#pensodunquebloggo

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E’ possibile che si possa “bloggare” senza “pensare”, o meglio senza dare all’azione un respiro narrativo diverso dalla esposizione di ogni parte di se, c’è poi l’opzione che prevede di pensare anche senza avere o volere un blog, e si puo’ esistere senza sentire la voglia di scrivere, o di narrare storie e pensieri propri ed altrui.

Ma #pensodunquebloggo prova cercare di un altro modo di usare i blog, come possibile deriva, blog intesi non come diari di sè, ma luoghi possibili di pensiero e incontro.

Ovviamente il nesso è sempre … Snodi Pedagogici
Ma di cosa si tratta, lo sapremo con certezza il 30 aprile 2014 …

Arrivano i guest post dei genitori: l’educazione nasce naturale 27/1/2014

Questo blog è inserito nella rete di Snodi Pedagogici, e quindi accoglierò, insieme ai colleghi/amici del sito Snodi Pedagogici una giornata di blogging, che è dedicata ed offerta di genitori e pr estensione agli educatori naturali, ovvero chiunque educhi per natura non per scelta professionale.

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Evento blog  27 gennaio 2014

I blogger di SnodiPedagogici offrono i propri blog a chiunque voglia cimentarsi nello scrivere articoli educativi ma non ha ancora uno spazio tutto suo dove poterli pubblicare.

Ogni mese verrà lanciato un tema da poter sviluppare e chi se la sente potrà partecipare condividendo i propri pensieri in rete.

Questo mese tocca a “l’educazione nasce naturale”, tema lanciato da Alessandro Curti nell’assemblea del 16 novembre, a Milano.
Cosa ne pensano i genitori dell’educazione?

“L’educazione nasce in un ambito naturale, la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, in cui era necessario che i grandi insegnassero ai piccoli quello che occorreva per vivere. Poi la società si è fatta più complessa è le figure educative si sono moltiplicate e in alcuni caso si sono professionalizzate per supportare quelle naturali. Ma ancora oggi la prima istanza educativa nasce nelle famiglie, nei gruppi familiari, negli spazi di socialità naturali….”

I post verranno lanciati e divulgati nei vari social e raccolti con un hashtag particolare a seconda del tema trattato.

L’hashtag #, la formazione e la rete

di Monica Massola

E’ un pò che questo pensiero mi torna e ritorna, ma non ero ancora riuscita a focalizzarlo con chiarezza, e a lungo mi sono chiesta dove pubblicare questo post. Su Pontitibetani? Che è il mio blog “storico e quotidiano”, e dove ho già introdotto un tema che finisce per rimbalzare in queste righe …. Oppure devo scriverne qui dove il “pedagogico” esprime la sua legittimità? …


In ogni caso il titolo migliore, per questo post, sarebbe la formazione in rete o, meglio ancora, come si muove l’apprendere in rete, e dalla rete.

Da tempo, avevo bisogno di focalizzare il web, osservato con gli occhi di chi si occupa di educazione e di corporeità, come nel mio caso; e dire come sia è uno straodinario (fuori dall’ordinario) luogo di apprendimento e formazione.

Premetto che devo prima metter a tema la relatività del mio sguardo, che nasce osservando il mio stesso attarversare ed imparare, trasformando per ora queste riflessioni in una forma ibrida qual è la narrazione di una storia di apprendimento. Insomma sono appunti di viaggio cercando di non perdere la rotta pedagogica.

Il mio viaggio inizia due anni e mezzo fa, come blogger e, più sporadica attraversatrice dei alcuni socialnetwork, e recentemente sto letteramente scoprendo, con grande stupore twitter. Questo forse non mi rende una “esperta”, ma mi lascia ampio spazio come viaggiatrice appassionata e narratrice. E una parte dell’educazione passa dalla narrazione di ciò che si impara, facendolo.

Così oggi mentre tentavo di capire l’ennesimo hashtag in cui mi sono imbattuta su twitter, ho aperto safari e digitato l’hashtag da trovare. E … mi sono accorta che il web (cosa ovvia per molti ma non per me) – come del resto il pc e poi il mac -, è per me uno straordinario luogo di autoapprendimento, e nel quale le risposte ai problemi operativi e comunicativi sono già insite nello strumento che usi.

Se non sapete fare funzionare la vostra auto, cosa fate? La portate dal meccanico, probabilmente non andrete ad acquistare il manuale del how to do, indossate la tuta blu e vi mettete a smanettare per riprararla.

Beh, qui (internet) dove sono io che scrivo/ho scritto e voi che legge(re)te, si può.

Aprite un motore di ricerca e trovate subito un luogo e/o una persona e/o un oggetto che vi permette di capire e risolvere un problema, di trovare un risposta, una possibilità.

Il problema e la sua possibilità sono subito disponibili. E voi siete sopratutto subito messi nelle condizioni di impararlo.

Non so voi, e almeno questo è quello che mi capita, ma di fronte a qualcosa che non so il web mi induce a cercare risposte, creando connessioni, interrogativi nuovi.

Non mi capita tanto spesso di chiedere a qualcuno dei contatti che ho, in rete, cosa è questo o quello; faccio la cosa più immediata, e chiedo direttamente – con un motore di ricerca – alle innumerevoli possibilità della rete, poi seleziono, scelgo e capisco. O anche no.

Gli altri non diventano inutili, ma diventano disponibili e ancora più, nella loro dimensione interazionale, comunicativa e nella loro capacità di trattare insieme i problemi più complessi, nella loro essenza/presenza di persone in rete,  nell’essere produttori e costruttori di un sapere iperconneso.

Come a dire che si va ad imparare quello che davvero non sappiamo risolvere da soli; il che offre alla nostra intelligenza una bella palestra di esercizio, rispetto alla selezione di ciò che abbiamo bisogno di imparare dagli altri per stare in rete, per comunicare con loro idee e contenuti.

MI fermo per imparare cosa mi serve imparare per fare e per stare, e quindi per comunicarlo.

Mettiamola così, e concludendo, nella mia lunga carriera formativa mai conclusa, il cercare e produrre una analisi di ciò che mi occorre sapere per imparare a fare non è così ovvio.

La formazione non avviene direttamente ed esplicitamente così. Oppure si? Stiamo sperimentando un nuovo modo di apprendere o  solo una sensazione?

Cosa ne potete raccontare voi?

Il post verrà pubblicato doppiato su pontitibetani.

Lavori in corso

Il blog si appresta ad ospitare una nuova voce, quella di Irene Auletta, che condividerà con me questo viaggio; lo farà raccontando i suoi attraversamenti nel mare magnum dei servizi educativi …

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Ovviamente, come accade ogni volta in cui un luogo si prepara ad accogliere una nuova presenza, si fa spazio e si mette un pò in ordine.

E come sempre i commenti saranno benvenuti.

🙂

sul blog – nominare/dare nome

  1. vedi post precedente
  2. i nomi nel blog. generalmente o con maggior precisione, preferibilmente transito attraverso blog di donne/mamme multitasker (si dirà così?); talvolta in qualche blog al maschile. al di là dà di ogni personalissimo criterio di scelta, una questione salta all’occhio. … chi “si” scrive in un blog narra le proprie vicende usando diminutivi, stralci (veri o apparenti) di lessico familiare per descrivere figli, compagni, mariti, amici e colleghi, assai più raramente appaiono i nomi reali. nella descrizione di se stesse le “blogghesse” usano altrettanta fantasia e creatività, sia nei profili, nelle icone, nella descrizione del proprio reale. spesso lo stile è brillante e corrosivo, o dolce e melanconico e via dicendo. forme – icone – html – colori – banner – immagini – colori. chi osserva da fuori ha la sensazione di tensione a mettere un velo, un filtro tra vita reale e narrazione nel blog, anche quando ciò che è narrato corrisponde sia ad una realtà precisa, a sentimenti ben definiti, emozioni e turbamenti. tutto ciò sembra essere una sorta dinecessaria finzione scenica, una maschera attoriale in cui l’attore narra se stesso attraverso un personaggio, un artificio. senza mai smettere di esplorare, ricercando nei meandri nella propria vita, ciò che poi verrà detto davvero in un teatro virtuale. da qui vedo un collegamento con un aspetto del mio lavoro: la scrittura quando sorga la richiesta di fare la stesura di una relazione psicomotoria o educativa. negli anni ho maturato uno stile che necessariamente mi vede scrivere, parlando di me, dei miei interventi, di situazioni e conversazioni, avvenimenti, crisi e cambiamenti, restando una persona terza. allora ed oggi (mi) è necessario rappresentare quelle esperienze attraverso una “finizione” che permetta di allontanarmene e guardarla da lontano, per raccontarla con lucidità, nitidezza e la maggior astensione dal giudizio possibile. ciò vuole dire esplorare i dati senza sentirsi troppo sulla scena, senza essere troppo “io persona”; in quel contesto lavorativo deve esserci il “sono io” professionale/professionista. una sola parte di me in azione. il resto del “mio bagaglio personale”, pur entrando di forza nella dimensione lavorativa …(il fatto è che sono io ogni mattina che va lì e lavora non il mio vestito professionale”), ne resta di fatto marginale. come in un blog? è una ipotesi sostenibile?