In the name of love – #lovedu 1

Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Un uomo imprigionato in un recinto di filo spinato – Un uomo che resiste – Un uomo finito su di una spiaggia deserta – Un uomo tradito con un bacio ( pride – in the name of love – U2)
Premessa: sul web siamo pubblici e spesso anche personali.

Possiamo essere pubblici e personali, solo pubblici, solo personali (ma siamo e resteremo in sempre in un luogo pubblico).

Ricordiamoci solo che ciò che trattiamo di nostro e personale non è detto che sia privato; tale sottile differenza va insegnata e presidiata, anche in termini educativi, intendiamo per privato qualcosa che non solo è personale, ci riguarda in quanto persone ma è un dato, un pensiero, una espressione di noi che è riservata solo a noi stessi o ad una gamma molto selezionata di persone scelte, e con attenzione, per essere depositarie di quel dato o espressione della nostra vita.

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Come adulta, come madre, come donna e come persona che si occupa professionalmente di educazione sento che in questa fase storica, culturale, personale, tecnica, professionale, civile ed etica sia importante parlare di amore.

In questo caso si tratta di assumersi una responsabilità, apprentemente non richiesta, ma connessa ai ruoli che ho elencato e in quanto tale non negoziabile; sento che occorre farlo in quanto parte attiva di un contesto civile e sociale e a maggior ragione in qualità di “potenziale” produttrice/divulgatrice/comunicatrice di cultura in ambito web.

Probabilmente parafrasando il famoso assioma di Watzlawich siamo e comunichiamo in rete e non possiamo non esserlo e non comunicare.

Social è comunicazione e non può non esserlo.

Questo ci lega ad una responsabilità e ad una riflessione sull’intenzionalità comunicativa che adottiamo che deve o dovrebbe essere costante.

Perché l’amore?

Perché amore è ciò che ci permette di avere la cura del mondo, delle persone, delle emozioni e dei sentimenti, dei desideri e dei diritti, di noi stessi e degli altri, perché è ciò o dovrebbe proiettarci appena di un centimentro fuori da noi stessi e generare azioni che fanno crescere, che liberano, che aumentano il benessere attorno a noi.

Perché tutti ne parliamo o lo pratichiamo, ma non sempre con esiti proficui, perché non lo si insegna, o non se ne sa parlare bene, perché non se ne declinano le parti deviate se non quando la cronaca che ne mostra gli esiti. Ed esempio nel caso dei femminicidi. Perché nessuno ci spiega che desiderare e amare sono due cose diverse.

Perché è un tema infinitamente declinabile da trattare, a partire da molti paradigmi e mai completamente risolto.

Perché ci mette a confronto con ciò che siamo e raccontiamo, e che ci permette – se siamo fortunati di conoscerci meglio e condividere delle parti – inserendole nella corrente di flusso immensa e cangiante del web, facendone oggetto di confronto, scambio, conoscenza, apprendimento, insegnamento, filosofia, poesia, pedagogia, antropologia, scienza etc etc etc

Perché 15 giorni di vacanza non (mi) bastano

E’ un anno particolare, significando particolarmente complesso, questo 2015, personalmente e professionalmente.

In particolare la mole di lavoro del Centro Disabili si è incrementata spostando, sempre più verso una dimensione gestionale/organizzativa/burocratica, quello che per me è fondamentalmente un ruolo pedagogico (coordinamento); che deve coniugare cura dell’organizzazione, delle prassi, del pensiero educativo e pedagogico che ne scaturiscono, della formazione, delle connessioni, della scrittura e riflessione collettiva su materiali prodotti dagli operatori (PEI/relazioni/progetti) e quindi deve riuscire ad esser comunicata alle famiglie, all’ente gestore, alla cooperativa, ai partner della rete territoriale… insomma il tempo pedagogico è stato in parte sacrificato.

A questo si è aggiunto l’impegno a supervisionare altri servizi, operativi in ambito della disabilità, e quello di condurre alcuni spazi di formazione.

Una buona parte di quest’anno è anche stato destinato ad avviare alcuni progetti dell’associazione Metas, fra cui la partecipazione alla preparazione e alla riflessione condivisa sull’innovazione in ambito educativo, che confluiranno in un convegno organizzato dall’Università Bicocca (per info seguire questo link).

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E in quindici giorni di stacco (è un vincolo del servizio) non c’è spazio e tempo per aver cura di tutto, per staccare la spina (mentale) dal lavoro e fermarsi accanto agli affetti familiari, per dedicarsi alla lettura che possa “svagare”, a piccoli viaggi o esperienze che nutrano lo sguardo, per sistemare tutta quella parte della propria vita personale che si finisce per trascurare un poco quando il lavoro preme.

C’è un bisogno di sosta, e nutrimento, di cambio di ritmo, di trovare un passo, ora più lento ora più veloce, che riesca a spezzare/spiazzare il ritmo tipico dell’anno lavorativo.

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E fatto questo si dovrebbe avere un tempo dedicato (e delicato) per tutta quella parte che crea valore alla propria professionalità; bisognerebbe fermarsi a leggere, e a scrivere, siano essi gli appunti dell’ultima supervisione, che i pensieri attorno a cui si è lavorato per un anno, e sulla progettazione del servizio. Sostare attorno ai temi ricorrenti con cui si è discusso in equipe o che le famiglie riportano affinché possano essere restituiti riempiti/nutriti in modo nuovo. Ritrovare i canali social dove comunicare e costruire nuovi nessi e significati, permettendosi di vagare ma anche di allenare lo sguardo sul mondo che corre, sui pensieri che vengono condivisi, sugli umori e le culture che prendono forma e si plasmano, si frammentano e che sempre ci parlano del mondo che ci circonda e a cui facciamo riferimento  (consapevolmente o meno) ogni volta che pensiamo – agiamo in un orizzonte educativo/educato/educante.

No.

Per fare tutto questo 15 giorni sono pochi, la professione educativa/pedagogica, ha bisogno di spazi e tempi qualificanti, dove sostare nella cura del proprio tempo per pensare, per accogliere, accudire, e anche per avere cura della propria vita personale/familiare, del proprio tempo di vita e di crescita, per distrarre e de-stressare il proprio corpo, per riempire gli occhi di meraviglia, curiosità e stupore. Deve poter nutrire tutti gli aspetti che poi spenderà ogni giorno della propria pratica professionale.

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Genitorialità viscerale

La signora Xx è la madre di una giovane donna che per un grave motivo si trova in un momento della vita assai drammatico; così la madre si attiva in un modo concreto e operativo che risulta importante e proficuo, rispetto alla situazione di criticità.
Lo sguardo della madre è tutto centrato sulla figlia, risultando decisivo per tamponare gli effetti del problema.
Il problema non si risolve ma si avvia verso una colorazione meno drammatica.
È questo che ci immaginiamo possa essere il ruolo di un genitore, anche quando il figlio o la figlia, come in questo caso, è ormai adulto/a. Un ruolo di cura di accudimento e di azione che interviene e sostiene.
Ma la scena in cui si svolge questa storia non è deserta, attorno c’è un marito, un genero, e tre figli, relativamente piccoli, un reticolo di affetti e lagami familiarie amicali.
Eppure tutti scompaiono a fronte di questo intervento così competente; diventano pallide ombre, fantasmi tacciati di inutilità nel caso del genero, o piccoli bimbi sfortunati da rimpinzare di cibo o doni, per la pietà che fanno.
La figlia non è pensata all’interno di una rete di relazioni, in cui l’elemento crisi si riverbera, è fissa nella dualità genitore figlia; eppure la rete familiare e limitrofa può essere attivata, e comunque necessita di cure per esistere e per produrre cure.
Invece il processo di accudimento, attenzione e  azione, rivolte alla figlia, restano patrimonio di questa dualità: la madre è la parte attiva, la figlia quella passiva e portatrice di un problema.
Il carico di questa madre è molto oneroso, e sarebbe significativo che potesse vedere come le altre persone, che sono presenti in questa storia suo marito stesso, i bambini e il genero, possono entrare e costruire un significato maggiore alla crisi; nel momento in cui non fossero visti solo come un fattore disturbo, ma valessero come possibilità, e non accessori alla scena.
La madre si gioca un ruolo viscerale, assumendosi tutte le responsabilità e le azioni di cura come se la figlia fosse ancora piccola, praticamente neonata e avesse bisogno di uno sguardo esclusivo e materno.
La figlia, benché in grado di agire e di pensare e accetta questo ruolo, e non si assume alcuna responsabilità attorno alla sua vita.
L’elemento “crisi” sembra dissolvere la sua quotidianità di donna adulta, assieme alle sue responsabilità materne e di compagna.
In questa storia estrema, in cui la crisi modifica completamente scenari di vita delle persone, si potrebbero pensare degli interventi di tipo educativo che aiutino ognuno dei protagonisti a riposizionarsi in un posto diverso, più simile a quello originario:
la figlia come madre e compagna,
Il compagno come padre e marito,
la madre nel suo ruolo di madre e nonna, ma in un modo più modulato.
Ma al di là della possibilità di scegliere (o meno) un percorso di accompagnamento, che non sappiamo se si attiverà, quello che colpisce è una maternità (ma ci sono anche padri che lo fanno) così primitiva e “di pancia”, istintivamente proiettata ad una difesa totale della figlia, non permette alla famiglia (allargata a tre generazioni) di crescere, aver cura reciproca, di attraversare la crisi congiuntamente.
La rete diventa lassa e quasi inutile.
È il dolore “non detto” pervade tutti quanti, agendo silenzioso.
I fili della rete andrebbero protetti, e valorizzati, il ruolo della madre dovrebbe, passando dalla pancia, transitando per il cuore, passare per il pensiero. E quindi per lo sguardo, che direziona cosa guardare, e non esclude ma integra; che aiuta chiedendo aiuto; che responsabilizza, delegando responsabilità; restituirebbe a tutti il senso dell’accadere della vita, delle fatiche condivise.
Ma forse questo è uno dei significati possibili della genitorialità, quando passa da una percezione primitiva e viscerale del rapporto con i figli, ad una condivisione di azioni, sguardi e pensieri, che aiutano ciascuno a trovare il suo spazio nella vita, restituendo agli altri libertà, possibilità, spazio per provare a fare, per imparare e sbagliare, senza negare a nessuno un tempo per essere.
Ogni figlio nasce dalla pancia, ma cresce nel cuore e nel pensiero, per trovare una strada e un senso, nasce in una collettività familiare e sociale che offre sostegno e spazi nuovi per essere se stessi.

Un “bel” sanvalentino

Oggi al cdd abbiamo festeggiato, le tavole apparecchiate con le tovaglie bianche immacolate (meraviglioso e meritorio errore della lavanderia che ce le ha fornite), cuoricini di carta rossi, una candelina qui e la.

Le foto alle coppiette.

Il pranzo accompagnato dalle canzoni d’amore.

Un clima leggero e frizzante.

Alla fine poi tutti hanno voluto la loro foto, in coppia, di gruppo, da soli creando miscellanee di operatori, consulenti, utenti.

Peace & love universali.

Tutti a scoprirsi innamorati di qualcuno, o di qualcosa, anche solo della magia del momento, del clima festoso, della cura profusa (sebbene con grande improvvisazione) negli allestimenti e nei piccoli gesti.

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Gli innamorati si sono scambiati doni, e bigliettini, altri abbracci e sorrisi.

Ognuno, alla fine, sembra aver trovato quel qualcuno da amare, di cui tutti abbiamo bisogno lo dicono anche i blues brothers, tanto per dire! O almeno un qualcuno cui dedicare pensieri amorevoli, piacevoli, divertenti.

Insomma l’amore nasce nella cura e la cura genera l’amore.

Niente male per una giornata di lavoro.

Al solito: stay human – stay loving

Link: le nostre foto

the blues brothers “everybody needs somebody to love”

Paternità possibili … scenari e domande.

Giusto ieri mi stavo chiedendo come un cambiamento nelle passi di cura, accudimento ed educazione dei figli da parte dei “nuovi” padri sfonderà lo scenario culturale odierno, mettendo in asse di parità il valore della maternità e della paternità, e assumendone di nuovi: interscambiabilità dei ruoli, valorizzazione delle differenze.

Eugenio Riotto "paternità"

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