi le vacanze, per i più fortunati, si facevano con i genitori, talvolta non si facevano del tutto, oppure siandava nelle case dei nonni. E le grosse aziende offrivano ai figli dei dipendenti pacchi regalo in dono a Natale, con giochi e libri, e le colonie estive al mare o in montagna, per favorire il lavoro dei genitori che stavano in città.
Amici tempi e televisione era solo in bianco e nero dopo qualche anno è diventata colori ed è iniziato quell’altro apporto di intrattenimento televisivo di massa.
Ai miei tempi non c’era Internet e nemmeno gli smartphone.
Ai miei tempi si parlava dell’ integrazione dei flussi dei meridionali; ma non erano bambini migranti che arrivano da scenari di paesi estremamente lontani e portatori di grandi differenze linguistiche, culturali, alimentari, religiose, o forse si? Ma di certo non arrivavano, in fuga da guerre morte e devastazione
Ai miei tempi i bambini disabili andavano nelle scuole speciali. E non c’erano insegnanti di sostegno in classe e la cultura della disabilità non prevedeva che stessero a scuola.
Ai miei tempi tutta l’Italia aveva bisogno di andare a scuola, aveva bisogno di alfabetizzazione e di innalzamento del livello formativo, che ammortizzasse e rendesse omogenea la base culturale che ricevevano in famiglia.

Cool 100%

Oggi i bimbi vanno al cinema, a volte teatro, a volte sentire musica o festival e spettacoli: sostituiscono parte dell’attività pomeridiana libera all’aperto con attività strutturate di tipo sportivo, o espressivo, o artistico. Frequentano musei dove le attività laboratori sperimentali superano di gran lunga qualsiasi offerta didattica, dove con il gioco si insegnano sperimentatore, scienza, arte, storia e cultura sin da piccolissimi. Fanno laboratori in cui imparano con le mani e con il corpo. Sono bambini incuriosito e stimolati, spesso da genitori divertiti nell’accompagnarli in quel viaggio nel sapere. Ai miei tempi, di oggi, noi genitori ci poniamo il problema di istruire in questo modo i nostri figli, godendoci con loro questa immersione nel sapere.
Ai miei tempi non si sapeva che in Italia ci fossero le eccellenze della Reggio Children, e non c’era il bisogno di riportare gli asili nel bosco, perché i bambini giocavano nei prati e nelle strade, saltavano e correvano in spazi grandi e aperti, e facevano esperienza del mondo in gruppi informali non condotti da adulti. Ai miei tempi non si conoscevano i modelli della didattica che esistono in altri paesi, i genitori non erano informati, non avevano parametri di confronto per giudicare la scuola.
Ai miei tempi non c’erano tutti i bimbi diagnosticati come BES/sintromi di iperattività etc. C’erano i bambini monelli. E ancora non sappiamo se nuovi bisogni educativi speciali arrivino dalla carenza di motricità libera o siano una deriva del modello culturale attuale o solo siano rilevabili grazie nuovi strumenti diagnostici.
In tutto ciò la scuola si mostra, a macchia di leopardo, in alcune sue eccellenze, e in alcune sacche di “vecchia scuola” che non sa collocarsi in uno scenario nuovo.
Mi viene da dire su questa scena, ora appena descritta, forse non contempla altre complessità e sicuramente molte ne lascia ai margini.
Ma su questa scena la questione compiti si complica un pochino, perché i compiti entrano in una sfera molto più complessa. Da un lato ci sono tanti bambini che imparano i contenuti culturali in modo molto disomogeneo tra loro, alcuni lo fanno in modo molto stimolante. Inoltre la gestione del tempo libero è anche frutto di pressioni sociali (non sempre evidenti) volte ai genitori chiamati a stimolare i figli, indirizzandoli verso lo sport e altre attività.
Allora la questione assume qualche connotazione un po’ diversa … purtroppo non ci sono risposte che le famiglie possono darsi se anche la scuola non si interroga sul suo interagire con un mondo che mette grandemente in crisi la didattica sin qui usata, se non guarda all’incredibile groviglio della modernità.

Post apparso su Facebook in data 10.10.2016

Immagine @pontitibetani

Incontri sulla lama del rasoio – 1

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Attorno  a quest’argomento volevo scriverne da un po’, ma è solo nel tempo generoso delle ferie, che ci consente di fermarc,i che si può tentare di scrivere di un argomento delicato, tentando di non uscire dal territorio di rispetto, delle fatiche altrui.

Lavoro ormai da quasi tre anni, in modo prevalente, quotidiano e continuativo, con le persone con disabilità come coordinatrice di un servizio diurno, anzi mi correggo … lavoriamo, con la mia equipe educativa, assistenziale, riabilitativa con le persone disabili. E  con le  loro famiglie.

Forse questa è una della parti più delicate e complesse del lavoro: l’incontro avviene talvolta un terreno spesso sconnesso, dove ci si trova a muoversi tra confini labili e percezioni amplificate, accanto a paure e fatiche che arrivano da una vita spesa insieme, come genitori e figli, ed in cui i secondi che non saranno mai autonomi. Sentiamo storie di familiari obbligati a scoprire la propria capacità di inventarsi la vita (e la quotidianità) in sottrazione, e a vivere tra scelte non scelte.

Molti genitori, spesso ormai quasi anziani, hanno dovuto letteralmente inventarsi l’incontro con la disabilità del proprio figlio, in un momento storico in cui i servizi non sapevano ancora e non riuscivano a garantire un accompagnamento delicato alla notizia della disabilità del neonato o del bambino. Per alcuni è stato invece necessario diventare, educatori, terapisti, insegnanti per tamponare le falle di un sistema che si stava avviando. Altri sono stati paladini combattivi e rivendicativi per chi non aveva parole per parlare, meno diritti, meno possibilità, meno visibilità, in un modo che allora – ancor meno di oggi – era fatto per chi aveva una disabilità. Altri hanno imparato una convivenza precaria e stentata con “il problema”.

Per alcuni la sfiducia nei servizi, pure usufruendone per necessità, è diventato solo un altro tassello della quotidianità, una fatica aggiunta alla fatica. E gli operatori solo rimaste facce, aggiunte a tante altre facce, (che forse non sanno o non capiscono) a cui raccontare la propria storia, anno dopo anno, pensando che forse nessuno avrebbe saputo comprendere sino in fondo la fatica e la sfida di crescere e accudire un figlio con disabilità; che mai avrebbe avuto accesso nemmeno ad una parzialità di vita “normale”, autonoma, libera, scelta…

“ti affido mio figlio e non mi fido”

Non è facile controbattere a questo affidamento, appoggiato con forza, quasi radicato, sulle basi della sfiducia.

L’operatore, a volte chiamato genericamente l’assistente, non appare nel suo ruolo professionale (educatore/oss/terapista), e non viene visto nemmeno come portatore di un sapere/una esperienza/un pensiero che potrebbe essere di aiuto. In fondo – ed è vero – nessuno conosce la vera fatica che ogni famiglia fa. La fatica può essere raccontata, confidata, talvolta “sbattuta in faccia”, o negata ma mai vissuta in prima persona. Alcune angosce o ansie per il futuro sono e saranno solo del genitore.

E allora l’offerta educativa/assistenziale non può essere posta sullo stesso piano; va costruita con l’attenzione delicata, e umile, che viene dall’ammettere di non conoscere davvero l’altrui intimità familiare, e nemmeno la fatica che costa.

L’offerta tecnica si può creare, usando la conoscenza quotidiana delle persone, in qualità di utenti del servizio, che come operatori vediamo agire/vivere in un mondo (diverso da quello familiare) fatto di regole e di incontri sempre uguali e ma anche sempre mutevoli, fatto di confronti con le abitudini degli altri utenti, di tempistiche e modalità organizzative che cambiano, di progettazioni e di laboratori che talvolta scardinano i rischi della troppa abitudine, o altre volte danno certezza e stabilità. Si possono aiutare i familiari a individuare il “disegno” e il progetto che sostiene le giornate, l’organizzazione, alcune scelte, e i pensieri che l’equipe si pone attorno ad ogni persona, ai suoi bisogni, nel suo essere in sinergia con altri, con i cambiamenti, con un vivere in modo collettivo.

Insomma la vita di un servizio educativo dispone molteplici cambiamenti, siano essi i mutamenti nell’equipe (es maternità, pensionamenti, sostituzioni) che creano nuovi approcci e stili di lavoro, oppure l’introduzione di nuove azioni/prassi educative, siano esse l’inserimento di una modulistica nuova, o i suggerimenti della figura che supervisiona il lavoro di equipe, e ogni mutamento si riverbera nel azioni quotidiane e nel modo di incontrare le famiglie. Questo sposta il piano dell’incontro, lo allontana da quel tema della sfiducia, ma lo mette su quello dello scambio di saperi, o meglio di azioni concretamente e quotidianamente condivisibili, e che il luogo che ospita i propri figli non è basato sulla casualità, ma piuttosto (volendo giocare con le parole) sulla causalità.

“noi al Centro facciamo questo, e capiamo insieme  come si può fare anche a casa una azione simile o utile/sinergica/complementare”.

Ad esempio, di recente, l’assunzione di nuovi modelli PEI ci hanno obbligato a:

  • fare nuove domande alle famiglie, scantonando ogni risposta scontata, obbligandoci insieme ad uscire dalla solita routine annuale di affermazioni e letture, obbligandoci ad un incontro nuovo, che andava costruito rinnovando non solo le domande ma anche il patto educativo.
  • semplificare gli obiettivi pensandoli in modo nuovo e di fatto rendendoli più fruibili anche per le famiglie – che hanno potuto capire cosa facevamo come equipe e cosa potevano fare anche loro a casa, traducendo in azioni nuove o  anche solo più pensate.
  • e scoprirci reciprocamente più interessanti, e interessati a scoprire cosa si poteva concretamente fare insieme. In qualche caso si vedono i primi risultati: gli utenti che raggiungono gli obiettivi pensati per loro, con le loro famiglie. 🙂

#pedagogiaepolitica: pensieri prima del blogging day

Tema molto intrigant,e questo, quello che come Snodi Pedagogici abbiamo scelto per marzo.

Pedagogia e politica  …. cosa significhi lo chiarisce bene l’introduzione, ma per ognuno di noi, del gruppo che gestisce e promuove quest’iniziativa, la voglia di metter le mani sulle tastiera è stata fortissima.

Per l’educazione naturale abbiamo lasciato lo spazio ai genitori, e per pedagogia e scuola la scena è stata tutta dei decenti o di chi educa a scuola

Già nella discussione nel nostro “piccolo comitato di redazione”  la voglia di sviluppare almeno 3 0 4 tematiche,  ciascuno era veramente alt, abbimo fatto selezione e cercato di tenere il tema, aperto alle possibilità offerte da chi avrebbe scritto.

Che non si tratti della solo di parlare della politica che vediamo tutti i giorni nei vari media è chiaro, ma un’ulteriore chiarimento del sistema mi è venuto da una recente discussione Facebook.

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Un genitore ha poposto agli amici di facebook il titolo di un libro sull’adolescenza, subito un altro genitore ha rilanciato, ” è più facile crescere i bimbi piccoli che non gli adolescenti”, poi un’altro genitore magicamente ha tirato fuori, dal cilindro, un fantastico coniglio bianco.

Essere adolescenti oggi o negli anni 60 e 70, cosa è meglio? Peggio?

Un genitore, assai dottamente, spiegava i vantaggi di  essere adolescente nel 70, in un momento politico in cui giovani provavano a cambiare le regole, a fronte di un panorama educativo in cui ruoli genitori /figli erano più chiari e standardizzati, cambiare le regole e gli stereotipi e i modelli, lasciava i giovani libersi immaginare i molti futuri possibili.

E i giovani d’oggi?

Gli adulti, che stavo leggendo, raccontavano questo presente presente, piatto culturalmente piatto politicamente e deprimente dal punto di vista delle prospettive future, collocando lì i giovani. Flatlandia.

Le parole adulte disegnavano una cultura astenica e una cattiva politica, benché collocate sul cambiamento epocale quello del Web, della Rete in cui siamo presi. D’altronde lo spazio in cui questo avveniva era uno spazio web. Come non vederlo? In questo spazio web, ci stanno i figli, e un mondo che sta cambiando, ci piaccia o meno, che lo si veda o meno. Ci stiamo anche noi.

Politica? Educazione?
Ecco che mi appare professionalmente più chiaro il ruolo della pedagogia ed educazion,e laddove riescono a ricucire insieme i significati che collegano passato e presente, dove riescono ad attardarsi attardarsi  guardando quelle dimensioni del crescere che vanno verso l’orizzonte e vanno verso la profondità. In cui si ricollegano generazioni e mutamenti familiari, storici e politici.

Chi si occupa di educazione in alcuni casi sembra non potere evitare di collocare la sua opera in un contesto sociale culturale e politico; perchè la cultura e la politica (cultura politica?) determinano i luoghi dove si impara, aiutano o limitano i modelli di famiglia imperanti, dettano lo stile e il valore della scuola, riconfigurano  il mondo del lavoro, e  il tempo libero.

L’educazione si ferma a guardare, insieme ai suoi soggetti in educazione, il mondo che attraversano. L’educazione permette di costruire luoghi o progetti e significati in cui è possibile educare e crescere, in questo mondo reale, con le sue crisi, le sue periferie, le luci e ombre, la sua cattiva politica, i suoi cattivi maestri.

… Vediamo cosa diranno i nsotri ospiti a tale proposito? Snodi Pedagogici

D’oro e d’argento – XXV Special Olympics Italia

Uno degli utenti che frequentano CDD, dove lavoro, ritornerà nei prossimi giorni; e sarà carico di medaglie.

Per la precisione tre medaglie d’argento vinte nello sci.

E’ stato uno dei partecipanti, a Sestriere, alla XXV edizione degli Special Olympics Italia.

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Ho seguito con partecipazione quanto avveniva, dalla finestra di Facebook, guardando le foto che la famiglia pubblicava di giorno in giorno.

Mi sono sentita partecipe dell’avventura sportiva, di un ragazzo, che in fondo conosco, per ora ancora, abbastanza poco; io lavoro al centro da solo un anno e lui lo frequenta con un part-time di poche ore settimanali.

I prossimi giorni tornerà alla nostra quotidianità ma quelle tre medaglie avranno completamente “distrutto” il modo in cui lo conoscevamo. Sarà ancora il ventenne che studia, fa un sacco di sport con la sua famiglia, ama i viaggi, ha una sindrome genetica, indossa un certo tipo di abbigliamento, usa internet …  ma da questa settimana sarà anche un atleta olimpico.

La portata di questa notizia mi arriva la coscienza lentamente, infrange completamente ogni idea che mi ero fatta.

I suoi genitori ci avevano raccontato nella quotidianità, gli impegni e le attività svolte dal figlio, in modo sobrio e discreto.

Noi operatori conosciamo gli schermi e abitudini, i progetti e i laboratori, studiamo tutto quanto si aggira attorno alle pratiche educative, riabilitative, terapeutiche necessarie alle persone con disabilità; partiamo tutti con delle precomprensioni attorno alla materia, cresciamo in una cultura che ci insegna alcune cose sulle persone con disabilità. Poi gli anni di studio, la formazione e le esperienze professionali e il lavoro nei servizi  ci aiutano a smontare i luoghi comuni e a costruire saperi nuovi, per trovare un diverso modo di lavorare, di educare e di sostenere processi di crescita. Talvolta finiamo per pensare in modo scontato. Non dovremmo farlo, eppure accade (è umano e normale).

Per fortuna la vita fa sempre accadere momenti che stupiscono, e obbligano a cambiare una volta ancora le nostre pre-comprensioni.

Le persone con disabilità sono stimolate sin dalla nascita ad utilizzare tutte le capacità residue. Tutte quelle cognitive e naturalmente tutte quelle motorie: fisioterapia, psicomotricità, acquaterapia, ippoterapia e ovviamente sport. Come ogni CDD partecipiamo abitualmente a tornei annuali sportivi, proprio per dare valore a questa possibilità, che è di movimento e di relazione con gli altri.

Però le tre medaglie d’argento, che vedremo nei prossimi giorni, vanno aldilà di questo.

Vanno esattamente a colpire qualcosa che sta oltre alla disabilità.

La struttura,  “gli Special Olympics”,  è quella dello sport, dello sport “vero”, ufficiale. C’è un braciere Olimpico, il podio, le medaglie,  le delegazioni. le divise, gli allenatori e le stesse discipline olimpiche degli sport invernali; ciò rende i partecipanti atleti e gli  atleti che vincono … campioni.

XXV Special Olympics Sestriere
XXV Special Olympics Sestriere

Le medaglie, ora servono a de-costruire quello che sappiamo di questo ragazzo, adesso oltre al nome, alle sua abitudini, al carattere, abbiamo innegabilmente accanto a noi, un atleta, un campione , uno sportivo, chiamatelo come volete.

Probabilmente la nostra quotidianità con lui sarà la stessa, ma non sarà esattamente lo stesso il nostro immaginario.  Queste vittorie vanno oltre alle categorie, agli stereotipi utente, o disabile, o ragazzo, o atleta. Tutto si è mescolato  e si reso più complicato. Tutte le precompressioni,  tutto quello che sappiamo deve essere riscritto alla luce di tre medaglie.

Ma così dovrebbe essere nella quotidianità la storia di ogni persona con disabilità, e di ogni essere umano. Tutto dovrebbe esser legittimamente complesso, e legato ad una rete di complessità, che lo rendono unico.

Come sempre: Stay human.

Nuovi interrogativi per i CDD… genitori disabili

Come già rilevato in un documento prodotto dalle colleghe Marina Balestra e Rosa Ronzio “Per me si va nella città dolente” relativo alle RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale),  queste strutture nate come evoluzione sanitarizzata delle vecchie “Case di Riposo per Anziani”, si  sono trasformate connotandosi per una accoglienza specializzata che non si limita ai soli anziani ma  si allarga ad una lunga lista di persone non autosufficienti (disabili fisici, disabili psichici, persone  in stato di coma, o con gravi stati di demenza).

Ma anche i Centri Diurni per Disabili detti CDD, sono mutati nel tempo sia come definizione dell’utenza, che obiettivi; passando, con il tempo, dalla definizione di Centri Socio Educativi a quella attuale,  e modificando insieme al nome anche la quantità di attività educative (in termini di riduzione) e hanno aumentato le prassi più terapeutiche e/o sanitarie (prestazioni sanitarie, di riabilitazione fisioterapica et altre).

E come spesso accade, questi cambiamenti, tutto sommato significativi per le prassi educative restano patrimonio degli addetti ai lavori, dei convegni o delle supervisioni e forse nei pensieri delle equipes. A me resta il compito di domandarmi se questi cambiamenti non possano offrire degli spunti di riflessione di più ampio respiro, in ambito educativo.

Operando come psicomotricista in un CDD mi capita di osservare gli utenti che lo frequentano, anche quelli che non prendo in carico direttamente nei laboratori che conduco. Così come ricerco il confronto e la riflessione con gli operatori, anche in ordine ai mutamenti che vive il servizio che incontro, e come essi si riflettano nella quotidianità di tutti.

Di recente ho annotato un altro cambiamento, in questo caso nella tipologia delle persone che trascorrono lì la propria giornata; in realtà ma mi ci e’ voluto un po’ di tempo per elaborarlo in modo compiuto, e per provare a chiedere agli operatori informazioni.

Quindi, forse grazie al lavoro svolto dalle colleghe, e citato nell’introduzione al post ho considerato con più attenzione i vari utenti, alcuni di essi portatori di “nuove e diverse” forme di disabilita’, e a come vengono “pensate” e accolte dagli operatori.

In particolare mi riferisco alle persone diventate disabili in seguito ad incidenti stradali o ictus in eta’ adulta, nelle quali il danno fisico si accompagna ad un severo danno cognitivo, ed possibili danni alla formulazione dei pensiero, della stabilita’ emotiva, della comprensione.

Ma la premessa che vorrei mettere in luce è che si tratta di persone che avevano (hanno avuto) una vita strutturata, una famiglia, dei figli, un lavoro, facevano sport o avevano hobbies,  amici; e per i quali il percorso di vita muta radicalmente.

E non solo ma queste persone diventano fruitrici di un servizio prima destinato ai disabili dalla nascita; questa modificazione che è evidentemente culturale e insita nella nuova destinazione dei CDD, a servizio che accoglie “le disabilità” pensate (a livello di progettazione dei servizi a livello nazionale) come prevalentemente bisognose di un supporto sanitarizzato, piuttosto che di tipo “educativo”.

In questo quadro di mutamenti mi chiedo quali siano le domande educative, che pure continuano a riproporsi, poichè in questi servizi la dimensione educativa non viene mai a mancare e ad interrogare chi li attraversa.

Se  da un lato posso immaginare i disabili dalla nascita e le loro famiglie alle prese con la conquista di una progetto, di una “normalità” o un equilibrio possibile, che vanno costruiti dalla nascita; con domande educative molto orientate in questo senso; nello scenario familiare relativo a queste nuove disabilita’ immagino il crollo di una quotidinità familiare e la necessità di (ri)costruire un senso diverso dei ruoli familiari.

Vi sono uomini o donne che non “possono” più fare i padri e le madri o i mariti e le mogli …  con figli devono rapportarsi con una figura genitoriale che perde quelle connotazioni paterne/materne sin prima esperite (tutela, protezione, sostegno, insegnamento educazione). Ci sono giovani genitori che vanno “assistiti” da figli ancora piccoli o giovanissimi, mariti o mogli che devono imparare a essere soli e ad aver cura di un coniuge che smette di esserlo sul piano materiale, affettivo, progettuale. Pure restando in qualche modo padre, marito, compagno, in un modo o con un senso che va cercato, conquistato, compreso e condiviso.

Trovo che sia di grande importante comprendere quale sia il pensiero degli operatori dei Cdd su questi temi, o come si rapportino nel tematizzare, con famiglie, figli, mariti o mogli,  non più il percorso di crescita di un figlio disabile e della famiglia che impara, ma quello di un coniuge e degli eventuali figli,  in relazione ad un progetto familiare che va decostruito prima di ri-costruirsi.

In che modo la paternità o la maternita’ andranno ridiscusse e ripensate, elaborate nel pensiero degli operatori e quindi della famiglia, e dell’utente stesso; perché quella persona continuerà ad essere padre, o madre, sara’ ancora un marito o una moglie, in un servizio che si è sempre occupato di ragionare di educazione tra genitori e figli, e più generalmente tra genitori chiamati ad educare e figli chiamati ad imparare.

Io credo che sia importante, in un CDD, che queste storie, queste interruzioni della vita vadano osservate, e vadano considerati i temi della genitorialità nel suo realizzarsi in una persona diventata disabile. Io credo che siano storie che non possono, in questo senso, essere omologate ad altre storie, nella differenze che impongono di essere viste.

In particolare nel tema di una genitorialità che resta una dimensione che può avere spazio anche in una difficoltà cognitiva, negarla mi sembra mettere a rischio il senso educativo che sottende ancora le prassi di cura ed accadimento. Esplorare in questo contesto questa specifica genitorialità permette ad operatori ed utenti di riattraversare il senso di un progetto interrotto, ma anche di pensare alla genitorialità  (che è una esperienza molto più trasversale ai servizi e alle persone) in modo più sfaccettato e complesso.