difesa relazionale 1

di Monica Massola

post scritto quando mia figlia piccola aveva una manciata di mesi, oggi ha due anni e mezzo. Una riflessione ancora molto emozionata e umorale, su un tema molto vivo, oggi.

Abito in un piccolo paese, posto molto molto tranquillo. sin troppo.
quando esco di casa con la piccolina questo è ciò che porto:
borsa con cambio completo, borse termica con biberon/scaldabiberon, 
 la mia borsa, 

giacca, copertina, 1 lt di acqua, 

bimba dentro l'ovetto, chassis del passeggino. 
vado avanti e indietro  un sacco di volte.

in un condominio a milano non si potrebbe. 
soprattutto lasciare 
la microbimba
in auto con la portiera aperta e la porta di casa spalancata, 
nel mio andirivieni.

e se ...

(delirio)

già e se un malintenzionato ...

no, quaggiù non può succedere nulla di brutto.

ok, potrei mettere un coltello in auto.

no, non si può; sai che multa i cc, uso di arma impropria!

e poi non sono quella contraria alla violenza e che lo stato 
esiste per qualcosa e che farsi giustizia da sè 
è cosa da trogloditi??????????

si, ma.

ma è una questione di difesa, 

***** è mia figlia la devo difendere no??

stop.

fine del delirio.

per fortuna.

per fortuna che ho fatto un corso di difesa relazionale.

(non è difesa personale).

per due anni poi la gravidanza e la distanza hanno messo un limite.

la fa un mio docente di pedagogia interazionale.

fa arti marziali da una vita.

si parte dal presupposto che .... - questo è quello che ho raccolto -

nella vita ci si trova di fronte ad attacchi che non sono solo 
fisici, ma anche morali, psicologici, verbali etc etc

si usano tecniche mutuate da un arte marziale.

ma come in molte arti marziali accade il principio è evitare inutili 
scontri, si arriva al conflitto solo se inevitabile.

e allora si osserva l'avversario e di sperimentano le proprie paure.

è stupido sparare ad uno che voleva chiederti una sigaretta.

si lavora con il corpo/con i corpi e sul corpo.

e nella testa.

sinergie e strategie di apprendimento corpo mente

si testano le proprie resistenze.

si conoscono il limite e le sfumature che una relazione possono avere.

davanti ad un aggressione (non solo fisica) puoi:

scappare, spostare il piano di ingaggio, disimpegnarti, affrontarla.

e allora che ci faccio io con il mio stupido coltellino, che non 
metterò mai in auto, 

di fronte al malintenzionato?

forse nulla.

ma la mia attenzione è diversa.

adesso so che esistono diverse strategie di disingaggio.

e che posso ancora usare la testa prima di "sparare a vista" ad 
ogni ombra.

che la mia attenzione è "un'arma" necessaria a filtrare bene e a rilevare 

dove esistono pericoli e dove ci sono solo gli spettri delle 
mie (nostre) paure.

salgo in auto e porto la micropinga dalla pediatra, 
da oggi passiamo alle pappe!

monica

Arte_marziale_e_difesa._Difesa_relazionale___prima_lezione

di Igor Salomone, il mio maestro di difesa relazionale


ancora difesa (virtuale)

UNA AMICA MI FA PARTECIPE DI UNA DISAVVENTURA VIRTUALE, O MEGLIO AVVENUTA NEL MONDO VIRTUALE, MA A TUTTI GLI EFFETTI MOLTO REALE PER IL COROLLARIO DI SENSAZIONI AD ESSA CONSEGUENTI.

MA IN SINTESI SI È TROVATA NEL RUOLO DI CHI , IN MODO DEL TUTTO INVOLONTARIO, SALTA DENTRO UN ALVEARE.

L’ALVEARE ERA UN SITO, IN CUI FREQUENTATORI, SI SONO AFFRETTATI AD AGGREDIRE “L’INTRUSO” VIVENDOLO COME UN ATTO DI AGGRESSIONE A TUTTI GLI EFFETTI.

SI SA, LE API NON VALUTANO LE INTENZIONI: ALLA MINACCIA (VERA O PRESUNTA) AGGREDISCONO IN AUTOMATICO.

LA PERSONA IN QUESTIONE SI È PRONTAMENTE AFFRETTATA AD ALLONTANARSI, DECISAMENTE TURBATA DALL’ACCADIMENTO.

OVVIAMENTE MI È VENUTO IN MENTE L’USO DEL PARADIGMA DIFESA RELAZIONALE.

COSA AVREBBE POTUTO FARE, DI DIVERSO, QUESTA AMICA: AGIRE LA CONTROFFENSIVA?

SPOSTARE IL PIANO DI INGAGGIO? FUGGIRE? DISINGAGGIARSI? (E DIREI CHE LA STRATEGIA SCELTA È STATA QUESTA)

CIÒ CHE MI È – PERÒ – APPARSO SUBITO EVIDENTE, COME EMERGEVA NELLE LEZIONI DI DIFESA RELAZIONALE, CHE IN ALCUNI CASI EVITARE LO SCONTRO È UNA MODALITÀ INEVITABILE:

1. SONO IN MINORANZA

2. E SONO A CASA SUA

3. L’ALTRO MI OFFRE COME UNICA E PRIMITIVA REAZIONE UN ATTACCO DI GRUPPO ED INCONTROLLATO, SENZA DARE SCAMPO E SPAZIO AD ALTRO

INSOMMA IO POSSO ANCHE ESSERE ROCKY MA SE IL MIO ANTAGONISTA È ARMATO DI UN MISSILE …. CHE FACCIO?

SCAPPO.

DIREI!

E SONO BEN CONTENTO DI EVITARE QUESTO INGAGGIO

prove pratiche di difesa relazionale

In questi giorni mi sono trovata ad effettuare uno scambio di e-mail con una persona, a cui sono piuttosto legata; il susseguirsi di e-mail ci ha posto in posizioni progressivamente sempre più opposte e dicotomiche

L’oggetto dello scambio epistolare forse non è completamente essenziale, o non lo è almeno in questo “qui ed ora” di riflessione. Lo sarà, immagino in un post successivo, visto che si trattava del confronto tra reale/lento versus virtuale tecnologico/veloce ed altro ancora.

In ogni caso ne sono spiazzata, perché dopo una partenza – nello scambio di mail – piuttosto gioviale e serena, mi sono ben presto accorta che mi ritrovavo a collocarmi di continuo in posizioni in ottica di difesa, di non attacco e di non scontro, o almeno questo è quanto credo di avere fatto, o almeno di aver provato ad agire.

La sensazione è di essere stata “attaccata” e la prima ed ovvia reazione sarebbe stata il contro-attacco. Non lo ho fatto ma ho percepito inizialmente una forte sensazione di disagio.

Così ha provato provo un paio di strategie di spostare il focus dell’ingaggio iniziale, smontando asperità concettuali; ma a quanto pare nemmeno questo funziona.

Alla fine mi sono arresa e disingaggiata dallo scambio; e quindi uscita un pò svuotata, perchè più che uno scambio è stato uno scontro, ed anzi il nodo dell’incontro è stato lo scontro.

Mi immaginavo (ancora alla mia età non si smette di impigliarsi nelle proprie  aspettative) di poter scambiare opinioni non doverle scontrare una contro l’altra, di poter  cavalcare l’onda della molteplicità e della complessità.

Invece no.

Mi trovo in guerra.

Mio malgrado. E/o malgrado le mie intenzioni.

Va bene, anzi va male ma mi ricordo della difesa relazionale.

Insomma ad un certo punto ho cominciato a ragionare in termini di difesa relazionale, e a dirmi che in quello scontro non ci volevo proprio stare. Volevo “parlare” /scrivendo con qualcuno ed invece non riuscivo a spostare il livello di interazione con l’altro.

Alla fine la tecnica usata è stato il “disingaggio” o l’arrendermi dicendo “scusa io non volevo litigare”; non è stata una mossa molto brillante o elegante, ma almeno ha permesso di uscire da una situazione priva di altre vie di fuga.

In sintesi:

1. non volevo litigare e mi sono trovata in una situazione in cui proprio quello stava succedendo.

2 non volevo mettermi in un testa a testa, ma solo quello mi veniva proposto – come modalità di interazione.

3. ho provato a spostare il livello di interazione, ma non è stato possibile.

4. mi sono disingaggiata.

Infine, ora, mi chiedo se questo stesso tipo di incontro scontro fosse avvenuto in palestra, ossia in un setting formativo, usando le tecniche della difesa relazionale e quindi usando la corporeità sarebbe successo qualcosa di diverso?

La dinamica sarebbe stata più vicina ad una situazione di attacco fisico?

I gesti sarebbero stati più “nitidi” ed efficaci che non le parole?

Il disingaggio da me adottato, e percepito come mossa goffa e un pò triste, mi avrebbe invece fatto sentire bene perché ero “sfuggita” ad una situazione di pericolo, ovvero sia l’utilizzo della corporeità avrebbe dato più potenza alla sensazione di pericolo e a quella conseguente di averlo sfuggito?

difesa relazionale 2

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intro 1

“per fortuna che ho fatto un corso di difesa relazionale.
la fa un mio docente di pedagogia interazionale.
fa arti marziali da una vita.si parte dal presupposto che …. – questo è quello che ho raccolto –
nella vita ci si trova di fronte ad attacchi che non sono solo fisici, ma anche morali, psicologici, verbali etc etc
si usano tecniche mutuate da un arte marziale.
ma come in molte arti marziali accade il principio è evitare inutili scontri, si arriva al conflitto solo se inevitabile.
e allora si osserva l’avversario e di sperimentano le proprie paure.

si lavora con il corpo/con i corpi e sul corpo.
e nella testa.
sinergie e strategie di apprendimento corpo mente
si testano le proprie resistenze.
si conoscono il limite e le sfumature che una relazione possono avere.
davanti ad un aggressione (non solo fisica) puoi:
scappare, spostare il piano di ingaggio, disimpegnarti, affrontarla.

ora la mia attenzione è diversa.
adesso so che esistono diverse strategie di disingaggio.
e che posso ancora usare la testa prima di “sparare a vista” ad ogni ombra.
che la mia attenzione è “un’arma” necessaria a filtrare bene e a rilevare dove esistono pericoli e dove ci sono solo gli spettri delle mie (nostre) paure.”

INTRO 2

“La complessità della vita chiede ogni giorno a tutti noi di incontrare molte persone. Qualcuno di questi incontri può rivelarsi critico, forse violento.

Sentirsi aggrediti significa temere un danno, non importa quale, né se qualcuno abbia veramente intenzione di attaccarci: è sufficiente un’aggressione verbale, una forte pressione emotiva, un conflitto di potere e i nostri comportamenti difensivi entrano in gioco.

Se la reazione è eccessiva o fuori luogo dissipiamo le nostre energie, se è debole o inappropriata, le deprimiamo. In entrambi i casi, pregiudichiamo il nostro incontro con gli altri

 

Ciò di cui abbiamo bisogno, dunque, è imparare a controllare l’aggressività altrui disciplinando la nostra.

COSA E’

È un percorso di ricerca per capire ed elaborare le proprie strategie di difesa.

È una pratica della lotta per imparare a controllare le situazioni di pericolo neutralizzandole o minimizzando i danni.

È una disciplina del corpo e dell’energia per esprimersi in libertà attraverso il gesto marziale.”

SCONTRO: come modalità di incontro.

 

sembra un paradosso ma non lo è.

non lo è in un ragionamento derivante da un contesto di riflessione educativa, che prevede l’uso di diverse ottiche, altrove utilizzate o utilizzabili.

lo scontro è il modo che in molti trovano per incontrare l’altro/gli altri

e, avendo lavorato in una comunità di accoglienza minori, il concetto mi è diventato piuttosto chiaro.

l’attacco, lo scontro anche fisico è una tecnica di ingaggio dei ragazzi per dirti “ci sono” e “chi sei tu per dirmi che fare, dove andare come vivere e comportarmi” etc…

una provocazione forte che chiede una risposta forte.

 

forte è qualcosa che lascia il segno. non sul corpo, si intende, ma nella propria prospettiva di stare al mondo.

forte per quel minore.

forte non è lasciare il segno su un corpo tali risposte ha già sperimentate.

il segno sono l’offerta di risposte differenti, che aprono a loro volta a vie differenti, nuove scelte, nuove identità, nuove possibilità.

 

“contrattaccare” uno che ti stuzzica? è possibile, ovviamente, ma al di là di ogni velleità “pacifista” che nega lo scontro, il senso da trovare è:

 

quella risposta, di scontro contro scontro, cosa porta nella relazione?

la rende migliore? peggiore? necessaria? la cambia? la sposta su un nuovo piano?

la fatica di questa complessificazione però restituisce uno spazio di azione al pensiero.

 

da tempo, allunga o allontana i tempi dello scontro; in ciò da spazio a qualcosa d’altro che c’è nello scontro: l’incontro con l’altro.

e restituisce ad entrambe una gamma di possibili vie di uscita che non siano risposte violente.