Genitori, scarpe da tennis e buon senso – I –

Ho in mente una recente formazione rivolta ai genitori di preadolescenti, una di quelle che rendono molto piacevole fare il lavoro che faccio.

I genitori erano stati condotti a riflettere sui modi possibili usati dai propri figli per comunicare a quell’età, e quindi anche con gli “atteggiamenti”, l’abbigliamento, silenzi e distanze.

Un pò per tutti i genitori le scarpe da tennis dei figli sono state elette ad oggetto simbolo dell’età simbolo che unisce, o distanzia dal gruppo, che comunica l’appartenenza ad un sottogruppo (stringhe nascoste? allacciate dentro e sotto la linguetta? allacciate al contrario? assenti??), che indica le possibilità economiche della famiglia. Scarpe capaci di rappresentare e permettere l’incontro genitori figli, impegnati in un dialogo infinito su tipo, modo, tempo, costo, desiderio, capriccio, opposizione, indipendenza …

Un padre, sottile osservatore, ha detto che spesso i figli passano il tempo a guardarsi i piedi e le scarpe, a testa bassa.

Qualche genitore ha postulato la voglia di non comunicare.

Ma questo padre ci ha aperto una possibilità che nessuno, sino a quel momento, aveva nemmeno immaginato.

A suo avviso che i figli si guardano i piedi perché camminare è il primo grande simbolo dell’autonomia nel bimbo piccolo, che ad un anno ci si stacca dalle gambe dei genitori e si avvia sulle proprie gambe alla scoperta del mondo. E le prime scarpine sono simbolo di questa possibilità, danno certezza e stabilità ai piedini inesperti, almeno nella nostra società.

E ha aggiunto che forse per questo le scarpe diventano per i ragazzi/le ragazze un oggetto simbolicamente potente, nello scambio comunicativo con i genitori.

E che infine guardarsi i piedi mentre si cammina è un modo di capire chi si è quando è ancora troppo presto per chiedersi  dove si vorrà, potrà, o saprà andare …

Segue

Improvvisamente/improvvisando il corpo

Metafore e’ il titolo di una formazione che sto facendo con Igor Salomone, che e’ stato ed e’ tutt’ora un mio “maestro”, ma non e’ questo il punto centrale di questo post.

Il nodo, o meglio lo snodo e’ il corpo, anzi in questo caso i corpi che ho (anche) condotto, e sempre osservato, con cura, nel dipanarsi della mattinata formativa.

Sara’ banale ma ogni volta mi stupisce la complessità che si risveglia laddove i corpi (cosi’ vuole il dispositivo formativo) cominciano a togliere voce alle parole, per riprendersela tutta in forma di azioni, movimento, espressivita’.

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Una lectio magistralis … un geranio può diventare educatore

Fonte originale dell’articolo: education 2.0

“La famosa frase del dottore che, dopo avermi visitato all’età di due anni, ha scosso la testa ‘Non c’è nulla da fare, sarà un vegetale’, è stata lì per lì subìta dai miei genitori proprio come si subisce una maledizione”. Claudio Imprudente ha ricevuto il 18 maggio la laurea honoris causa in “Formazione e cooperazione” dall’Università di Bologna. Ecco la sua lectio magistralis.

Questa laurea non è solo mia, ma di tutti i contesti che mi hanno sostenuto e di chi li ha prima costruiti e poi (con)vissuti insieme a me. Se fosse una laurea “ad honorem” avrei potuto fare un facile gioco di parole, sostenendo che non è una laurea “ad personam”, ma, purtroppo o per fortuna, si tratta di una laurea “honoris causa”.

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Formazione e supervisione. Appunti sparsi.

Nella preparazione delle giornate formative, raccolgo le perplessità del referente dell’area formazione,  relativamente ai temi che verranno trattati.

C’è uno stupore infastidito davanti alla mancanza di responsabilità che attraversa o attraverserebbe gli operatori e gli educatori che si trova ad incontrare.

Mi parla di una responsabilità e di una etica, che ci vede tutti responsabili davanti al lavoro che svolgiamo, dal più umile al più complesso, come se si aspettasse che la responsabilità fosse connaturata al lavoro in quanto tale. E non fosse frutto di una ricerca, di una esplorazione, di una ridefinizione più complessa dei temi da trattare, dagli oggetti specifici del lavoro che non sono mai così definiti a priori. Anzi alle volte si attende una responsabilità precisa proprio relativamente ad un lavoro di cui non sono noti i limiti ed i confini. Altre volte, come mi accade nel caso in oggetto, la responsabilità viene ad assumere una connotazione omnicomprensiva e totalizzante, in cui nessuno si assume o deve assumere la responsabilità di nominarla nei suoi sottoinsiemi.

Il rischio forte è la conseguente colpevolizzazione di chi non si sa “assumere” il suo lavoro e non ha una attitudine etica al lavoro.

La parola responsabiltà inoltre assume un valore così potente, si conquista una capacità tale di determinare “qualcosa”, (es. la buona riuscita di un servizio) che non può nemmeno esser nominata se non nel luogo elettivo della supervisione, come se non attenesse alla sfera della formazione, dell’apprendimento, di ciò di cui occorre trattare.

La supervisione, in questa percezione, diventa un pò il luogo delle parole potenti, degli svelamenti, della liberazione di forze oscure interne alla dimensione lavorativa. E’ vero, ho vissuto o forse “subito” supervisioni che si velavano di questa aura magica, come ho vissuto supervisioni che in realtà erano formazioni o ancor meglio lezioni di comportamento.

Eppure la supervisione può trattare le medesime parole della formazione, ma si tratta di un processo diverso, di una diversa forma della consulenza pedagogica.

In merito alla supervisione per ora metto un paio di link:

Eduform

Studio Dedalo

Periplo

Educazione e corpo

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corpi

educare il corpo

educare alla corporeità

dal punto di vista formativo nasco come psicomotricista.

vale a dire un percorso triennale in cui la dimensione corporea è stata esplorata abbondantemente; passando dal piacere del proprio muoversi, del proprio giocare ed esplorare la dimensione motoria, sensomotoria e psicomotoria, e poi espanderla nella relazione con gli oggetti propri del setting psicomotorio, quindi nella relazione con l’altro e poi con il gruppo.

dire nasco come psicomotricista non è una esagerazione, perchè, io adulta, sono entrata in una scoperta ex novo di me, nel movimento, nella sensorialità e nell’azione.

altra dimensione fondativa, a livello personale, è stata inoltre quella della capacità del corpo di apprendere ed insegnare alla mente, e di disciplinarla.

adesso ho incontrato un altro paradigma formativo molto forte, e nonostante la partenza sia apparentemente strutturata in modo verbale, si connota con una dimensione pratica (prassi), un esercitarsi del fare che mi rimanda di continuo alla psicomotricità.

la sensazione è che il motore portante sia la dimensione corporea dell’interazione, che sia il linguaggio che quando è, anche, corporeo, interpreta e sostiene l’interazione educativa, nelle sue espressioni.

parola, corpo, incontro.

sto cercando connessioni.