qui si va a fare un assalto al cielo

assalti-al-cieloL’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Consiglio di Coordinamento Didattico del Corso di Laurea in Scienze dell’educazione sta organizzando un Convegno dal titolo ASSALTI AL CIELO e RITIRATE STRATEGICHE. Sguardi sul lavoro educativo che si svolgerà il 22 e 23 ottobre 2015.

La progettazione del convegno prevede il coinvolgimento dei diversi soggetti tra cui la nostra Associazione, coinvolti nei processi educativi, a livello riflessivo, formativo, decisionale e professionale: università, organizzazioni, istituzioni e destinatari del lavoro educativo.

In particolare, si focalizzerà l’attenzione su alcune questioni nodali:le problematicità del lavoro educativo;
il rapporto tra il lavoro educativo, le istituzioni e la politica;
l’innovazione nel/del lavoro educativo;
sguardi sull’educazione “dentro e fuori la scuola”.
link al sito con tutte le informazioni https://assaltialcielo.wordpress.com/

Io ci sarò, come Associazione Metas. 🙂

Professare

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Sento il diritto/dovere di connettere e ricercare i nessi tra le esperienze educative/formative e …

  • la dimensione teorica e pratica che appartiene alle scienze pedagogiche;
  • la dimensione culturale generale che le circondano e ci circondano;
  • la sfera socio politica ed economica che definisce il nostro tempo;
  • la narrazione mediatica, ponendo attenzione alla ridefinizione di concetti contenti educativi, laddove siano espressi in modo fuorviante, con i mezzi accessibili (conversazioni analogiche – discussioni web – ambiti formativi);
  • le dimensioni storiche che le precedono, o che ne definiscono una linea temporale storica significativa;
  • la dimensione narrativa di ogni partecipante alle esperienze educative, ad esempio figli, famiglie, genitori, agenzie educative, operatori, formatori, insegnanti, educatori naturali, pedagogisti, educatori professionali, formandi, studenti;
  • la scena educativa e il contesto che permettono quello specifico incontro educativo/pedagogico;
  • la letteratura scientifica pedagogica e quella afferente alle scienze affini ma anche anche alla lettura o al materiale di divulgazione relativo ai vari altri ambiti disciplinari e che concorrono alla costruzione della nostra visone del mondo corrente;
  • ai mutamenti culturali, scientifici, informativi che attraversano ogni esperienza esistenziale;
  • la ricerca-azione pedagogica che si fa e che attraversa diversi ambiti (università, scuola, servizi educativi/di cura, terzo settore, cooperazione sociale, web, associazionismo, famiglie);
  • la dimensione etica e sociale;
  • i valori che vengono esplorati nell’incontro educativo/formativo/pedagogico;
  • il pensiero e metapensiero che nasce attorno alle azioni e alle prassi educative.

Mi pare che basti, per ora.

Ma si accolgono suggerimenti.

Del giornalismo trash, della droga e del diritto alla narrazione

Mi immagino vi siate accorti di quanto i media stiano calcando la mano sulle morti “da droga” in discoteca, con le solite modalità strumentali allo stressare la notizia, abbigliandola in modo da renderla più appetibile (inquietante, strillata, semplificata, giudicante, trash, volgare o impietosa) e quindi vendibile.
Come ovvia conseguenza il web, e tutto il suo circuito di commenti ora volgari e sprezzanti, ora pietistici o indignati  si attiva e viene fomentato da opinioni e opinionisti che cominciano vociare e ronzare come un alveare impazzito.

I giovani inquieti che confondono sballo e divertimento.
I cattivi gestori di cattivi locali dove si vende “la droga”.
I genitori disattenti e incapaci di mettere regole.
La politica che si indigna e inalbera.
La maleducazione imperante.
I bravi ragazzi non fanno “quelle cose”.
(I titoli e i commenti sintetizzare anche così.)

E quindi?

Dove ci andiamo a collocare, noi?

Poniamo di essere adulti con figli adolescenti, e/o educatori per professione, che conosciamo le storie che i figli/utenti ci raccontano, di amici fragili o inquieti, e che lo sono indipendentemente dal taglio di capelli, dal numero dei piercing o dai tatuaggi, dalla lunghezza delle minigonne, dalle sneakers di marca.
Storie che sono simili a quelle dei ragazzini che sono morti per sostanze in discoteca, e che non si comprendono attraverso l’analisi delle scuole frequentate, dai vestiti, dallo status socioeconomico; arrivano dai racconti dei loro coetanei che abbiamo in casa o nei servizi in cui lavoriamo e interrompono le parole sulle solite cose della scuola, sull’inizio di un amore, sul concerto da andare a vedere;  attraversano l’aria surgelandola, mentre gli stomaci adulti si contraggono, perché ricordano le voragini dell’adolescenza, dalla quale nessuno di noi è stato esentato, con il suo corredo di paure, incertezze, domande esistenziali, e mode da condividere.

Quaranta cinquantenni vi ricordate com’era il mondo della nostra adolescenza, la consapevolezza attorno all’eroina usata da un coetaneo, (quello che magari da lì a qualche anno sarebbe morto di aids, prima che i farmaci mettessero sotto controllo la malattia?). Come vivevamo l’incontro con chi ci chiedeva in metropolitana: <<Ciao, cioè, cazzo, c’hai cento lire per un panino?>> , sapevamo che le 100 lire sarebbero finite nelle mani di uno spacciatore? Quanta consapevolezza ci attraversava? In che modo gli adulti, spaventati e impotenti nominavano il fenomeno? Ve lo ricordate?

Io ricordo questi incontri, e le sostanze che giravano, quello che si diceva che girasse fuori dal liceo, gli amici e le canne che si facevano. Non ricordo una grossa paura, era parte di quello che c’era attorno a me, insieme allo studio, gli amori e i primi baci, gli ultimi anni della contestazione studentesca e le manifestazioni, i primi dischi che cmi sono comperato, la primavera leggera dei 16 anni.

Ma ricordo qualche cosa d’altro.
Un “qualcosa” che ben si accompagnava all’inconsapevolezza, che provava a dare forma alla storia che vivevamo, oggi mi sembra tutelante. Vi ricordate che ogni cosa chiamava al dibattito? E c’erano persino i postumi della controcultura psichedelica che aspiravano a dare una cornice di senso al fenomeno droghe, ponendole fra l’altro come nobile provocazione verso un mondo adulto da cambiare. Ci piaccia o no era lo scenario che dava un nome alle esperienze, agli incontri, ai rischi che accadevano. Assieme a quello vivevano appunto i dibattiti, e i primi operatori sociali cominciavano la loro opera di contrasto, di azione terapeutica, di cultura sulla prevenzione, informazione destinate ai giovani, e infine di cura destinata ai tossicodipendenti.
Insomma di droghe si parlava, talvolta male, talvolta con una ignoranza adulta e preoccupata, talvolta come discussione possibile tra giovani, e tra adulti. Talvolta i due mondi si incontravano e si scoprivano  le parole, i rischi, gli interessi della mafia e del denaro sporco, e la possibilità di curare o assistere e per fortuna anche la possibilità di prevenizione.

Solo il senno di poi, che arriva da adulti, ci ha permesso di capire che sfioramenti, che seduzioni ci erano lanciate attorno alle sostanze, e a porci altre domande. Che inconsapevolezza ci aveva definito come giovani, e che fortuna ci aveva permesso di incontrare alcune opzioni invece di altre; e in che modo ci era stato permesso di diventare adulti non persi e non dispersi nella chimica delle sostanze. L’opzione di evitamento delle esperienze pericolose con le droghe era arrivata dall’educazione familiare? O per la sorte o fortuna, per una intuizione l’intuizione, o la mancanza di curiosità, la serietà, i valori morali, lo studio, l’amore, la stima di se, la compagnia, il quartiere, i soldi …..? Lo sapreste dire? Forse abbiamo mixato tutto e ci siamo fatta una idea di quel tempo.

Nel frattempo la questione droghe carsicamente scompare dalle notizie, e riappare quando occorre fare politica trash, riempire le pagine dei giornali, aizzare la folla. Come in questi giorni.

Quando leggo alcuni commenti (se non peggio gli articoli) mi chiedo in che mondo siamo vissuti i giornalisti, e alcuni miei stessi coetanei, se non nel mondo  dei mini pony, o di Minni e Topolino?

Non sanno? Non ricordano? Eppure non si trattava di vivere nei quartieri malfamati e avere lo spaccio sotto casa, ma di osservare chi si incontrava in metropolitana, di leggere i giornali, e ascoltare le notizie ingenue ma preoccupate lette da serissimi giornalisti Rai. Stavamo già in un mondo denso di informazioni e discussioni (forse meno sbragate e più rispettose) in cui aveva senso e valore leggere e documentarsi.
Si può fare anche oggi, persino più comodamente,  leggendo con un minimo di attenzione e sagacia, le notizie sui Social, evitando solo le notizie strillate.
La droga non è scomparsa, sono mutate le forme e le sostanze e i consumi. Ma nemmeno troppo, se leggete anche solo la sintesi che ne fa Wired.

Ciò che sembra esser scomparsa è consapevolezza che come adulti siamo doverosamente parte del mondo, e che di quel mondo ci tocca occuparci, informarci, leggere e documentarci. Sfuggendo ogni dato banale e offerto in maniera fuorviante.

Siamo parte di quel mondo e consapevoli, come accadeva allora quando eravamo giovani, quando vedevamo e sapevamo (con inconsapevolezza) che le droghe erano entrate più o meno potentemente nello scenario delle nostre adolescenze; che miti, adulti, attori e musicisti ne facevano uso e talvolta ne morivano, ma accadeva anche al  vicino di casa.

Insomma attorno al tema  “droga” stiamo informati, ci abbiamo convissuto almeno culturalmente 20/30 anni fa, ricordiamo le nostre ” storie”, ciò che se ne diceva, e che ci circondava.

Non banalizziamo le nostre storie, il nostro passato, le conoscenze e i saperi, non facciamoci scandalizzare dal giornalismo spazzatura (è appunto roba “zozza”, feccia, schifezza), o dalla idiozia violenta e vergognosa di certuni commenti, affrontiamo il quotidiano delle morti tragiche da discoteca per ciò che sono.

Tragedie private e terribili, disgrazie tremende e abissi di dolore che riguardano famiglie intere, e che non possono essere violate.
E che sono al tempo stesso racconti reali di un mondo denso di pericoli anche per i più giovani .. un mondo che comunque abbiamo conosciuto, e a cui abbiamo pensato per diventare adulti portatori di storie e di saperi.

In virtù di questo, sappiamo anche che valore abbiano avuto in passato gli spazi formativi, il dibattito culturale (non i flame beceri), la scuola quando sa parlare di quella vita, che accade oltre la trigonometria.

Sappiamo inoltre cosa significhi trovarsi in rete con altre persone adulte (e questo post nasce così) che si confrontano e si raccontano ciò che sanno, e riflettono sul senso di quanto vada insegnato, spiegato ai figli, per dare un valore al nostro passato, all’inconsapevolezza che ci alleggeriva le giornate, ma anche alla fragilità, ormai superata, connessa al crescere in un mondo, sempre e comunque complesso.

Vale la pena di provarci, laddove è possibile, rivendicando il diritto/dovere di contrastare la spazzatura dilagante. Non smettere di parlare, di pensare, di rivendicare la complessità, la dimensione storica e culturale dei fenomeni, di raccontare le storie che ci hanno resi adulti, di complessificare e cercare di capire per prevenire.

Relazione Annuale 2014 – situazione internazionale e nazionale del narcotraffico
http://www.poliziadistato.it/articolo/view/38995/

Vuoti a rendere: chi ha paura del Web Cattivo!?

Si moltiplicano le riflessioni adulte (anche da professionisti dell’educazione) sui rischi attorno all’uso del Web da parte di giovanissimi e giovani, tra due posizioni estreme, di chi insegna, o segnala, o paventa spaventato i rischi e tra chi se ne disinteressa, magnificando ogni innovazione. Probabilmente la verità si colloca in uan posizione assai sfumata, tra le due opposte.

Ma essere adulti deve per forza indurci al gioco degli estremi?
O a  farci dimenticare c’è un mondo adulto che fa un uso altrettanto inconsapevole, o pericoloso del Web, che sconfina, quando è strumentale, nell’oggettivazione dell’altro, o nella violenza o si riduce nella fruizione passiva della realtà, una inazione che non crea o immagina? Guardiamo quindi alle nostre derive o alle loro?
Chi siamo quando parliamo o guardiamo i “giovani”?
Perché le domande parlano con le note della paura, perché le domande diventano sovente giudizi inderogabili?
Perché non si alimentano di stupore e curiosità?
Siamo così poco interessati alla magia dell’altro che cresce?
Uno strumento che diventa interazione, comunicazione, creatività possibile (nel e con il web) è colto nel potenziale di minaccia e non di viaggio.
E poi … ci sono parecchi giovani, che producono contenuti e li condividono, li modificano o li inventano ex novo. Cambiano gli stili, li imitano, de-costruiscono, innovano. Come ai tempi delle prime radio private negli anni ’70 .. chi si ricorda ancora il fermento di allora e l’esplosione di conoscenze musicali, tecniche, e di produzione attorno a nuovi contenti e stili?
Certo non tutti i ragazzi lo fanno ma in tanti ci provano, si sperimentano, oquanto meno ne condividono il fermento.
Ci offrono la loro legittima a scoperta di una possibilità di azione innovativa, e creativa, condivisa.
Cosa ne pensano? Glielo chiediamo?
E prima di capire, e prima ancora di chhiedere non varrebbe la pena di soffermarsi ad ascoltare e a guardare, con maggior curiosità?

Bastasse il pannolino. Tra paternità, pratiche di cura, e questioni di genere.

Rispetto alle pratiche di cura uno dei temi del momento è la valorizzazione di quelle dedicate ai figli sin da piccolissimi, dal padre.padre-e-figlio

I padri accolgono, con il corpo, con le cure fisiche, e con nuove gestualità i figli sin dalla nascita, a volte già dal momento del parto; e imparano con le donne e dalle donne alcuni significati della cura.

Ma sono pronti a fare lo stesso processo che le donne conoscono bene, e soprattutto sono pronti a portare la riflessione su un piano più sottile e fine?

Il corpo delle donne conosce “la gloria della maternità”, la pienezza della gravidanza, e a volte la primitiva onnipotenza che ne deriva; avere fatto un figlio offre una sensazione di potenza straordinaria, ma lo stesso corpo scopre anche il vuoto dell’assenza del figlio nel ventre, e la furia degli ormoni, che talvolta si rendono complici di smottamenti emotivi e di possibili risvolti depressivi, con un vissuto altalenante che va “dalle stelle alle stalle”.

La generatività non implica solo l’atto del partorire ma quello di convivere con un corpo che a volte armonicamente si adatta alla gravidanza e a volte gli si oppone.

E il figlio stesso racconta di una forte interazione tra due corpi, che si incontrano, si cercano un dialogo tonico, emotivo, affettivo che si lega all’atto di dare il cibo, e consolare, cullare, insegnare e imparare, richiamando sempre a due azioni contemporanee, fatte di un sentirsi e di un sentire costanti ma finalizzati alla cura dell’altro.

Insomma la generatività al femminile, se nominata e fatta come pratica di autocoscienza, permette e ha permesso, a molte, di stare in equilibrio tra orgoglio e profonda incertezza, e quindi di trovare il proprio passo nel mondo, non solo come madri, ma come donne e soggetti sociali, culturali, politici, etici.

Aggiungo un’altra riflessione: la pratica femminista dell’autocoscienza ha aiutato le donne nell’imparare le forme del dirsi attorno al corpo, al suo essere sano, malato, attivo, presente alle relazioni, emozioni, la cura e il proprio ruolo sociale e a farne un atto condiviso, sociale, politico e culturale. C’è stato un momento storico in cui tantissime donne vi si sono dedicate, cominciando a trovare grazie a questa nuova consapevolezza, nuovi spazi lavorativi, sociali, politici, professionali, familiari, quotidiani, economici e visibili a tutti.Collettivo-semiotica-e-psicanalisi

In questo l’essere madri ha potuto diventare l’opzione, che apriva e apre alla gamma del possibile. Essere madri, non esserlo, essere generative, non esserlo, saper costruire pratiche di cura, o scegliere professioni che portano altrove nel mondo. Con la capacità di essere molteplici, complesse, attive e creative. Nominando il proprio genere, come una declinazione del mondo che offre il proprio sguardo. Questo si è tradotto attraverso cambiamenti storici e politici e anche attraverso il pensiero femminista, in nuove leggi, in ulteriori opportunità di presenza sociale, lavorativa e culturale.

Siamo sicure e sicuri poterci sedere sugli allori è dire che tutto è fatto?

E siamo certi che questo mondo di stare al mondo, pensato, costruito e praticato sia sufficiente. E che tutto questo travalichi immediatamente nella concezione del mondo che arriva da una cultura millenaria che limitava i ruoli femminili alla maternità, e alla cura di casa e dei corpi? Che sia già diventato cultura, e che permei così definitamente i contesti formativi?

Perché questa è la mia domanda.

L’educazione deve guardare a questi aspetti? Deve saper immergersi e comprendere i contesti culturali in cui è calata, per astrarne novità o introdurre nuovi sguardi?

L’educazione può evitare il confronto con un processo di autocoscienza del paterno e del maschile, che non sappiamo ancora se è iniziato, in maniera corale, condivisa e fondata sul confronto, in sedi pubbliche e culturali?

Nel nuovo modo di incarnare la paternità, di cui dicevo sopra, gli uomini stanno trovando il tempo e il modo di approfondire lo sguardo su di sé, sul proprio essere uomini, maschi e compagni in modo nuovo, con lo stesso stile di pensiero autoriflessivo, condiviso, e creativo, utilizzato dalle donne?

Perché per me è importante che un uomo, non si limiti a saper cambiare il pannolino, o a sostituire la compagna nella pratiche di cura verso il proprio/a figlio/a, ma sappia che possa percorrere una strada di pensiero importante.

Passando dalla “gloria della paternità” all’umiltà della propria costante fallibilità, perché su questo piano può incontrare la donna che vive con lui, oltre la maternità, oltre la sessualità, in un percorso più profondo di incontro tra femminili e maschili. E poi percorrere un latro viaggio nel proprio maschile fino ad aver voglia di modificarne i confini profondi, entro di se e poi nel mondo.

Leggo spesso racconti, on line, uomini che presentano la novità della propria paternità, delle tenerezze incontrate, delle fatiche, e spesso per alcuni sembra una sorta di autocelebrazione della propria potenza di cura, che suona come un “anch’io son capace come le donne di aver cura di un figlio”.

Ecco questo è il primo passaggio, utile ma non risolutivo, perché la strada per cambiare la cultura del paterno e del maschile, è altrove, è profonda ed è lunga, e richiede anche il confronto autentico anche con gli altri maschili. Non sono un paio di post, ben scritti, on line per dire che si cambia il pannolino e si lavano i piatti, per attivare un processo davvero nuovo. Appunto il cambio del pannolino non basta, e la fase dell’ubrys è solo l’inizio.

Bisogna fidarsi del percorso che hanno fatto le donne, nel tempo, che ne hanno fatto cultura di genere e pratiche formative orizzontali.

Da maschile plurale…

“In queste serate ognuno si dedica al racconto di sé, agli altri e all’ascoltarli a sua volta. Argomenti sui quali ci siamo confrontati sono ad esempio il rapporto con il padre e la paternità, il rapporto con la madre, i ruoli tradizionali dell’uomo nella società e quanto le aspettative che ne derivano influenzano il nostro modo di essere maschi, la competizione tra uomini, la sessualità, l’omosessualità, lo sguardo e il desiderio, il nostro rapporto con le donne e tanti altri. Il comune denominatore è che lavoriamo su noi stessi, come singoli e come gruppo, per cercare, a vari livelli, la nostra parzialità, autenticità e originalità di uomini, senza pregiudizi e senza parlare di massimi sistemi.

Abbiamo scoperto che il confronto tra maschi è una straordinaria fonte di arricchimento, quando c’è rispetto per i percorsi personali e le opinioni altrui, e altrettanta fiducia e voglia di conoscere: alcune regole sui tempi e le modalità ci aiutano a gestire gli interventi, in modo da non concedere spazio a giudizi o a tentativi di imporre le proprie idee. La pluralità dei racconti e delle esperienze crediamo sia la nostra forza e la nostra ricchezza. A dare una direzione al nostro lavoro, in costante mutamento, sono le intuizioni dei singoli, che vengono ascoltate ed eventualmente raccolte e valorizzate.”

Da queste esperienze al maschile nascono palestre di nuova consapevolezza sociale e culturale, consultori dedicati che aiutano gli uomini a guardare in faccia le proprie capacità di essere violenti, o prevaricatori, e a porvi un limite, guardando in faccia i limiti di una lunga cultura maschile che non ha fatto pace tra fragilità e potenza, tra orgoglio e umiltà, tra cura e azione nel mondo, che ha lasciato prevalere uno sguardo ipersemplificato di se stessi come uomini.

Questo fa ben sperare per il valore che attribuiremo, come società e ruoli educativi,Foto-campagna-su-Cultweek alla paternità di questi uomini in cambiamento, che guarderanno dentro a se e insegneranno a figlie e figli un nuovo incontro educativo.

Rilancio questo post alla amica e collega pedagogista clinica Vania Rigoni, che mi ha ingaggiato con vari domande sulle questioni di genere in educazione.

Vediamo che ne esce?