In the name of love #lovedu 4 – stima –

Dice la mia amica M., donna saggia, che i presupposti dell’amore per una persona stanno nella stima che riponiamo nell’altro.

In sintesi non si riesce ad amare una persona se non la si stima.

13935056_10208842413332102_1073771496909800504_n

E in caso se manca quella,  all’amore, finisce per mancare un presupposto fondamentale.
Ci sarebbero anche l’allegria e il divertimento condiviso, che secondo me fanno un altra parte della base di una affettività condivisa, ma non è qui in oggetto. Per cui meglio tralasciarla.

Stamane mentre lavavo i piatti, ottima attività meditativa coatta, mi sono accorta che l’assioma valeva per ogni genere di amore, quello della mia amica, che si vede sopra in corsivo.

Stimare l’altr* è avere fiducia nella sua capacità attuali e potenziali, e lasciarl* libero di essere se stess* e divers* da noi, e da quello che desidereremmo per lei/lui, e che lei/lui facesse per noi o con lei/lui.

Stimare la differenza, il disaccordo, le discrepanza, il ritmo diverso di fare e pensare, il tempo che l’altr* occupa per noi e con noi.

Stimare anche prima, a prescindere.

E’ un prerequisito, si diceva, qualcosa che viene prima, che è uno dei fondamentale.

Riguarda la libertà dell’amore, o che l’amore deve concedersi e concedersi.

Ma credo non sia necessaria, credo, all’innamoramento, per via di tutti quegli ormoni fulminanti in circolo, peraltro carinissimi ed efficienti allo scopo, ma spesso svianti.

Mentre la stima trova senso e senno se connessa all’amore, non solo romantico o di coppia, ma anche all’amore in senso lato.

Ti stimo, do peso e valore a ciò che sei, liber* anche se divers*, adatt* anche se simile.

Stimo l’alterità e la possibilità ad essa connessa.

Difficile che quindi l’amore sia connesso con le accezioni di ciò che possiede, trattiene, decide, definisce, giudica, obbliga l’altr* ad essere ciò che è nel nostro pensiero. Interpretando come non amore la differenza.

Cosa ce ne facciamo se volessimo insegnarci reciprocamente ad amare, insegnarlo ai figli, ai bambini, agli altri?

In the name of love – #lovedu 3

NOTA (Il post numero due è bloccato in fase in elaborazione)
Quando parliamo di amore ci vengono in mente gli scenari romantici dei primi momenti, o quello che troviamo nello sconfinante e sconfinato amore genitoriale.

Mi sono chiesta, senza trovare soluzioni, se l’amore non sia che uno.

Amore con connotazioni precise e non confondibili, che può essere nell’amore di coppia, e/o in quello genitoriale (o filiale). Ma può anche non esserci.
Ci può essere un ottimo “lavoro” di accudimento, di presa in carico, di affettività ed emotività, ci possono essere gesti di affiliazione, di gentilezza … tutte cose meravigliose ma non sono ancora amore.
Ci sono quelle fantasmagoriche ondate ormonali, di portata epica, che aprono all’innamoramento, alla passione, e eventualmente risvegliano pure la sessualità.
E che non sono esattamente amore.
C’è la meraviglia della nascita, l’amore infinito verso i figli, il dono della vita, e il bisogno di proteggere e curare e crescere e insegnare. Che ancora non sono amore.
C’è l’amicizia che con l’amore condivide tantissimi confini, e lo rideclina in un mondo singolare e potente.
C’è quindi nell’amore un ingrediente magico e alchimico che è difficile nominare, che può attraversare tutte queste esperienze umane, e renderle altre.
L’amore sta, lo postulo qui per prova, nell’essere in quell’altrove da se, ma collocato nell’altro.

Di essere esattamente se stessi – nelle braccia e/o negli occhi dell’altro – senza fondersi, ma permettendo di esser pienamente vivi proprio grazie a quell’altro/alterità.

Sta nel sentire l’altro come casa, come luogo di fiducia e libertà, luogo libero e che libera veramente; che cresce facendo crescere.

Che si fa umano rendendo umani, e capaci di essere definitivamente se stessi, con e per l’altro, nell’altro.

In cui amore di se e per l’altro / con l’altro / dell’altro ci identificano e ci con-fondono. 14115020_10208948461703245_956656212884230590_o
Ora la domanda è: si può insegnare? Si può imparare? Come si può fare educazione con questo presupposto?

In the name of love – #lovedu 1

Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Un uomo imprigionato in un recinto di filo spinato – Un uomo che resiste – Un uomo finito su di una spiaggia deserta – Un uomo tradito con un bacio ( pride – in the name of love – U2)
Premessa: sul web siamo pubblici e spesso anche personali.

Possiamo essere pubblici e personali, solo pubblici, solo personali (ma siamo e resteremo in sempre in un luogo pubblico).

Ricordiamoci solo che ciò che trattiamo di nostro e personale non è detto che sia privato; tale sottile differenza va insegnata e presidiata, anche in termini educativi, intendiamo per privato qualcosa che non solo è personale, ci riguarda in quanto persone ma è un dato, un pensiero, una espressione di noi che è riservata solo a noi stessi o ad una gamma molto selezionata di persone scelte, e con attenzione, per essere depositarie di quel dato o espressione della nostra vita.

14054403_10208899149550472_6222753676735969687_o

Come adulta, come madre, come donna e come persona che si occupa professionalmente di educazione sento che in questa fase storica, culturale, personale, tecnica, professionale, civile ed etica sia importante parlare di amore.

In questo caso si tratta di assumersi una responsabilità, apprentemente non richiesta, ma connessa ai ruoli che ho elencato e in quanto tale non negoziabile; sento che occorre farlo in quanto parte attiva di un contesto civile e sociale e a maggior ragione in qualità di “potenziale” produttrice/divulgatrice/comunicatrice di cultura in ambito web.

Probabilmente parafrasando il famoso assioma di Watzlawich siamo e comunichiamo in rete e non possiamo non esserlo e non comunicare.

Social è comunicazione e non può non esserlo.

Questo ci lega ad una responsabilità e ad una riflessione sull’intenzionalità comunicativa che adottiamo che deve o dovrebbe essere costante.

Perché l’amore?

Perché amore è ciò che ci permette di avere la cura del mondo, delle persone, delle emozioni e dei sentimenti, dei desideri e dei diritti, di noi stessi e degli altri, perché è ciò o dovrebbe proiettarci appena di un centimentro fuori da noi stessi e generare azioni che fanno crescere, che liberano, che aumentano il benessere attorno a noi.

Perché tutti ne parliamo o lo pratichiamo, ma non sempre con esiti proficui, perché non lo si insegna, o non se ne sa parlare bene, perché non se ne declinano le parti deviate se non quando la cronaca che ne mostra gli esiti. Ed esempio nel caso dei femminicidi. Perché nessuno ci spiega che desiderare e amare sono due cose diverse.

Perché è un tema infinitamente declinabile da trattare, a partire da molti paradigmi e mai completamente risolto.

Perché ci mette a confronto con ciò che siamo e raccontiamo, e che ci permette – se siamo fortunati di conoscerci meglio e condividere delle parti – inserendole nella corrente di flusso immensa e cangiante del web, facendone oggetto di confronto, scambio, conoscenza, apprendimento, insegnamento, filosofia, poesia, pedagogia, antropologia, scienza etc etc etc

#educazionEamore: si può veramente educare all’amore

Schermata 2014-04-09 alle 20.16.57

“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

SI PUO’ DAVVERO EDUCARE ALL’AMORE?

Si può veramente educare all’amore, così come si insegnano ad un bambino le buone maniere, a pronunciare “per favore” e “grazie”, quando richiede o riceve qualcosa da qualcuno?

Probabilmente ognuno di noi ha insito dentro di sé il proprio modo di amare e di aprirsi agli altri, che è unico e che lo contraddistinguerà per tutta la vita: l’educazione, le esperienze e l’impronta della famiglia in cui si nasce contribuiranno nel dare una forma e una direzione a ciò che è già innato.

Ricordo di essere rimasta colpita, tempo fa, da un’intervista in cui Concita De Gregorio, giornalista, dichiarava di sentire un forte senso di responsabilità nei confronti delle donne che incontreranno i suoi figli maschi. Per questo motivo, confessava di avere già iniziato ad educarli all’amore e al rispetto per il sesso femminile.

L’amore ha tanti sapori e tante sfaccettature: quello fra un uomo e una donna ha spesso un gusto agrodolce, quello fra genitori e figli, solo ed esclusivamente dolce, diventa ragione di vita, mentre la passione per qualcosa o per qualcuno travolge, riempie anima e corpo e a volte può anche annientare.

Come un sentimento puro e sano può ammalarsi e diventare patologico?

Che valori hanno trasmesso i miei genitori per fare sì che una come me, se mai fosse rientrata nei canoni di bellezza di alcuni potenti, se invitata, mai avrebbe partecipato ad una “cena elegante”? Sicuramente a voler bene a me stessa in primo luogo, a mantenere ben salda la mia dignità, a non dimenticare, né rinnegare le mie origini e a non aspettarmi mai dagli altri quello che io sono in grado di dare.

Penso che sia importante educare a vivere pienamente le emozioni, ad essere generosi nel concedere se stessi, a non avere paura delle delusioni, perché si trova sempre chi ci sostiene.

Per educare all’amore occorre comunicare con il cuore dell’altro, fornendo esempi concreti di vita, uscire allo scoperto, mostrando fragilità e debolezze; solo utilizzando parole autentiche si potrà colpire nel segno.

Per educarsi all’amore, credo si debba un po’ soffrire e con le ferite cicatrizzate (potrebbe volerci moltissimo tempo), tornare a guardare al futuro per poter di nuovo amare senza remore.

AUTRICE

Cristina Massimelli (Quetzal) – Educatrice Professionale

quetzal_by_MetamorphoseMe

Cos’è il blogging day #educazionEamore?

i blogger di Snodi Pedagogici ospitano i contributi di chi si senta coinvolto dal tema lanciato, e desideri offrire il proprio pensiero o la propria storia,  tutti i contributi vengono divulgati da Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link (link del bd dal sito di Snodi pedagogici). 

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook”

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici (link al sito facoltativo) è: #educazionEamore

“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

Buona lettura.

LINK AI BLOG PARTECIPANTI

Bivio pedagogico

Il Piccolo Doge

Labirinti Pedagogici

In dialogo

E di Educazione

Nessi Pedagogici

La bottega della pedagogista

Tra Fantasia Pensiero ed Azione

#educazionEamore (a 6 e a 16 anni)

Io so che l’amore è un desiderio importante (6 anni)
Io so che non lo so (16 anni)

Dovrebbero insegnare sull’amore:
È per tutti e da tutti, non differenzia sesso, colore, abitudini (16 anni)
Che è nella vita delle persone (6 anni)

A scuola l’amore è nel mio cuore, quando stai insieme alle persone con cui ti senti bene (6 anni)
A scuola l’amore è quando lo vedo in una madre che saluta le sua figlia disabile, e non si vergognano del loro sentimento. Noi adolescenti ci vergognano delle nostre mamme coccolone. Quando ci aiutiamo nelle interrogazioni. Quando non ho la merenda e un compagno la divide con me. (16 anni)

20140422-191217.jpg