In the name of love #lovedu 4 – stima –

Dice la mia amica M., donna saggia, che i presupposti dell’amore per una persona stanno nella stima che riponiamo nell’altro.

In sintesi non si riesce ad amare una persona se non la si stima.

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E in caso se manca quella,  all’amore, finisce per mancare un presupposto fondamentale.
Ci sarebbero anche l’allegria e il divertimento condiviso, che secondo me fanno un altra parte della base di una affettività condivisa, ma non è qui in oggetto. Per cui meglio tralasciarla.

Stamane mentre lavavo i piatti, ottima attività meditativa coatta, mi sono accorta che l’assioma valeva per ogni genere di amore, quello della mia amica, che si vede sopra in corsivo.

Stimare l’altr* è avere fiducia nella sua capacità attuali e potenziali, e lasciarl* libero di essere se stess* e divers* da noi, e da quello che desidereremmo per lei/lui, e che lei/lui facesse per noi o con lei/lui.

Stimare la differenza, il disaccordo, le discrepanza, il ritmo diverso di fare e pensare, il tempo che l’altr* occupa per noi e con noi.

Stimare anche prima, a prescindere.

E’ un prerequisito, si diceva, qualcosa che viene prima, che è uno dei fondamentale.

Riguarda la libertà dell’amore, o che l’amore deve concedersi e concedersi.

Ma credo non sia necessaria, credo, all’innamoramento, per via di tutti quegli ormoni fulminanti in circolo, peraltro carinissimi ed efficienti allo scopo, ma spesso svianti.

Mentre la stima trova senso e senno se connessa all’amore, non solo romantico o di coppia, ma anche all’amore in senso lato.

Ti stimo, do peso e valore a ciò che sei, liber* anche se divers*, adatt* anche se simile.

Stimo l’alterità e la possibilità ad essa connessa.

Difficile che quindi l’amore sia connesso con le accezioni di ciò che possiede, trattiene, decide, definisce, giudica, obbliga l’altr* ad essere ciò che è nel nostro pensiero. Interpretando come non amore la differenza.

Cosa ce ne facciamo se volessimo insegnarci reciprocamente ad amare, insegnarlo ai figli, ai bambini, agli altri?

In the name of love – #lovedu 3

NOTA (Il post numero due è bloccato in fase in elaborazione)
Quando parliamo di amore ci vengono in mente gli scenari romantici dei primi momenti, o quello che troviamo nello sconfinante e sconfinato amore genitoriale.

Mi sono chiesta, senza trovare soluzioni, se l’amore non sia che uno.

Amore con connotazioni precise e non confondibili, che può essere nell’amore di coppia, e/o in quello genitoriale (o filiale). Ma può anche non esserci.
Ci può essere un ottimo “lavoro” di accudimento, di presa in carico, di affettività ed emotività, ci possono essere gesti di affiliazione, di gentilezza … tutte cose meravigliose ma non sono ancora amore.
Ci sono quelle fantasmagoriche ondate ormonali, di portata epica, che aprono all’innamoramento, alla passione, e eventualmente risvegliano pure la sessualità.
E che non sono esattamente amore.
C’è la meraviglia della nascita, l’amore infinito verso i figli, il dono della vita, e il bisogno di proteggere e curare e crescere e insegnare. Che ancora non sono amore.
C’è l’amicizia che con l’amore condivide tantissimi confini, e lo rideclina in un mondo singolare e potente.
C’è quindi nell’amore un ingrediente magico e alchimico che è difficile nominare, che può attraversare tutte queste esperienze umane, e renderle altre.
L’amore sta, lo postulo qui per prova, nell’essere in quell’altrove da se, ma collocato nell’altro.

Di essere esattamente se stessi – nelle braccia e/o negli occhi dell’altro – senza fondersi, ma permettendo di esser pienamente vivi proprio grazie a quell’altro/alterità.

Sta nel sentire l’altro come casa, come luogo di fiducia e libertà, luogo libero e che libera veramente; che cresce facendo crescere.

Che si fa umano rendendo umani, e capaci di essere definitivamente se stessi, con e per l’altro, nell’altro.

In cui amore di se e per l’altro / con l’altro / dell’altro ci identificano e ci con-fondono. 14115020_10208948461703245_956656212884230590_o
Ora la domanda è: si può insegnare? Si può imparare? Come si può fare educazione con questo presupposto?

In the name of love – #lovedu 1

Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Nel nome dell’amore – Cos’altro nel nome dell’amore? – Un uomo imprigionato in un recinto di filo spinato – Un uomo che resiste – Un uomo finito su di una spiaggia deserta – Un uomo tradito con un bacio ( pride – in the name of love – U2)
Premessa: sul web siamo pubblici e spesso anche personali.

Possiamo essere pubblici e personali, solo pubblici, solo personali (ma siamo e resteremo in sempre in un luogo pubblico).

Ricordiamoci solo che ciò che trattiamo di nostro e personale non è detto che sia privato; tale sottile differenza va insegnata e presidiata, anche in termini educativi, intendiamo per privato qualcosa che non solo è personale, ci riguarda in quanto persone ma è un dato, un pensiero, una espressione di noi che è riservata solo a noi stessi o ad una gamma molto selezionata di persone scelte, e con attenzione, per essere depositarie di quel dato o espressione della nostra vita.

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Come adulta, come madre, come donna e come persona che si occupa professionalmente di educazione sento che in questa fase storica, culturale, personale, tecnica, professionale, civile ed etica sia importante parlare di amore.

In questo caso si tratta di assumersi una responsabilità, apprentemente non richiesta, ma connessa ai ruoli che ho elencato e in quanto tale non negoziabile; sento che occorre farlo in quanto parte attiva di un contesto civile e sociale e a maggior ragione in qualità di “potenziale” produttrice/divulgatrice/comunicatrice di cultura in ambito web.

Probabilmente parafrasando il famoso assioma di Watzlawich siamo e comunichiamo in rete e non possiamo non esserlo e non comunicare.

Social è comunicazione e non può non esserlo.

Questo ci lega ad una responsabilità e ad una riflessione sull’intenzionalità comunicativa che adottiamo che deve o dovrebbe essere costante.

Perché l’amore?

Perché amore è ciò che ci permette di avere la cura del mondo, delle persone, delle emozioni e dei sentimenti, dei desideri e dei diritti, di noi stessi e degli altri, perché è ciò o dovrebbe proiettarci appena di un centimentro fuori da noi stessi e generare azioni che fanno crescere, che liberano, che aumentano il benessere attorno a noi.

Perché tutti ne parliamo o lo pratichiamo, ma non sempre con esiti proficui, perché non lo si insegna, o non se ne sa parlare bene, perché non se ne declinano le parti deviate se non quando la cronaca che ne mostra gli esiti. Ed esempio nel caso dei femminicidi. Perché nessuno ci spiega che desiderare e amare sono due cose diverse.

Perché è un tema infinitamente declinabile da trattare, a partire da molti paradigmi e mai completamente risolto.

Perché ci mette a confronto con ciò che siamo e raccontiamo, e che ci permette – se siamo fortunati di conoscerci meglio e condividere delle parti – inserendole nella corrente di flusso immensa e cangiante del web, facendone oggetto di confronto, scambio, conoscenza, apprendimento, insegnamento, filosofia, poesia, pedagogia, antropologia, scienza etc etc etc