#educazionEamore: “a mille ce n’è …”

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“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”


” A mille ce n’è …”

“Per Minore Straniero non accompagnato si intende il minorenne non avente cittadinanza italiana o di altri Stati dell’Unione Europea che, non avendo presentato domanda di asilo, si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato privo di assistenza e rappresentanza da parte di genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili…” (DPCM 535/99 art. 1)

Di fatto l’msna è un adolescente africano, o pakistano, bengalese, albanese, ecc…che, in accordo coi genitori, lascia il proprio paese per motivi legati a situazioni di guerra o di povertà, e affronta un viaggio che, in base alla distanza e al denaro che si ha a disposizione, può durare anche dei mesi. Partono alla ricerca di una sistemazione e di un lavoro, in modo da badare al proprio sostentamento e aiutare la famiglia.

Questi giovani portano con sè storie che ruotano attorno a tre parole principali: amore, protezione e speranza, tre parole che trovano la loro espressione peculiare ad ogni tappa del viaggio.

Le storie dei ragazzi che arrivano in comunità di solito iniziano così:

“C’era una volta in un paese molto lontano una famiglia. L’amore regnava tra i sui membri, la protezione verso i più deboli era garantita e la speranza nel futuro non mancava.
Un giorno però ci si rese conto che il lavoro tardava a tornare, già altre volte si era fatto attendere ma poi era sempre tornato, questa volta era diverso. La speranza iniziò ad allontanarsi da quella casa, si diresse così lontano che si rese necessario che un membro della famiglia partisse per cercarla e riportarla indietro. Partì il figlio più giovane perché…”


…perché aveva più anni davanti a se per trovare ciò che cercava;


…perché era il più sveglio ed aveva più probabilità di cavarsela in un mondo sconosciuto;


…perché era il meno sveglio e se non fosse riuscito nel suo viaggio almeno la famiglia non si sarebbe privata di un importante elemento di sostentamento;

…perché era il più problematico e piuttosto di rimanere qui e isolato o peggio rinchiuso, era meglio andare incontro ad un più magnanimo esilio.”

Il patto di protezione su cui si fondava la famiglia venne sospeso in nome della speranza e dell’amore. L’amore famigliare, il legame di sangue, la responsabilità degli uni verso gli altri, dei genitori verso i figli e dei figli verso i genitori, la speranza di un futuro migliore o semplicemente di un futuro, la speranza del possesso, la speranza di riscuotere un premio in base a ciò che si è rischiato, tutta questa spirale di imperativi morali viene messa sul banco di prova del mondo globale.

Queste famiglie sono accomunate dalla povertà, ma non una povertà estrema: solitamente hanno da parte qualche risparmio o sono padroni di qualcosa che possono vendere per ricavare il denaro necessario per la partenza.

Mettono così i loro averi e i loro figli nelle mani dei trafficanti di uomini, i quali di per sé non sono ne bravi ne cattivi, sono membri di imprese illegali internazionali (a volte mafia italiana…) che vogliono solo i soldi, non hanno un interesse specifico a fare del male ai migranti, a meno che non vi siano costretti dalla situazione.
In genere per partire ci vogliono dai 4 ai 10 mila euro. Questa cifra però può non bastare per arrivare a destinazione: se il viaggio è molto lungo si può dividere in più tappe, ognuna ha il suo costo, quando i soldi finiscono la carovana si ferma e i ragazzi vengono scaricati. A questo punto o sono in grado di trovare un lavoro e raccogliere la cifra sufficiente per proseguire il viaggio o i famigliari mandano altri soldi ad altri trafficanti, dopo aver chiesto prestiti a parenti e amici, che gli fanno riprendere il viaggio. Se tutto va bene, ciò se chi riceve i soldi non scappa senza rispettare l’accordo (cosa che accada piuttosto di frequente), si riparte verso la tappa successiva e così via. Spesso non c’è nemmeno una meta preventivata, si arriva fino a dove si riesce.

Questa è la scommessa che fa la famiglia, rinunciando all’elemento di protezione e sperando di riscuotere una miglior condizione di vita per sé e per il figlio nel futuro.

L’amore famigliare originario viene plasmato dal viaggio e tenuto in scacco dalla responsabilità del fallimento. Il rischio è alto sia per il ragazzo che per i genitori, ma anche per i parenti e i conoscenti che, seppur in misura diversa, sono coinvolti “nell’affare”.
La scommessa non viene mai vinta completamente anche nella migliore delle ipotesi.

Il legame tra le persone, la fiducia e l’amore reciproco cambiano irrimediabilmente: il figlio deve velocemente giungere a destinazione, ottenere i documenti necessari, imparare la lingua, andare a scuola, trovare un lavoro, risparmiare e inviare soldi a casa. Nel frattempo vive la solitudine di un mondo straniero, senza genitori e con riferimenti inevitabilmente più deboli (come l’educatore, il compagno di comunità o il compagno di strada), si rapporta con una complessità esperienziale non prevista dall’immaginario di un ragazzino, entro la quale può smarrire gli obiettivi che la famiglia gli ha consegnato, o non riuscire a realizzarli per propria incapacità, per motivi contingenti o semplicemente perché i tempi sono molto più lunghi del previsto.

Dall’altra parte i genitori possono vivere inizialmente la frustrazione di affidare ad un figlio ancora molto giovane la responsabilià del sostegno economico, la sofferenza di pensarlo lontano e solo tra mille difficoltà. In un secondo momento prende piede l’ansia del vedere i risultati del loro “investimento”, che tardano ad arrivare. Nel frattempo si ritrovano più poveri di prima, dal momento in cui hanno utilizzato gran parte dei loro averi in questo progetto e non vi sono ancora stati ritorni, e i parenti e i conoscenti che a loro volta si sono impegnati finanziariamente, iniziano a rivendicare i loro crediti. Spesso nascono tensioni e conflitti che possono compromettere i legami famigliari, non è raro inoltre che tale tensione si ripercuota sul figlio, il quale si trova ad avere la grande responsabilità di ciò che accade a casa. “Sono già due anni che sei li e non hai ancora mandato soldi…cosa fai? Pensi solo a divertirti? Ci hai già dimenticati?”

Il lavoro che spesso ci troviamo a fare come educatori è quello di aiutare il ragazzo a ridimensionare la propria responsabilità rispetto a sé stesso e alla famiglia, di farlo riflettere anche su quali sono i suoi diritti: dal momento in cui arriva in comunità ha diritto a vitto, alloggio, vestiti, documenti, scuola, ecc., ma anche ha diritto a pensarsi ragazzino, quale è e quale viene considerato dalla società che lo circonda. Di conseguenza ha il diritto ad essere amato.

E’ naturale pensare che un ragazzino debba essere amato dai suoi genitori o da altre figure vicine a lui se pensiamo che debba crescere sano nella nostra società. E’ necessario che abbia l’esempio di un rapporto di fiducia reciproca, che lo distolga dal pensare che il mondo degli affetti sia rimasto nel paese d’origine, e che questo sia il mondo in cui si debba solo prendere e pretendere il più possibile. Questo è uno dei punti chiave dell’integrazione.

“Educazione e amore” è una riflessione tanto complessa quanto necessaria.


Dopo aver argomentato sull’amore e su quanto, nelle sue istanze affettive e famigliari, sia un fattore cardine della riflessione educativa, riporto di seguito una conversazione che ho avuto con un ragazzo ghanese di 18 anni, A.K., profugo e ospite della comunità da circa due anni. Si sa poco del suo passato perché non ne parla per nulla volentieri e non è da molto tempo che si esprime in un italiano comprensibile.

L’aspetto perturbante di questa storia è che, mentre in quelle citate prima si riesce ad utilizzare “l’amore famigliare” come chiave di lettura principale, seppur a volte in modo contorto e contraddittorio, quest’altra vicenda è talmente anomala che “l’amore” sembra chiamato in causa solo da una sua disperata assenza.

“A., ma tu non hai nessuno che ti pensa in Ghana? Non ti ho mai visto telefonare, ne tantomeno parlare di tornare un giorno, o di voler mandare soldi a qualcuno…

No, non ho nessuno. Ho un fratello ma da quando sono partito non l’ho più sentito. 

Ma quindi hai una famiglia e un fratello?

No, non ho nessuno. Avevo un fratello gemello, vivevamo con mia mamma. Mio padre non c’è mai stato. Quando avevo circa cinque anni mia mamma è morta perché si drogava e io e mio fratello siamo stati adottati. Lui non l’ho più visto da allora.

Ma come, dicevi di non averlo più visto da quando sei partito, non da quando avevi cinque anni…

No, mio fratello gemello è il mio fratello vero, e non so dove sia da quando è morta mia mamma, quello che ti dicevo che non sento da quando sono partito è il mio fratellastro, cioè il figlio della famiglia che mi ha adottato.

Non avevi un buon rapporto con loro immagino, dal momento che non hai più mantenuto i contatti…

Non stavo bene con loro, non mi hanno mai detto che non ero loro figlio, fino all’ultimo. Io lavoravo nei campi e basta, ma non come qui in comunità con la macchina per tagliare l’erba e il trattore, li si fa tutto a mano, senza pause e sotto il sole. Ma è coma in palestra, i primi giorni sei stanco, poi sempre meno, sempre meno…

Un giorno mi sono ammalato ma ricordo male, ero ancora molto piccolo, da piccoli la testa non funziona bene. Ricordo però che il cuore mi batteva fortissimo nel petto come se volesse uscire. Mi hanno portato da una persona che mi ha fatto questi tagli (alza la maglietta e mi mostra una serie di cicatrici sul petto e sulla schiena) per far uscire quello che non andava, poi sono stato bene mi pare.

Comunque quando ho lasciato il Ghana è andata così: dovevamo andare a prendere l’acqua, perché li vicino non c’è l’acqua, bisogna andare al fiume a prenderla, così siamo partiti io e mio fratello, ma non insieme, ognuno per conto suo…

Litigavi con lui? 

Si

Io sono tornato, lui no. Mio padre mi ha detto che io l’avevo ucciso, e che se non tornava entro 3 giorni, lui avrebbe ucciso me. In quel momento mi disse anche che non ero il loro vero figlio.

Dopo due giorni che mio fratello non tornava sono scappato. Ma non sono stato io ad ucciderlo, da quelle parti ci sono molti animali feroci e lui era piccolo, forse è stato catturato da un animale, succede…

Se te ne sei andato dopo due giorni non sai se tuo fratellastro è poi tornato oppure no, o mi sbaglio?

Non lo so, io sono scappato nel deserto, mi ha trovato un cacciatore che mi ha portato in Togo, da lì in Libia dove mi sono imbarcato di nascosto su una nave per Lampedusa.

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 Il poeta ghanese Kofi Awoonor, scomparso il 21 settembre 2013, trasmette nelle sue “Canzoni di dolore” delle sensazioni simili:

[…]
Sono in un angolo estremo del mondo Posso solo andare oltre e dimenticare.
La mia gente, sono stato da qualche parte Se mi giro di qua, la pioggia mi bagna
Se mi giro là c’è il sole che mi brucia. La legna da ardere di questo mondo
È solo per coloro che possono prendere cuore È per questo che non tutti possono raccoglierla.
Il mondo non è buono per nessuno
Ma tu sei così felice con il tuo destino;
[…]
Non ho alcun parente e nessun fratello, La morte ha fatto guerra a casa nostra;
E la grande famiglia del Kpeti non c’è più, Solo la recinzione rotta rimane;
E quelli che non osava guardare in faccia Sono venuti fuori come uomini.
Quanto bene il loro orgoglio è con loro. Lascia che quelli andati prima prendano nota Hanno curato male la loro prole.
Per cosa piangono?
Qualcuno è morto. Agosu stesso. Ahimè! un serpente mi ha morso Il mio braccio destro è rotto,
E l’albero su cui mi appoggio è caduto.
[…]
Chiedi loro perché restano inattivi
Mentre noi soffriamo, e mangiamo sabbia.
E il corvo e l’avvoltoio
volano sempre sopra le nostre recinzioni rotte
E gli stranieri camminano sopra la nostra parte.

“Educazione e amore”, cosa rimane?

Niente ricette su quanto l’amore sia indispensabile per educare bene i figli, o su come modulare l’amore naturale nell’educazione professionale, questo di certo non c’è, e allora cosa c’è?
Ci sono delle storie, perchè fare educazione è raccontare delle storie, o meglio saper raccontare in modo diverso la stessa storia.
Queste sono storie di ragazzi che crescono e che svolgono una tappa della loro crescita in comunità, dove le raccogliamo e le ri- raccontiamo insieme. E qua ci sta l’educazione. E l’amore dove sta?

L’amore sta ovunque, anche quando non c’è!

Anzi soprattutto quando non c’è, quando la sua assenza è talmente grave che quella storia deve essere ri-raccontata mille volte, quasi come fosse un esercizio spirituale.

Marco Basati
39 anni – Educatore professionale


Cos’è il blogging day #educazionEamore?

i blogger di Snodi Pedagogici ospitano i contributi di chi si senta coinvolto dal tema lanciato, e desideri offrire il proprio pensiero o la propria storia, tutti i contributi vengono divulgati da Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link (link del bd dal sito di Snodi pedagogici).

I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.

Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook”

Il tema del mese di maggio lanciato da Snodi Pedagogici (link al sito facoltativo) è: #educazionEamore

“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.

Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

LINK AI BLOG PARTECIPANTI

Bivio pedagogico

Il Piccolo Doge

Labirinti Pedagogici

In dialogo

E di Educazione

Nessi Pedagogici

La bottega della pedagogista

Tra Fantasia Pensiero ed Azione

Lo “svacco” net-pedagogico …

Premessa

Con il gruppo multidisciplinare di amiche e colleghe –  con cui stiamo provando ad elaborare pensieri capaci di osservare la realtà educativa da più ottiche – si va facendo interessante anche l’uso di parole, e di termini che ogni disciplina usa per definire o indagare alcuni aspetti del reale.

Parole simili, che specificano teorie o sguardi diversi –  ci aiutano a definire confini o concetti differenti, o a renderli più complessi.

E’ questa la sfida che stiamo ricercando e che sembra rendersi fattivamente disponibile; il fatto poi che si tratti di un gruppo composto di sole donne, defezionati e autoesclusisi, gli invitati uomini, rende l’ambito di ricerca ancora più intellettualmente e concettualmente intrigante. Forse prima o poi faremo anche un meta-pensiero su questo aspetto. Ma non ora e non oggi.

Oggi sono (e siamo) sotto osservazione gli  (come) adulti e i giovani, nella relazione tra chi insegna e impara, nell’attraversare i mondi web. Dalla esplorazione del gruppo questa è una pista possibile da esplorare …

Eccoci a ragionare di  rete /web/web 2.0  attraverso lo sguardo adulto che osserva i giovani, usando i materiali stessi che il web stesso mette a disposizione. Un materiale articolato (link, ricerche, esperienze) che spesso racconta (o induce) la paura degli adulti/genitori davanti ad una esplorazione nuova incontrollata ed incontrollabile, dei giovani, di un mondo, talvolta estraneo agli adulti stessi.

Una estraneità non aiutata dal digital divide italiano, fatto di reti obsolete, da intere zone non raggiunte dalla fibra ottica, e da una diffusione del wifi che enuncia una moda più che una questione strutturale.

Un mondo adulto che sembra (o crede di) “potersi” permettere di raccontarsi (escluse le “avanguardie”, i tecnici, le mamme blogger, gli appassionati dei socialnetwork) nel suo non sapere e non capire; e che rischia, talvolta, farsi elitariamente escluso e dimentico di una modernità ed una società globale che viaggia su web; come le merci, o l’economia globalizzata, la cultura, la musica. Un mondo adulto, fatto anche di educatori, docenti, insegnanti … Persone importanti per la cultura e la formazione.

In ogni caso questo nostro mondo viaggia – già da tempo –  su autostrade di dati, non visibili, certo, ma sostanziali. Da qui l’ignoranza diventa un peccato serio, e non certo una virtù. Tanto più se la propria vita personale o professionale conduce sulla strada del formare, dell’educare i giovani o i figli, o chi si occupa di educazione.

Certo si potrà argomentare che si può vivere senza luce elettrica, automobili/mezzi di trasporto/tecnologia, computer/web ma non si potrà ignorare che molta parte della vita, che viviamo, o scorre attorno a noi, e si conduce attraverso un flusso di informazioni che passa dal web, grazie all’energia che fa funzionare le nostre case, e dalle merci che viaggiano da un luogo all’altro. Insomma possiamo scegliere la rinuncia …. solo se siamo consapevoli di quanto ci gira attorno. Non per pigrizia o casualità.

Si può anche indagare un ulteriore approfondimento di questo pensiero “sulla nostra adultità” (e su una possibile necessità educativa insite in questo ruolo), sulla consapevolezza necessaria nello stare sul web; una consapevolezza comunque insufficiente anche per noi che … pur “sapendo di non sapere”, qualche conoscenza l’abbiamo maturata.

Quanto sappiamo di cosa è davvero pubblico e cosa è davvero privato? In che modo il web (in particolare quello 2.0, quello dei socialnetwork,) è uno specchio bidirezionale? Come invece si rivela per essere un vetro trasparente, che equivochiamo, quando lo crediamo  capace di celarci?

Cosa finiamo per svelare di noi stessi, del nostro modo di comunicare? Cosa mostra l’esibizione del nostro sapere, delle nostre foto, dei nostri link, e della nostra stessa vita (ora in eccesso ora in sottrazione)?

Come usiamo il nostro essere adulti e pubblici, per creare una cultura, o anche un confronto,  in un modo di cui non sappiamo le regole, e/o in cui imponiamo regole originarie di un mondo altrove, in genere veicolato da una comunicazione corporea, fisica, olfattiva, vocale, sonora, epidermica? Reiteriamo modelli conosciuti, senza comprendere lo spazio nuovo in cui ci “muoviamo”, credendo di colonizzare un mondo liquido?

Come ci giochiamo il nostro personale confine e come andiamo a giudicare l’altrui, laddove siamo i primi a non saper giocare il gioco, o a non poter dettare le regole, se non con molta presunzione?

Non si tratta di giocarsi la carta della ineducabilità, ma quella di una esplorazione della propria umiltà, della propria consapevolezza, della propria ricerca dei “fondamentali” necessari allo stare nel web;  una esplorazione che merita tempo, cura, attenzione e intelligenza esplorativa ed emotiva.

Forse è da qui che si parte?

Giovani ed adulti, vicini in uno stesso porto, pronti per uno stesso viaggio. I giovani sono già li, intenti ad esplorare un inesplorato. E gli adulti accanto, adulti che devono partire, ma fondatamente consapevoli solo della propria ignoranza, della propria età, del proprio sguardo permeato di anni in più, e di domande inquiete, quali uniche asimmetrie possibili nel dialogo tra insegnare, imparare.

Forse non è a caso che alla fine ho scelti t di partecipare al blogstorming di Genitori Crescono … Blogstorming speciale, che durerà 4 mesi, dal 15 gennaio al 15 maggio, nel quale convergeranno riflessioni dal mondo dei blog sull’USO CONSAPEVOLE DELLA RETE.

NORME E LEGAMI. L’incontro tra adulti e giovani attraverso legalità/illegalità. (1)

Cos’e?
Il titolo, la traccia tematica, per un incontro di confronto dialettico (progettato tra amiche, conoscenti e colleghe consulenti pedagogiche e filosofe) svincolato da legami istituzionali o lavorativi, ma dedicato a aprire un tema caro a tutte per motivi professionali.

Eccone gli appunti (e gli spunti) iniziali.

Premessa.
In questo momento socioculturale e’ quasi strano trattare il tema dell’illegalita’ nel doppio sguardo tra adulti e giovani.
Una visione piu’ divulgativa, vuole o voleva, la categoria dei giovani osservabile nel suo essere quasi “portatrice sana” di perturbazioni, di esplorazioni di una “illegalità” praticamente generazionale, fatta per attraversare e provocare le periferie e limiti di un mondo normato, legale, formale, ingessato ma un mondo appiattito: il mondo adulto; i giovani avrebbero quindi creato così’ un’esperienza (potenzialmente fertile) di trasgressione e innovazione, capace di essere portatrice di norme nuove o rinnovate.

Questa visione, pero’, si infrange con la nostra realtà italiana così sistematicamente composta da adulti che nella forma propongono la norma, ma nei fatti coltivano le più varie forme di illegalità’.
E non si tratta di adulti “qualsiasi”, o dediti per professione al crimine, ma di professionisti: politici, imprenditori, funzionari, amministratori, una cospicua fetta di coloro i quali avrebbero – per ruolo istituzionale – quello di istituire e promuovere le norme,, la regola e la legalita’.

Ed allora da e’ da qui, che penso valga la pena di iniziare la trattazione: osservando legalità ed illegalità in uno scenario cambiato, che pure  per certi aspetti non si discosta troppo da alcuni altri periodi storici.

Per cominciare ci collochiamo su una scena storica è decisamente interessante poiché sul piano storico c’è un altro elemento in gioco: la trasparenza, figlia legittima, della diffusione deel web, e di tutti quei media che moltiplicano le informazioni in circolo vari media che assolvono alla funzione di denudare il re (vedere il fenomeno wikileaks), e al tempo stesso gli stessi media che sono (nella fattispecie, il web) anch’essi stessi mezzi di illegalità’ diffusa.

L’esempio piu’ calzante di questa illegalità giovanile potrebbe essere quello della diffusione del downloading illegale e gratuito di film e musica che sta mettendo – da un lato – a dura prova l’economia dell’industria discografica ma intanto finisce per “interrogare” tutti quanti  sul senso delle major della musica, sui diritti d’autore e sulle royalties che vengono piu’ o meno date agli autori. A tal punto che  alcuni musicisti stanno usando il web per rinnovare il patto con i propri fan e fruitori della musica, con nuove norme e legami che finiscono per lasciare lasciano fuori le major.

Quindi uno dei punti di osservazione su cui sostare è l’evidenza di una illegalità adulta, istituzionale, economica, politica che viene via via svelata, e che vive in parallelo con quella “giovanile”.

Ecco che già è necessario provare ad entrare nel tema, allora postuliamo pure che ci sia una illegalità funzionale, giovane o giovanile, che letta nella sua possibile “funzione di ricerca”,  evidenzierebbe l’esplorazione di nuove norme, di diversi legami ma dotati di un senso condiviso, capaci di  raccontare di nuove generazioni. Chiaramente ci sono anche altre sfere dell’illegalità giovanile decisamente più perturbanti di queste per chi e’ adulto.

Ma subito ci si deve fermare davanti al problema del mondo adulto, che osservando l’immaginario identitario ma anche prassico illegale e giovanile, dovrebbe o dovrà – per contro – prima a poi interrogarsi su di un piano, che non è non solo etico e politico, ma che è quello della propria raffigurazione/narrazione dell’illegalità “per bene”; quella che parte con le fatture non fatte e gli scontrini non emessi e procede dal piccolo al grande,  quasi esponenzialmente, in un vortice di mazzette, corruzioni, collusioni, di vite collocate ai confini del lecito, evidentemente  “tipiche” di un mondo adulto. Un mondo, una classe, una casta o meglio tante piccole caste che le cronache ci tratteggiano come impantanate in mezzo a scandali e processi.

E allora noi adulti, interrogando questi temi, possiamo esimerci dal chiedere che rapporto c’è con la legalità e l’illegalità nel (nostro) mondo adulto, cosa ci insegna, come ci turba, che ambivalenze ci genera, e che pratiche ci fa generare, e come queste si vanno a integrare e svolgere  nel momento in cui interpretiamo un ruolo educativo? Che legalità posso insegnare come adulto, come reinterpreto le (mie) ambiguità generazionali, e come le intreccio con la perturbazione di una illegalità “funzionale” se giovanile, se intesa come istanza di mutamento socioculturale? Quali responsabilità mi assumo, oltre alla mia personale, nel momento in cui educo, nel mostrare cosa è illegale nel mondo giovane, e cosa lo è anche nel mondo adulto? Esiste davvero una illegalità giovane che esplora nuove norme? Come mi rapporto con la trasparenza che nel mondo svela la nudità dei re, e lo fa ancor meglio di maggiori fruitori del web, i giovani? Quando una trasgressione innova “la regola” e quando non fa che rinforzarla? Quando una trasgressione giovane è (cambiata la forma) sulla stessa linea di continuità di quella adulta? …

Queste sono alcune delle domande dovrebbero restare interrogabili alla luce dell’incontro tra adulti e giovani, e nello sguardo diretto a ciò’ che può essere oggetto di riflessione educativa.

NORME E LEGAMI (in preparazione)

S.O.S. (Scuola) .. houston! we’ve a problem .. Another!? Again!?

Lavoro da anni nella scuola e se avrò fortuna ci lavorerò ancora per anni. Ci ho lavorato sul limitare, negli angoli buoi, nei confini non presidiati, notando com’è ovvio parecchie criticità educative e gestionali.

Ho osservato la scuola, con lo sguardo critico del professionista che deve incontrare le “incomprensibili” resistenze alla dimensione educativa, che portavo e porto, e alle presenze estranee di qualcuno che non è “insegnante” e che quindi sembra non avere un ruolo e un luogo dove esercitare il diritto/dovere alla parola, all’incontro, al presidio.

Ma ciononostante apprezzo la scuola, nella sua dimensione di luogo dell’apprendere, sebbene anche io noti che si tratta di un luogo grandemente in crisi. Eppure la sua stessa crisi non è sola colpa della scuola e soprattutto non può esserle attribuita in toto. La crisi del sistema scolstico non può essere nominato senza che (insieme) anche gli altri partner si assumano la responsabilità del pezzo di crisi che portano e non vedono.

Chi sono gli altri partner? Le famiglie, lo stato, il provveditorato, i professionisti che le ruotano attono. E poi c’è la dimensione culturale e sociale di un paese che latita nel restituire le dimensioni di un mondo che cambia. Quindi lascerei ad ognuno il tempo per una riflessione sui propri mancati presidi. Ma la scuola c’è e vale.

Oggi siamo al prolungamento ipotizzato delle vacanze estive, motivato, in apparenza dalla nobile intenzione di dare la possibilità alle famiglie italiane di andare in vacanza in un momento dell’anno economicamente vantaggioso. Leggendo qui e là,  si inserisce inoltre la questione, molto sventolata ultimamente, di qualcuno che dice “ai miei tempi” c’era il maestro unico, “ai miei tempi” si andava a scuola all’inizio di Ottobre, “ai miei tempi” non c’era il tempo pieno, “ai miei tempi non c’era questo e quello… eppure ho imparato bene a leggere e scrivere etc etc etc …”.

Ai suoi tempi, che erano probabilmente anche i miei… non c’erano un sacco di cose, ce ne erano altre. Lo sfondo, lo scenario … della mia scuola era inequivocabilmente diverso.

E ..

  • non c’erano i disabili allora relegati nelle scuole speciali, e nemmeno c’erano i casi sociali, bambino oggi seguiti dagli educatori e da insegnanti di sostegno,
  • non “c’erano” i bambini dislessici/digrafici/con problemi di discalculia o meglio non si prestava attenzione a loro, forse bollandoli come “asini”,
  • non c’erano alunni extracomunitari e nemmeno i mediatori culturali,
  • le mamme, la maggioranza, erano casalinghe,
  • e per finire la scuola non doveva rispondere alle necessità di una società globalizzata,
  • ma assolvere al compito (allora fondativa) di insegnare a tutti a leggere e scrivere, favorendo l’accesso allo studio ……

Insomma era una scuola diversa, nelle forme e nel compito formativo. Il fatto che siano passati circa 30/40 anni significherà pure qualcosa…

Così oggi mi chiedo e trattengo questa domanda: se il problema delle vacanze settembrine sia una richiesta pressantissima dei genitori o se non assolva a tamponare altri problemi che chi governa vede e vuole presidiare.

Così come professionista dell’educare, come madre, come cittadina, ed anche come persona che continua a frequentare contesti formativi (in qualità di studente) vorrei rispondere alle pressioni mediatiche in tema di scuola, qualora ci si voglia occupare di problemi reali e non fittizi capziosi: ossia come la scuola debba cambiare, per ridurre costi e sprechi,  per innovare e rinnovarsi al fine di rispondere al suo primigenio mandato formativo, verso i miei e gli altrui figli. Ma le motivazioni di questi cambiamenti devono essere adulte, valide ed intelligenti, per rispondere al mandato di formare i nuovi adulti che vivranno in un mondo più complesso.

“scusa (scherzavo)”

il post originale è stato scritto e pubblicato il giorno 8 febbraio 2009 _ revisione dicembre 2013
 
Sono in giro con la mia bimba piccolissima, in una cittadina della provincia pavese, ecco che accanto ad una scuola colgo,  prima con la coda dell’occhio e poi con una certa attenzione un gruppo di ragazzetti/ ragazzetti (insomma giovani di quell’età indefinibile tra i 13 e 16 anni,) che si sbatacchiano, prima l’uno contro l’altro e poi contro un cassonetto.
Mi giro meglio, a guardarli.
 
Mi chiedo se devo indossare la maglietta dell’adulto responsabile, dell’educatore e pensare seriamente se e come intervenire?
E poi subito dopo “Si faranno male?”
Poi penso anche che sono proprio “scemi, a buttarla in rissa  proprio a 50 metri dalla caserma dei carabinieri.
Come mettere benzina accanto al fuoco!364__gruppo-genitori_full
 
Nel vociare del gruppetto, una voce spicca tra le altre.
“scusa”.
 
ok! vai tranquilla! stanno proprio solo scherzando come fanno i ragazzi, “pesti-cchiandosi” e scherzando. e in genere i maschi lo fanno.
 
Poi scivolo, con il pensiero, nelle pagine del bel libro di A. Bajani che ho appena finito di leggere, che racconta i suoi viaggi insieme a tre differenti gruppi di adolescenti (in gita scolastica), un giovare adulto infiltrato in un mondo diverso.
Non dice nulla di sconvolgente a chi di adolescenti ne mastica per lavoro. Eppure eccolo li, uno sguardo non omologato, sugli adolescenti da TV (o per meglio dire sugli adolescenti rappresentati dai media).
 
Insomma lì, nel libro, ci sono quelli veri.
come questi.
 
Nel libro Bajani ricorda le sue “cazzate” da adolescente, che mi ricordano anche le mie, mille anni prima di questi dei ragazzi.
E via via risalendo nel tempo, torno a quelle di un adulto che mi raccontava l’avventura folle e pericolosa, quando con gli amici primo dopo guerra fecero saltare in aria un vespasiano con non so quale residuato bellico, pratica in uso anche il altri posti).
Il gabinetto esploso a me bimba piccola sembrava una avventure magiche e ridicolissima, per quel riferirsi ad una esplosione di quella sostanza corporea che sempre genera grandi risa ,nei più piccoli.
 
Allora si chiamavano marachelle e, nei diversi gradi di immaturità e gravità, raccontavano delle “stupidate” fatte da giovani, da stupidi appunto, quando non si sanno ancora valutare ancora il pericolo, l’opportunità, o il rispetto che si deve agli altri.
 
Allora sembravano epiche avventure giovanili, e tali lo sono state sino a che prima che il leviatano mediatico non iniziò a catalogare gli adolescenti come unicamente bulli, violenti, sballati del sabato sera.
Era uno strano mondo in cui alcuni di queste azioni “cazzate” non diventavano  subito un fenomeno da baraccone, da strizzacervelli, da società malata, da you tube e da 7 telegiornali in prima serata.
 
Allora erano ancora famigerati errori di gioventù, dai quali più o meno molti sono passati.
Un vanto? Forse solo un modo diverso, di interrogarsi sui giovani.
 
Rtorno di colpo alla mia realtà, quando da una finestra della scuola media emerge una voce irritata,
quasi furibonda…
“cosa devo fare? chiamare i carabinieri, se non la finite … !!!”
I ragazzi provano a giustificarsi, a placare la voce:
“… stavamo scherzando …”
 
Mi allontano, da quella scena, con la mia piccola nel passeggino ..
 
Sono contenta che quel libro mi abbia ricordato chi ero, e chi sono gli adolescenti.
Mi piace essermi fermata quel tanto che  basta per ascoltare cosa dicono.
Me ne vado con quel “scusa” ” stavamo scherzando” nelle orecchie.